Il primo massone italiano
di
A. F.
Il 4 agosto 1732, il medico Antonio Cocchi, originario del Mugello, fu iniziato nella Loggia degli inglesi a Firenze. Era il primo italiano a divenire Massone.
Uno degli episodi più significativi della storia della Massoneria italiana è indubbiamente la fondazione della loggia fiorentina che si può far risalire agli anni 1731-32. Due cause concorrono principalmente a decretare le fortune di questa loggia: la presenza a Firenze di una nutrita e qualificata colonia inglese ed un clima di relativa libertà o meglio di tolleranza instauratosi nel Granducato con la morte del granduca Cosimo III e l'ascesa al trono dell'ultimo dei Medici, il Granduca Gian Gastone.
Firenze esercitò sempre, e lo esercita tuttora, un grande fascino sugli inglesi e diventò fin dal XVI secolo non solo tappa insostituibile nei viaggi che i gentiluomini compivano per completare la loro educazione, ma anche luogo di soggiorni prolungati per fini più specifici. Gli inglesi, che risiedevano a Firenze per svolgervi attività commerciali collegate soprattutto col Porto di Livorno allora centro di penetrazione inglese nel bacino del Mediterraneo, portarono con sé tutto un bagaglio di cultura e di modi di vivere fra cui erano comprese le idee della rinata Massoneria.
In questo clima, l'atteggiamento anglofilo o piú genericamente esterofilo figlio del pensiero preilluministico in Italia trova quindi a Firenze una concreta giustificazione ed una naturale incentivazione. La colonia inglese ebbe infatti rapporti di vario genere e non solo commerciali coi cittadini di Firenze e certamente contribuì alla diffusione di nuove idee ed alla nascita di nuovi interessi in una società che iniziava a scrollarsi di dosso il conformismo controriformista. E' da sottolineare a questo proposito che la nuova loggia di derivazione hannoveriana, non svolgendo attività apertamente politiche, era prevalentemente caratterizzata da un atteggiamento genericamente anticonformista e innovatore che non poteva non trovare rispondenza nell'ambiente intellettuale-borghese della società fiorentina. Soprattutto il motivo della tolleranza religiosa faceva presa in uno stato che stava iniziando la sua battaglia antigesuitica per seguire modelli di cultura professionale e scientifica moderna. Infine la volontà degli intellettuali toscani di ricoprire un ruolo nuovo e più concreto nella società del loro tempo, di uscire dal provincialismo e di reinserirsi nella cultura europea, che a Firenze avviene utilizzando un punto di riferimento essenziale della cultura italiana, cioè la lezione galileiana così naturalmente legata ai suoi sviluppi d'oltralpe ed in particolare alle recenti scoperte fisico matematiche di Newton, può senz'altro spiegare la "fortuna" che la lezione massonica, nella persona di questo gruppo di inglesi, ebbe nella società fiorentina.
Il primo italiano ad essere iniziato alla Massoneria nella loggia fiorentina fu il Dott. Antonio Cocchi, medico della colonia inglese, come egli stesso scrive nelle sue "Effemeridi", una sorta di diario manoscritto in cui si legge, alla data del 4 agosto 1732: "... in the evening I was received among the Free-Masons and remained to supper".
