TAVERNA - FRAMMENTI STORICI
di
Prof. Giovanni Canino(da
Tavernarte a cura dell'Amministrazione Comunale)
Taverna, detta anticamente Trischene, ha origini leggendarie; notizie desunte da due Cronache, riferiscono, infatti, che tre sorelle di Priamo, scampate alla rovina di Troia, approdarono ad Uria, nei pressi di Sellia Marina ed ivi edificarono tre tabernacoli (Treis Schenè). Origini lontane, ma certamente greche, comprovate dal ritrovamento di scheletri putrificati ed oggetti loro posti accanto, di monete con sul dritto due o tre tabernacoli e sul rovescio il Minotauro.
Con l'affermarsi delle città Magno-Greche nei secoli VIII-VII, una parte del territorio di Trischene passò sotto le dipendenze di Crotone e, nonostante i tentativi di riappropriazione del territorio, nel 510 a.C. dovette riconoscere l'egemonia della città di Pitagora ed accettare la conseguente definitiva riduzione dei confini territoriali da Uria al Corace. Nel corso della grande espansione romana, per sfuggire alle minacce dei Bruzi e dei Cartaginesi, si pose sotto il protettorato di Roma, fino a divenirne una colonia, senza però mai assurgere al rango di "Municipium".
Trischene, alla caduta dell'Impero Romano, dopo aver diviso la soggezione all'Impero Greco, a cui rimase fedele tanto che ottenne un diploma di privilegi da Eraclio il 9 marzo 639, subì lutti e rovine prima ad opera dei Saraceni di Sicilia (852 d.C.) e poi degli Arabi (924 d.C.), a causa anche della debolezza e dei dissidi interni provocati da due fazioni civili opposte. Entrambe non raggiunsero accordo alcuno sul governo della città, per cui, di fronte ad una ulteriore incursione dei Saraceni il ramo greco fu costretto a rifugiarsi sul monte Panormite (Taverna Vecchia) mentre quello latino scelse il monte Selion (Sellia Superiore). Il trasferimento non produsse, però, gli effetti sperati, tanto che l'accentuarsi di nuovi contrasti comportò la richiesta di aiuto a Tuscanio Lusignanna del Crotonese, che, presa la città nel 1055, stipulò un accordo con i Mannilios, tradendo il Partito Popolare, al quale non rimase altro che rivolgersi a Roberto il Guiscardo, giunto allora in Calabria. Il Re, sposata la causa popolare, come era nello stile della stirpe Normanna, conquistò Taverna, dandola al nipote Baiolardo. Questi, dopo avere imposto ai più sediziosi lo spostamento nei villaggi viciniori, provvide alla ricostruzione del sistema difensivo della zona e forse allora, nel 1064 circa, sorse a guardia delle pendici silane, tra l'Alli e il Litrello, il "Torrazzo". Tra le mura di esso, uniche testimonianze di un passato, si rinchiuse la Contessa Clemenza di Catanzaro, convinta dell'inespugnabilità e del sostegno popolare. Nel 1162 Guglielmo I il Malo, portatosi a Taverna, mise il castello a sacco "in turpe e miserabil modo", arrestò Clemenza e spense nel sangue l'eroismo dei suoi sostenitori che non perdoneranno al sangue normanno. Nel 1194, infatti, insorta la guerra tra Tancredi D'Altavilla e Enrico VI di Svevia, Taverna che aveva mandato a quest'ultimo armi ed esperti, fu ricostruita, ma si avviava al declino, tanto che la sua esistenza fu sempre più legata alla contea di Catanzaro, di cui fu una baronia. Soggetta alla dominazione Angioina e appannaggio della casa Durazzo, nel 1424 appartenne a Cubelia Ruffo, che, fortificatasi nel castello di Baiolardo, fu fatta prigioniera da Francesco Sforza nel 1426. A metà circa del XV sec., Taverna, dopo una sequenza di vicende alterne che, avevano provato i cittadini, rinacque non solo per lo spostamento dalla Valle Grande a Bompignano, ma soprattutto perché fu annoverata tra le 102 città delle 1150 abitate nel Regno di Napoli, a cui Alfonso d'Aragona concesse la demanialità nel corso dei parlamento tenuto a Napoli nel febbraio del 1443. La città conserverà il carattere demaniale fino al 1630, quando sotto Filippo IV fu venduta al Principe Ettore Ravarieschi, che la rese di nuovo libera, appena ricevuto il riscatto. Per tutto il sec. XVI Taverna fu centro di cultura, culla e sede "di nobili et litterati huomini in ogni facultà et massimamente nelle leggi canoniche et civili, oltre quelli che vi si veggono assai ornati di lettere greche et latine", così scriveva F. Leandro Alberti, bolognese, nel 1516. Ed altrettanto intensa fu la vita religiosa; dalla Relazione ad Limina del Vescovo di Catanzaro, Nicolò Orazi, del 1582 infatti, Taverna contava cinque chiese parrocchiali, tre chiese filiali, tre confraternite laicali (Sacramento, Carmine e Rosario) e cinque conventi, che, col tempo, avranno subito gli effetti conseguenti ai provvedimenti adottati dalla Cassa Sacra, istituita dai Borboni, dopo il terremoto del 1783. Nel sec. XVII, invece, cominciò il decadimento di Taverna, come ogni possedimento Spagnolo; ad esso contribuì il pagamento al Ravarieschi e soprattutto la persistente litigiosità tra nobiltà, di cui esisteva un Sedile, clero e congreghe. Nonostante tutto, non rimase estranea al divenire storico: nel 1799, al tempo della Repubblica Partenopea, prese parte ai rivolgimenti politici, attirando i risentimenti e la reazione dei Ruffo; in epoca Risorgimentale partecipò al fermento per quell'alone di liberalismo diffuso in Europa, di cui sono testimonianza i processi a carico di cittadini tavernesi.