JOHANN WOLFGANG GOETHE
NACQUE A FRANCOFORTE SUL MENO NEL 1749 E MORI' A WEIMAR NEL 1832
di Lanfranco Frezza
I primi anni, vissuti nella casa paterna, furono per Goethe ricchi di impressioni, sia del mondo esterno (guerra dei Sette anni, occupazione francese della sua città) e sia per l'educazione ricevuta dal padre, rigido, dotto e pedante e dalla madre, dotata di un temperamento gioviale e vivace.
Compì una parte degli studi universitari a Lipsia dove non si limitò ad occuparsi di giurisprudenza, ma con maggiore intensità di letteratura.
Terminò gli studi a Strasburgo, dove il Duomo gli rivelò la bellezza dell'arte gotica quale arte irrazionale, dettata dal genio dell'impeto della libera creazione.
Nel 1771 terminati gli studi, ritornò avvocato a casa. In un breve soggiorno a Wetzolar conobbe e si innamorò della fidanzata dell'amico Kestner: una situazione che avrà presente per la stesura del suo Werther.
Nel 1775 giunse a Weimar in seguito ad un invito del granduca, dal quale ebbe importanti incarichi di governo.
L'amicizia e l'amore per Charlotta Von Stein rappresentano per lui l'esperienza più importante e più ricca di significato.
Questa donna intelligente, materna e fine insegnò a Goethe la necessità di una armonia e di una misura nella vita e nelle relazioni con gli altri uomini, gli diede il senso del reale come una cosa contro la quale non si deve reagire, ma entro la quale si può vivere purchè non grave e non opprima.
Le sue occupazioni come Ministro non lo distraggono affatto dall'attività di scrittore e poeta, ma inducono la sua mente ad occuparsi di problemi diversi quali la mineralogia e la botanica e lo riaccostano, con mutato animo, alla natura, nei vari regni della quale scorge un'unità ed un'armonia che ritiene derivanti dal genio universale di un Dio.
Il desiderio di una realtà primitiva, di una vita più spontanea e più libera, di orizzonti più ampi e più luminosi, lo spinge verso l'arte di Roma, il sole, i colori, la natura, gli uomini del sud.
Rimase in Italia dal 1786 al 1788, attraversandola tutta dal Brennero a Roma, con una visita a Venezia e una tappa di poche ore a Firenze; fu anche a Napoli ed in Sicilia. A Terni si fermò poche ore, solo pernottandovi una notte, provenendo da Foligno. Della nostra città scrisse fra l'altro, nel suo viaggio in. Italia: "La cittadina è in una posizione ridente, che ho ammirato con piacere, in un giro fatto or ora. Si trova al principio di una bella pianura, fra monti che sono ancor tutti di roccia calcarea. Come Bologna dalla parte opposta, così Terni al di qua si stende ai piedi d'una catena di monti... Bisogna sentir discorrere la gente del popolo per avere un'idea viva di tutta una regione. Qui, son tutti in urto l'un con l'altro, in modo che sorprende; animati da un singolare spirito di campanile, non possono soffrirsi a vicenda."
Trascorse grandissima parte del suo tempo a Roma, studiando, lavorando continuamente a contatto con il popolo e con le cose, per tutto comprendere.
La sua vera meta italica fu sicuramente Roma e qui visse felice, sereno, intento ad uno studio sistematico del mondo antico: pittura, scultura, architettura, iscrizioni, poesia, natura.
Ritornò nella sua patria diverso, come un artista deciso a riprendere in pieno le vie della poesia e dell'arte, un uomo più colpito di fronte alla vita e alla realtà, in armonia con il mondo, la natura, l'universo intorno a se.
Non lascerà più Weimar, dove visse un pò solitario, lontano dagli affari dello Stato, dedito ai lavori prediletti.
Del soggiorno italiano ci diede una importante relazione nella sua, Italianische Reise (1816-29) che possiamo considerare come uno dei più bei libri sull'Italia.
Ed il sommo spirito di Goethe ci è particolarmente caro poichè egli, affascinato dal clima mediterraneo, venne fra noi e compose le Elegie Romane, in cui trovò espressione la sua incredibile esperienza di liberazione interiore.