(1) Al Cocchi seguirono ben presto altri iniziati italiani rappresentanti in prevalenza della classe borghese e del clero. Si noti che le Effemeridi del Cocchi rappresentano il primo documento ufficiale del diffondersi della massoneria fra italiani, anche se si hanno notizie, non storicamente confermate, di precedenti attività.|
Antonio Cocchi sul medaglione in altro, in una incisione di Andrea Scacciati |
Alla sua nascita, il 3 agosto 1695, la famiglia Cocchi, originaria del Mugello, risiedeva a Benevento in quanto il padre Diacinto svolgeva là la sua attività di procuratore del marchese Rinuccini sul cui aiuto il giovane Antonio potrà contare spesso nella sua vita: fu infatti con l'appoggio del Marchese che potè perfezionare i suoi studi di medicina. Intraprese gli studi anatomici a Pisa con la guida di Domenico Getti, allievo di Lorenzo Bellini e, dopo la laurea conseguita nel 1726, fu discepolo di Tommaso Puccini che a sua volta era stato alla scuola di Francesco Redi. Il Cocchi seppe poi ben continuare l'opera di questi illustri capiscuola che ebbero il merito di avere per primi applicato i metodi galileiani alla medicina, alla biologia ed alla anatomia. Egli infatti più che elaboratore di un pensiero originale fu diffusore degli insegnamenti della tradizione scientifico-sperimentale ad un pubblico non più strettamente iniziato, come erano anche gli intendimenti di quel secolo XVIII che diede alla luce opere di larga diffusione, quali, per citare un titolo divertente, il "Newtonianesimo per le dame" di Francesco Algarotti.
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Fin da questi primi anni però, gli interessi del Cocchi non si limitarono agli studi scientifici ma si orientarono con molto interesse anche verso le dottrine umanistiche ed in particolare verso l'apprendimento delle lingue in cui ebbe come autorevole maestro, per le lingue antiche, l'abate Anton Maria Salvini. "Un uomo di vastissimo sapere" lo descrisse piú tardi un nobile inglese, il conte di Cork, "che legge e parla tutte le lingue europee" oltre a conoscere il greco, il latino, l'arabo e l'ebraico. Queste sue conoscenze, che crearono non poche difficoltà ai suoi biografi data l'abitudine del Cocchi di scrivere i suoi appunti nelle varie lingue, furono certamente determinanti per l'amicizia che nacque fra lui ed i membri della colonia inglese di Firenze. Introdotto nell'ambiente per opera del Dott. Serafini, medico dello Spedale di S. Dorotea, seppe, come medico e come uomo di cultura, accattivarsi le simpatie di questa cerchia di persone, in particolare dell'erudito Theophilus Hastings, conte di Huntingdon, che gli offrì poi, nel 1724, l'opportunità di seguirlo a Londra in un viaggio che si svolse attraverso Francia e Germania. Il soggiorno londinese, che si protrasse fino al 1726, allargò gli orizzonti culturali del giovane medico il quale ebbe l'opportunità di conoscere scienziati inglesi quali Richard Mead, John Friend e lo stesso Isacco Newton.
A Londra esercitò con successo la professione di medico e pubblicò una traduzione latina delle dissertazioni di Senofonte Efesio che Giovanni Lami, suo primo biografo, giudicò superiore a quella dell'eruditissimo abate Anton Maria Salvini. Ma soprattutto interessante di questo periodo è il carteggio che egli ebbe con i membri della colonia inglese e con amici fiorentini fra cui il suo maestro Tommaso Puccini a cui inviò uno scritto "Intorno all'educazione e al genere di vita degli inglesi" che dimostra il desiderio dell'autore di trarre dalle usanze e conoscenze straniere quegli esempi che, portati in Italia, potessero servire a rinnovare e razionalizzare il modo di vivere dei suoi concittadini. Atteggiamento questo che conservò per tutta la vita e che attirò su di lui non poche polemiche da parte dei contemporanei conservatori e che gli procurò da parte di Giovanni Lami, il più benevolo fra questi, il giudizio di "uomo vago di introdurre metodi bizzarri", (Novelle letterarie - Firenze 9 VI 1758 -num 23).
