DALLA NATIVA TAVERNA
VERSO NUOVI ORIZZONTI
di
Santino Vitelli(da "Mattia Preti" a cura di Erminia Corace - Fratelli Palombi Editore)
Venne adunque alla luce nella città di Taverna della Provincia di Calabria Ultra a 24 febbraio dell'anno 1613 e fu a 26 battezzato nella Parrocchial, Chiesa di San Martino.
Così scrive, presentando la nascita di Mattia, De Dominici, il più importante biografo di Preti.
Taverna era allora un centro fiorente di studi, seppur chiusa nella turris eburnea costituita dai pochi intellettuali appartenenti alle famiglie di nobili e di "onorati".
Le famiglie dei contadini e degli artigiani (si lavorava la cosiddetta "seta di Taverna", a grande aspo, si allevava quindi il baco, si lavoravano il legno e i minerali), anche se legate ad una sudditanza di lavoro, e quindi economica nei confronti di quelle possidenti, almeno non ne subivano l'oppressione. L'universitas infatti godeva di privilegio demaniale e tanti pedaggi e corvées feudali erano evitati. Anche quando per due volte fu venduta, Taverna affrontò ogni sacrificio e compì ogni sforzo per ritornare alla condizione originaria, riuscendovi, perché la sua storia ed i suoi abitanti non consentivano che si cadesse nell'oscurantismo e nella schiavitù feudali: l'anelito alla libertà ed alla civiltà era ed è sempre grande.
Ciò nonostante, quelle stesse famiglie erano in lotta con una miseria indicibile, erano succubi della mentalità feudale imperante, frustrate per una sottomissione psicologica ed umana alienante, perché non c'era mai pari dignità e tutto ciò che si aveva non era un diritto conquistato, ma una benevola concessione.
Doveva essere motivo di ansia giornaliera per il genitore pensare come riuscire a concludere una giornata senza dover preoccuparsi di assicurare il necessario ai propri figli; perché i figli nelle case del Sud erano tanti, e su di essi era riposta la speranza futura. Da piccoli costituivano un enorme problema ed un peso insopportabile, da grandi (almeno questa illusione aiutava a vivere) avrebbero contribuito a migliorare le condizioni di vita familiare. E la famiglia era organizzata in modo patriarcale, dove la figura dell'uomo incarnava caratteristiche di forza, sicurezza, lavoro, guadagno, giusta amministrazione, e di saggezza.
Il clero, costituito più da don Abbondio che da padri Cristoforo, era alleato inscindibile della classe dominante, molto tralasciando del Vangelo e molto, invece, usufruendo dei compromessi, dei privilegi, del potere.
Siamo abituati a considerare i conventi, i cenobi e le confraternite come luoghi di preghiera, di bontà, di altruismo, di rifugio caritatevole, di conforto, di aiuto, pregi che isolatamente certo non mancavano, ma siamo stati educati a ignorare quanti drammi, tragedie, violenze ed intrighi si sono consumati in essi.
Ci sono stati - è vero - i "chiamati,> da Dio dediti ad una vita, scelta per convinzione, per così dire francescana; ma ci sono state chissà quante monache di Monza, torturate nella volontà e nei sentimenti, vittime forzate di una società e di una mentalità tipicamente seicentesca.
Ed il diritto era generalmente interpretato ed applicato a favore di chi aveva più forza nella gerarchia sociale.
Pochi, veramente pochi, nella nostra terra, avevano sentito e carpito l'alito dissacrante e rinnovatore della Riforma; molti invece accettavano lo spirito dogmatico della Controriforma perché vi ritrovavano, canonizzati, riti e comportamenti che rendevano più docile il popolo, a tutto vantaggio della classe dominante.
In questo ambiente cresceva Mattia.
Anche egli viveva in una famiglia numerosa (tre figli e tre figlie), subendone probabilmente i disagi, ma non gli stenti: infatti il suo casato aveva rapporti privilegiati con il clero, ad un esponente del quale don Cesare, il padre, si rivolse per l'istruzione ed educazione del figlio.
Era costui il curato Marcello Anania, un fedelissimo tridentino, si deve dedurre, se successivamente diventerà vescovo di Sutri e Nepi. Non sarebbe a ciò bastata l'influenza di Mattia, se il reverendo non si fosse dimostrato fedele esecutore della restaurazione. Nella biblioteca della Canonica dovevano esserci libri controriformati. Constata il Frangipane che "l'educazione di casa Anania [ ... ] doveva necessariamente risentire di quella cultura cattolica, zelatrice della Controriforma e di quelle speculazioni spiritualistiche, per cui già si era fatto tanto conoscere [ ... ] Gian Lorenzo, autore della Universal Fabbrica del mondo e degli opuscoli su la natura dei Demoni e su l'esame degli spiriti infernali dei quali gli Anania discorrevano [ ... ] con una certa familiarità. Gli echi di quelle discussioni ed il fanatismo ed i terrori spiritualistici dell'ambiente in cui si era educato, dovettero agire sul carattere di Mattia".
