Meditando sulla Pietra
di
Paolo CristianiLa storia dell’uomo è anche storia della pietra, e infatti la preistoria viene indicata come "età della pietra". I primi insediamenti umani permanenti furono nicchie, ripari sotto la roccia o caverne; i primi utensili e le prime armi furono forniti dalla pietra.
| Dalla pietra rozzamente scheggiata, alla quale veniva
spesso conferita la forma di mandorla (e si chiamò appunto amigdala),
l’uomo lentamente passa alla lavorazione della pietra mediante la
levigazione, fabbricando asce, coltelli e pugnali. Non abita più nelle
caverne ma in villaggi costruiti su palafitte, al margine di laghi o di
regioni inondate, per difendersi dalle fiere. Ma non abbandonerà mai la
pietra grezza e/o levigata. Le caverne servono infatti per inumarvi i
morti: essi spesso sono raccolti in quelle sepolture collettive che si
chiamano necropoli, costituite talora da grandi camere delimitate (121
lastroni di pietra disposti verticalmente e sormontate da una copertura di
lastroni orizzontali:sono i dolmen, le cui pietre sono grezze sulla
facciata esterna e levigate su quella interna. L'uomo edifica poi quelle
vere e proprie fortezze di pietra grezza che sono i nuraghi della
Sardegna, sorti almeno quindici secoli prima di Cristo, in piena età del
bronzo, quando ancora i colli di Roma erano brulli e deserti e l'acropoli
di Atene una cima di collina nuda e deserta. La pietra ha contrassegnato
sempre il cammino delle civiltà e ha trovato sempre in essa un mezzo di
espressione, assumendo di volta in volta peculiaritá non solo
etico-religiose ma anche artistiche.La dove qualche anno fa imperversavano
venti di guerra, si svolsero durante millenni alcune delle più famose
civiltà della storia: sumerica e babilonese, assira e caldea, partica e
araba, le quali tutte hanno lasciato tracce imponenti della loro civiltà,
attestate dalle rovine della preistorica Nippur, madre delle città sumere;
di Ur dei Caldei, la biblica città nativa di Abramo; di Babilonia e di
Ctesifonte dai ritrovamenti di Ninive e dai monumenti superstiti della
vecchia Baghdad, il cui "Museo delle Antichità dell'Iraq" raccoglie opere
d'arte e testimonianze di ogni genere dei seimila anni di storia del
paese.
E anche se queste civiltà hanno avuto minore influenza sulla nostra civiltà moderna, rispetto a quella ebraica e greco-romana, tuttavia esse restano a dimostrazione della capacitá umana di proporre un modello di civiltà attraverso l'affermazione di taluni dei valori più alti dell'uomo, come il diritto alla giustizia, all'ordine sociale, e un notevole gusto artistico. Tali valori queste civiltà espressero con la pietra, come la stele in pietra nera del codice di Hammurabi; o comunque con dei surrogati della pietra: i Sumeri ad esempio adoperarono come materiale da costruzione mattoni di argilla cotti al sole, poiché la natura alluvionale della pianura mesopotamica rendeva la regione priva di cave di pietra. Con questo materiale vennero edificate le ziqqurat, templi a pianta quadrata di ragguardevole altezza, la cui funzione era probabilmente di natura sacrale (la torre di Babele dovette essere una di queste ziqqurat, che per ragioni particolari che non conosciamo si volle più alta delle altre).
