GIORDANO BRUNO

FILOSOFO, MAGO, MARTIRE

di Renato Lavarini

Premessa.

Nel corso del 2000 si sono succedute, in Italia e nel mondo, tavole rotonde, convegni, seminari, dedicati alla figura di Giordano Bruno, nel quattrocentesimo anniversario della sua morte, avvenuta per rogo, in Campo de’ Fiori, a Roma, il 17 febbraio del 1600.

Questo ricordo non interessa solo gli ambienti libero-muratori, ma anche quelli più genericamente culturali e scientifici.

Per lo stesso motivo, sono state date alle stampe pubblicazioni, più o meno estese, più o meno approfondite, sulla vita, il pensiero, il processo al frate domenicano.

Tutto si aggiunge alla vasta letteratura passata a lui dedicata.

Purtroppo, nella corsa a parlare e ad apparire, non sempre si segue una strada produttiva, sia dal punto di vista intellettuale che etico.

A mio parere, infatti, non ci si dovrebbe limitare a realizzare percorsi esclusivamente storiografici o esclusivamente filosofici. Gli argomenti da trattare dovrebbero essere approfonditi e, soprattutto, i liberi muratori dovrebbero cercare le profonde ragioni culturali, sociali, filosofiche ed esoteriche della vita e dell’opera del filosofo.

Tale necessità di attenzione e "delicatezza" nell’analizzare il pensiero di Bruno nasce, soprattutto, da due esigenze.

La prima si può sintetizzare nella missione di liberare la memoria di Giordano Bruno dall’abuso che ne viene fatto dalle nuove forme di esoterismo contemporaneo, più inclini al mercimonio che all’attenzione verso le domande fondamentali dell’uomo.

La figura di Giordano Bruno e il suo mito, infatti, sono stati usati in molti modi diversi ma, quasi sempre, con lo stesso intento di trovare un riferimento ed un avvallo storico-filosofico di grande importanza – anche popolare – per garantire una paternità a più moderne idee, teorie, gruppi ed associazioni di forte impronta anticlericale o a scuole di pensiero esoteriche e magico-occultistiche.

Il fatto che diverse organizzazioni e gruppi legati alla new age o al movimento teosofico si intitolino al nolano, è sintomatico di quanto ho appena detto.

La seconda esigenza nasce dalla necessità, per il libero muratore, di procedere nella realizzazione di una costruzione intellettuale forte, fondata e giustificata, che produca sempre nuovi strumenti per operare, non solo all’interno dell’Istituzione, ma anche nel mondo profano.

Il pensiero di Giordano Bruno può essere un buon mattone per questa costruzione solo se la sua interpretazione si libera dalle limitazioni apologetiche cui troppo spesso è fatta oggetto.

Si tratta, infatti, di comprenderne al meglio il pensiero e la visione; e di capire se il nolano è, per noi massoni, importante solo come martire del libero pensiero o anche come guida filosofico-teoretica e morale.

 

La propedeutica.

Lo scopo di questo scritto è ripercorrere la vita di Giordano Bruno, seguendone le varie fasi. Compreso il processo. Anzi. Proprio dal processo, individuare il suo pensiero e la sua figura.

Cercare, altresì, di individuare quali elementi della sua esistenza e del suo pensiero siano propedeutici all’etica e alla scienza libero-muratoria.

Navigare, con la scusa di Giordano Bruno, nei due secoli che vanno dal 1450 al 1650 e che tanta importanza hanno avuto per la Massoneria.

Per fare ciò, proverò a seguire un metodo che spero non sia troppo noioso: le accuse, gli atti, la storia del processo cui fu sottoposto dall’Inquisizione vaticana, prima a Venezia e poi a Roma.

Ancora una breve precisazione.

I due secoli sopra citati come ambiente di sviluppo della nostra riflessione, sono di fondamentale importanza non solo per la Massoneria, che in quei secoli viveva gran parte della sua vita operativa e si preparava a diventare quella grande costruzione etico-filosofica che noi conosciamo o che speriamo di conoscere; ma per l’umanità intera, per la sua cultura, la sua scienza, la sua filosofia.

Poche date sintetizzano quest’ultima riflessione:

1434. Gutenberg introduce il sistema di stampa a caratteri mobili che consentirà la divulgazione universale della conoscenza scientifica, filosofica e dei testi religiosi.

1492. Viene scoperto il Nuovo Mondo.

1517. Martin Lutero espone le 92 tesi contro il sistema delle indulgenze perseguito dalla Chiesa Cattolica e a favore dell’esame diretto, da parte di tutti, dei testi sacri. Inizia la Riforma protestante.

1537. Viene convocato il Concilio di Trento. Inizia la Controriforma.

1542. Viene istituito, su sollecitazione del Cardinal Carafa (il futuro Papa Paolo IV) il Tribunale del Sant’Uffizio. Nasce l’epoca dell’Inquisizione.

 

Giordano Bruno a Venezia.

Bruno, giunto a Venezia nel 1591, si trasferisce a casa di Giovanni Mocenigo, un giovane patrizio che, avuto modo di acquistare e leggere un’opera del filosofo, mostra il suo interesse a conoscerlo.

Tra Giordano Bruno e Mocenigo c’è, naturalmente, molta differenza di carattere e di cultura.

Mocenigo è collerico, privo di quella cultura di cui vorrebbe impadronirsi rapidamente, vendicativo, senza vera nobiltà, con un atteggiamento non già da allievo quanto da "compratore di sapienza".

Nonostante gli insegnamenti impartitigli da Bruno, Mocenigo non migliora il suo stato di ignoranza. E di ciò è sempre più furioso.

Diversi studiosi ritengono che il Mocenigo non volesse usare Bruno come maestro, ma volesse soltanto impadronirsi delle presunte doti magiche di cui si era alimentata la favola stessa del nolano.

La gelosia e la furia nei confronti del filosofo, esplodono quando lo stesso gli comunica la sua decisione di ritornare a Francoforte, ultima tappa del suo peregrinare per l’Europa prima di giungere a Venezia.

Il 22 maggio 1592, Mocenigo riesce a rinchiudere Bruno nel solaio della sua casa, minacciandolo di denunciarlo all’Inquisizione se non avesse desistito dal proposito di andarsene da Venezia.

