GIACOMO PUCCINI
di Peppino Ciaccio
Da Pisa, ancora una volta, si spaziavano per l 'Italia le divine note della celeste Aida. E arrivavano sul mare, al prossimo mare di Lucca, come portate dalle onde.
E c'era a Lucca, che andava e veniva dalle vicine piccole chiese di Mutigliano e di S.Pietro Somaldi, un piccolo suonatore d'organo. Suonava l'organo mentre nelle vene gli suonavano le musiche note degli avi.
E lasciò di suonare l'organo. E si mosse per la prima volta dal suo nido.
E a piedi,guidato dalle prime stelle, accompagnato dal canto del mare, fece tutta la strada,da Lucca a Pisa,dove la sua anima si riempì di musica e si saturò di musica.
E quando ritornò nella sua casa gli parve troppo angusta.
E quando risentì il suo mare, gli parve troppo monotono.
E quando risuonò il suo organo gli parve troppo uguale.
E volle allora uscire dalla sua piccola casa, dalle sue piccole chiese e dalla sua piccola cíttà. Ormai sapeva camminare solo e sapeva camminare a piedi. E sapeva che, oltre Pisa, c'era Milano, con i suoi grandi teatri, con i suoi conservatori, con le sue scuole e con i suoi maestri, tra cui quel Ponchielli, del quale egli suonava sull'organo le arie più conosciute della Gioconda.
E prese la via di Milano. Non aveva danaro. Non aveva protezioni. Non aveva nulla. Era più povero di Schaunard. Non aveva neanche una zimarra da vendere. Ma come Rodolfo, per sogni e per chimere e per castelli in aria aveva l'anima milionaria: "Da me potea cantare col grande poeta che gli fu amico:
da me,da solo, solo e famelico
per l'erta mossi,rompendo ai triboli
il piede e la mano,
piangendo si forse, ma piano…
E piano piangendo, sopporta la miseria e subisce la diffidenza,fino a che non lo soccorre da poco incoronata dai saffici di Enotrio-Margherita regina;e non riesce a trovare nei cieli bigi di Milano una soffitta dove, se lontana era la mamma. la luna era vicina. E intraprende così la vigilia di fatica e di arte. E quando,a termine degli studi, presenta un capriccio sinfonico fa la sua rivelazione. Tutti i murmuri del suo mare,con i capricci delle onde, ricantano in quella.
E, dopo, torna al suo mare. E presso la mamma dolcissima compone le Villi.
L'opera non è ammessa al concorso Sonzogno, per le cancellature con cui è scritta;ma quando,più tardi, Arrigo Boito la sente al piano, vuole che l'opera affronti il pubblico. Si fa una sottoscrizione tra amici,la si rappresenta al Dal Verne,e Giacomo Puccini, che ha solo pochi soldi in tasca e appare sulla ribalta con una vecchie abito color caffè, telegrafa alla mamma: Successo clamoroso,Superate speranze. Diciotto chiamate. Ripetuto tre volte il finale primo...
L'opera più tardi fu dimenticata. Lo stesso Puccini non la predilesse.
Ma la critica sin da allora previde, preconizzò e salutò il nuovo musicista d'Italia di questa Italia nostra che è la terra più canora del mondo, dove tutto canta nel mare e nel sole, nei fremiti dei boschi e nei giardini delle anime,negli spettacoli della natura e nell'armonia delle cose, nelle ore della pena e nelle ore della gloria;-e che in quel torno di tempo,inghirlandata di quercia e di rose,mandava in giro le sue eterne canzoni -con il Barbiere ed il Guglielmo Tell di Gioacchino Rossini -con la Lucia e la Favorita di Gaetano Donizzetti -con la Sonnambula e la Norma di Vincenzo Bellini -e con tutta la divina musica di Giuseppe Verdi il rosignolo di Busseto che aveva le ali dell'aquila, per portare in alto, con le più alte note e nei più alti cieli, il canto e la passione d'Italia
E tutti i grandi maestri erano morti. E pure Giuseppe Verdi tramontava.
E con lui tramontava tutta un'epoca. La sua vita era cresciuta e la sua arte s'era sviluppata sul ritmo e nel ritmo del Risorgimento.
Quasi ogni sua opera portava, nel palpito d'un coro o nel fremito dei metalli, la nota di una nostra battaglia e la travolgente passione della nostra unità.
