SULLA DECADENZA DEI NOSTRI TEMPI.

di Antonio D’Alonzo

Con il termine << filosofia fondazionale >> s’intende tentare di etichettare, da parte dei teorici del relativismo culturale, qualunque forma di pensiero che persegua l’immutabilità e totalità nei suoi fondamenti, che respinga l’introduzione- nella chiusura delle sue sistematiche certezze- di qualunque apertura all’eventualità di scorgere forme di autocontraddizione o di autolimitazione ironica. Si rifiuta qualsiasi normatività radicale nel metodo, qualunque oggettività dell’ente della conoscenza e così si rifugge il soggetto della metafisica cartesiana-idealistica appellandosi solo al contingente e ad un prospettivismo radicale. Questo avviene a grandi linee in modo analogo sia nella filosofia continentale, che in quella analitica di matrice angloamericana.. La crisi della metafisica occidentale e le sua conseguente dissoluzione nel pluralismo e nel relativismo è un risultato del superamento dell’hegelismo nelle ottocentesche " filosofie della vita", in cui si ripropone il primato del divenire sull’essere. Ma il pensiero di Nietzsche, come quello di Dilthey, non sono delle eventualità che si sarebbe potuto altrimenti ben evitare, nelle loro opere si riflette e viene a compimento la mentalità, il modo di pensare di un’intera epoca, hanno cioè valore come testimoni delle rovine, di una fine. La metafisica occidentale contiene in nuce, nel proprio nucleo, il proprio epilogo e la propria notte: essa è un destino che viene così a compiersi, e ciò che si chiude è in fondo tutta una tradizione di pensiero che è parte integrante della nostra civiltà. Si può far risalire la nascita della metafisica al mito della caverna platonica, come si propone Heidegger, o credere- come Carnap- che essa sia semplicemente una proiezione di stati sentimentali o emotivi, un abuso del linguaggio nel tentativo di introdurre termini privi di un referente reale: ma perché l’uomo ha, tutt’oggi, bisogno, comunque e nonostante tutto, di una metafisica? L’horror vacui attanaglia le membra e le viscere dell’uomo secolarizzato, paralizzandone ogni ateo slancio prometeico di indipendenza, in una falsa suggestione d’autosufficienza, nella solitudine angosciata del suo essere centrum e misura di tutto l’ente e nella finitezza del creato. L’animale da lavoro umano si è ormai autoincoronato padrone della terra, e la ragione strumentale - che dai tempi di Lord Bacon in poi, doveva asservire la natura alle mire dei nuovi signori- si è alla fine rivelata la propugnatrice e l’inesorabile esecutrice dell’ossianico progetto planetario di dominazione dell’uomo su se stesso. La razionalità scientista, strutturata sulla capacità di reificazione della natura, finisce per ridursi- previo l’abbassamento dell’uomo a mezzo e non a fine- all’asservimento dell’umano alla macchina, alla generale liberalizzazione mondiale della schiavitù delle masse lavoratrici, in un’era di delirante velocità e di febbrile e spasmodica frenesia, in cui anche l’imprenditore è risucchiato nei vortici demoniaci del materialismo epocale che egli stesso ha contribuito a scatenare.