Di fronte al rifiuto del nolano, lo denuncia e lo conduce nel carcere del Tribunale del Sant’Uffizio di Venezia.

Non è mia intenzione, in queste poche pagine, tentare di spiegare, interpretare, criticare, le accuse che vengono mosse. Voglio solo usare le stesse per approfondire gli aspetti filosofico-esoterici di Bruno.

L’inquisitore di Venezia è Giovan Gabriele da Saluzzo.

Il Mocenigo gli si rivolge in questi termini:

"Molto reverendo Padre et signore osservandissimo, io Giovanni Mocenigo figlio del carissimo Messere Marco Antonio, dinunzio a Vostra Paternità molto reverenda per obligo della mia coscientia, et per ordine del mio confessor, haver sentito dire a Giordano Bruno nolano, alcune volte che ha ragionato meco in casa mia, che è biastemia grande quella dei cattolici il dire che il pane si transustanzi in carne, che lui è nemico della messa; che niuna religione li piace, che Cristo fu un tristo et che, se faceva opere triste di sedur i popoli, poteva molto ben predire di dover essere impicato, che non vi è distintione in Dio di persone, et che questo sarebbe imperfezion di Dio; che il mondo è eterno, et che sono infiniti mondi, et che Dio ne fa infiniti continuamente, perché dice che vuole quanto che può, che Cristo faceva miracoli apparenti et che era un mago, et così gli apostoli, et che a lui daria l’anima di far tanto et più di loro; che Cristo mostrò di morir mal volentieri, et che le fuggì quanto che potè; che non vi è punition de’ peccati; …et che il non far ad altri quello che non volessimo che fosse fatto a noi basta per ben vivere…".

Quindi, sintetizzando:

No alla transustanziazione, cioè alla trasformazione reale del pane in carne e del vino in sangue;

contrarietà alla messa (naturalmente intesa come luogo della presunta transustanziazione);

contro la validità della religione (intendiamo quella rivelata);

contro la divinità (e gli attributi divini) di Cristo che, piuttosto, poteva essere definito un mago;

contro la Trinità (se Dio si divide in persone, allora è imperfetto);

il mondo non è stato creato ma è eterno;

ci sono infiniti mondi nell’universo e Dio opera in una continua azione di creazione di altri mondi;

Cristo (come testimoniano le Sacre Scritture) cercò di ribellarsi alla propria morte;

non c’è un Inferno dove i peccati vengano puniti;

la regola che dobbiamo seguire per vivere bene è quella di non fare agli altri quello che non vogliamo sia fatto a noi.

Di fronte a queste accuse (pesanti per l’epoca) e dopo che il Sant’Uffizio ebbe ascoltato le deposizioni di due librai, Ciotti e Brictano, Giordano Bruno ha, il 26 maggio, l’opportunità di difendersi.

Un uomo che è stato intimo di re e regine, di nobili e studiosi di tutta Europa; un poeta dall’eloquio ricco e facondo; il filosofo che per primo ha intuito fino in fondo le potenzialità della nuova scienza copernicana e la necessità di essere coerenti anche in campo metafisico con la nuova visione del mondo, si trova di fronte a giudici sospettosi e diffidenti che lo interrogano su frasi dette sì privatamente, magari con ironia, ad un giovane vanitoso e ignorante ma comunque fortemente connesse alla propria welthanschauung.

Il suo intelletto, abituato al rigore del solo ragionamento, della dimostrazione o all’entusiasmo di una bruciante intuizione del vero, si dovrà piegare alla fredda puntigliosità delle domande di giudici sconosciuti.

Giordano Bruno, tuttavia, comprende che non avrebbe avuto molto spazio nel cercare di difendersi con le stesse argomentazioni logiche che l’avevano portato a dichiarare le cose di cui Mocenigo lo accusa.

Infatti, il grande valore di Giordano Bruno può essere rintracciato nell’aver sviluppato ai limiti estremi i principi metafisici con il solo aiuto della logica e di aver portato alle estreme conseguenze il suo ragionamento.

Certo è che, di fronte al sistema ideologico messo in campo dalla religione rivelata, la logica bruniana non avrebbe avuto scampo.

La strategia difensiva nella prima fase del processo.

Dunque, la strategia difensiva nella fase veneta del processo si fonda su tre principi:

1. ammissione parziale di dubbi ed errori, perlopiù teologici;

2. negazione di tutte le accuse più volgari (bestemmia, ridicolizzazione del clero, pareri offensivi su Cristo, ecc.);

3. manifestazione di una ferma volontà di pentimento e ravvedimento.

Mocenigo, il 29 maggio, deposita presso il Sant’Uffizio una nuova accusa che costituisce un’ulteriore aggravante per la posizione di Giordano Bruno. Non si tratta di un’accusa teologica ma etica, riferita al comportamento della Chiesa (userò d’ora in poi il linguaggio moderno, per maggiore facilità di lettura):

"…mi sono ricordato di avergli sentito dire che il procedere che usa adesso la Chiesa non è quello che usavano gli apostoli, perché quelli con la predicazione e con gli esempi di buona vita convertivano la gente. Ora invece chi non vuole essere cattolico deve sopportare la pena e il castigo, perché si usa la forza e non l’amore. Che questo mondo non può durare così, perché non c’è che ignoranza e che non c’è nessuna religione che non sia buona. Che la religione cattolica gli piace più di altre ma che questa ha ancora bisogno di gran regole".

Queste accuse vengono aggravate da altre due: la prima riguarda il fatto di aver invitato il Mocenigo a indulgere al peccato della carne.

La seconda, "di aver soggiornato in paesi eretici".

Infatti, prima di aver la sfortuna di incontrare Mocenigo e di rientrare nella penisola italiana, Giorno Bruno ha trascorso molto tempo tra Svizzera, Francia, Inghilterra e Germania, dove ha avuto modo di incontrare filosofi e scienziati, di confrontare il suo pensiero, di conoscere realtà di grande interesse, anche per noi. Di muoversi in ambiti non certo totalmente liberi ma almeno parzialmente tolleranti.

 

Bruno, uomo del Rinascimento.

Giordano Bruno è uomo del Rinascimento. Di quel Rinascimento che si propone di riportare l’uomo nel suo giusto rapporto con la natura, così come con Dio.

