Francesco Salfi

un massone calabrese di fama europea

i A. D.

Francesco Salfi nacque a Cosenza il 1759. Morì a Parigi, profugo, nel settembre del 1832 e venne sepolto nel cimitero dell'Est.

E' una figura che merita d'essere non solo ricordata, ma studiata poiché si riscontra nella sua vita quanto l'azione benefica può modificare e migliorare la natura umana.

Vissuto a Napoli, Milano, Parigi sempre in mezzo al fluttuare rivoluzionario della vita italiana dell'epoca, non ebbe una impronta speciale buona o cattiva che fosse impressa dall'ambiente in cui visse. In lui vi fu la vigoria dell'ingegno calabrese, ma non l'unilateralità; l'ardimento del pensiero, ma non l'audacia utopistica e mistica; l'aspirazione al nuovo, ma non l'eccentrica novità, così che nell'orgasmo dei suoi tempi egli fu un uomo di buon senso che sa dominate se stesso e giudicare rettamente gli altri.

Nella sua produzione di scrittore l'uomo si venne a formare coi tempi senza lasciarsi sopraffare dall'apparenza, di modo che nessun confronto apparisse tra l'uomo del '99 e lo scrittore costituzionale del '30.

Se fosse rimasto in Calabria, forse l'influenza misteriosa di questa terra avrebbe fatto anche di lui un grande eremita del pensiero, un mistico o un pensatore solitario o un utopista e finché visse in Calabria in un ambiente fatto di superstizioni e di pregiudizi si rilevò subito nel giovane scrittore lo spirito di ribellione contro quella vita menzognera ed artificiosa. La sua prima opera infatti fu scritta durante questa lotta dello spirito e veramente della lotta ne risentì l'ardimento.

Il mondo intravisto dal suo cantuccio di Calabria gli apparve come una lotta spaventosa tra l'uomo debole ed una potenza immane, perché "l'uomo assalito da tanti mali e reali e chimerici corre a trovarsi un asilo in seno alla religione".

E’ l'incoscienza del passero attratto dallo sguardo magnetico della serpe, e serpe incantatrice è quella religione fatta di profezie e di prodigi, "ai tempi nostri, scrive il Salfi, non parlano le oche, i buoi, le cornacchie, gli oracoli etc.; sono le statue, le medaglie, le sacre immagini che sudano, gelano e impazziscono con noi altri".

Con ciò egli non intendeva condannare la vera religione "tolga il cielo che io offenda per ombra... quella celeste religione di cui amo i precetti... gli uomini hanno corrotto il Cristianesimo, perché lo spirito del Cristianesimo è la ragione e la verità".

Ma la verità è cattiva ed il Salfi dovette allontanarsi dalla sua terra.

Fu un bene perché si trasferiva in un ambiente più vasto e più sereno e poteva meglio impegnarsi a studiare "la scienza dell'uomo" acquistando quella personalità morale tanto necessaria colla impersonalità critica perché potesse giudicare uomini e cose.

Così cominciò a formarsi l'uomo e nel 1785 scrisse "Allocuzione di un Cardinale al Papa" in cui si rivelò scrittore calmo e sereno sempre animato da spirito battagliero, ma reso obiettivo e più efficace dalla logica inesorabile d’una fredda e continua ironia.

"No, non sono più quei tempi SS. Padre, in cui la ignoranza, la superstizione, le guerre civili, le rapine etc. congiuravano opportunamente a fondare, ampliare e perpetuare la vostra formidabile potenza... finalmente sono oggigiorno sopra ogni altra cosa riconosciuti e fissati i diritti dei principi, e quelli dei popoli... e nella bilancia degli affari europei non entrano più le bolle, le decretali, gli anatemi, che altra volta soli da un bacino di essa preponderavano decisamente sopra tutto il resto dei governi e dei gabinetti... ".

A noi, oggi, educati nello spirito laico tali affermazioni ci lasciano indifferenti ma non così fu in quel tempo e Francesco Salfi acquistò benemerenze e simpatie negli ambienti intellettuali ed anche politici.

I tempi formano gli scrittori e il Salfi pubblicando i suoi scritti rispecchiò appunto lo spirito di quei tempi e i bisogni del regno Napoletano.

Dai tempi di Carlo III° e del Tanucci lo stato Napoletano aveva fatto molti progressi e il governo borbonico aveva iniziato un periodo di riforme importanti, ma quelle riforme erano state interrotte per cui divennero disastrose ed accentuarono quel dualismo stridente tra la massa popolare e la classe ricca e colta, dualismo che si manifestò cruentemente nel '799 e nell' '860 e che tutt'ora si riassume nel "problema del Mezzogiorno" non ancora risolto dall'Italia unita.