La perdita del Centro non può che annullare qualsiasi tentativo di articolazione del pensiero nella trascendenza dell’atto contemplativo; la vera intellettualità è distrutta per sempre- ove per essa si intenda l’ascensione del pensiero all’immutabile, al Cielo- esiste solo una razionalità che si articola in sottigliezze dialettiche e in pianificazioni utilitaristiche, funzionali al dominio dell’economia planetaria, unica autorità possibile in un mondo dominato dalle smanie del possesso consumistico. L’intellettualità è equiparata alla scaltrezza, la speculazione è obliata in favore della concretezza, la capacità di perseguire con tenacia i propri steps. La frammentazione del lavoro manuale, la settorializzazione della conoscenza scientifica rende superfluo ogni tentativo di risalire all’intuizione sovrumana dei Principi primi ed immutabili della metafisica eterna, che- concordando con Guénon- per noi può solo essere quella orientale. In fondo la conoscenza dei Principi può solo essere il risultato dell’intuizione intellettuale che permette all’iniziato di oltrepassare il velo di Maya e di ricongiungersi con il sapere della Tradizione primordiale, sapere che per la sua stessa natura deve essere eterno ed immutabile, il cambiamento e il perfezionamento dovendo trovare la sua genesi solo in qualcosa che non è a sua volta mosso, altrimenti si dovrebbe risalire ad un’ulteriore causa prima, considerazione quest’ultima che rende possibile teorizzare l’esistenza dell’aristotelico motore immobile, ovvero la Causa sui. Questo argomento è quello che l’ateismo nichilista dopo aver irriso agli altri- in particolare a quello ontologico- non può confutare neanche parzialmente, se è vero che anche al pensiero o all’esperienza del primitivo rimane impossibile concepire degli effetti senza l’esistenza di cause scatenanti.. Infatti Derrida predilige ripetere sovente che egli postula l’esistenza della Différance come un una non-origine, una non-causa, quasi come un coup de théatre : ciò conferma che non è davvero possibile rimuovere del tutto l’insegnamento aristotelico.

La filosofia moderna non ha mai veramente dimostrato che la conoscenza metafisica, ovvero la conoscenza dei principi, sia una vera impossibilità: la contrapposizione kantiana tra cosa in sé e fenomeno è arbitraria e apodittica.

Tutto il pensiero occidentale da Descartes in poi si muove su questa negazione dell’intuizione intellettuale, che era invece riconosciuta dai neoplatonici in particolare da Plotino, nel quale la conoscenza discorsiva è solo un preludio a quella intuitiva, in cui attraverso una serie progressiva di stati mistici l’anima si ricongiunge estaticamente con l’Uno.Questa negazione produce dall’interno del sapere occidentale quella cesura del sapere intellettuale in esoterico ed exoterico, che per Guénon è essenzialmente una perdita della conoscenza metafisica e della sua applicazione nelle scienze sacre, che a loro volta, in seguito ad un processo di decadenza storica ineluttabile, generano le moderne scienze profane dell’era dell’oblio tecnocratico del mondo occidentale. Con la perdita della conoscenza metafisica una nuova specie si affaccia lentamente, ma inesorabilmente, sul proscenio della notte moderna: è l’uomo-massa, negazione stessa della ricerca e della sapienza, abitante, par excellence, della metropoli mondiale, le cui uniche aspirazioni sono soddisfare i bisogni del basso ventre e la cui sola peculiarità è diffamare se stesso, ciò che era, o che sarebbe potuto altrimenti diventare. La decadenza della cultura occidentale, ma non solo di quella esoterica, si è propagata fino all’avvenuta contaminazione dell’ultimo bastione della filosofia profana, quell’arroccamento dell’Io che Montaigne, definiva arriére boutique dell’anima. L’unico fine del pensiero è ora il rovesciamento del primato del fine sul mezzo: unico utilizzo consentito all’atto del pensiero è la mera applicazione pratica. Il "concreto" prevale sull’astratto, gli intellettuali sono dichiarati inutili in confronto alla professionalità delle maestranze, è un mondo in cui la letteratura è considerata dannosa e causa di pericolose devianze, perché chi legge non si può non sentire diverso dalla massa, in quanto, eccedendola, pone in questione quella accozzaglia di barbarie e stereotipi che altro non è che il famigerato " buon senso".