Di quel Rinascimento che, con questa nuova consapevolezza, apre la strada all’indagine scientifica, facendo propria la lezione quattrocentesca dell’Umanesimo (che non solo mise a disposizione i testi della scienza antica ma pone l’accento sulla naturalità dell’uomo il quale, in quanto tale, aveva l’interesse vitale a conoscere il mondo naturale) e dell’Aristotelismo (che oltre a promuovere l’indagine naturale di Aristotele, mise in chiaro il suo presupposto fondamentale: l’esistenza, cioè, di un ordine necessario del mondo).

Di quel Rinascimento, infine, che individua tre fasi dell’indagine naturale: la magia, la filosofia della natura, la scienza.

Mi preme affermare, tuttavia, che Giordano Bruno è sì uomo del Rinascimento ma non è uomo che ha scordato la lezione positiva e la grande luce intellettuale portata dal Medioevo. Certo, non poteva avere, per motivi di sedimentazione storica, la stessa consapevolezza che noi oggi abbiamo della grande epoca a lui precedente.

Tra il 1450 e il 1650 sono vissuti diversi personaggi a cui è stato attribuito il ruolo di maghi, cioè di coloro che, affermando l’universale animazione della natura, ritengono di poter penetrare la natura stessa, dominandone le leggi e le forze, fino a dominare la natura stessa.

Senza il portato medievale, costoro non avrebbero mai potuto definirsi maghi e sviluppare la loro arte, sia teoricamente che praticamente

Reuchlin, Cornelio Agrippa, Paracelso, Fracastoro, Cardano, Della Porta, Helmont e Fludd, sono coloro che più di tutti si sono confrontati in questo modo con la natura.

Giordano Bruno è molto attirato da questo mondo così come è attratto dalla vita che, nella natura, trova la sua grande espressione.

Uno dei più grandi filosofi e storici della filosofia italiani, Nicola Abbagnano, ne fornisce una visione romantica di entusiasmo per la vita, di odio per la "prigione angusta e nera" rappresentata dal chiostro, da cui fugge all’età di 18 anni.

Sicuramente Giordano Bruno è dotato di grande sensibilità nei confronti della natura come sistema, del rapporto organico dell’uomo con la natura, di un uomo che pur essendo parte integrante della natura stessa, ha gli strumenti logici e psichici per coglierne le leggi, le regole, il destino e – quindi – vedere nella natura anche il proprio destino.

 

La magia.

È, qui, necessario chiarire un fatto molto importante.

La magia non è da intendersi come quella stereotipata che la cultura dominante le varie epoche ci ha trasmesso.

Il mago non è quello che con pozioni e riti propiziatori, ci fa andare bene gli affari, ci riporta l’amata persa, ci dà i numeri per giocare al lotto.

Quella è superstizione.

Le pratiche magiche e occultiste che hanno caratterizzato certi circoli ottocenteschi e novecenteschi, non costituiscono altro che furbeschi sistemi di lucro sull’ignoranza di chi ha bisogno di pratiche consolatorie per poter accettare una vita che, da solo, non riesce a gestire o ad accettare.

La magia rinascimentale che, certo, non potrebbe essere nata senza il contributo della sapienza medievale, soprattutto di quella proveniente dalle regioni del Nord Europa, è una forma di ricerca e di conseguente possesso delle regole e delle leggi naturali.

Una ricerca, certamente, molto d’assalto, molto legata alla diade causa-effetto, ma che nasce dall’osservazione dei fatti naturali e che, con il supporto di strumenti di antichissima sapienza, crea un ordine interpretativo al sistema uomo-natura che, prima, non veniva colto o accettato e che, dopo, incontrerà le stesse difficoltà per essere accettato.

Al di là dell’interpretazione romantica data di Bruno da Abbagnano (interpretazione che finisce, in molti punti, per caratterizzare negativamente lo stesso Giordano Bruno, come si addice ad un buon cattolico qual’era Abbagnano), mi piace veder in Giordano Bruno una persona desiderosa di cogliere lo schema logico, la struttura della natura stessa, cercando di coglierla nella sua globalità organica.

 

Bruno viaggiatore.

Giordano Bruno ha viaggiato per paesi eretici. Con quest’accusa ci si riferisce fondamentalmente all’Inghilterra e alla Svizzera o, meglio, al Cantone di Ginevra.

Il suo soggiorno inglese rappresenta per noi una chiave interpretativa molto importante.

Perché, allora, l’Inghilterra costituiva un approdo così ambito da accogliere molti studiosi continentali, oltre a Giordano Bruno?

Perché in questo Paese, soprattutto a Londra, si stava sviluppando lo studio scientifico-matematico.

Perché in questo Paese, la controriforma aveva colpito di meno.

Perché in questo Paese, infine, la classe nascente della borghesia (commercianti e artigiani) fu lo stimolo per la nascita degli studi scientifici. Non lo furono di certo i docenti universitari di Oxford e Cambridge, che continuavano a seguire i vecchi studi delle arti liberali e delle scienze filosofiche.

L’Inghilterra fu il primo Paese ad avere una letteratura scientifica scritta in lingua locale e non in latino; accompagnata da un alto livello di istruzione scientifica popolare, diffusa nell’emergente ceto medio degli artigiani e commercianti.

Importantissimi testi scientifici furono scritti da scienziati e studiosi non provenienti da Oxford o da Cambridge. Testi che, poi, furono la base per lo sviluppo scientifico stesso.

Nessuno di questi scritti è conservato nelle biblioteche di queste università.

Comunque, l’Inghilterra fu favorita dalla sfida portata dai Tudor all’autorità costituita e controriformata.

Giordano Bruno, arrivato in Inghilterra nel 1583, ottenne di poter tenere un corso libero ad Oxford. In questa sede del platonismo agostiniano, tuttavia, le sue idee affini alla teoria copernicana non vennero accettate.

Nello stesso periodo veniva pubblicata a Londra l’Ars reminiscendi, la continuazione dei due testi sullo stesso soggetto, pubblicati a Parigi.

 

La mnemotecnica.