Nel Diario del viaggio vi è la descrizione della natura, l'osservazione degli usi e dei costumi della popolazione, la stessa abitudine di Goethe di salire sul punto più alto della città per averne una veduta aerea che gli avesse svelato l'armonico insieme della città.
Ma il viaggio presenta anche i tipici tratti dei saggio, in cui il soggetto si indaga ed esamina sè stesso nel rapporto con le cose.
Arte e natura sono i due grandi leitmotive che si rincorrono e si intrecciano in tutto il libro.
Goethe giunse in Italia non per trovare qualcosa di nuovo, ma per trovare la conferma di un ideale estetico, plasmato nel corso degli anni.
In Gedenkasgabe a pag. 845 vol. 8' Goethe ha scritto:
"L'impressione del bello, del sublime, per quanto benefica, ci turba; proviamo il desiderio di esprimere a parole la nostra intuizione; ma per questo bisogna innanzitutto conoscere, intuire, comprendere; così cominciamo a dividere, a distinguere, a ordinare, in modo che finiamo col ritornare alla pura ammirazione, che contemplando gioisce."
Ma l'azione più decisa di tutte le opere d'arte è appunto quella di trasportarci nelle condizioni del tempo e degli individui che le hanno prodotte.
Grande importanza per Goethe dal 1794 in poi ebbe l'amicizia di Schiller, l'incontro con Napoleone (1808), il matrimonio con Christiane Vulpius e la morte di lei (1816), la morte del figlio August (1830) avvenuta a Roma: sono questi gli episodi più importanti di quest'ultimo periodo della sua vita, periodo di attività operosa, di vasti studi, di onori e di gloria.
Goethe sentì poco la Rivoluzione francese e non si abbandonò a facili entusiasmi: afferma che soltanto l'evoluzione è naturale, mentre la rivoluzione è contro natura.
La natura come fonte di impressioni gradevoli e armoniose, come madre tenera e dolce che con la piacevolezza, la calma e la placidità delle sue forme educa i suoi figli alla mitezza e alla dolcezza dei sentimenti: anche gli uragani, le eruzioni e i terremoti per Goethe sono manifestazioni dell'eterna vita della natura, come "il sorgere del sole o un odoroso aranceto".
Per Goethe, la natura educa i suoi figli ad affrontare con coraggio i mali e i dolori che essa loro procura, sicché noi possiamo chiamare il più felice degli uomini colui che ha più forze per affrontare il male, allontanarlo da se e, sfidandolo, imporre il proprio volere.
La stessa idea della natura è come una lotta continua in cui le forme meno organizzate devono necessariamente essere distrutte dalle forme più organizzate, secondo la logica ineluttabile della selezione naturale.
E' indispensabile non dimenticare che nella concezione goethiana del progresso politico, vi è ancora quella componente tutta settecentesca che è la misura e il dominio delle passioni e che la storia può essere spazio di bella umanità solo in quanto, ispirandosi all'ideale legge dello sviluppo della pianta, rifiuti gli eccessi, gli arbitri, le fratture, in una parola la cieca passionalità della natura animale.
Goethe ebbe l'odio per la guerra e per le lotte politiche e ha le sue radici nella sensibilità settecentesca e in lui l'ideale della tolleranza è al centro di ogni sua speranza. Il rifiuto della parzialità gli veniva dalla fiducia che fosse possibile la conciliazione.
La fraterna e sincera amicizia con Schiller rompe intorno a Goethe quella cerchia di solitudine nella quale egli si era venuto chiudendo e lo riconduce alla poesia.
Goethe scrisse numerosissime opere e vale ricordarne alcune, allo scopo di delineare più approfonditamente la Sua personalità, cercando di penetrare nello spirito che lo animava, di interpretare il suo pensiero, di comprendere i suoi elevatissimi lavori, e ciò con la nostra intellettuale sensibilità verso i principi e la simbologia della libera muratoria, sui quali il nostro fratello Goethe manifestamente si era formato.
Nell'Egmont, ha voluto rappresentare quella demoniaca fede nella vita e quell'attivo fatalismo che egli portava in se e l'urto tragico fra l'uomo che crede di poter essere artefice di sè e della sua vita e il destino che gli si oppone.