L’intellettualità livellata sul gusto e le capacità della massa è solo un riflesso della più generale perdita di attitudine della scienza al vero, al certo: anche fra gli scienziati regna la più totale anarchia metodica, dove fino ad ieri si pensava alla scienza come ad un edificio dalle solide fondamenta. Essa casomai è più simile ad un organismo, che non cresce cumulativamente, ma dove le parti vengono o conservate o sostituite da parti nuove, in maniera del tutto accidentale e sconnessa dai risultati precedenti, che sono arbitrariamente rinnegati e scartati quando non si accordano con le nuove " teorie". Donald Davidson rifiuta recisamente l’equiparazione della scienza a teoria e prospetta la riformulazione degli assunti neopositivisti in sistemi di credenze, ovvero dissolve le pretese referenzialistiche del metodo sperimentale a favore di un generale atteggiamento ludico dello scienziato, che si articola in scelte capricciose ed accidentali.

Ilya Prigogine rileva che all’interno di sistemi privi di equilibrio termodinamico, piccole fluttuazioni casuali generano forme d’ordine, il disordine microcosmico produce ampie regolarità macroscopiche. È il rovesciamento della metafisica : il caso, l’assenza generano la necessità, l’ordine. La scienza, in quanto presunta garante della verità, nega la metafisica come presunta impostura, per finire poi per disconoscere la verità stessa : il cosmo, per essa è un caos che genera ordine, come l’artista che crea l’opera dalla sua folle interiorità. Nietzsche aveva previsto per tempo tutto questo, quando aveva teorizzato la riduzione possibile del suo ü bermensch all’artista che dà forma al caos, ed aveva, altresì, pensato il wille zur macht come atto creativo, cioè appunto artistico.

Con la disgregazione della metafisica (ma abbiamo visto come a questo punto si possa anche parlare, più in generale, di disgregazione della stessa cultura classica) , viene a frantumarsi lo stesso principio identitario, ovvero l’Io, la coscienza, non solo a livello filosofico, ma anche metodologico: in fondo il freudismo riconduceva la differenza, ovvero l’inconscio, alla identità, cioè all’Io, o per dirla in altri termini il principio di piacere al principio di realtà. Le ultime avanguardie della ricerca psicoanalitica, risentendo probabilmente del clima di decadenza epocale, sono andate oltre: hanno considerato come oggetto di indagine soltanto l’Es, tralasciando l’Io. La schizoanalisi di Guattari e l’analisi strutturale di Lacan non riportano il rimosso al conscio o ristabiliscono il rapporto tra il paziente e la realtà, ma lasciano l’Es libero di esprimersi, di parlare, e cercano soltanto di decifrarne il linguaggio simbolico. Non esiste più nemmeno un ordine di realtà, un discrimine fra il vero ed il falso: l’opera di Dalì ed in genere tutto il surrealismo, mettono dichiaratamente al centro del paradigma l’inconscio, la cui peculiarità è di essere un mondo in cui è totalmente assente qualunque parvenza di un qualsiasi principio di realtà, dove l’unica forma di pensiero è quello schizoide: è importante ricordare che lo schizofrenico è completamente privo di qualunque categoria di riflessione, il suo solo mondo è quello onirico. La cultura francese in particolare prosegue, a cavallo degli anni settanta, nel suo disegno di disgregazione della metafisica è arrivata con lo strutturalismo, ed in seguito con il poststrutturalismo a dichiarare guerra al soggetto e all’uomo.

Lo strutturalismo , il cui fondatore è da ritenersi il linguista ginevrino De Saussure, si proponeva di considerare la cultura, anziché come produzione del soggetto storico, come determinazione astorica di relazioni sistematiche, le strutture, che sono universali e costanti. Le produzioni delle strutture di una cultura, per l’antropologo strutturalista Lévi-Strauss, come i miti e la lingua non sono frutto dell’Io cosciente- che è a sua volta un’ulteriore elaborazione dello spirito umano- ma sono da ricercarsi nelle invarianti nascoste di determinate relazioni tra le variabili dei sistemi culturali. Queste invarianti nascoste sono le strutture, la cui ricerca viene ostacolata proprio dall’autorappresentazione che il soggetto si dà della propria cultura all’interno del suo vissuto esistenziale: lo storicismo e l’esistenzialismo, e più in generale il soggetto cosciente, devono essere superati in favore delle strutture.