È uno strumento, per lui, di grande importanza. Soprattutto in un periodo in cui, da una parte, l’ignoranza colpiva la gran parte delle popolazioni (quella più povera) e, dall’altra, l’invenzione della stampa a caratteri mobili stava allargando il potenziale di conoscenza per chi poteva imparare a leggere.

Si rischiava, infatti, di disperdere l’organicità del sistema uomo-natura in una miriade di testi utilizzabili da chiunque per il proprio fine.

La mnemotecnica, per Bruno, è dunque anche un’arte esoterica che consente di mantenere unito il disperso, di accumulare conoscenza nella sua organicità, trasformandola da pura erudizione (o esercitazione libresca) a schema interpretativo ed etico.

L’arte della memoria era sostanzialmente una tecnica per migliorare la capacità di memoria degli individui, sviluppatasi nell’antica Grecia e molto diffusa tra i Romani (Cicerone fu uno dei più abili mnemotecnici).

La tecnica greca era basata su un edificio; lo studente doveva memorizzare le stanze, la loro dislocazione, ogni angolo di questa ampia e complessa costruzione.

Nel farlo, egli doveva stabilire un preciso ordine, seguendo il quale poter visitare i luoghi di memoria.

Mentre memorizzava un discorso, doveva immaginare se stesso camminante attraverso l’itinerario stabilito nell’edificio. In ciascuno dei "loci" che egli doveva aver memorizzato, stabiliva delle "imagines", ognuna connessa ad un punto del suo discorso.

L’ordine in cui le immagini venivano situate all’interno del "viaggio" attraverso l’edificio, doveva corrispondere all’ordine degli argomenti di cui parlare.

Spesso le immagini erano figure umane e, generalmente, si pensava che qualora esse fossero state particolarmente forti – comiche, grottesche, belle, oscene – sarebbero state più semplici da ricordare.

A queste figure umane si attribuiva il giusto significato corrispondente, riconoscendole come personificazioni di concetti astratti (ad esempio, la pace era una donna con un ramoscello d’ulivo in mano).

Il cristianesimo si è appropriato di questo sistema di memoria sostituendo, alle comuni immagini utilizzate, i santi. La serie di santi nelle chiese medievali assolvevano proprio all’esigenza di facile memorizzazione.

Anticamente, la mnemotecnica veniva considerata un aspetto della retorica. Cicerone, tuttavia, le attribuì un nuovo significato, considerandola una delle tre parti che compongono la virtù della prudenza: intelligenza, previdenza e, appunto, memoria.

E poiché le virtù insegnate da Cicerone (Prudenza, Giustizia, Fortezza, Temperanza), che tutt’ora sono considerate dalla Chiesa Cattolica le quattro virtù cardinali, ebbero grande risonanza nel Medioevo, la memoria iniziò ad essere considerata un aspetto dell’etica.

Agostino la considerò una delle tre parti dell’anima, insieme alla conoscenza e alla volontà. Egli insegnò che, esplorando la memoria, l’uomo può arrivare a trovare l’immagine della memoria di Dio o, in altro modo, l’idea di memoria di Dio, che fa parte della sua stessa anima.

Per Giordano Bruno, la memoria era un segreto ermetico di massima importanza, facente capo al passato remoto; una rivelazione della conoscenza egizia, il cui vero scopo era di aiutare la mente umana nell’ascensione verso la comprensione di Dio, verso l’unità con Dio.

Se teniamo a mente questi due concetti, "mente umana" e "ascensione verso la comprensione di Dio", comprendiamo come questa tecnica fosse estremamente pericolosa per chi voleva fungere da intermediario tra uomo e Dio.

Tuttavia, il valore esoterico della mnemotecnica, risiedeva anche nella capacità – esercitata da un ristretto gruppo – di preservare l’immenso sapere umano dalla volgarizzazione operata da chi possedeva, all’epoca, il controllo scientifico e culturale e che faceva di tutto per mantenere l’umanità in uno stato di rozza ignoranza.

 

La teoria copernicana.

Altra grande battaglia portata avanti da Giordano Bruno nel periodo della sua permanenza in Inghilterra, è quella che, riprendendo la teoria copernicana, sostiene il moto della terra intorno al sole.

Nolo solo.

La cosmografia di Giordano Bruno, contenuta ne La cena delle ceneri, mette in dubbio la concezione tolemaica dell’universo, senza tuttavia accettare in toto la teoria copernicana.

Mentre, infatti, Copernico aveva individuato la finitezza dell’Universo, Giordano Bruno diede una definizione ermetica di Dio come sfera infinita, il cui centro è ovunque e la cui circonferenza non è in nessun luogo. Di conseguenza, se è vero che da una causa infinita discende un effetto infinito, allora l’universo è infinito.

Eugenio Garin, altro grande studioso a noi contemporaneo, individua, sempre ne La cena delle ceneri, altri tre punti fondamentali del pensiero di Giordano Bruno:

1. la rivendicazione della libertà di ricerca nei confronti di ogni autorità;

2. la teoria copernicana non come semplice ipotesi matematica ma come vera e propria visione filosofica;

3. la fusione tra rivoluzione copernicana e neoplatonismo ermetico.

 

La teoria della doppia verità, arma di difesa di Bruno.

Nel processo, Bruno adotta la linea difensiva della doppia verità.

La teoria della doppia verità afferma l’esistenza di una verità di fede e di una verità di conoscenza (o "dei filosofi" che dir si voglia).

Bruno, ammettendo colpe minime legate all’aspetto religioso, ma confermando l’accettazione di quelle verità che la fede impone come tali, spera di cavarsela e di evitare l’approfondimento, da parte dell’Inquisitore veneziano, dei temi a lui più cari: il rapporto Dio-natura, la teoria copernicana, la capacità da parte dell’uomo di cogliere e usare le forze naturali per trasformare la natura, l’infinità dell’universo, ecc.

Questa teoria per anni è stata attribuita ad Averroè, il filosofo arabo che per primo commentò gli scritti aristotelici e che permise, in fondo, al mondo occidentale di conoscere, nel sec. XII, il filosofo che tanto fu importante per la cultura occidentale stessa.

Quest’attribuzione, che ancora oggi leggiamo su numerosi testi, è erronea.

Averroè sosteneva una posizione molto importante: l’unica verità è quella del filosofo e dello scienziato. La religione trasforma in fede solo le questioni "probabili".

