LUCIO L'ASINO E LA DIVINA ISIDE
ovvero
IL RAPIMENTO MISTICO Di APULEIO DI MANDURA
di
Antonio Mungo... Colui che vuol salire al "Santo" deve prima purificarsi, deporre le vesti che indossava e pervenire nudo là, dove l'anima redenta, allontanate le ombre fuggitive, diventa Idea e Ragione, del tutto incorporea e intellettuale e giunge ad un completo possesso del Dio, dal quale derivano la fonte della bellezza e tutti gli altri valori spirituali.
Chi fissa lo sguardo nella deità, nella quale c'è la summa di Bene e Bellezza, resta immobile in se stesso, offre tutto e non riceve nulla per sé, rimane fermo nella contemplazione e trae godimento dal farsi simile a chi ha dato armonia all'universo.
In Dio, infatti, suprema bellezza, il miste si annulla: beato colui che tale bellezza primordiale raggiunge e tale vista beata contempla. Chi non la raggiunge è infelicissimo.
"Non è infelice chi non ha ottenuto un bel corpo o chi non ha raggiunto potenza, primato, regno; infelice è colui che non consegue il Bello, il solo Bello. Per la sua conquista conviene spogliarsi dei regni e degli imperi di tutta la Terra, di tutto il mare, di tutto il cielo, purché, trascurate e disprezzate tutte queste cose, la creatura si volga a Lui e Lo contempli".
Fuggiamo, dunque, verso la cara patria: il vedente si faccia prima simile ed affine a ciò che deve essere visto, e poi si perda nella visione.
Come l'occhio non riuscirebbe a vedere il Sole, se non divenisse solare, così l'anima non può contemplare la bellezza se non diviene, essa stessa, bella.
Il miste è quindi proteso in un rapimento estatico che gli permette di trasvolare attraverso i cieli, di veder volteggiare la propria anima che, nell’etere, evade verso gli astri divini varcando il confinium vitae et mortis (il confine tra la vita e la morte).
Nel mondo classico, durante il secondo secolo d.C. aleggia una suggestiva atmosfera fatta di incertezza, dubbio, mistero.
L’uomo ha capito di trovarsi nel regno del mutamento e dell'illusione, dove sfumano i confini tra l'essere e il voler essere, tra i sogni e la realtà, tra l'inquietudine e l'appagamento.
Questi si sente particella inutile, perduta in un cosmo i cui confini spaziano dalla sfrenatezza senza limiti all'aspirazione al bello, al puro che è possibile intravedere se si segue la via, lastricata dalla sofferenza, che porta, però alla purificazione.
In una realtà simile è strutturato il percorso dell'uomo che si snoda, pertanto, in un mondo fatto di confusione, di contraddizioni, di falsità, di grandi verità e che trova il suo inverarsi nella strada che porta verso la liberazione situata nella luce, nella moralità, nella catarsi finale, strada sempre tanto sognata ma rare volte raggiunta e sempre attraverso contraddizioni e forti contrasti.
Raramente, come nel secondo secolo, la filosofia e la ragione hanno avuto un posto di sì grande rilievo, eppure, mai come in questa epoca, si è assistito alla rinascita dell'elemento irrazionale.
Insicurezze e paure, speranze e affanni rilanciano una serie di domande insoddisfatte che tentano di esplorare vie nuove e realtà rispondenti ad esigenze sempre specifiche.
La religione di stato si era rivelata un'instrumentum regni: poco o nulla aveva concesso alle ragioni del cuore sul piano individuale, nessun cenno al senso della vita e del mondo, al destino oltre la morte.
Esplode, quindi, l'inquietudine religiosa: la sfera delle angosce individuali e collettive, il bisogno di una religiosità più personale e vissuta coinvolgono gli uomini del tempo che non si accontentano ormai della rassicurante rappresentazione di un universo razionale ed immutabile, nel momento in cui si trovano di fronte ad un angosciato ripensamento sul significato della vita e su quello che sarà dopo la morte.
La creatura umana si trova dinanzi ad un'unica certezza: l'ineluttabilità del morire senza riuscire a mettere a tacere oppure a far sbiadire le ansie e gli affanni del cuore.
Questa sfera di incertezze e disillusioni si fa dominante in Apuleio di Madaura, filosofo platonico d'Africa che nel suo capolavoro 'L’asino d'oro", disegna un itinerario mistico, proteso all'iniziazione religiosa e alla comunione diretta con la divinità.
Una divinità non più astratta e fredda, bensì quella coinvolgente e consolante divinità dei culti misterici, pronta a dare una risposta rassicurante alle esigenze di "verità" del cuore umano.
L’Olimpo si svuota di quegli dèi insensibili al dolore, egoisti, umani, troppo umani, e trionfa il culto in onore di divinità pronte ad infondere fiducia e a partecipare alle angosce e al dolore di ogni creatura.
Si diffonde in tutto l'impero e, soprattutto, a Roma il culto di Iside, la Magna Mater egizia, pronta ad intervenire in favore dei suoi fedeli.
Il culto prevedeva riti di iniziazione e prometteva la salvezza in una vita ultraterrena: la dea era benevola e disposta a soccorrere chi a lei si rivolgesse non attraverso freddi rituali ma con preghiere che nascessero dal profondo dell'anima.