Indubbiamente in quanto affermato c'è tanta verità, ma il carattere e la personalità di Preti, come si comprende dalle pagine di De Dominici, non potevano accettare fanatismi e fantasmi privi di realtà intrinseca e di substantia. Aggiungerei che avrà accettato volentieri gli insegnamenti della "nuova" chiesa (riforma dei costumi e della disciplina); ma sicuramente ne sarà rimasto deluso quando ne avvertì il vuoto e la prosaicità, quando capì che il vizio non scompariva, ma veniva nascosto per soffocare lo scandalo.
E quando infine comprese che si concretizzava il "si non caste, tamen caute", allora Mattia si dovette rendere conto che al vecchio cinismo si era sostituita la nuova ipocrisia.
I canti e le processioni, le poesie sacre e gli oratori erano espressioni di un mondo senza substrato: questo rifiuto del superficiale e la ricerca della vera essenza affioreranno nella sua opera pittorica. Non che Preti, in questa sua formazione, rifiutasse la religione e l'autorità infallibile della Chiesa nelle questioni teologiche, ma pare sentisse un certo anelito verso la libertà di pensare, di esaminare criticamente, di esprimere un linguaggio personale, pittorico in questo caso. Insomma credeva non secondo il "credo quia absurdum", ma perché intimamente convinto della divinità, più vicina a quella bruniana e campanelliana, penso, che a quella del "mea culpa" ripetitivo ed esteriore; in lui la fede non poteva essere imposta, ma diventava viva solo perché era interiormente e drammaticamente vissuta.
Con questa formazione appena accennata, ma già abbastanza circostanziata, Mattia si recava a Roma dove già operava il fratello Gregorio.
C'è da domandarsi il motivo per cui alcuni giovani cercassero nuovi orizzonti, mentre la maggior parte amava restare in loco e continuare le orme tracciate dai membri della famiglia. Non sappiamo se in casa Preti il pater familias avesse posto condizioni all'allontanamento da Taverna dei figli; tuttavia abbiamo notizia che in quel periodo a Roma c'erano altre persone tavernesi; così come successivamente ce ne saranno a Napoli.
Chi aveva sete di conoscenza, forse avvertiva i limiti angusti del proprio ambiente e cercava nuovi e grandi spazi culturali dove poter realizzare le proprie ambizioni ed esprimere il proprio messaggio.
Se si fermò a Napoli o si diresse subito a Roma, non sappiamo; è certo che a Roma studiò Raffaello e Michelangelo, ebbe contatti con il Domenichino e con il Cozza (pittore calabrese di Stilo); ma l'impatto violento avvenne con le opere di Caravaggio.
Conobbe e frequentò i mecenati romani con i quali ebbe rapporti di amicizia e non di adulazione. Intraprese viaggi per il nord d'Italia e forse andò all'estero. Bologna e Venezia, di nuovo Bologna e poi Cento, Parma, Modena, Lombardia e Liguria, sono le tappe più importanti della sua formazione pittorica. Si ha notizia di soggiorni a Parigi, ad Anversa, in Spagna, ma le notizie sono dubbie e frammentarie. Fu un decennio (1630-1640) di preparazione intensa che lo porterà ad esprimersi in modo originale.
Ritornando a Roma, la sua formazione umana e Pittorica raggiunse livelli profondi e drammatici.
Il 9 marzo 1650 Mattia conobbe personalmente Velázquez in occasione dell'entrata di entrambi nella Congregazione dei Virtuosi al Pantheon, di cui faceva già parte il fratello Gregorio.
Era un mondo ricco di fermenti, di attività e di stimoli che non potevano lasciare insensibile una grande anima votata all'arte come quella di Preti; e certamente aveva anche avvertito il messaggio spirituale di Giordano Bruno.
Ed è proprio vicino al luogo del martirio di quest'ultimo, a Sant'Andrea della Valle che Mattia affrescherà il coro con soluzioni non ancora felici, anche se si intravedono i motivi caratteristici della futura maturazione pretiana. E' qui che il Nostro, pur restando avvinto nell'interno di una divinità arcaica, solenne, giustiziera e misericordiosa, supera l'ipocrisia ed il dogma della Controriforma e si avvia a <<vedere" un'umanità che aspira a liberarsi dall'immoralità, a raggiungere la libertà della coscienza e a dare un senso nuovo e reale alla vita. Al primo impatto avrà avvertito una tremenda antinomia tra la reazione bruniana al soprannaturale e la sua educazione religiosa, permeata solamente dal Dio trascendente. Ma a ben guardare si scorgeva un sentimento religioso che era quello dell'infinito e del divino, in cui la materia non è più opposta allo spirito e scomunicata, ma è fatta divina ed è concepita come finito o concreto che realizza l'infinito: è il dio vivente, e conoscibile che succede al dio astratto e solitario.