I suoi guerrieri, i suoi amanti, i suoi eroi,le sue eroine,cantavano su tutti i nostri teatri il dolore e l'amore d'Italia, ed avevano accompagnato l'Italia su tutte le sue barricate e su tutti i patiboli, in ogni sacrificio ed in ogni martirio,lungo ogni marcia e traverso ogni campo, contro ogni nemico e contro ogni oppressore, per ogni riscatto e per ogni vittoria.
E poiché Giuseppe Verdi era al tramonto,e poiché era compiuta l'epopea, che aveva dato fiato alle sue trombe e vampate ai suoi canti, l'Italia cercava il suo nuovo cantore, il cantore che avesse cantato la sua nuova vita quella vita che, tornata dal rombo dei cannoni e dello sventolio delle bandiere,si era fatta più modesta e si era chiusa in un grande bisogno di pace,come per ritemprarsi dello sforzo troppo teso,come per risanarsi.
E l'interprete principale di questo musica e di questa nostra nuova modesta vita è stato Giacomo Puccini. Egli perciò, istintivamente, cestinò i libretti a grande stile, e scrisse:
"Io non sono un musicista di cose grandi: io sento le piccole cose
e non amo di trattare di altro che di piccole cose!"
E perciò noi l'amammo e perciò noi lo amiamo.
Egli è il Pascoli della musica. La sua musica è pascoliana.
E' avvenuto nella musica ciò che è avvenuto nella poesia. Se volete un parallello -che forse non è stato fatto- mettete Giosuè Carducci con Verdi e ponete loro in confronto Giovanni Pascoli e Giacomo Puccini.
Giuseppe Verdi come Giosuè Carducci, trasse soprattutto la sua ispirazione dal passato,dalla leggenda e dalla storia;e per lui il musicista fu come,per l'altro, il poeta:un grande artiere che,sull'incudine della sua sonante e scintillante officina,
picchia...E per la libertade
ecco spade,
ecco scudi di fortezza:
ecco serti di vittoria
per la gloria.
e diademi alla bellezza!
Giacomo Puccini è, invece, come Giovanni Pascoli.
Vive nello stesso tempo ed ama le stesse cose. Aspira la stessa aria e predilige le stesse creature. E come Giovanni Pascoli ha una poesia in cui non senti fragor di battaglie,così fragor di battaglie non c'è nella musica di Puccini. E nelle sue opere invano cerchi re o regine, imperatori o imperatrici, insidie di corti o fastigi di troni, inni di guerra o marce di trionfo!
Le sue opere sono, come l'opera poetica di Giovanni Pascoli, piene di piccole creature e di piccole cose. Egli è il cantore delle piccole anime. E poichè la piccola anima è un pò l'anima di tutti, egli perciò si è avvicinato a tutti. E lo sentiamo tutti. E lo intendiamo tutti. E lo comprendiamo tutti.
Già nelle Villi c'è Fidenia che canta, sullo sfondo di una semplice leggenda romantica, le pene della sua semplicissima anima di bimba. E la storia di Manon, tra il turbinio studentesco, altro non è che il romanzo di una piccola anima perduta e innamorata. E, nella caratteristica storica scapigliata vita del Quartiere Latino,Mimì, dalle cui mani sbocciano i fiori mentre nel petto le sboccia la tisi; e Doretta,la rondine che trilla e che frulla come Musette, e come Manon sente l'amore nel bacio di uno studente;e Butterfly, che è piccolina quasi quanto suo figlio , tanto che soave Pinkerton la chiama piccina, mogliettina ed ella gli chiede un bene piccolino, un bene da bambino,come a lei si conviene- e Tosca stessa, la cui grande passione piange e trema e si umilia di fronte alla feroce lussuria di Scarpia; e quella divina Suora Angelica del Trittico che, avvolta nel candore del soggolo, canta come una capinera il canto della sua maternità e, in estasi mistica, vede uscire della fiorita porta della chiesetta del convento il frutto dell’amore che non vide crescere e le morì lontano- sono tutte tante soavi e tristi e piccole anime che appassionano, che commuovono, che esaltano, non tanto per la loro anima, ma perchè