E poiché la fede è destinata a molti, la verità vera è ricercata e può essere posseduta solo da piccoli gruppi di sapienti.

Questa è anche la posizione di Giordano Bruno. Quindi, non doppia verità ma verità contro probabilità, o verosimiglianza.

La tattica della doppia verità, adottata da Bruno nel processo, sembra avere inizialmente successo.

In tutti gli interrogatori, infatti, egli non cessa di sottolineare che si è limitato a fare filosofia, senza nessuna intenzione irreligiosa, fondandosi solo sulla ragione naturale e non sui precetti di fede. E questo, può, talora averlo indotto in errore. Naturalmente, in errore di fede.

È dall’applicazione del "lume naturale", infatti, che nascono i dubbi sulla Trinità e sull’Incarnazione del Verbo.

Alle continue distinzioni tra il dubbio filosofico e razionale, che Bruno ammette di aver avuto, e la dimensione del credere, della fede, gli inquisitori rispondono ogni volta con puntigliose richieste di precisazione, rifiutando, alla fine, di comprendere e accettare la distinzione tra le due sfere.

Si anticipa, qui, di fatto la distinzione che farà Galileo Galilei tra indagine scientifica della natura e verità di fede.

In ogni caso, in entrambe le situazioni, non si scontrano due idee o posizioni fondate sulla stessa logica, ma due logiche radicalmente diverse.

A Bruno, che anticipa quegli assunti che l’Europa conoscerà solo con l’Illuminismo e con la riflessione settecentesca sulla tolleranza, l’Inquisitore oppone principi che subordinano la libertà della ricerca e la verità delle filosofie all’apparato dei dogmi e all’autoritarismo ecclesiale.

 

 

 

La struttura inquisitoria del Sant’Uffizio.

La violenza dell’Inquisizione si manifesta non solo nelle torture e nei roghi, ma anche nella stessa struttura inquisitoria. A questa violenza, Bruno oppone – come dimostrano sia i verbali veneti che quelli romani – una calma che sconcerta gli stessi inquisitori.

Bruno capisce immediatamente, una volta entrato nello spirito dell’Inquisizione, in che meccanismo è incappato. Non si aspetta né ragionevolezza né pietà. Intuisce come tutto gli sia contrario.

Proprio per questo, accanto ad una precisa linea difensiva, pur rimanendo ancorato alla concretezza della situazione, si sposta su un piano intellettuale dove nessuno può raggiungerlo o minacciarlo. Un piano che, nelle sue opere sia filosofiche che "magiche", definiva come la "contractio animi": un luogo interiore di intuizione pura e intensissima dell’Assoluto, di una fusione spirituale e amorosa con l’Uno infinito.

Dalle pagine dei verbali emergono questi due piani: Bruno è vittima della macchina inquisitoriale e, nello stesso tempo, è assente, lontano, in pace.

Ma, ormai, lo scontro vero è un altro. Ciò che è veramente in gioco è la sua coscienza, la capacità di resistere o meno di fronte alla terribile pressione che il Tribunale sa esercitare su chi è sospettato di eresia.

I giudici, in realtà, saranno rassicurati solo dal sentire che lui si è piegato totalmente, interiormente. Egli sa che non basterebbe neppure la più completa confessione, la volontà di pentimento, per rassicurarli. Sa che hanno bisogno di sentire prima scricchiolare, poi schiantare completamente la sua coscienza, la sua forza spirituale.

Sa che è la sua libertà, più delle sue opinioni, che ferisce le coscienze imprigionate dei suoi giudici.

Gli strumenti che l’inquisizione usa sono molti e raffinati. Non si tratta solo della tortura o del rischio del rogo o, ancora, dell’umiliazione della pubblica abiura.

L’inquisitore ha anche altri mezzi a disposizione: per esempio, il tempo che, da quando si viene rinchiusi nelle celle del Sant’Uffizio, subisce una tale dilatazione da togliere il respiro, soffocare, corrompere ogni energia.

Sono i giudici a decidere quando interrogare l’inquisito, e per quanto tempo; o a decidere la durata delle pause: a volte si tratta di mesi, a volte anche di anni.

Nel corso dell’istruttoria e del processo, l’accusato non può leggere nulla, se non gli atti del processo stesso.

L’ozio forzato è un’altra arma devastante.

Ma non solo.

Anche la dolcezza è uno strumento terribile: mostrare – a volte in modo anche sincero – che ciò che si vuole è il bene dell’accusato, il suo pieno recupero all’ortodossia, alla pienezza della religione cristiana.

Esempio dell’arma della dolcezza si trova nell’indirizzo che il giudice fa a Bruno, alla fine del quarto interrogatorio:

"Però si vuol pregar e supplicar con ogni affetto che, ritornato a sé, poiché ha mostrato in alcune cose di voler riconoscere in alcune cose gli errori suoi, continui a scaricarsi la coscienza, e a dir la verità, potendosi persuadere che da questo tribunale avrà ogni sorta di amorevolezza possibile, necessaria per la salvezza della sua anima; e soprattutto confessi precisamente e distintamente i suoi errori ed eresie, detti, tenuti e creduti contro la fede cattolica…facendo una confessione chiara, vera e aperta di tutta la sua vita, sia di quando è stato nella religione che di quando ne è stato fuori, affinché possa raggiungere l’intento e lo scopo che deve essere fine di ogni sua azione e pensiero: essere ricevuto nel grembo della santa madre Chiesa e fatto membro di Gesù Cristo".

Altrimenti "… se persevererete ostinatamente nel negare le cose per le quali siete stato condotto, riguardanti la fede cattolica e le determinazioni della Santa Chiesa, non dovrete meravigliarvi se il Sant’Uffizio procederà contro di voi con quella giustizia che è solita e può usare contro gli impenitenti e contro coloro che non vogliono riconoscere la misericordia di Dio".

 

Bruno tenta di non andare a Roma.

La fase veneziana del processo volge al termine e Bruno capisce che deve cercare, ora, di ottenere la libertà evitando il rischio di finire al Sant’Uffizio a Roma.