Nell'Iphigenie, rileviamo che l'opera è completamente diversa sia nello spirito che nella soluzione, rispetto alla tragedia di Euripide, perchè la liberazione di Oreste dalle furie che lo incalzano non avviene per mezzo di un fattore esterno, ma umanamente per opera di Ifigenia, la quale con la sua chiara. serena, appassionata umanità placa le furie di Oreste e l'ira del re che le lascia partire per la loro patria lontana.
Nella grande opera dei Faust, abbiamo già un Faust avido di sapere, ma di un sapere non pedante ed esterno, bensì come vitale nutrimento e fonte di vita, un Faust che non evoca il diavolo, ma lo spirito della terra.
Mefistofele, che ha sempre capito poco di Faust, crede che l'anima di lui debba appartenergli, ma Faust pur errando, non si è mai staccato dalla vera giusta via, che non è quella convenzionale ed esterna, passivamente ossequiente, ma quella dove l'uomo, pur cadendo, si risolleva e continua ad operare, fare, desiderare, tendere. Così Faust è salvo. Gli angeli (il bene!) sconfiggono dopo vivace lotta Mifistofele (il male!) e i suoi demoni e trasportano l'immortale di Faust in una regione che è come al limite della terra, dove spirano auree celesti e creature del cielo attendono.
Un desiderio di ascesa, una fiamma di liberazione, un lirico vibrare accompagnano l'ultima scena.
Il Dott. Marianus saluta la Vergine Maria, tre penitenti pregano per un'altra penitente che si chiamò un giorno Margherita, che attraverso la sua espiazione e il suo sacrificio ha avviato Faust oltre la sensualità gretta, verso un più alto palpito di vita.
Il coro chiude il dramma: "Tutto ciò che passa non è che un simbolo, l'imperfetto qui si completa, l'ineffabile è qui realtà, l'eterno femminino ci attira verso l'alto".
Nelle ultime parole di Faust non risuona l'appagamento del superuomo per il molto goduto e raggiunto, ma vibra il desiderio di poter dare, ai venienti dopo di lui, spazio e terre affinchè lavorino e si conquistino, da uomini, un'esistenza libera e operosa: con questa visione di un futuro attivo e fecondo, con questo ultimo "streben" oltre la propria vita per la vita altrui, Faust muore.
E' ben evidente che dalle sue opere emerge che Goethe fu una personalità complessa, un artista che seppe saturare la sua arte di interiorità e di umanità e salire alle regioni della fantasia, senza abbandonare la solida e sicura terra.
Possiamo anche affermare che Goethe non fu soltanto poeta lirico e romanziere, pensatore e autore drammatico al quale dobbiamo quell'Odissea moderna che è il Faust, con quelle figure e personaggi di tale grandezza che, come scrisse Paol Valery divennero per mezzo del loro creatore "strumenti di spirito universale".
Fu anche scienziato dalle intuizioni feconde e ricercatore appassionato, le cui riflessioni sulla natura, muovendo dalla convinzione che in essa domini una forza creativa unitaria. conservano un raro potere di suggestione.
Per Goethe la continua metamorfosi della natura si svolge secondo una programmata armonia, riscontrabile anche nel minimo ente, ed è precisamente nel molteplice della natura stessa che il poeta-scienziato cerca l'uno a cui ridurre il tutto. E' un divenire intimamente spirituale, mosso dalle tendenze della concentrazione e dell'espansione e dalla legge universale dei l'accrescimento, quello della così detta "metamorfosi naturale".
La stessa "teoria dei colori", altra celebre opera destinata ad influenzare Schopenauer e tutta la filosofia tedesca del primo ottocento, conferma l'irriducibile ostilità dei naturalismo goethiano al meccanicismo illuministico.
L'uomo considerato come organismo perfetto è perciò al vertice della natura stessa: senza perdere nulla del particolare, vuole risalire all'universale ed è in tale visione che si manifesta la sua ostilità al meccanicismo della scienza sei-settecentesca.
Si è anche parlato di panteismo vitalistico di Goethe, in quanto era un appassionato studioso di religioni e di filosofie orientali.
In occidente tale panteismo ha trovato espressione nel neoplatonismo: ricordiamo che il panteismo neoplatonico è penetrato anche nelle dottrine di grandi pensatori cristiani, come Dionigi Aeropogita, che fuse neoplatonismo e cristianesimo, influenzando anche Tommaso D'Aquino, nonché Marsilio Ficino.