Si noterà come questo nuovo prodotto del pensiero scientifico (anche se si parla qui di scienze umane e non esatte), la struttura, proprio perché costante, universale e storico, rappresentasse in fondo un’ulteriore elaborazione e riadattamento del vecchio paradigma metafisico da parte dello spirito del tempo, agnostico e profano. Era necessario ristabilire il predominio del divenire sull’essere, così arrivò il poststrutturalismo che si proponeva di postulare l’esistenza di strutture mobili, molteplici, fluttuanti, diacroniche.

Il principale esponente del poststrutturalismo, Michel Foucault, nella sua opera più celebre, Le parole e le cose, si proponeva di dimostrare che la storia non è un prodotto della progettualità del soggetto, ma è soggetta a discontinuità, fratture, punti di resistenza, che egli chiama episteme, la cui peculiarità è l’eterogeneità reciproca, l’assenza di continuità e di sviluppo, il che rappresenta una chiara affermazione della assenza di una qualsiasi gerarchia: ogni episteme è un universo a se stante, quasi una monade, ma a differenza di queste è sottoposta alla corruttibilità del divenire, anche se non all’interno di un’evoluzione intelligibile, dato che ognuna è irriducibile alle altre. Foucault intendeva proclamare la << morte dell’uomo >> , mostrando come il soggetto storico sia un postulato evanescente, che sarà presto << cancellato, come sull’orlo del mare un volto di sabbia. >>, salvo poi recuperare nella sua ultima opera, uscita postuma, La cura di sé, la possibilità di una riaffermazione dell’etica stoica che egli si affretta a definire come una riproposta del vivere estetico. Questo significa, in fondo, che si può anche tentare di percorrere strade alternative a quelle della cultura classica, cercando di oltrepassare i capisaldi del pensiero occidentale, quali la metafisica, la coscienza, la capacità di discernere il vero dal falso, ma che poi questi tentativi sono destinati a isterilirsi e a implodere: diventa allora inevitabile ritornare, se si vuole progredire, sui sentieri canonici della riflessione filosofica, e riproporre, seppure forse in modo dimidiato, i grandi interrogativi dell’esistenza umana.

Anche la letteratura del novecento ha cercato con insistenza di percorrere strade alternative: e questo in fondo significa che anch’essa, come la filosofia, risentiva del clima culturale dell’epoca. James Joyce, Nel suo Ulisse, effettua una trasposizione letteraria dell’inconscio freudiano e poi nei Finnegans Wake di quello collettivo junghiano. Il monologo interiore, tecnica basilare del << flusso di coscienza >> Joyciano, propone un tentativo di attraversamento dell’inconscio di tutti i personaggi del romanzo, a cui si aggiunge una manipolazione esasperatamente "condensata" del linguaggio, che si trasforma in una sorta di magma proteiforme. Il monologo delirante è anche alla base della narrativa beckettiana , nel quale l’autore inscrive il destino dell’uomo contemporaneo, condannato alla solitudine ed ad all’alienazione, schiacciato da un fato annientante che lo sradica da sé stesso e dal suo vissuto. In aspettando Godot, forse la sua opera più celebre, due vagabondi aspettano l’arrivo di un misterioso personaggio, che può essere sia Dio sia la sua negazione (Godot = God + robot), il dialogo dei due vagabondi è delirante e parodistico: Godot sarà atteso invano, ma se egli può essere sia la sua affermazione (Dio) che la sua negazione (il Nulla), allora il linguaggio può reificare l’assurdo. È la fine del principio di non contraddizione aristotelico, la possibilità moderna di affermare e negare lo stesso predicato dello stesso soggetto, nello stesso tempo e nello stesso senso.