Decide, pertanto, di chiedere perdono per ottenere una piena riabilitazione. Non è preoccupato troppo del prezzo che dovrà pagare per ottenere la sua liberazione; ciò che si attende, oltre ad una serie di penitenze, è il reintegro nell’Ordine domenicano con l’obbligo di risiedere presso un monastero, in clausura, per un certo numero di anni.

Nell’ultimo interrogatorio veneziano, i giudici ripercorrono tutte le accuse, rifanno per l’ennesima volta, tutte le domande, quasi come volessero indurre l’imputato in uno stato di ipnosi.

Bruno, invitato a riflettere bene sulla propria vita e su altre eventuali manchevolezze commesse nei paesi eretici frequentati, risponde:

"Può essere che io, in così lungo tempo, abbia ancora sbagliato e deviato dalla Santa Chiesa in altri modi rispetto a quelli già esposti, e che io sia ancora immerso in altri fatti degni di censura, ma sebbene ci abbia pensato molto, non li ricordo.

Ho confessato e confesso ora gli errori miei, e sono qui nelle mani delle Signorie Vostre Illustrissime per ricevere rimedio alla mia salvezza".

Dette queste parole, si getta in ginocchio davanti agli Inquisitori con voce accorata e implorante. Levando le mani giunte a invocare pietà, grida:

"Domando umilmente perdono al Signore Dio e alle Signorie Vostre Illustrissime di tutti gli errori da me commessi, e sono qui pronto a fare quanto dalla vostra prudenza sarà deliberato e verrà giudicato utile per la mia anima. E in più li supplico che mi diano tanto più castigo, che eccedano di più nella gravità del castigo, piuttosto che facciano fare di essa pubblica dimostrazione, dalla quale potesse scaturire disonore al sacro abito della religione che ho portato".

Purtroppo per lui, Giordano Bruno non è considerato un eretico qualsiasi.

Le sue opere, la sua filosofia, il suo insegnamento hanno superato confini, hanno ricevuto importanti tributi per lasciarlo libero e per dare segnali di tolleranza da parte della Chiesa.

La posta in gioco non è più solo punire, correggere e recuperare alla fede più ortodossa un eretico qualsiasi, ma chiarire a tutti, uomini del popolo e comunità scientifica, laici ed ecclesiastici, quale sia la posizione corretta che la Chiesa approva.

L’Inquisizione di Venezia decide, dunque, di trasferire Bruno a Roma in quanto il Sant’Uffizio romano ne aveva chiesta la estradizione e per ottenerla si era mosso direttamente il Papa.

 

Giordano Bruno a Roma.

Il 19 febbraio 1593, Giordano Bruno salpa da Venezia per Ancona e, da lì, viene trasferito a Roma.

Si preparano per lui altri sette anni di prigionia.

Nulla cambia rispetto al periodo veneziano. Solo la lentezza del procedere.

Una riflessione, a questo punto, deve essere fatta.

Persone di straordinaria levatura intellettuale e, nonostante quello che dice la Chiesa, morale risvegliano due sentimenti opposti in coloro che conoscono o, in genere, in coloro che ne condividono il tempo o l’ambiente. Fascino e invidia.

In epoca di maggiore oscurantismo religioso, come quella controriformata, era facile trovare preti molto impegnati nella crapula, i quali, per difendersi, accusavano altri di averli stregati o di aver loro trasferito il demonio.

Di questi personaggi erano piene le carceri della Chiesa.

E ancora. La pochezza intellettuale di gran parte del ceto ecclesiatico dell’epoca si scontrava con altissimi esempi contrari, tra cui anche Giordano Bruno.

Se Bruno libero poteva suscitare fascino e incutere timore, il Bruno incarcerato era facile bersaglio di invidia e vendetta.

Sentimenti che, uniti al sistema delatorio praticato dall’Inquisizione, hanno inevitabilmente danneggiato e distrutto il nolano nel fisico e rischiato di fare altrettanto nella mente.

 

Il sistema delatorio.

Nel 1593, un suo vecchio compagno di cella, Celestino da Verona, accusato di eresia, per cercare di ingraziarsi i giudici e spinto da invidia e brama di vendetta nei confronti della grandezza di Giordano Bruno, scrive una lettera in cui elenca una serie di affermazioni del nolano.

Bruno avrebbe detto:

che Cristo nell’Orto di Getsemani avrebbe commesso peccato mortale rifiutando la volontà del Padre;

che Cristo non fu crocefisso ma impiccato alla forca;

che Cristo era un cane becco e fottuto e che chi governava questo mondo era un traditore:

che l’inferno non esiste e che nessuno è condannato alla pena eterna;

che ci sono diversi mondi nell’universo e che le stelle sono mondi. Chi pensa che solo questo in cui vive sia il mondo è un ignorante;

che, morti i corpi, le anime trasmigrano in altri corpi;

che Mosè era un astutissimo mago poiché si inventò le leggi e finse che gliele avesse date Dio;

che tutti i profeti sono stati uomini astuti, finti e bugiardi;

che è ridicolo raccomandarsi ai santi;

che Caino fece bene ad uccidere Abele, che era cattivo e uccideva gli animali;

che se fosse stato fatto rientrare nell’Ordine dei Domenicani avrebbe dato fuoco al monastero e sarebbe ritornato in Inghilterra o in Germania tra i suoi amici eretici;

che quel che crede la Chiesa non può essere provato.

Queste accuse dimostrano due cose: la prima è che ciò che argomentava Bruno era troppo complesso per menti ignoranti che ritenevano solo i punti più eclatanti dei ragionamenti.

La seconda è che Bruno continuava imperterrito a diffondere il suo insegnamento senza pensare alle conseguenze.

Le accuse di Celestino, infatti, vengono confermate da altre quattro persone.

 

La base della verità storica.

Le argomentazioni di Giordano Bruno, che divengono atti di accusa usati dall’Inquisizione, sono di grande importanza per la civiltà e per la rivisitazione storica della religione.

Bruno aveva capito cose che solo le correnti a noi contemporanee di studi antropologici hanno dimostrato attraverso studi approfonditi, spedizioni e raccolta di reperti, materiali e testimonianze.

Per esempio, il significato principalmente simbolico della croce che, comune a tante civiltà e religioni, è stato usato dal cristianesimo per descrivere la morte di Cristo.