"Regina coeli, quoque nomine, quoque ritu, quaqua facie te fas est invocare: tu meis iam nunc extremis aerumnis subsiste, tu fortunam conlapsam adfirma, tu saevis exanclatis casibus pausam pacemque tribue; sit satis laborum, sit satis periculorum..." (Regina del cielo, con qualunque nome, con qualsiasi rito ed in qualunque aspetto è doveroso invocarti, vieni in soccorso a questi miei estremi mali, raddrizza la mia sorte vacillante, dammi tu, dopo i feroci affanni patiti, pace e riposo; sia posto un termine ai travagli, sia posto un termine ai pericoli.)
E' la preghiera di Lucio, il protagonista delle Metamorfosi o Asino d'oro.
Il giovane che aveva assistito alla trasformazione della maga Panfila in gufo, chiede alla schiavetta di costei, Fotide, di aiutarlo a subire la stessa metamorfosi, ma l'ancella sbaglia unguento e Lucio finisce per trasformarsi in asino. Unico rimedio per ridiventare uomo è mangiare rose, i fiori-simbolo di Iside. E' la storia dell'anima che, dopo le varie traversie della vita, dopo la lotta incessante, fatta di sopraffazione, illusioni e sconfitte, riesce a vedere e a parlare con la Magna Mater Iside:
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"Eccomi qui, Lucio, mossa dalle tue preghiere, io
genitrice di tutte le cose, signora di tutti gli elementi, principio di
tutte le generazioni, somma fra le potenze divine, prima fra i celesti, io
che regolo con il mio cenno le volte luminose del cielo, le salubri brezze
del mare e i lugubri silenzi degli inferi, eccomi qui commossa dalle tue
disgrazie; benigna e propizia. Smetti i pianti e i lamenti; scaccia la
tristezza; per opera mia splende, ormai, per te il giorno della salvezza.
All'alba si inizierà la processione in mio onore: un sacerdote porterà
nella mano destra, unita al sistro, una corona di rose. Tu avvicinati a
lui e spicca alcuni petali: subito cesserai di essere asino e ridiventerai
uomo. Ricordati, però, e tienilo profondamente scolpito nella tua mente,
che il restante corso della tua vita, fino all'estremo respiro, dovrà
essere consacrato a me. E se conserverai una costante purezza di costumi
io potrò, io sola, prolungarti la vita oltre la morte".
E' l'alba. La processione si snoda, il simulacro di Iside campeggia su di un fercolo a forma di nave, simbolo dell'anima.
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Lucio segue la cerimonia: mangia i petali di rose e improvvisamente avviene il miracolo. Ridiventa uomo, un uomo rinnovato dalla fede che l'augusta volontà dell'onnipotente Iside ha rifatto. Davvero felice e tre volte beato Lucio che, certo per l'innocenza e l'onesta della sua vita, ha meritato dal cielo una sì straordinaria protezione da essere ammesso subito, dopo essere per così dire rinato, all'obbedienza dei sacri riti che enfatizzano il motivo platonico della contemplazione della bellezza suscitatrice di amore e di elevazione spirituale.
Lucio, come creatura umana conosce le bassezze dell'esistenza, è sottoposto alla fortuna cieca, quella che travolge, annichilisce ed inganna; la liberazione, però, gli viene da Iside, la Grande Madre, la Fortuna con gli occhi.
L’approdo alla fede isiaca è il compimento dell'itinerario di Lucio-Apuleio nel mondo. La salvezza si raggiunge non con la ragione, sempre sul punto di scadere nella curiositas, ma per forza di fede.
Nelle Metamorfosi c'è il connubio tra filosofia platonica e culti egizi: Apuleio, infatti, prende spunto dal De Iside et Osiride di Plutarco di Cheronea.
Nell'opera si legge che l'asino è l'animale di Seth, uccisore di Osiride, In quanto principio del male, Seth è ostile ad Iside: ebbene, quando Lucio si trasforma in asino, passa sotto il dominio del male e per liberarlo ci sarà bisogno della mano salvifica della Magna Mater: chi non supera i limiti dell'esperienza terrena e non libera l'anima in un orizzonte più alto e più puro è sempre coinvolto nell'arbitrio della sorte maligna ed irrazionale che rende stolti e ciechi ed allontana dalla Despoina Iside che, sola, può guidare verso il bene, verso la mistica unione e l'annesso piacere che non si può esprimere: vocis ubertas ad dicenda quae de tua maiestate homo sentit sufficit nec ora mille linguaeque totidem vel indefessi sermonis aeterna series.... ( né la voce è sufficiente per dire ciò che l'uomo sente della tua maestà, per cui non basterebbero neppure mille bocche ed altrettante lingue e l'eterno prolungarsi di un instancabile discorso).
L’anima, così, rinata e libera dai ceppi dell'esistenza che abbassa e mortifica, si ricongiunge al Sommo Bene, sua aspirazione, ed in questo si annulla.
E' la sorte di quelle creature che, libere dai mali del mondo, lontane dalle lusinghe della contingenza, riescono a trovare quiete e sollievo nel gran mare dell'essere.
(tratto da Sixtrum – Anno 2001 – Numero 2 Equinozio d’autunno)