In effetti il fatto che scrivesse sull' "Uso dell'acqua fredda presso gli antichi" e del "Vitto Pitagorico" invitando i contemporanei alla abitudine di abluzione fredde e ad una dieta vegetariana quando egli invece era ben lontano dal seguire queste prassi, ci fa pensare che il suo desiderio di divulgazione scientifica e di rinnovamento metodologico non fosse alieno da un gusto personale di esibirsi o per lo meno di far colpo su una società che forse considerava troppo ancorata alle tradizioni. All'argomento del vitto pitagorico il Beretti dedica tre facciate della sua Frusta Letteraria sostenendo che molti sono i cibi salutari, come confermano le svariate usanze riscontrabili ai diversi angoli della terra e conclude invitando il nostro medico acchè non pretenda "presuntuosamente di sbarbare a forza inveterati ed universali modi di cibarsi, per sostituire invece i modi tratti dalle nostre o dalle altrui limbiccatissime opinioni". (Frusta Letterarla - Dei Discorsi Toscani del Dottor Antonio Cocchi P II - Firenze 1762 n. 4); noi che di Antonio Cocchi conosciamo l'adesione ai principi massonici potremmo anche pensare che lo studio dei Pitagorici non soddisfacesse solo i suoi interessi di umanista e di medico ma appartenesse ad una ricerca esoterica che, anche se non caratterizzò in maniera prevalente il gruppo massonico fiorentino 1 poteva senz'altro svolgersi all'ombra della loggia.
Perché poi egli chiedesse al Marchese Rinuccini di farlo rimpatriare nonostante il successo ottenuto a Londra non è ben chiaro. Forse pensò di avere maggiori opportunità di esprimere le proprie capacità in patria e di poter giovare con la sua esperienza ai propri concittadini dando inizio, come infatti avvenne, ad una intensa e metodica opera di svecchiamento della medicina applicata. Importante per questo fu anche l'incontro a Leida, nel suo viaggio di ritorno dall'Inghilterra, con Herman Boerhaave, sostenitore di una medicina sperimentale che si basasse sull'osservazione degli ammalati.
Al suo ritorno in patria egli fu dapprima nominato professore di medicina teorica all'università di Pisa, poi di anatomia nell'ospedale di S. Maria Nuova a Firenze e ricoprì progressivamente cariche sempre più importanti sino ad essere nominato, nel 1742, consigliere ufficiale in questioni mediche del presidente della Reggenza, il conte Emanuele di Richecourt. Egli considerava l'insegnamento come la sua vera vocazione e fu proprio questo, piú che l'esercizio della medicina, che gli procurò fama presso i contemporanei ed i posteri. Antonio Cocchi, come dice il Carducci,
(2) farà testo per tutto il XVIII secolo. In effetti se egli non può essere considerato un grande della medicina, come Morgagni o Boerhaave, ebbe tuttavia il grande merito di promuovere una opera di rinnovamento nell'organizzazione e nei metodi di cura dei malati negli ospedali toscani che divennero in breve tempo fra i più igienici del mondo. In senso lato si può dire che egli diffuse fra i suoi contemporanei una mentalità scientifica che, originatasi proprio in Toscana dall'insegnamento galileiano, era tuttavia rimasta patrimonio di pochi iniziati. Seppe applicare la sua "filosofia sperimentale" a moltissime attività, facilitato in questo dalle cariche che ricopriva e dalla amicizia che lo legava al governanti.Col suo "Dei bagni di Pisa", trattato in cui espone i benefici delle cure termali, convinse la Reggenza a riattivare la stazione termale e ad aprirla al pubblico; si interessò di malattie provocate da germi che si trovano nelle piante, studiò i numerosi casi di mortalità fra i coloni lorenesi mandati dal nuovo duca in Maremma; scrisse un trattato "Sopra il contagio della tabe polmonare" a cui si ispirarono le nuove leggi sanitarie che uscirono in Toscana nel 1754. La sua "Relazione" alla Reggenza sull'ospedale di S. Maria Nuova, frutto di lunghi anni di esperienza e di osservazioni, rimane un modello di medicina preventiva che egli aveva dedotto dai principi rediani intorno alla semplicità dei rimedi. Infine le sue lezioni di anatomia, tenute sempre accanto al cadavere con dettagliate dimostrazioni sperimentali e le altre, negli ospedali, accanto ai malati, con attento controllo delle cartelle cliniche, diedero una impostazione metodologica irreversibile agli studi di medicina.