O ancora, il vero significato della leggenda di Caino e Abele. Un modo, cioè, per contrapporre la tradizionale civiltà pastorale, dedita al nomadismo e alla caccia, rappresentata da Abele, alla civiltà stanziale, agricola, che impara a costruire la sua esistenza trasformando la realtà circostante, rappresentata da Caino (vd. il mio Il mistero di Tubalkain). Una civiltà, quest’ultima, a cui apparteniamo da più di quattromila anni.

 

La fase finale.

Raccolte le ultime accuse, il Sant’Uffizio interroga Bruno per otto sedute consecutive, entro la fine del 1593.

Bruno prosegue la sua linea difensiva cercando di ridimensionare l’importanza delle sue affermazioni ritenute meno gravi e di negare quelle che paiono più gravi.

Ha, quindi, inizio una nuova fase processuale: quella, cosiddetta, del processo ripetitivo che, nello sviluppo inquisitorio, succede al processo offensivo.

In questa fase, i testimoni vengono ripetutamente interrogati su tutti gli atti d’accusa.

Giordano Bruno accetta questa fase e decide di difendersi da solo.

Tuttavia, come si può presumere, anche questa fase si conclude con una generale, quanto scontata, disfatta del nolano.

Perciò, non può far altro che stendere una memoria difensiva di 80 pagine, che consegna agli inquisitori il 20 dicembre 1594.

Ormai il processo pare concludersi e la sorte di Bruno pare segnata.

Tuttavia, il suo insegnamento, i suoi scritti sono troppo importanti e hanno vissuto una tale diffusione da non poter che diventare oggetto di una vera e propria azione di distruzione intellettuale sistematica.

Proprio per questo, Clemente VIII fa notare al Sant’Uffizio che manca una esatta ricognizione dei contenuti delle opere a stampa del filosofo e ordina che ne sia realizzata una completa censura.

La sentenza, alla luce di questi fatti, viene quindi sospesa.

Nel dicembre 1596 vengono consegnate a Bruno le proposizioni e le tesi censurate estratte dalle sue opere, affinché egli prepari le sue controdeduzioni.

Nel marzo 1597, Bruno si trova di fronte al Collegio giudicante.

Anziché accettare le censure mossegli, avanza una serie di argomentazioni a favore della sua tesi filosofica centrale, quella relativa all’infinità dei mondi. Per sostenerla, opera secondo la teoria della doppia verità (già spiegata in precedenza): quella dettata dalla ragione naturale e quella dettata dalla fede.

Ma i giudici non accettano questo procedere, consapevoli anche del fatto che – a parte quella del Mocenigo – tutte le testimonianze hanno un valore relativo, provenendo da eretici, perseguiti e processati per svariati crimini e, quindi, disposti a dire qualsiasi cosa pur di conquistarsi la benevolenza degli inquisitori.

Si arriva a ciò che Bruno più temeva: l’applicazione dei tormenti. La tortura.

Gli inquisitori lo invitano a confessare, ribadendogli che, se avesse insistito nel negare e se non si fosse pentito, lo avrebbero sottoposto a tortura.

Bruno rifiuta.

Non è il caso di ripercorrere le varie fasi delle torture da lui subite. È importante sapere che Giordano Bruno non cede.

Siamo arrivati alla metà del 1598. Viene consegnata a Bruno la stesura definitiva delle accuse di cui è imputato, divise in tre aree fondamentali.

La prima area riguarda gli atti irriverenti, le bestemmie, le accuse al clero.

La seconda area riguarda il nucleo strettamente teologico, su cui è possibile l’eresia: le tesi su Cristo, sullo Spirito Santo e sulla Trinità.

La terza area riguarda il fronte filosofico, metafisico, cosmologico: l’universo, la terra, la generazione del cosmo. Tutte tesi che cozzano contro l’impianto metafisico della Chiesa.

Ma non basta.

Per ridurre le possibilità di difesa del nolano, nel gennaio 1599 Roberto Bellarmino decide di operare una riduzione dell’impianto accusatorio, creando una strettoia formata da alcune tesi sicuramente eretiche su cui Bruno dovrà pronunciarsi o, meglio, abiurare.

Egli si dichiara disposto ad abiurare ma a condizione che si ammetta che tali errori sono stati compiuti su materie al cui riguardo la Chiesa non aveva ancora espresso un chiaro parere.

Ciò avrebbe sicuramente reso tali errori meno gravi.

I giudici, però, non cedono su questo punto.

Poi, pur essendo l’ormai stremata vittima disposta anche all’abiura, ecco che i giudici – forse ancora dubbiosi sull’avvenuto compimento dell’opera distruttiva, fisica e intellettuale, da loro perseguita – pongono altre 10 tesi su cui Bruno deve abiurare.

Anche in questo caso Bruno si dichiara disposto a farlo. Ma ecco che compie un errore che gli sarà fatale.

Decide di fidarsi della benevolenza e dell’onestà intellettuale di Papa Clemente VIII e gli invia un memoriale in cui difende le sue tesi.

Evidentemente non sapeva quanta parte questo degno rappresentante della Chiesa dell’epoca avesse nella gestione del suo processo.

Ottiene, infatti, l’effetto opposto.

Negli stessi giorni, giunge un’altra denuncia nei suoi riguardi fondata sul significato e sullo spirito antipapale dello Spaccio della bestia trionfante.

Alla nuova richiesta di abiura e pentimento, Bruno non risponde.

Un colpo difficile da accettare per l’Inquisizione, visto il valore dell’accusato, la sua fama internazionale e l’impegno profuso dallo stesso Tribunale per distruggere le sue tesi.

Il 21 dicembre 1599 viene chiesta, per l’ultima volta, l’abiura.

Giordano Bruno che, a questo punto, se non l’aveva già fatto prima, capisce di non essere altro che l’ostaggio con cui la Chiesa portava avanti la sua lotta contro le varie correnti protestanti, contro gli attacchi al potere temporale, contro ogni forma di progresso culturale, filosofico e scientifico, rifiuta l’abiura.

D’altra parte, per la Chiesa, continuare a tenere in ostaggio un personaggio così importante per il mondo libero poteva costituire elemento di disagio nei confronti anche di quegli Stati di cui poteva aver bisogno.