E come noti pensare, a proposito della pietra, alla splendida civiltà Inca, la civiltà senza scrittura, ma che con la pietra continua ancora a parlarci. Già la sua origine ci richiama alla pietra o, comunque, alla terra. Infatti le due più importanti leggende intorno agli Inca fanno capo alla leggenda del Lago Titicaca e a quella dei fratelli Ayar. Nella prima i figli del Sole, Manco Capac e Mama Ocllo, uscirono dal Lago Titicaca e, muniti di una verga d'oro, mossero a piedi in direzione nord-ovest per compiere la missione affidata loro dal padre, cioè fermarsi là dove la verga fosse penetrata nel terreno e lì fondarvi la capitale, che ebbe nome di Cuzco. (Tale mito, con tutto il simbolismo che ne deriva, ci fa pensare alla pietra cubica sormontata da una piramide, alla sommità della quale era infissa un'ascia, secondo, quanto troviamo in alcuni documenti massonici del XVIII secolo). L'altra leggenda racconta di quattro fratelli e delle rispettive consorti, provenienti da una caverna (ancora una volta l'origine è data dalla Pietra) dei monti Paucartampu, anch’essi in viaggio per l'edificazione di un regno. Ayar si sarebbe imposto sugli altri e avrebbe fondato Cuzco per volontà divina. La pietra sarà l'elemento fondamentale di questo popolo; pietra lavorata o tagliata in modo preciso come i blocchi delle poderose mura di Sacsahuaman, sovrapposti con tale precisione che neanche la lama di un coltello può penetrare nelle fessure, o la "pietra dei dodici angoli" inserita nella muraglia di Cuzco, o le pietre della suggestiva città morta di Machu Picchu. E come non pensare inoltre a Petra, la capitale del regno dei Nabatei, oggi uno dei centri turistici più importanti del regno di Giordania. Qualcosa di magico certamente apparve agli occhi del viaggiatore svizzero Johann Ludwig Burckhardt quando nella primavera del 1812, nell'aspra valle del Siq, vide sulle pareti della valle, scavate nella viva roccia, imponenti architetture frontali a lesene, timpani, semicolonne, portali, stipiti finemente lavorati, che si stagliavano per incanto in quel massiccio calcareo dello Higiaz in una stupenda varietà cromatica: dal giallo, all'ocra, al rosso vivo. In questa gola si era fermato Mosè in fuga dall'Egitto.
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Si edifica, dunque, e si scava; si costruisce "mettendo" e "togliendo". L'Apprendista batte tre colpi sulla pietra grezza, iniziando così il suo primo lavoro a "togliere", fino a quando, con fatica e pazienza, mussate tutte le asperità e le spigolosità, la pietra sarà diventata cubica ed egli, divenuto Compagno, può concorrere alla edificazione del Tempio. Ed ecco che ora le parole del Primo Sorvegliante ci ritornano nella mente più luminose e dense di significazioni: "edificare Templi alla Virtù, scavare oscure e profonde prigioni al Vizio. Un'antica sentenza aristotelica, ripresa dalla Scolastica, recitava che "nulla è nell'intelletto che prima non sia stato nei sensi". La pietra pertanto assumerà nei secoli sempre più connotazioni allegoriche e morali. Il segreto dei Templari era forse un segreto alchemico a loro derivato da Salomone che, secondo gli alchimisti, conosceva l'arte di trasmutare i metalli: essi perciò avrebbero appreso la composizione della pietra filosofale che trasformava in oro i metalli vili. Vale a dire, allegoricamente, che solo la saggezza poteva illuminare l'intelletto degli uomini ordinari (i metalli vili) intrisi delle superstizioni e delle paure di una Chiesa avida d'oro e che si arrogava li esclusività della scienza dell'anima. La pietra filosofale è dunque la massonica pietra cubica, ottenuta sgrossando e squadrando il nostro io avvolto di tenebre. Ma il legame dell'uomo la pietra è ancora più evidente nel mito. Deucalione e Pirra scampano al cataclisma scatenato da Giove e giungono su una piccola zattera in. vetta al Parnaso. Qui chiedono consiglio a Templari, dea della Giustizia. La risposta della dea è oscura: i due superstiti, col capo coperto e le vesti disciolte, dovranno gettare dietro le loro spalle le "ossa della grande madre". I due riflettono a lungo e alla fine capiscono che la dea non ha ordinato loro nulla di sacrilego e che le ossa della grande madre altro non sono che le pietre. Ed ecco il miracolo: le pietre gettate da Deucalione si trasformano in Uomini, quelle di Pirra in donne.