Le lezioni pubbliche che cominciò a tenere all'Ospedale nel 1742 furono subito talmente frequentate da aristocratici dilettanti che egli fu costretto a tenere un'altra serie di lezioni riservate ai soli studenti. Contribuirono al suo successo di oratore il fatto che, secondo il gusto del tempo, egli amasse arricchire le sue lezioni con riferimenti eruditi alla medicina greca e romana ma soprattutto il carattere riservato, il discorso lento e scandito, la tecnica oratoria per cui ebbe a modello Lorenzo Bellini.
Giovanni Lami così ce lo descrive: "Era egli di statura giusta, compresso e lacertoso e di buon colore. Aveva il volto largo e la parlata difficile, tarda e che sembrava forzata. Ma era però piacevole nel discorso, erudito nella conversazione, e saggio nei consigli2. (Novelle Letterarie, Firenze 9-V11-1758).
Andrea Bonducci, nell'Elogio in prefazione alla edizione dei Discorsi di Antonio Cocchi del 1761, ci dice che egli rivolse i suoi interessi a tutti quegli studi che avessero come centro l'uomo e che all'uomo giovassero. In effetti se noi fino ad ora abbiamo preso in considerazione la pur notevole attività scientifica e di erudito del Nostro, ciò non significa che abbiamo esaurito la vasta gamma di interessi dettati dalla sua poliedrica personalità: Antonio Cocchi ebbe infatti le stesse pretese all'universalità del sapere di tutti i suoi contemporanei, come testimoniano le sue svariate attività e soprattutto i diversi indirizzi dei suoi studi.
Amico e in un certo senso anche discepolo del botanico fiorentino Pierantonio Micheli, di cui scrisse nel 1737 l'elogio funebre, collaborò col collega Giovanni Targioni Tozzetti al riassestamento della Società Botanica, fondata circa sedici anni prima da un gruppo di nobili e letterati fiorentini per sovvenzionare le ricerche del Micheli. Nel 1738 fu nominato antiquario imperiale ed ebbe l'incarico di ordinare la vasta collezione medicea di medaglie greche; diventò contemporaneamente, insieme al Targioni Tozzetti, uno dei direttori della nuova Biblioteca Magliabechiana della quale stese gran parte del catalogo dei manoscritti, ancora oggi in uso.
Oltre a ciò, come si è già accennato, eg li ebbe numerosi rapporti epistolari con personalità straniere quali Newt on, Walpole, Boerhaave seguendo quella ideologia universalistica della cultura p er realizzare la quale si auspicava l'eliminazione di barriere di religione e si ribadiva il diritto degli intellettuali di comunicare liberamente fra loro. A q uesto proposito la lettera piú significativa con cui il Cocchi acquist&og rave; fama nel mondo culturale settecentesco fu quella inviata al Marchese Rinuc cini sopra il poema di Voltaire intitolato L'Henriade. Questa lettera, tradotta in francese, venne poi inserita nelle opere di Voltaire il quale così scr ive a Gasparo Cerati