l'anima loro è un pò l'anima nostra, è un pò l'anima di tutti e di ciascuno.e noi sentiamo in ognuna di esse la vibrazione di qualche cosa che è nostra: un ricordo del nostro passato, una nostalgia della nostra terra, il palpito d'un nostro sogno, lo spasimo di un nostro dolore,il fremito di un nostro amore: qualcosa di noi stessi - quella qualcosa che spesso conosciamo noi soli,che alcune volte non conosciamo noi stessi,ma che la musica di Giacomo Puccini, se trilla o se geme, e gioisce o se piange, se suona o canta,cerca entro noi,e la trova,e ce la rivela, ce la dona o ce la ridona, per viverla o per riviverla -sia spasimo, sia gioia, sia rimpianto, sia speranza! E tutto questo, Giacomo Puccini, ha compiuto con mezzi semplicissimi pari anche in questo a Giovanni Pascoli,che può far la bella fiala- "azzurre e grigia,torbida e serena" soltanto con un pò di vena e un po’ di fiato. E questa è la vera arte. L’ arte -ed anche l'arte musicale- dicano quello che vogliono i critici- non è quella che, per essere compresa, ha bisogno di sforzo e di studio e di competenza speciale. L’arte è quella che tutti possono intendere e comprendere, è quella che possono sentire tutte le anime: è quella che può commuovere tutti i cuori:è quella che può elevare tutti gli spiriti, E’ per ciò che, nelle ore del riscatto d'Italia, i cori del Nabucco e dei Lombardi sono raccolti da ogni cuore e cantati da ogni bocca. E’ perciò che pure nel loggione si inumidiscono gli occhi,quando Mimì finge di dormire, perchè vuole restare sola con Rodolfo, perché, tra le tante cose che gli vuole dire, ce n'è una sola che è grande, è come il mare; e non perchè è ,come il mare, profonda ed infinita.
Questa è l'arte di Giacomo Puccini; ed egli è grande traverso quest’arte perchè ha specialmente celebrato l'amore. Egli è, nella musica, il poeta dell'amore,del più semplice amore, e quindi dell'amore di tutti. E l'amore ha in lui come una gentilezza petrarchesca. E rimane dolce, sempre dolce, anche se è abbandonato, anche se è tradito, anche se muore! E questa dolcezza è profondamente umana,e par fatta di palpiti di cuore e non di note di musica -sia quando,nel frastuono parigino, Rodolfo presenta lieto agli amici Mimì, il cui venir completa la bella compagnia, perchè egli è il poeta,ella è la poesia.- sia quando Cavaradossi, allor che sente svanito il suo sogno d’amore e l’ora è fuggita ed egli sta per morire disperato,tragicamente ricorda i dolci baci e le languida carezze, allor che luceano le stelle, e olezzava la terra e stridea l'uscio dell'orto - sia quando il signor de Grieux si innamora improvvisamente di Manon perchè tra voi belle e brune e bionde…, donna non vidi mai simile a questa; sia quando la povera Butterfly, allor che sono sbocciate le rose e fa nidiata il pettirosso, aspetta il ritorno dell'amore e sogna il consueto richiamo:Piccina, mogliettina,olezzo di verbena. E questo amore si allarga,in significato più ampio e più umana,quando Rodolfo lascia Mimì perchè una terribile tosse l'esil petto le scuote e non vuole affrettar con l’amore la morte;quando Musetta prega per Mimì; quando per Mimì Shaunard si dispoglia della vecchia zimarra;nella rinunzia di Rondine che, per l'amore, non vuole sposare l'amore che ama;nella preghiera di Tosca,in cui piange e prega ogni anima che non fece mai male ad anima viva;in quella straziante invocazione materna di suor Angelica,in cui ogni madre può sentire il suo amore di madre;nel canto semplice e sapiente di Minnie che tra le miniere dell’est spiega e legge ai minatori la Bibbia,i cui versetti divini "lavami,e sarò bianco come neve! vogliono dire:
..... che non v'è
nel mondo peccatore
cui non s'apra una via di redenzione
Sappia ognuno di voi chiudere in se
questa suprema verità d'amore!