Il diluvio è un avvenimento, della protostoria dell'umanità, a cui si tende a dare credito anche in sede scientifica (l'origine dei mari sarebbe da connettersi con questo gigantesco fenomeno) e di cui si avverte l'eco delle culture d'Oriente (evidente il richiamo della leggenda biblica di Noè); ma nella trasfigurazione mitica a sfondo moralistico, che la tradizione posteriore vi ha sovrapposto, esso viene a simboleggiare l'ansia dell'umanità per una palingenesi morale e la paura di fronte al cieco scatenarsi degli elementi. Anche l'episodio delle pietre che si trasformano in uomini è un prestito fatto dall'Oriente alla cultura greca: il Battista, nella sua predicazione, dichiara che "Dio può suscitare dei figli ad Abramo anche da queste pietre", le pietre del deserto (Matteo III 9 e Luca III 8). La pietra è anche idea e ansia dell'Assoluto, e saldezza spirituale. Nel Deuteronomio (XXXII 4,15) leggiamo: "Egli (il Signore) è la Rocca, perfetto è il Suo operare" - "Jesuruin (Israele) è diventato grasso, ha ricalcitrato;ha abbandonato Iddio che l'ha fatto/ha disonorato la Rocca della sua salvezza". Nel Secondo Libro di Samuele, precisamente nel Cantico di Davide i riferimenti alla pietra sono ancora più incisivi e si sciolgono in forme liriche di rara bellezza: Il Signore è mia rocca/mia fortezza e mio liberatore/ è il mio Dio, mio rifugio in lui/mia rupe, mio scudo, mio uomo di salvezza,/mia cittadella e mio baluardo". Ma più ancora l'idea della stabilità è messa in luce nel celeberrimo) passo del Vangelo di S. Matteo, in cui S. Pietro è la pietra su cui Cristo edificherá la sua Chiesa. Il Massone con la pietra cubica edificherà il suo tempio, le cui colonne, Bohaz (la forza) e Jakin (la stabilitá), stanno ad indicare gli opposti-complementari, il Sole e la Luna, l'Oro e l'Argento, il Fuoco e l'Acqua, la Verticale e l'Orizzontale: la dialettica insomma della Vita senza la quale non v'è né generazione né equilibrio. Forse era questo il significato delle due torri ai lati della facciata delle cattedrali gotiche costruite dai maestri del Medioevo su commissione dei Templari.
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La pietra dunque, nella storia degli uomini ha avuto e continua ad avere non solo connotazioni simboliche ma anche divine. I Fenici ad esempio hanno spesso rappresentato le loro divinità con delle pietre, alle quali davano forme di colonne o di coni. E questo culto delle pietre divinizzate comune tra i Semiti, sussiste ancora tra gli Arabi nella venerazione della "pietra nera", chiusa accuratamente nella Kaaba, alla Mecca. Ma i riferimenti alla pietra potrebbero essere ancora assai numerosi e ognuno richiederebbe una meditazione a sé stante esoterica ed essoterica: dalla stele di Rosetta, che permise di decifrare la scrittura egiziana, alle tavole di pietra della legge mosaica; dalla pietra ove Abramo doveva sacrificare Isacco, all'ara ove gli Aztechi offrivano in olocausto al loro dio vittime umane strappandole il cuore; dall"'onfalos" marmoreo (l'ombelico del mondo) del santuario di Apollo a Delfi, ai bétili degli Arabi preislamici. Ogni tappa di civiltà Umana pertanto si riconosce dalla pietra e dalla tecnica della pietra, dalla caverna all'attuale cemento armato. Quest'ultimo, che è un prodotto dell'era moderna, sta sì a testimoniare le straordinarie capacità inventive dell'uomo, ma ci testimonia anche che la pietra, nel tempo, si è svilita, ha perso il suo valore originario, e questa nuova pietra artificiale, il cemento, è diventato opprimente tanto che - per dirla con Montale - "l'azzurro si mostra solo a pezzi, in alto, tra le cimase". La Massoneria perciò, nel suo