Il principio di non contraddizione era stato già messo in discussione da Hegel, il quale nella sua logica, la quale è conoscenza metafisica stessa, enuclea il movimento dialettico, che passa oltre l’affermazione e la sua negazione, per riconciliarsi in una sintesi, o negazione della negazione, che supera conservando (aufhebung) la tesi e l’antitesi, come momenti non solo non escludentisi reciprocamente, ma necessariamente connessi, nella conoscenza che lo Spirito Assoluto ha di sé stesso. Il passo successivo era stato fatto da Nietzsche, il quale nella sua concezione energetistica del mondo, vedeva il reale come produzione prospettica di centri di forza che (e qui sta la differenza dalle monadi leibniziane, dove regna l’armonia divina prestabilita) sono in lotta perenne tra loro, e dove l’una nega l’altra, cosicché la quiete è solo l’equilibrio precario tra una forza superiore e una inferiore, e dove qualsiasi riconduzione ad una superiore armonia è negata, essendo non solo possibile, ma anche inevitabile la presenza di due negazioni contrapposte senza ulteriori sintesi. Non è possibile alcuna riconciliazione, tutto è solo illusione prospettica. Le conseguenze radicali del prospettivismo nietzscheano, saranno poi riprese e sviluppate da Adorno e da Deleuze.

Tutta la storia della cultura è attraversata da questa frammentazione e disgregazione del positivo e del superiore nel negativo e nell’inferiore, dal sacro al profano (ma ancora di un certo spessore e comunque dotto, come la cultura umanistica), alla controcultura e alle avanguardie letterarie, per concludere inoltre con la sottocultura , sulla quale vale la pena di soffermarsi approfonditamente. Se la controcultura - il poststrutturalismo, la schizoanalisi - e la letteratura del novecento - Joyce, ma anche Musil, Kafka, Beckett - hanno ancora dei fondamenti teoretici " forti", anche se discutibili (e quindi in sintesi hanno un qualcosa da dire), quel che ne consegue è un movimento che è un coacervo disparato di tendenze aggrovigliate , la cui unica meta è il disperato ed affannoso tentativo di andare alla deriva per il gusto di farlo. Intendiamo qui parlare della sottocultura della leteratura minimalista e Pulp, del cosiddetto postmodernismo, dei cosiddetti "nuovi filosofi" francesi.

Con il termine "minimalismo" si intende una corrente letteraria nata negli Stati Uniti, negli anni Ottanta. Il termine designa un ritorno alla essenzialità della narrazione, alla prosa asciutta e alla realtà delle situazioni narrate. Nel minimalismo è data grande importanza ai frammenti minimi del vissuto, particolare enfasi ad una esperienza urbana opaca, violenta e priva di qualsiasi connotazione etica. I protagonisti dei racconti minimalisti sono alienati, drogati, pazzi e vagabondi. In pratica si ha un ritorno alle tematiche del romanticismo negativo alla Byron, senza però che i personaggi minimalisti - a differenza degli Harold , dei Manfred e dei Cain byroniani - abbiano la possibilità di dialettizzare la loro oscura colpa, tramutandola in sapienza ed in potenza: in altri termini, non sono dei superuomini come i personaggi byroniani, non possiedono la loro grandezza, in loro abita lo squallore e l’aberrazione senza che tantricamente sia loro possibile tramutare il veleno in cibo. L’eroe della letteratura era stato spesso, anche nel primo novecento, un eroe negativo, appunto perché teleologicamente avrebbe dovuto superare l’alienazione e dialettizzare il negativo; in fondo questo era l’assunto della critica marxista alla società borghese: essa avrebbe finito per autodistruggersi perché produceva dall’interno la propria negazione, ma da questa sarebbe nata la nuova società senza classi, frutto della soppressione dell’alienazione. Nel minimalismo non vi è alcuna espiazione finale, la violenza dei racconti è fine a se stessa. Anche questa gratuità del furore individuale è comunque un atto di accusa contro la società del benessere?