Su Goethe influirà anche il deismo naturalistico di Shaftesbury, assertore di una concezione unitaria della natura come totalità vivificata da una forma interiore.
E' pertanto ingiusto e assurdo accusare Goethe di ateismo, in quanto come ha scritto Kung, per Goethe "Dio è la causa primordiale e insondabile di tutte le cose, ciò che tutto abbraccia e conserva, la fantasia creatrice e la natura universale e attiva".
D'altronde, il panteismo della sua giovinezza, doveva trasformarsi poi in misticismo, presagendo egli una "entelechia" superiore, una monade divina. E' qui che il naturalismo goethiano fa posto al misticismo mistico: circondati dal finito, dobbiamo considerarlo come manifestazione dell'infinito superiore e ineffabile, così come immersi nell'effimero e nel transitorio2 dobbiamo dedicarci a scoprire dietro di esso, lo stabile e il durevole.
Goethe fu polemico con gli illuministi, nemico dei materialisti, denunciatore degli eccessi giacobini, ammiratore e interlocutore di Napoleone, esaltatore dello spirito faustiano, che proclamò i diritti del genio, che ispirò una giovinezza germanica audace e generosa.
Goethe per quanto solitario, sentì che gli ideali del 18° secolo (individualismo, pura e superiore umanità nel singolo) venivano perdendo valore e che per mezzo dell'industria, della tecnica, delle macchine e dei mutati rapporti sociali, maturava qualche cosa di nuovo per l'umanità, nella quale si identificavano le singole individualità, in quanto l'io rinunciava a sè stesso e si fondeva nella grande fiumana della vita del mondo.
L'educazione individualistica dei Lehrjahre cede all'educazione della massa, al servizio della quale l'individuo deve orientare, e se necessario, sacrificare i propri problemi.
"Dall'utile, attraverso il vero e verso il bello", fa dire ad uno dei personaggi del romanzo dei Lehrjahre. Tale romanzo è una prova di vitalità spirituale del Goethe.
Sono questi gli anni in cui Goethe passa attraverso una profonda crisi, dovuta anche alla coscienza dell'inevitabile declino della vecchiaia, della fine di un mondo di cui egli si sentiva l'ultimo rappresentante e che ormai veniva inghiottito dall'avanzare del moderno e frenetico 19° secolo. Ci volle la passione per la giovane Marianne von Willemer a dare nuovo vigore alla sua vena lirica.
Johann Wolfgang Von Goethe, oltre ad essere forse il più grande poeta tedesco, fu anche illustre massone della R. Loggia Amalia di Weimar, alla quale appartenne senza interruzione dal giugno 1780 fino alla morte.
A testimonianza del suo attaccamento ai valori iniziatici e alla fratellanza muratoria, nell'ottantesimo compleanno, non potendo intervenire di persona, a causa delle sue precarie condizioni di salute, nella tornata che i fratelli di Loggia avevano indetto per festeggiare il cinquantesimo anniversario della sua appartenenza all'Ordine, volle inviare ad essi una poesia che qui ho trascritto e vi leggo:
"Cinquant'anni sono passati, fuggendo tra gioia e dolori, cinquant'anni sono già trascorsi nella gravità del passato. Però vivi, sempre nuovi si rivelano le nobili azioni, l'amore fraterno, la fede nell'uomo e una eterna, sicura alleanza. Sparsi lontani, vicini separati, in un maestoso regno sfavillano come lieve luce benefica delle stelle. Per continuare ad onorare l'umanità, lasciateci nella gioia dell'unione fraterna, come fossimo sempre insieme, strettamente uniti."
Goethe scrisse un'opera che è un prezioso gioiello della letteratura iniziatica: trattasi de Il Serpente Verde. Il racconto è ricchissimo di simbologia esoterica e di riferimenti alchemici: uomini, animali e ambiente naturale acquistano un significato simbolico vivendo un'avventura esoterica, finalizzata alla costruzione del tempio dello spirito, alla rinascita iniziatica della luce. Sono da ricordare qui alcuni salienti momenti dell'opera quali: il barcaiolo che a mezzanotte (ora in cui simbolicamente iniziano i lavori), viene svegliato da due viaggiatori (i Fuochi Fatui) che vogliono essere traghettati sull'altra riva del fiume; e poi il serpente che inghiotte le monete d'oro dei Fuochi Fatui e diviene tutto splendente, impossessandosi così della luce che poi spande, facendo brillare come smeraldi tutte le cose intorno ad esso; e il tempo nascosto nelle viscere della terra; e i re d'oro, d'argento e di bronzo; e l'uomo della lampada; e ancora il principe e la bella Lilia, vittima dell'incantesimo, e la bara e il cerchio magico; e infine il ritorno pieno alla vita e alla luce, il trionfo del tempio, la rinascita e la liberazione, con il sacrificio del serpente.