simbolismo, recuperando il valore della pietra vuole costruire un uomo diverso, che sicuramente non arriverà alla perfezione ma ad essa tuttavia aspira nella sua ansia di ricerca; un uomo che sappia realizzare quelle virtù "che nel mondo profano sono considerate qualità rare" e che invece per noi Massoni sono soltanto "il compimento di un dovere gradito". Ugo Foscolo, che fu forse un nostro Fratello e ben sapeva per ciò la "virtù" della pietra, liricamente eternata nel suo Carme, meriterebbe in tal senso una lettura più adeguata di quella che tanta retorica scolastica gli ha dato. Egli infatti ci dice che l'uomo potrà sì assicurarsi oltre la morte una continuità mediante il sepolcro, ma se egli non saprà in sé rielaborarne il valore (che è poi quello della pietra), le "fredde ali" del Tempo porteranno via anche le tombe. Allo stesso modo, dell'ideale Tempio massonico non resterà nulla, o tuttalpiù un rudere senza vita, se il Fratello Massone non avrà fatto propri i simboli massonici, carpendone i valori spirituali e le significazioni allegoriche, a cominciare dalla pietra e dagli strumenti di lavoro ad essa connessi: il compasso, la squadra, il regolo, la livella, la cazzuola, il maglietto. Ma tutto ciò non potrà avvenire senza sacrificio e senza dolore, poiché la storia della pietra è anche storia del sacrificio e del dolore umano; e mi torna in mente a tal proposito una incisiva lirica di Ungaretti: "Come questa pietra/del S. Michele/ così fredda/così dura/così prosciugata/così refrattaria/così totalmente/disanimata//Come questa pietra/è il mio pianto/che non si vede/La morte/si sconta/vivendo". Storia del sacrificio e del dolore umano, quando la pietra si estrinseca come barriera inviolabile: dalle colonne d'Ercole al muro di Berlino, che è, il baluardo) di più fresca memoria. Il "folle volo" dell’Ulisse dantesco non è che il tentativo (fallito) di violare un limite imposto per acquisire una conoscenza più alta; e la simpatia di Dante per l'eroe greco è tutta riversata sul suo ultimo viaggio, che è "folle" non perché condannabile sul piano etico-religioso, ma solo per eccesso di temerarietà: la condanna infatti di Ulisse nell'Inferno è per il tradimento del cavallo e non per aver violato il limite segnato da Ercole. In questo pertanto si rivela essenzialmente la pre-massoneria di Dante, che scende nelle viscere della terra per trovare la "pietra nascosta", il "bene" (cfr. inferno canto I, vv.8-9).
Quali strumenti ha il Fratello Massone per abbattere queste "barriere" vale a dire per dissolvere queste tenebre di ignoranza che sovente offuscano la nostra mente? Già nel Gabinetto delle Riflessioni il Profano, prendendo contatto col simbolismo massonico, trova scritto sulle pareti la formula VITRIOL, cioè Visita Interiora Terrae Rectificando Invenies Occultum Lapidem; che non è un gratuito sfoggio di latino ma un richiamo ben preciso che l’Iniziando ancora non può comprendere in tutta la sua portata. Un richiamo che rifacendosi all'azione dissolvente del Vitriolo degli alchimisti, invita il Profano a visitare l'interno della terra, agendo rettamente, per trovare la pietra nascosta. La ricerca comincerà quando egli, nell'atto conclusivo della cerimonia d'iniziazione, batterà i primi tre colpi sulla Pietra Grezza, e gradualmente, nel suo lungo cammino di Massone, coglierà il significato sibillino della sentenza e riuscirà a intendere che saremo veramente "uomini liberi e di buoni costumi" quando avremo abbattuto tutte le "pietre grezze" dei muri di Berlino, per edificarne altre cubiche, ma di aria, e fulgenti di nuova luce intellettuale.
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