Una ricognizione necessaria suffragata da studi specifici sull'artista

Il debito per Mattia Preti, ieri e oggi

Può apparire strano che ad un artista tra i più prolifici e longevi del Seicento italiano non erano state dedicate né mostre né monografie sistematiche. A ben pensare, sono proprio "primati" incontestabili di Mattia Preti, la lunga carriera e la estrema ricchezza della sua produzione, ad avere probabilmente dissuaso da un'opera cosi ardua, per giunta non suffragata da un numero sufficiente di documenti.

L’occasione del terzo centenario della morte, avvenuta a Malta il 3 gennaio 1699, ha riproposto l'esigenza di colmare questa lacuna e saldare per così dire, un debito non più motivabile. La ricognizione ha avuto inizio in primavera con la mostra napoletana, al Museo di Capodimonte, seguita da quella che si apre in questi giorni a Catanzaro e dalle iniziative promosse a Rende e Taverna, accompagnate da una fitta serie di iniziative editoriali, su tutte la monografia sull'opera completa cui John Spike ha lavorato da tempo

A preparare il terreno, difatti, era già venuta a maturazione, negli ultimi decenni una fitta serie di studi specifici e, ritrovamenti documentari, sulla scorta dei quali è oggi possibile costruire con indizi meno improbabili la biografia dell'artista, rimasta a lungo affidata agli aneddoti suggestivi ma poco verificabili di un estimatore del maestro, Bernardo De Dominici, le cui Vite dei Pittori, Scultori e Architetti Napoletani costituiscono pur sempre, dalla metà del Settecento, una fonte di primo rilievo per la storiografia artistica.

La ricca serie, di manifestazioni concepite in occasione del terzo centenario prova a ripercorrere la trama di nuove acquisizioni, il fitto percorso di indagini che ne è scaturito, per fare luce finalmente su un aspetto cruciale della cultura barocca europea.

Preti, in realtà, nasce ai margini della scena europea, in un piccolo centro del Viceregno, Taverna, oggi impegnato, in una costante e meritoria opera di promozione e valorizzazione dell'illustre cittadino.

Da qui si sposta presto per raggiungere Roma, poi l'Emilia, Napoli, fino ad approdare a Malta, dove, com'è noto, lavorerà per quasi quarant'anni, perseguendo con tenacia l'obbiettivo di un riconoscimento non soltanto sul piano artistico, ma anche su quello sociale.

La mostra napoletana ha raccolto gli esemplari più significativi della produzione del maestro: dalle opere del suo primo esordio romano, fortemente legate alla impronta caravaggesca, a quelle nelle quali i suoi orizzonti culturali vengono ad ampliarsi verso i fermenti culturali più vivaci della Roma post anni trenta, nonché verso la cultura emiliana -Guercino, Lanfranco, Domenichino - e veneta, Veronese in particolare, fino alla attività risalente agli anni napoletani e, in seguito, al lungo soggiorno maltese, con dipinti provenienti da importanti collezioni pubbliche e private.

Dal 1653 Preti si trasferisce a Napoli. In circa otto anni di intensa attività, la sua attitudine peculiare di conciliare la vena naturalistica, particolarmente avvertita in una città che aveva appena tributato onori al "tremendo impasto" di Jusepe de Ribera, con il gusto per la "bella pittura", di sicuro effetto decorativo, sia di argomento religioso che profano, gli guadagna l'affermazione tanto ambita. Con grande mestiere e uno stile pienamente personale, rivisitando incessantemente il suo repertorio, conquista il favore dei committenti pubblici e privati, ottenendo alcune delle commissioni più prestigiose nella Napoli del tempo quali gli affreschi sulle porte cittadine o la decorazione del soffitto di San Pietro a Majella, senza mai smettere di rinnovare la sua fitta trama di relazioni, che lo porterà a stabilirsi poi definitivamente a Malta.

Da allora, per quasi quarant'anni ancora, egli prosegue il suo lavoro instancabile, consolidando rapporti e commissioni con la città natale, con Napoli, con la Sicilia, la Toscana, e mantenendo contatti che ne consolidano il prestigio, come testimonia il fitto epistolario con il ricco mecenate siciliano Antonio Ruffo, alla cui ricca collezione di dipinti Preti offre il contributo delle sue profonde competenze artistiche.

Per far fronte alle committenze che si moltiplicano, il maestro ricorre sempre più frequentemente ad aiuti, fino a dar vita ad una bottega operosa. La qualità della produzione, inevitabilmente, ne risente, anche per il progressivo attenuarsi della vena inventiva del caposcuola: gli ultimi decenni della sua attività hanno esiti prevalentemente di replica di temi di successo e formule sperimentate, la gran parte esercizi di una maniera paga degli esiti conseguiti.

Il corpus pretiano diventa letteralmente sterminato. Documenta per intero, come raramente è accaduto nella storia delle vicende artistiche, un secolo di grandi metamorfosi, con una rara capacità di assimilare le culture più diverse, di arricchire di una sua capacità inventiva di tutto rispetto, di continuare a ricercare nuove formule e soluzioni in una stretta connessione con l'evolversi della società civile e del gusto.

Direttore del Museo Nazionale di Capodimonte