(3) , Provveditore dell'Università di Pisa:" las upplico di pigliarsi il fastidio di inviare un esemplare del mio lib retto... al Signor Cocchi, la stima di cui ho sempre ambito, ed a cui rester&ogr ave; sempre obbligato"; certamente le ultime parole si riferiscono alla lettera in questione. In effetti il Cocchi fa lodi sperticate dell'Henriade: sono state scritte, secondo lui, poche opere piú belle e più perfette. Loda i l poema soprattutto perché le azioni narrate sono grandi e vere e perch&e acute; ispirano al mondo intero una specie di amicizia universale e un orrore ge nerale verso la crudeltà ed il fanatismo. Inoltre i versi armoniosi, lo s tile semplice ed efficace fanno così che il poeta superi con l'Henriade i l genio di Tasso e sia paragonabile ad Omero. Obbiettivamente non possiamo non e ssere d'accordo col Baretti il quale, nella sua Frusta Letteraria, commentando l a lettera di Cocchi dice: "e insomma Voltaire non si può senza delirio comparare agli epici nostri; anzi sarebbe una specie di bestemmia il dire che egli s'accosta benissimo a Virgilio e ad Omero"(4). Ma non siamo d'accordo con lui quando giudica il Cocchi un meschino adulatore. Il suo entusiasmo, a nostro avviso, non è tanto determinato dall'opera in questione quanto dalla grande personalità del poeta-filosofo che caratterizzò mezzo secolo della nostra storia. Ma gli strali di Aristarco Scannabue non si fermano qui. Nelle considerazioni ai Discorsi Toscani di Antonio Cocchi uscite sulla Frusta Letteraria, Baretti non lesina i commenti negativi sulle opere letterarie del nostro mentre riconosce la validità delle sue pubblicazioni scientifiche. Non gli piace lo stile che, a suo avviso, è "chiaro e nitido sufficientemente, ma floscio e lento anzi che nervoso e veloce". Ma uscito dalla penna del Baretti non possiamo forse considerare questo giudizio quasi un apprezzamento? Cosa infatti si salva dalla sua satira? Non certo l'Arcadia o i petrarchisti, i boccacciani, l'Accademia della Crusca, e neppure Goldoni: tutto sommato quasi un intero secolo. Consoliamoci quindi col Carducci che considera Antonio Cocchi l'ultimo buon prosatore della scuola sperimentale: "Nel resto, la prosa toscana di questi ed altri anni è senza vena, esangue. La patria di Dante si lasciò andare ad infranciosamenti e così corrose l'incarnato e la forza natia della dizione" (5). Anche se influenzato da pregiudizi patriottici, il pensiero di Carducci dà una giusta collocazione ad uno scrittore che, se non eccelse per originalità, seppe continuare la tradizione prosastica galileiana basata sulla chiarezza e la semplicità.In conclusione, caratteristica fondamentale di quest'uomo fu quella di rappresentare in tutti gli aspetti più degni il suo secolo, di saperne capire e portare avanti le istanze più nuove e positive. "Dedicò la sua vita a migliorare quella dei propri simili" dice Andrea Bonducci nell'Elogio in memoria di Antonio Cocchi ed aggiunge: "Intendeva egli sovranamente le leggi di amicizia e i diversi gradi della medesima non ammettendo per altro all'intrinsichezza che i pochi ed illuminati escludendone la moltitudine, la quale, incapace di riflettere, suole molte volte interpretare sinistramente i sentimenti più giusti"
(6). Il senso dell'amicizia, il Cocchi, seppe ben dimostrarlo quando un confratello della loggia fiorentina, Tommaso Crudeli, fu arrestato il 9 maggio 1739 e consegnato al tribunale della Inquisizione.Era questi un giovane poeta casentinese, ben conosciuto negli ambienti colti della città, spirito critico e liberale, il quale era entrato nella loggia massonica in quegli anni con altri fiorentini quali l'abate Niccolini, Giuseppe Cerretesi, l'abate Bonaccorsi.