Il Salfi comprese l'inutilità di quelle riforme, rilevandone la condizione stranissima della ricchezza monopolizzata nelle manimorte, mentre venivano abbandonati a se stessi migliaia di infelici fanciulli "esposti nella famelica ruota" o spinti al brigantaggio ed alla delinquenza; richiamando pertanto l'attenzione del governo non esitava di proporre la riduzione dei monasteri, l'incameramento delle grandi rendite d'essi, delle confraternite, delle mense vescovili, perché servissero all'educazione ed alla istruzione del popolo.

Né lo scrittore si arresta a questo. Mentre in Francia trionfavano violentemente i diritti dei cittadini, il Salfi ponderatamente affermava i doveri dei cittadini anticipando Giuseppe Mazzini.

Nel 1799 vide importata a Napoli la rivoluzione colle baionette, vide, pure, la libertà fatta strumento di intransigenza, sdegnato si ritrasse dalla vita pubblica; assistette scampando per miracolo al trionfo della feroce reazione sanfedista e andò ancora in esilio.

Dal 1804 al 1814 si stabilì a Milano e durante questo periodo scrisse poco "dacché non si è potuto scrivere come si pensa, io non ho nulla pubblicato per non smentire la mia maniera di pensare".

In quel periodo di larvata indipendenza del regno napoleonico, che rinnegando i principi per cui era sorto, si sosteneva a forza di baionette, il Salfi si ritirò nella feconda penombra dell'insegnamento per preparare la nuova generazione a quella vera educazione politica che era mancata alla generazione del '799.

Professore prima di logica e metafisica e poi di filosofia e di storia nel ginnasio di Brera (1803) e ancora nel 1807 di storia e di diplomazia nella Scuola speciale superiore di Milano "mentre il mondo civile era sconvolto dalle guerre napoleoniche e le cattedre di diritto pubblico erano mute, il Salfi dalla cattedra di Milano partendo da una idea organica del Vico, bandiva i più liberi principi di diritto internazionale".

Fin d'allora egli non si illuse nel considerare il vero stato delle cose e la condizione reale d'Italia.

Vide precipitare senza rimpianto e senza rimprovero il colosso napoleonico e negli ultimi aneliti del regno di Murat di cui era amico, venne condotto e lusingato dallo stesso come una promessa e una garanzia per gli italiani, nella marcia affrettata del tentativo italico; egli non si ingannò sui propositi del Napoleonide e gli parlò franco ed ardito in nome d'Italia.

Dopo la caduta di Napoleone un nuovo principio di diritto pubblico, se così si può chiamare, veniva proclamato per l'Italia, "res nullius", il diritto straniero alla tutela.

Il Salfi dal suo esilio parigino ispirandosi agli ideali della patria e della libertà portò la "quistione italica" nel campo pratico del diritto.

Il Congresso di Vienna aveva distrutto la personalità del popolo italiano, egli ne dimostrò la grande vitalità; il Congresso di Vienna aveva negato all'Italia il diritto di nazione e di stato, egli come cittadino ne dimostrò il diritto non solo dell’Italia ma di tutti i popoli oppressi, indicando come italiano il modo da seguirsi nella formazione dello Stato italiano.

Opere di Francesco Salfi:

  1. Saggio de' fenomeni antropologici relativi al tremuoto;
  2. Virginia Bresciana - tragedia;
  3. Pausania - tragedia;
  4. Influenza della storia - discorso;
  5. Analisi della storia greca;
  6. L'Italie au XIX siècle, on de la nécessité d'accorder le pouvoir avec la liberté;
  7. Historie lìttéraire d'Italie;
  8. Eloge de Ginguenè;
  9. Riflessioni sulla corte romana e allocuzione d'un cardinale al papa;
  10. Memoria sullo spedale di Cosenza;
  11. I doveri del cittadino;
  12. Elogio di Gaetano Gervino;
  13. Corradino - tragedia;
  14. Idomeneo - scena lirica;
  15. Articoli biografici "scritti pel Dizionario universale degli uomini illustri";
  16. Basville - poemetto;
  17. Clitennestra – melodramma;
  18. Elogio di Antonio Serra;
  19. I templari;
  20. Iramo -poemetto;
  21. Articoli biografici scritti per la "Biographie uníverselle";
  22. Discorso sul volgarizzamento delle favole di Kríloff;
  23. Vie de Diodata Salluzzo - Roero;
  24. Saggio storico critico sulla commedia italiana;
  25. Lezioni di diritto internazionale dettate in Milano dal 1804 al 1807 postume.

(da RIVISTA MASSONICA,Vol. LXVIII, n. 8, ottobre 1977 – Ed. Soc. Erasmo, Roma)

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