Il 20 gennaio 1600, Clemente VIII ordina l’emissione della sentenza di morte e la consegna del detenuto alla giustizia secolare. Si tenga conto di quest’ultimo passaggio.

La morte.

L’8 febbraio 1600 viene pronunciata la sentenza a cui Giordano Bruno risponde con l’ormai nota frase: "Forse avete più timore voi nel pronunziare la mia sentenza che io nel riceverla".

Il 17 febbraio 1600, anno santo del Giubileo, viene portato al rogo. Quasi 2000 anni dopo il sacrificio di Socrate.

È interessante il verbale redatto dalla "Venerabile Arciconfraternita di San Giovanni Decollato detta della Misericordia della nazione fiorentina in Roma" che, fino al 1870, ebbe il compito di accompagnare i condannati fino all’estremo supplizio.

In questo verbale, contenuto nel volume 15, alla carta 87, è contenuto l’atto di morte di Giordano Bruno.

L’importanza di questo documento sta nel fatto che la Chiesa sempre negò la messa al rogo di Giordano Bruno e fu solo quando vennero alla luce gli atti registrati dalla Confraternita che essa iniziò a "tacere" sul fatto.

E anche quando non potè più negare il rogo di Bruno, provò a sostenere che fosse stato l’unico. E soprattutto che non fosse stata la Chiesa a portarlo al rogo ma il cosiddetto "braccio secolare". Ecco perché invitavo poco sopra a tenere conto del dispositivo della condanna.

Rimando quest’argomento ad un interessante volume in cui, il curatore, Domenico Orano raccoglie gli atti della Confraternita della Misericordia, intitolato "Liberi Pensatori Bruciati in Roma".

Il verbale su Giordano Bruno recita:

"Venerdì 17 febbraio 1600.

A hore due di notte fu intimato alla Compagnia che la mattina di douea far giustizia d’un in Ponte, et pero alle 6 hore di notte radunati li confortatori e capellano in Sant’Orsola, et andati alla carcere di Torre in Nona, entrati nella nostra capella et fatte le solite orazioni ci fu consegnato il sottoscritto a morte condennato videlicet.

Giordano del quondam Giouanni Bruni frate apostata da Nola di Regno eretico inpenitente; il quale esortato da nostri fratelli con ogni carità e fatti chiamare due padri di San Domenico, due del Giesu, due della Chiesa Nuoua et uno di San Girolamo, i quali con ogni affetto et con molta dottrina mostrandoli l’error suo, finalmente stette sempre nella sua maledetta ostinatione, aggirandosi il cervello e l’intelletto con mille errori et vanità, et ansi perseverò nella sua ostinatione che da ministri di giustizia fu condotto in Campo di Fiore e quindi spogliato nudo e legato a un palo fu brusciato uiuo, accompagnato sempre dalla nostra Compagnia cantando le litanie e li confortatori sino al ultimo punto confortandolo allassar la sua ostinatione, con la quale finalmente finì la sua misera et infelice vita".

Ma quale misera e infelice vita!

Giordano Bruno è la prova di come sempre il libero pensiero debba ad ogni costo trionfare.

Senza Giordano Bruno e senza tanti altri pensatori, scienziati, uomini liberi, la civiltà non si sarebbe sviluppata e il genere umano non sarebbe cresciuto.

Questo è l’insegnamento. Anche se sugli specifici contenuti del suo pensiero si potrà sempre discutere.

Soprattutto alla luce di quattrocento anni di studi e ricerca scientifica che, comunque, senza di lui e senza le sue intuizioni metafisiche, non ci sarebbe forse mai stata.

 

La storia rende giustizia.

Nel 1885 fu pubblicato un numero unico a beneficio del fondo per la costruzione del monumento a Giordano Bruno in Roma.

A questa iniziativa aderirono i più grandi intellettuali dell’epoca. Italiani e stranieri.

Giovanni Bovio: "Nell’Universo di Bruno non ci sono scomuniche e il genere umano vi entra intiero".

T.B. Wakeman: "Nessun americano che legga la commovente narrazione del suo meraviglioso eroismo fra i tormenti della morte sul rogo (…) può esitare a riconoscere Bruno come martire-tipo della nuova Era".

Roberto Ardigò: "Senza un gemito, senza un fremito, Bruno suggellava col martirio una vita che era stata culto perenne della scienza e della verità".

Kossuth: "…la libertà di pensiero è patrimonio e tesoro dell’umanità intiera come la luce del sole".

Aurelio Saffi: "Siano il suo nome e il ricordo che voi li porrete, ammonimento ai seguaci delle tenebre del passato".

G. Zanardelli: "…non so che unirvi il mio obolo, desideroso come sono di onorare l’eccelso ingegno dell’audace filosofo che anticipò di più secoli le grandi rivoluzioni dello spirito, ma più ancora di onorare l’indomito carattere, il cuore magnanimo, cui nulla importa dell’esito, nulla dell’opinione e del plauso volgare, nella fede serena, alta, eroica in quei principi che gli infiammano la vita e gli rendono bella e cara la morte".

E tanti altri che possono essere letti nel volume "Giordano Bruno ieri e oggi", curato da Carlo Gentile.

Non voglio però dimenticare quello che scrisse Giovanni Gentile in un’epoca della sua vita in cui, sicuramente, il valore della libertà e della verità prevaleva ancora sull’omologazione al potere:

"La libertà del pensiero proclamata dal Bruno è un fatto storico e la storia non indietreggia".

Questa frase, fortemente vera e inconfutabile, andrebbe ricordata a coloro che nel corso del 2000, tentando di scardinare le fondamenta storiche della nostra nazione, hanno avviato un’azione pericolosa di restaurazione del più abbietto clericalismo e delle conseguenze morali, storiche, scientifiche che esso porta con sé.

Per un Massone, Giordano Bruno è, dal punto di vista morale, un simbolo. Il simbolo del libero pensiero, del coraggio di seguire la propria missione fino alle estreme conseguenze.

Dal punto di vista intellettuale e filosofico, Giordano Bruno è un’allegoria. L’allegoria della capacità di pensare, studiare, intuire, verificare e procedere in un continuo cammino verso la verità.

Qualunque essa sia e comunque si presenti.