In American Psycho, di Ellis, un insospettabile yuppie, uomo affermato e di successo, è un serial-killer che compie qualsiasi sadica violenza contro le sue vittime. Vi è il forte sospetto che questi racconti siano solo una turpe cronaca di nefandezze immaginarie, in cui con l’efferatezza delle vicende narrate si vuol coprire la pochezza dei contenuti. La violenza, le atrocità a buon mercato, la gratuità degli eccessi, è anche e soprattutto caratteristica della cosiddetta letteratura "Pulp", bieco derivato di quella minimalista.

Il Pulp è solo una frenetica enumerazione - una sorta di catalogazione - di scene forti e regressive, senza alcuna parvenza di una qualche visione etica o di una qualsiasi critica della società, quale ad esempio è possibile rintracciare nell’opera sadiana. Per essere scrittori Pulp è solo necessario prendere la penna e scrivere schifezze e sconcezze, per rivendicare poi a posteriori la nobiltà dei propri padri letterari come fonte di ispirazione, come fa, ad esempio, Enrico Brizzi, uno studente liceale già star giovanile del Pulp, con Céline. Se sostituiamo ad ogni termine volgare del Pulp, uno altrettanto stupidamente mellifluo ed edulcorato, allora abbiamo la conversione nel genere del romanzetto " rosa". La pochezza di contenuti è identica, ma tra i due, noi preferiamo questi ultimi , sia perché non rivendicano alcuna ambizione di innovazione intellettuale, sia perché almeno si rivolgono alle forze sublimatorie del lettore, e non regressive come invece fa il Pulp. Ma basta dilungarci su questa letteratura di terz’ordine, ad essa abbiamo dedicato anche troppo spazio, passiamo ad analizzare un altra corrente contemporanea che può essere sia filosofica che letteraria, è che è anch’essa un segno della decadenza intellettuale dei nostri tempi: il postmodernismo.

Con il termine "postmodernismo" si intende definire quella corrente che prende spunto dalla teorizzazione - avvenuta dapprima in ambiti apparentemente eterogenei da quello filosofico (in realtà, in una cultura tutto è conseguenza di tutto) quali l’architettura e la pittura - della avvenuta fine del progetto della modernità: contro la ragione fondazionalistica della metafisica, è necessario affermare la pluralità di campi del sapere, tra loro eterogenei. Non è più possibile attraversare la molteplicità dell’esperienza contemporanea, armati della illusoria chimera di ricondurre il particolare all’universale, l’effetto alla causa. Il mondo dell’era globale si presenta diversificato, frantumato, molteplice, conflittuale e non è più possibile prescindere da un modello di razionalità pluralistico e non unitario, e non è più il caso di ignorare il carattere positivo della molteplicità, in luogo dei vecchi lumi. È necessario teorizzare pratiche culturali di rottura del paradigma unitario, è indispensabile frammentare, regionalizzare, decanonizzare, i vecchi canoni, in nome di un ibridamento e di una contaminazione delle culture.

Il teorico principale del postmoderno è stato Jean_Francois Lyotard il quale ha descritto questo avvenuto cambiamento di paradigma, nel suo libro più pubblicizzato, La condizione postmoderna, al quale deve molto della sua fama. Il postmoderno si è presto esaurito in Europa, ma ha trovato terreno fertile al di là dell’Atlantico, per via del fatto che la filosofia "professionale" per gli americani è sempre stata quella analitica, mentre il postmoderno, il decostruzionismo, e parte della filosofia continentale sono andate a confluire nei dipartimenti di critica letteraria, essendo ritenute, a torto, meno rigorose di quella di matrice anglosassone. Il principale teorico del postmodernismo in America è Fredric Jameson: egli sa tutto sulla sua corrente, sul postmoderno, ma poi probabilmente non ha neppure letto tutte le opere di Platone: in una parola è un buon opinionista, ma gli mancano le basi per poter essere un autentico uomo di cultura (almeno, per come intendiamo il significato del termine in Europa).