Sorpassate l'aridità della mia parola. Chiudete gli occhi e le orecchie. Avvolgetevi di silenzio. Risvegliate nella chiusa sonorità del vostro spirito le note di tutte queste romanze, le note di tutte le altre romanze d’amore e i duetti d'amore che sono il maggior vanto di e dite voi stessi a voi stessi,se questa fine delicata soave musica non sia arte,e se quest'arte,che da tanti anni si è effusa e si effonde nell'anima delle genti di ogni terra,non abbia sementato e non sementi fiori e non abbia acceso e non accenda raggi,e non abbia raffinato e non raffini sentimenti,e non abbia elevato e non elevi spiriti,e non abbia portato e non porti oltre Alpe e oltre mare,nel nome dell'amore, il nome d’Italía e nel nome d’Italia il nome dell’amore! Per questo cantico dei cantici - che non muore di tisi come Mimì- che non sparisce con Tosca nei gorghi del Tevere - che Butterflay, se pur si recide la gola,non riesce a spegnere - che non cade sfinito come Manon sulla lontana e nuda landa d'America - che il veleno profumato dei fiori non attossisca con Suor Angelica -ma che nella passione di Minnie, redime la perdizione di Jonson - per questo canto d'amore,che ha cantato l'amore di tutti, che ogni giorno ricanta l'amore di ognuno,che per sempre canterà tutto l'amore del mondo -benediciamo l'anima e l'arte dì Giacomo Puccini, anche se l'ultima sua opera, per malvagità del destino, resta spezzata nel suo ultimo atto, nell'ultimo canto di amore di Turandot, quando le anime nostre, le povere anime nostre,ancor l'aspettavano e ancor volevano un nuovo canto di amore!
E nel nome dell'amore che egli ha cantato e per tutto il bene che ha così largamente prodigato e per tutta la consolazione che lascia in eredità alla gente, anche da questa nostra terra lontana -che è terra d'amore ed è pur terra di musica -vadano in pellegrinaggio ideale le anime nostre dolenti a genuflettersi presso il suo sepolcro, dove, tra il mare ed i pini e presso il mare di Viareggio -è sempre vivo lo spirito di Percy Bisshe Shelley, il più grande poeta dell'amore -dove tra i pini e il mare,sgorgano dalla sua anima canora i canti più belli -e dove tutti i canti, ì pini ed il mare, gli ricanteranno una dolcissima ed eterna nenia d’amore.
E non evochiamo grandi ombre a torno al suo sepolcro.
Sul sepolcro di Giacomo Puccini, non grandi ombre, ma piccole creature, le sue piccole creature lo contornino. Egli, traverso la gola straziata dal ferro impotente,non le potette chiamare, lassù lontano, a Bruxelles nell'ora del trapasso; ma certo tutte le vide e le intese nel core che gli venne meno, perchè aveva troppo intensamente sentito, quando la povera esangue mano sapiente,forse consapevole o forse in delirio, si mosse,nel consueto gesto del creatore a segnare nell'aria una sua chiusa armonia.
Oh Musetta, tu, che sei pur buona, quetati con i tuoi trilli di passera irrequieta, e fa venir Mimì;e cantagli tu,o Mimì, creatura dì poesia e di passione, i tuoi canti più teneri e sul sepolcro spargigli tu, eterna fioraia, del sentimento,i fiori che sbocciano dalle tue mani.
E tu. Manon, fanciulla di colpa e di amore , cantagli sulle arpi e sui flauti i morbidi minuetti del settecento,e,deportata sul mare,portagli le lontane canzoni del mare su cui trasmigrò la sua gloria.
E dal continente lontano,che forse più seppe il delirio della sua gloria, Minnie, fanciulla del West selvaggio e dell'amore che incatena e che redime, assieme ai canti vergini della tua terra,dagli al ramo di gelsomino fiori di neve che uno sconosciuto ti diede col filtro d'amore.
E tu, suor Angelita, mite e pallido fíor di clausura,cogli tutti i bocci e tutte le corolle nel giardino del convento,ed i fiori, che dovresti spremere per il tossico della tua morte, portali a lui, tutti quanti, a fasci ed a ghirlande.
E a uno a uno,piccola povera Butterflay, passione ed orgoglio della sua arte, tutta vestita di giglio, non sciupare pel ritorno di Pinkerton i tuoi bei canestri di fiori; qua,sul suo sepolcro, a uno a uno, stelo per stelo, petalo per petalo, la tua lenta,fatta di lacríme.pioggia di fiori.
E,tu Tosca creatura nostra, tutta palpitante di romanità e d'italianità, tu che, come sai tanto amare, cantagli e ricantagli la tua bella preghiera e fermati sugli spalti di Castel S.Angelo per dirgli, commosso, devoto ed eterno, tutto il pianto e tutto il canto di Roma e d’Italia.