Il Cristo fulminante, rude e severo, naturale ed umano, e la Madonna del Rosario, umile e popolana, facilmente accostabili e conoscibili entrambi, storia umana che si realizza con e nel divino, mi sembrano estrinsecare una concezione, integrata e rigenerata di un dramma (squisitamente pretiano) che, con il trascorrere del tempo, diventa più pressante e partecipato, riscontrabile nella sofferenza, nel dolore e nel calvario della <<lacrimarum vallis". Là c'è il filosofo, qua l'artista.
Roma aveva bruciato Bruno, Parigi Vanini, ed entrambi erano stati detti senza-Dio. Eppure Dio, visibile e conoscibile, eterno ed infinito, non era stato mai cosa tanto seria come nel loro petto.
Tanto fermento artistico e religioso non poteva passare inosservato nella cultura romana del tempo. Così come non rimase inascoltato il messaggio di Campanella che desiderava l'attuazione del divino sulla terra, il regno di Dio invocato nel Pater Noster. In tale aspirazione sono componenti essenziali la fede, l'estasi, l'intuito. Qua si riscontra il neocattolicesimo, il vissuto e tormentato cattolicesimo di Preti. Ma è un cattolicesimo lontano dai rimpianti della perduta età dell'oro; che non si realizza in ipotetiche città del sole o in remoti tempi evangelici; Preti, in questo, evidenzia tutta la sua modernità perché cerca una palingenesi nell'interiorità umana che è affermazione drammatica del divino umanizzato. Ed è conseguenza di questa visione la richiesta di ammissione all'Ordine dei Cavalieri di San Giovanni; un desiderio che divenne realtà il 13 aprile 1661. Oltre al fatto esteriore, l'ammissione appagava una sua profonda esigenza interiore. Non erano soltanto l'onorificenza ed il titolo che lo interessavano, quanto, a giudicare da ciò che riferisce De Dominici e dall'epitaffio inciso sulla sua tomba (Erogavit in pauperes), le finalità che l'Ordine perseguiva e che già, in modo tutto proprio, facevano parte della sua Weltanschauung.
Egli sentiva come proprie le due norme fondamentali del Cavalierato: l'"obsequium pauperum" e la <<tuitio fidei". Abbiamo notizie di come "vivesse" interiormente il problema dei derelitti e della "sua" fede.
Non per nulla mentre Keplero e Galileo esplorano le profondità dell'universo fisico e delle sue leggi, mentre Caravaggio e Rembrandt esplorano, nell'ambito del problema pittorico della luce, una legge ordinativa dei fenomeni psicologici, Preti, sempre in questo ambito, scruta psicologicamente nell'animo la tristezza e l'angoscia, l'emozione ed il dolore.
Lo sgomento terrificante ed indescrivibile degli appestati è uno scrutare nelle segrete cure dell'animo umano. Sembra rivivere, ma con visione nuova e significatamente diversa, la tragedia del Giudizio Universale michelangiolesco, dove il dannato estrinseca tutto il tormento attraverso espressioni che lasciano il segno. Ma se in Michelangelo, Minosse, Caronte o i Dannati evocano pietà timore, nel Preti gli appestati ispirano comprensione e partecipazione; se nel primo c'è commozione e terrore, nel Nostro c'è pathos, direi naturalistico, e compenetrazione. Là c'è la teleologia, qui l'immanentismo. Vorrei dire che Buonarroti opera positivamente, in senso classico e neoplatonico, Preti negativamente, in senso scientifico e barocco.
Questo negativo va inteso sì come negazione di riscoperta di canoni classici, ma soprattutto come negazione della negazione, in quanto il cosiddetto "brutto>> che è il negativo viene negato di essere negativo perché solo esso esprime il "vero" e permette all'artista di essere libero dinanzi alla finzione della vita. Ed il vero è, sulle tele, la violenza vitale del "brutto" espressivo. Nei quadri pretiani non c'è più somiglianza con archetipi ma ci sono persone vere e sanguigne che palpitano e soffrono. Da qui la sua straordinaria modernità, perché indaga nel reale ed abbraccia la morte, le epidemie, il negativo.
E' questa la realtà: Preti, come i "realisti" tutti della sua epoca, non si riferisce a "segni" ideali, ma cerca di indagare nei. apporti tra i "segni". In essi scopre un intimo soffrire. Questo intimo soffrire e ritrovarsi, questa realizzazione del divino nell'uomo per rigenerarsi è il messaggio poetico suo che si stempera e si innalza nell'arte.
La concezione pretiana non è sistematica, come del resto in ogni artista; ma essa si ritrova trasfigurata in un mondo superiore dove la dottrina scompare e la poesia domina sovrana.
Questa dote è dei grandi.
E la sua arte è il messaggio del genio, è la testimonianza di una creazione che a pochi riesce, è il suo "monumentum aere perennius".