La considerazione più rilevante da sottolineare è che di per sé la contaminazione dei campi del sapere non può essere considerata un male (un tempo lo si chiamava eclettismo, e d’altronde - a voler essere onesti fino in fondo - anche questo scritto che parla sia di Guénon e Heidegger che della letteratura Pulp, rispetto ai canoni della filosofia di inizio secolo, potrebbe essere etichettato come "postmoderno"!), perché è comunque un tentativo, preso atto della fine del sapere per eccellenza - della metafisica - di oltrepassare forzando, i vecchi " compartimenti stagno" accademici, che separavano artificiosamente discipline che avrebbero dovuto essere tra di loro connesse gerarchicamente e subordinate alla conoscenza dei principi primi. Il problema è che relativizzando tutto si annulla qualsiasi distanza, qualunque assiologia o parametro di giudizio: nel postmoderno è cultura Zucchero come lo è Mozart o Beethoven, leggere Giobbe Covatta equivale a leggere Borges. Ecco perché il termine postmoderno più che indicare una corrente filosofica o letteraria, designa uno stato mentale nazional-popolare, il quale equiparando i dotti al volgo, inconsciamente afferma che la cultura è costruita sul nulla. E si noti che quando facciamo uso di termini come "volgo" non è nostra intenzione designare una condizione economica disagiata, ma solo uno stato spirituale-intellettuale: si può essere colti, anche senza possedere rendite o beni al sole.

Mentre comunque il postmodernismo (come corrente culturale) trovava una sua ragione d’essere oltre Oceano, dove si incontrava con la tradizione pragmatica americana, e finiva almeno per essere utile alle ultime generazioni yankee parlando di semantica, di retorica o di semiotica, in Francia esso si stemperava sempre di più, banalizzandosi, involgarendosi, contribuendo così alla formazione intellettuale dei cosiddetti nouveaux philosophes.

Chi sono i cosiddetti "nuovi filosofi" francesi? Di solito, in Francia, con questo termine si usa indicare due idealtipi che incarnano bene il carattere di innovazione e profonda cesura con la tradizione filosofica, che la definizione sembra indicare. Si tratta del modello dell’intellettuale engagé, gauchista, radicale o anarcoide, pur tuttavia disorganico rispetto a qualsiasi partito, che alimenta il mito della rivolta per la rivolta, il cui campione è Andrè Glucksmann: Dall’altro lato abbiamo il filosofo-giornalista, modello, attore, con consorte attrice o modella al seguito: Bernhard-Henri Lèvy. Da una parte il falso sovversivo, ormai perfettamente integrato nel sistema che dice di voler cambiare o quantomeno ammorbidire con le sue idee, dall’altra uno che non ha la minima pretesa di voler cambiare qualcosa, tanto si trova a proprio agio nell’establishment. In comune c’è una pochezza di pensiero e di critica davvero sbalorditiva. Nel I padroni del pensiero, Glucksmann arriva alla strabiliante conclusione che la destra non ha il monopolio del male. Anche la sinistra marxista, o meglio maoista, è rea di gravi repressioni e limitazioni della libertà individuale, quindi, per Glucksmann, il Lager equivale al Gulag La lettura dei testi di Hegel, Marx e Nietzsche è foriera di illiberalità e totalitarismo (dopo tutto il lavoro di denazificazione dell’opera di Nietzsche, compiuto in Francia ed in Italia, arriva Glucksmann a riproporci le tesi di Baü mler!). Nemmeno uno studente liceale avrebbe potuto essere così retorico, barocco e banale. Glucksmann aveva bisogno di aspettare il 1977, data di uscita del suo libro, per capire che cos’era davvero il comunismo? Budapest e Praga non gli avevano suggerito nulla?