Sono questi, solo alcuni cenni della ricchezza simbolica ed esoterica del racconto iniziatico de "Il Serpente Verde", con il quale Goethe ha voluto esaltare la Saggezza, la Bellezza e la Forza (il re d'oro, il re d'argento e il re di bronzo) che il quarto re, l'Amore, forma, coordina e crea.
In Goethe noi rileviamo un grande senso del bello e della forza, principi che traspaiono nelle sue opere, ricche di richiami ai simboli e ai valori della nostra Istituzione.
Possiamo affermare che la sua intelligenza era sviluppata in senso esoterico, in quanto tesa alla conoscenza dello spirito, aperta per consentirgli di penetrare il senso riposto delle parole, e attraverso il profondo significato che ad esse dava, ha fatto percepire, sotto apparenze esteriori, la sostanza celata. Con la sua sapienza nello scrivere i numerosissimi testi, spesso ci ha fatto ripercorrere la via della conoscenza per essere in grado di scegliere la via giusta: è una scelta fra il bene e il male iniziaticamente intesi; una scelta tra il lasciarsi trascinare dalle circostanze ed il divenirne padroni.
Per la mole di opere scritte, si può senz'altro dire che Goethe sconfisse la pigrizia che è uno dei vizi che affliggono l'uomo e che è più facile da assumere.
Il pigro tiene per buono tutto quello già sperimentato da altri senza approfondire nulla; il pigro cede per sentito dire, perchè fa comodo; al vizio pigrizia si oppone la virtù Forza, che è alla base del nostro agire: per mettere in atto il trinomio Uguaglianza, Fratellanza e Libertà si richiede la forza; per levigare la pietra grezza, occorre la forza.
In Goethe noi riscontriamo una grande forza di volontà, concentrata nella ricerca del sapere, del conoscere, dello speculare i misteri dell'uomo: in lui rileviamo una grande Forza controllata dalla saggezza, facendo sempre riferimento alla armonia della natura.
Goethe ci ha insegnato il valore dinamico e attivo dello spirito, infondendo la fede creatrice nell'agire storico: in Goethe la "morale dell'azione" (vale a dire azione in cui consiste l'anima dell'uomo) è etica della gioia di vivere e, al tempo stesso, espressione di una interna tensione in cui non vi è posto per grettezze filistee. Ed in questo inesausto anelito, nell'intuizione della tragicità della vita, in questa ricchezza interiore con cui sa pervenire all'estasi mistica attraverso una prodigiosa varietà di esperienze, fino alla lirica visione finale di una vita serena su di una terra vergine, lo spirito goethiano è affascinante, incomparabile nella sua saggezza.
Ed una scintilla della Sua saggezza è rilevabile anche dalle parole: "Chi vuole fare qualcosa per il mondo, deve restarne fuori." E' un messaggio autorevole e prezioso, diretto ad insegnare che intanto si potrà operare per il bene dell'umanità al di fuori delle nostre Officine, in quanto ci saremo liberati dalle passioni, dalle ambizioni irrefrenabili dalla sete di potere, in definitiva dai condizionamenti propri del mondo profano.
Egli sentiva fortemente l'amore fraterno e affermava che l'unico vero segreto dei Massoni, è che "siamo fratelli".
Confortato dalla presenza della nuora Ottile, che gli fu vicina dopo la morte di Cristiane e del figlio Augusto, Goethe morì della sua austera stanzetta comunicante con la stanza di lavoro poco prima di mezzogiorno del 22 marzo 1832: all'avvicinarsi dell'oscurità della morte, chiese che venissero aperte le persiane "per avere più luce".
Anche in queste ultime simboliche parole, noi rileviamo il profondo e radicato senso iniziatico che ha inciso in modo determinante la sua esistenza, fino al passaggio all'Oriente Eterno.