In esposizione il "Cristo dinanzi a Pilato" eseguito per Urbano VIII

Quell’inedito dipinto per il Papa

La scoperta legata all’epistolario di Giulio Rospigliosi

LA CARENZA di notizie che ancora grava sugli esordi romani di Mattia Preti ha fatto sì che la storiografia del pittore, ampliatasi sensibilmente in questi ultimi anni fino alla recentissima mostra di Napoli, abbia trascurato i suoi rapporti con Giulio Rospigliosi, personaggio di primo piano nell'ambito dei collezionisti e "amateurs" della cerchia barberiniana. La cosa è tanto più rilevante in quanto De Dominici, biografo dalle notizie fantasiose e romanzate, ma spesso con un fondamento di verità, parla a lungo del legame tra Mattia e il Rospigliosi, individuando in quest’ultimo uno degli elementi trainanti degli esordi di Preti in ambito romano. Secondo il suo racconto, Giulio Rospigliosi avrebbe protetto Gregorio Preti, il meno dotato e più anziano fratello di Mattia, e all'arrivo del giovane pittore da Malta lo avrebbe accolto affettuosamente.

In segno di gratitudine l'artista gli avrebbe regalato un quadro con S. Pietro Liberato dall'Angelo, e l'opera avrebbe incontrato a tal punto l'apprezzamento del raffinato prelato che questi "stimò ben di presentare Mattia a Papa Urbano e a Donna Olimpia Aldobrandini ... ai quali presentò un quadro per ciascheduno... . Esprimevasi in quello presentato al papa Cristo condannato dallo ingiusto Pilato alla morte di Croce, ed in quello dato a Donna Olimpia una Penelope che distacca da sé i falsi amici di Ulisse". Uomo di corte e curia di grande caratura il pistoiese Giulio Rospigliosi, nato nel 1600, aveva studiato presso il Collegio Romano ricavandone una formazione retorica e letteraria che lasciò traccia consistente nella sua produzione di scrittore.

Laureatosi nel 1623 in filosofia sacra e in teologia a Pisa, egli torna a Roma nel 1624 per intraprendere la carriera ecclesiastica; la corte barberina gli apre grandi orizzonti per la graduale affermazione in ambito curiale che lo porterà a divenire nunzio apostolico in Spagna dal 1644 al 1653 e, successivamente con Alessandro VII Chigi, cardinale Segretario di Stato (1655) e pio pontefice con il nome di Clemente IX, dal 1667 al 1669. Le carriere di curia si fondavano - nella prima metà del'600 - sulla protezione e i buoni uffici di qualche personaggio illustre e potente. Giulio giovane e ambizioso, ma anche accorto e austero, entra nella "Famiglia" del cardinale Antonio Barberini senior, il severo cardinal di Sant'Onofrio fratello di Urbano VIII. Di qui egli saprebbe conquistarsi la fiducia dell'intero "entourage" dei Barberini, nel quale fu universalmente apprezzato non solo per le sue qualità di equilibrio politico e curiale, ma anche per le sue attitudini letterarie.

Dal 1632, Giulio scrive libretti per gli spettacoli del teatro Barberini: testi che venivano musicati e messi in scena con il concorso di gran parte degli artisti che gravitavano intorno al mondo barberiniano, da Pietro da Cortona (scene per il Sant'Alessio del 1632) a Camassei (L'Erminia sul Giordano del 1633) ad Andrea Sacchi (Il Palazzo Incantato del 1642). L’imponente epistolario di Rospigliosi diviso fra la Biblioteca Vaticana e la Biblioteca Fabroniana di Pistoia e che si estende dal 1630 fino alla vigilia del conclave da cui uscirà papa il 20 giugno 1667, ci permette una messa a fuoco straordinaria del personaggio, dei suoi legami familiari e di corte, dell’ascesa al potere e soprattutto dei suoi interessi costanti di collezionista, in rapporto all'acquisto di quadri che egli concludeva per arredare le residenze familiari a Pistoia e nel contado di quella città.

La sua predilezione per alcuni artisti francesi molto presenti nella corte barberina come Poussin e Dughet, verso i quali era condotto anche dal carattere austero e morale della sua indole e dal senso di una natura poetica e incolitaminata, rifugio dalle cure politiche mondane, è cosa nota e già autorevolmente sondata. Dalle letture di Giulio Rospigliosi al fratello Camillo, che viveva a Pistoia, emerge però un'attenzione precisa anche per altri pittori in auge alla corte barberina, come Pietro da Cortona, Guido Reni, Guercino, Andrea Sacchi, Romanelli, Camassei e gli oltremontani Louis Gentil, Pierre Le Maire, Juste de Papa, Mignard.