Colpendo lui si voleva naturalmente colpire ed ammonire tutti gli appartenenti alla fratellanza, focolaio di idee anticlericali, secondo la Santa Sede. La Chiesa infatti non condivideva la tolleranza religiosa che si praticava all'interno delle logge ed ancora di più la impensieriva la segretezza che caratterizzava le riunioni massoniche, segretezza che si sospettava nascondesse una intensa attività politica. Ma le vere ragioni che motivarono il processo Crudeli, di cui non è nostra intenzione fare la storia in questa sede, possono meglio essere comprese se lo inquadriamo nella problematica del dispotismo illuminato. La Toscana, in quel periodo, fu centro di contrasto fra il potere granducale, che mirava a conseguire la piena sovranità, ed il potere sovrastatale della Chiesa. Non potendo essa colpire più in alto e in maniera più estensiva per le implicazioni politiche che ciò avrebbe comportato, ne fece le spese il nostro povero poeta il quale, malgrado fosse affetto da una grave forma di tubercolosi, fu relegato in una cella piccola e malsana. A questo proposito intervenne Antonio Cocchi, in qualità di medico e di amico, presso il Cardinale Passionei con la sua lettera del 16 maggio 1739. Egli intendeva supplicare il Cardinale "del suo potente patrocinio nella disgrazia ultimamente accaduta ad un nostro poeta, il quale per la bellezza dello ingegno e per la varietà dell'erudizione e per li eligantissimi suoi versi si era fatto molte volte ammirare ed aveva anco dato speranze di dover esso avvivare la gloria della toscana poesia ormai quasi che morta".
Ma ancora più significativa è la lettera del luglio 1739 nuovamente indirizzata al Cardinale Passionei. In essa egli sostanzialmente sfida il tribunale a rendere pubblici gli atti d'accusa contro Tommaso Crudeli, ben sapendo che non ne esistono di validi. "Di questo posso assicurare V.E. che non solamente io, ma tutti i suoi parenti ed amici desisterebbero dall'interessarsi così premurosamente per lui subito ch'ei sapessero i suoi delitti".
Il processo Crudeli finirà con il confino del giovane poeta e con esso svaniranno le speranze della Chiesa di colpire, attraverso la libera muratoria, le nuove forze emergenti.
Poco si è detto dei Cocchi massone perché l'unico documento in tal senso è dato dalla citazione presente nelle sue Effemeridi; molto si è invece detto dell'uomo, del suo lavoro, dei suoi interessi, delle sue aspirazioni. Ma proprio da queste ultime si può intuire il profondo spirito massonico del medico fiorentino. E tra "le righe" della sua vita che noi possiamo vedere quanto egli fosse legato a certi ideali, validi ora come allora, nelle logge massoniche: il sentimento della fratellanza che egli dimostrò in senso specifico con la difesa dei Crudeli e in senso lato con la sua "humanitas"; il desiderio dell'universalità del sapere che, svincolato da interessi di parte, comporta implicitamente la tolleranza e il rispetto delle idee altrui; la sua intenzione di essere un uomo nuovo in un mondo che sta cambiando.
NOTE
(1) ... la sera fui accolto fra i Massoni e mi trattenni per la cena.
(2) CARDUCCI, Opere, XIV, 27.
(3) "A.G. CERATI- 20 agosto 1745 n. 2956 della Voltaire's Correspondance (XIV, 1956) Editore Theodore Besterman.
(4) Dei Discorsi Toscani del Dott. Antonio Cocchi P. II Firenze, 1972, in 4°.
(5) CARDUCCI, Opere XVI, 144.
(6) Prefazione di Andrea Bonducci ai Discorsi Toscani di Antonio Cocchi, Firenze 1761.
BIBLIOGRAFIA
GIUSEPPE BARETTI, Frusta Letteraria, Bari, Laterza 1932.
GIOSUE CARDUCCI, Opere, Voll. XVI, XIV, XIX.
ANTONIO COCCHI, Discorsi Toscani, Con prefazione di A. Bonducci. Firenze 1761-2.
ANDREA CORSINI, Antonio Cocchi. un erudito del Settecento, Milano, 1928.
CARLO FRANCOVICH, Storia della Massoneria in Italia dalle origini alla Rivoluzione Francese. Firenze, Nuova Italia, 1974.
GIOVANNI LAMI, Novelle Letterarie, XIX, 1758.
FRANCO VENTURI, Settecento Riformatore. Da Muratori a Beccaria. Torino, Einaudi, 1969.
(tratto da "Hiram", N.2, aprile 1980, pag.51 - Ed. Società Erasmo)