L’altro "nuovo filosofo" Bernhard-Henri Lèvy, il cui slogan, pressappoco negli stessi anni, era <<Il marxismo è morto>>, aveva ed ha un’immagine più da rockstar che da pensatore, rappresenta una nuova icona della decadenza culturale dei nostri tempi: l’intellettuale narciso e patinato. Nel suo libro, Le avventure della libertà, egli non sostiene nessuna tesi e non propone alcuna parvenza di teoria: piuttosto ci propina una sorta di memoriale a paragrafi in cui rammenta tutte le figure di maggior spicco della cultura francese degli anni sessanta. Lévy è quindi un giornalista, non un filosofo, a meno che lo spirito di questa nouvelle philosophie consista unicamente nel fare dei memoriali o dei diari del proprio vissuto. Quindi né Glucksmann, né tantomeno Lèvy possono vantare il titolo di intellettuali, men che mai quello di filosofi.

Concludiamo questo breve excursus sui mali culturali dei nostri tempi, ribadendo quella che è stata un po’ la nostra tesi, è cioè che sia possibile ampliare la cesura, ed il rimpianto, tra la perduta sapienza della conoscenza sacra ed esoterica - la metafisica come la pensava Guénon - e la cultura profana, nella consapevolezza che il processo epocale di degenerescenza intellettuale va ben oltre e oltrepassa quello teorizzato da Guénon o da Heidegger. Si può benissimo, cioè, rimpiangere la cultura umanistica in quanto tale, anche se "profana" e meramente erudita, di fronte al minimalismo, al Pulp, al postmodernismo, e alla "nuova filosofia" francese. Insomma, al peggio non c’è mai fine, e se gli esoteristi rimpiangono le dottrine segrete perdute, noi le rimpiangiamo con loro, ma abbiamo nostalgia anche dell’erudizione umanistica, pur continuando a considerarla senz’altro inferiore alla sapienza esoterica.

Alla fine del millennio abbiamo proprio perduto tutto, sapienza ed erudizione, e siccome abbiamo dei dubbi sulla rinascita spirituale nel nostro mondo tecnocratico,ci sembra importante avanzare l’invito di ritornare genericamente alla vecchia cultura umanistica - un <<ritorno a Dante e a Shakespeare>>, potremmo dire - anche perché non nutriamo alcuna fiducia sui sedicenti studiosi di esoterismo contemporanei. In mancanza di letture "rivelatrici" è senz’altro preferibile fare letture di "qualità", anche se "profane" e meramente "umanistiche".

 

BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE

Heidegger, Nietzsche - Adelphi

Heidegger, La dottrina platonica della verità, in Segnavia - Adelphi

Carnap, Superamento della metafisica in Sintassi logica del linguaggio - Silva, Milano

Guénon, La metafisica orientale - all’Insegna del Veltro

Guénon, La crisi del mondo moderno - ed. Mediterranée

Derrida, La farmacia di Platone - Jaca Books

Montaigne, Saggi,- Mondadori

Bradbury, Fahrenheit 451- Mondadori

Radnitzky, La svolta relativistica nell’epistemologia contemporanea - Einaudi

Nicolis , Prigogine, La complessità - Einaudi

Lacan, Écrits - Einaudi

De Saussure, Corso di linguistica generale - Laterza

Lévi-Strauss, Le strutture elementari della parentela - Il Saggiatore

Foucault, Le parole e le cose - Rizzoli

Foucault, Storia della sessualità - Feltrinelli

Joyce, Ulisse - Mondadori

Joyce, Finnegans Wake - Mondadori

Beckett, Aspettando Godot - Einaudi

Aristotele, Metafisica - Utet

Hegel, Scienza della logica - Utet

Adorno, Dialettica negativa - Einaudi

Deleuze, Nietzsche e la filosofia - Utet

Pagnini, Il Romanticismo, Il Mulino

Blake, Visioni, Mondadori

B.E.Ellis, American Psycho - Mondadori

Lyotard, La condizione postmoderna - Feltrinelli

D’Agostini, Analitici e continentali - Raffaello Cortina editore

Borradori, Conversazioni americane - Laterza

Rorty, La filosofia oggi in America - Feltrinelli

Glucksmann, I padroni del pensiero - Garzanti

Bernhard-Henri Lèvy, Le avventure della libertà.- Mondadori

Zolla, Uscite dal mondo - Adelphi