Senza contare l'attenzione costante verso alcuni artisti pistoiesi attivi a Roma sotto la sua protezione, come Giacinto Gimignani. Fra tutte queste presenze artistiche così ricorrenti nel carteggio di Giulio Rospigliosi, il nome di Mattia Preti, nonostante gli accenni del De Dominici, non compare mai. E tuttavia un dato incontrovertibile ci induce a pensare che le notizie fornite dal pur fantasioso storico abbiano un fondamento di verità. Egli racconta che, introdotto presso Urbano VIII da Rospigliesi (non ancora cardinale), Mattia dipinse per il papa un Cristo dinanzi a Piato, rimasto finora inedito,, che reca indubbi caratteri pretiani.

Il restauro, compiuto nel 1998 da Laura Ferretti, ha rimosso pesanti modifiche e ritocchi apportati, al quadro in un intervento degli anni '50 (fra cui un'aggiunta al fondo, ampliato in altezza), riportando in luce la stesura variegata del cielo e soprattutto la policromia originale con un tono generale blu e grigio argento, acceso da spillanti punti di luce sui visi e sul gruppo del Cristo.

La prevalenza dei bianchi argentei (sugli incarnati) e degli azzurri giustifica bene il riferimento a Guercino presente nel De Dominici, ma anche a Lanfranco, elemento del resto, frequente nella prima produzione del Preti. Ma lo storico parla di un Pilato dipinto da Mattia per Urbano VIII; il nostro quadro documentato dal 1708 nella collezione di Giovan Battista Rospigliosi, nipote di Giulio, potrebbe quindi essere una replica di quello fatto per il papa, donata a colui che era stato il tramite di una presentazione cosi importante. Né un quadro analogo risulta essere transitato per le collezioni Barberini: non è quindi escluso che De Dominici abbia equivocato, e sia proprio questo il dipinto che ebbe tanto successo da essere scambiato per un Guercino e che favorì l'inserimento del pittore presso la corte barberina. Non abbiamo dati certi a cui ancorare la datazione della tela, ma poiché la venuta di Mattia a Roma dovrebbe risalire al più tardi al 1636, anno in cui egli risiede nella parrocchia di San Biagio a Montecitorio, e poiché Giulio Rospigliosi è attivo e presente nell'entourage papale fino alla sua partenza per la nunziatura di Spagna nella primavera 1644, c'è da ritenere che il quadro sia stato realizzato tra la fine del quarto e gli inizi del quinto decennio del '600. Stilisticamente il Pilato Rospigliosi lega bene con le altre opere del primo tempo romano del pittore: così la Fuga da Troia, nella Galleria Nazionale d'Arte Antica riconosciuto da Longhi come capolavoro giovanile dell'artista, nel quale, uscito dai luoghi comuni della manfrediana methodus con scene di interno pittoresche desunte dalla vulgata caravaggesca, Preti tenta la pittura di storia in ambiente aperto e si dimostra sensibilizzato soprattutto dalla cultura dei maestri emiliani come Lanfranco, Reni, e Guercino (amatissimo dal Rospigliosi). Ne deriva in entrambi i dipinti una policromia livida e intensa con prevalenza di azzurri e toni argentei sugli incarnati insieme ad una attenzione costante e di sapore accademico alla volumetria dei corpi; infine, un gusto per il fare "a macchia" con luci contrastate che fa pensare anche alla lezione del Mola.

Del caravaggismo di genere rimane il taglio lungo e stretto, tipico di certe scene di interno (e che fu forse imposto dalla destinazione del quadro), l'attenzione per le figure caricate e pittoresche come avviene nei "manigoldi" di fondo, o nel magnifico armigero al centro, dal viso in ombra fra i bagliori dell'armatura. Nella figura di Cristo, Preti sembra memore del Gesù coronato di spine dipinto nel 1607 da Caravaggio (ora a Vienna) per Vincenzo Giustiniani e ne ricalca l'inclinazione dolorosa del busto, diluendone l'intensità drammatica in una dimensione di intensa malinconia. Né bisogna dimenticare che una bellissima derivazione del quadro caravaggesco fu elaborata da Valentin, altro punto di riferimento per i primi anni romani di Mattia Preti, nel Cristo coronato di spine oggi a Monaco. Nel Cristo dinanzi a Pilato, opera destinata al loro comune protettore, la collaborazione congiunta di Mattia e Gregorio Preti sembra più che verosimile (nella stesura del dipinto esistono alcune cadute qualitative indubbie), anche se il taglio generale della scena e soprattutto il bellissimo gruppo di destra si adeguano perfettamente ai modi del giovane Mattia. Quanto agli altri dipinti del pittore calabrese, conservati nella collezione Pallavicini, essi non sono da mettersi in rapporto con Giulio. Il nostro Pilato dovrebbe quindi essere l'unica traccia rimasta del rapporto diretto fra Giulio Rospigliosi e Mattia Preti, sviluppato nella seconda metà del quarto decennio del '600. L’importanza della commissione e la stessa qualità del dipinto, significante per i rapporti di Gregorio Preti che per le componenti culturali di Mattia nei suoi esordi romani, ne giustifica appieno la riscoperta.