Non era né un ingenuo né un sognatore e combatté solo a sostegno di cause giuste

 

Garibaldi:un generale amante della pace

 

di G.B. F.

 

Si è parlato molto, in questi ultimi tempi, in scritti e convegni, delle capacità militari di Garibaldi, della sua tecnica e della sua strategia, e si è generalmente riconosciuto che ebbe notevoli doti strategiche. Egli, che non aveva mai studiato in un'accademia militare (e del resto aveva studiato poco in tutti i campi), quando si trovò a combattere, riuscì sempre a dare dei punti ai militari di professione.

Nel 1870, mentre l'esercito francese si sfasciava davanti all'organizzatissima macchina da guerra prussiana, Garibaldi fu l'unico a riportare una vittoria a Digione. Fu l'ultima della sua carriera militare, ma quella in cui dimostrò di non essere solo un capo di bande di guerriglieri, bensì un generale capace di battersi anche in un grande scontro manovrato.

E non è l'unico esempio che si può fare: occorre ricordare la sua partecipazione alla terza guerra d'indipendenza, dove le sue truppe furono le uniche, fra quelle italiane, a conquistare allori sul campo, mentre l'esercito e la marina nazionali venivano battuti a Custoza e a Lissa. Garibaldi fu relegato in un campo di guerra secondario, quello del lago di Garda e del Trentino; il suo progetto originario, appoggiato anche da Vittorio Emanuele Il (anche lui, tutto sommato, un militare eterodosso) era di sbarcare a Trieste e di impegnare alle spalle l'esercito austriaco saltando le fortezze del Quadrilatero. Un'idea troppo originale per i generali dello stato maggiore, che preferirono far passare all'esercito il Mincio e battersi nella pianura padana. L'idea era invece piaciuta ad un militare di tutto rispetto, addirittura al grande von Moltke, capo di stato maggiore prussiano.

Non se ne fece nulla. L'esercito italiano fu sconfitto a Custoza e se ne portò appresso il complesso fino alla guerra coloniale del 1896; poi ci furono il complesso di Adua, quello di Caporetto e infine quello dell'otto settembre.

Le truppe garibaldine furono sempre composte di volontari, borghesi poco addestrati, più fatti per l'offensiva che per la manovra regolare e Garibaldi fu un generale che non si preoccupò mai di limitare le perdite, di risparmiare al massimo le vite umane. Con una differenza però, che lo distingue da altri generali che in tanti secoli si sono fatti una solida fama di macellai: in prima linea ci andava anche lui, rischiando quello che rischiavano i semplici soldati.

Va respinta comunque l'interpretazione, affiorante di tanto in tanto in una certa storiografia dal Risorgimento (alla padre Bresciani, per intenderci) di un garibaldinismo inteso come improvvisazione nella preparazione delle truppe, armamento insufficiente, trascuratezza nei servizi logistici, avventurosità nei disegni politico-militari e nei piani d'operazione.

Tra l'altro egli, come ha fatto osservare qualche tempo fa il Mola, non amava usare il termine di garibaldini, non volendo minimamente personalizzare una lotta di liberazione che doveva avere, per lui, un carattere nazionale e popolare: alle sue Camicie rosse si rivolse sempre con formule generali, ed esse figuravano del resto, ufficialmente, come Corpo volontario italiano. Ai mercenari pontifici, egli non contrapponeva il termine garibaldini, ma quello di Italiani, come risulta da appelli, lettere e ordini del giorno.

Non si possono accettare nemmeno le considerazioni, assai velenose e prevenute, espresse dal pur solitamente generoso Carlo Pisacane, il quale nel suo libro del 1851 sulla Guerra combattuta in Italia, negava a Garibaldi "il genio e la scienza di un generale", non avendo egli avuto né concetto strategico, né intuito tattico e "neanche il genio del partigiano".

Ad esse si può contrapporre il giudizio espresso da un personaggio insospettabile di parzialità come Federico Engels, che fu uno dei più acuti e informati commentatori dalle vicende militari europee dal 1859 al 1870 sull'autorevole "New York Daily Tribune". Il 30 maggio 1859 egli scrisse ad esempio: "Gli Austriaci, svalutando quest'uomo che essi chiamavano un capo di briganti e del quale essi si erano presi il disturbo di studiare l'assedio di Roma e la sua marcia successiva sino a San Marino, avrebbero dovuto sapere che era un uomo dal talento militare non comune, di grande intrepidezza e pieno di risorse".

Circa l'impresa dei Mille, Engels tiene a sfatare la leggenda che quanti vi presero parte fossero degli avventurieri improvvisati. "Gli stessi Mille - scrive nel giugno del 1860 - non erano una semplice accozzaglia di entusiasti: era gente addestrata, che aveva imparato il 1859, a eseguire gli ordini e a tener testa al fuoco". Del resto, l'intera impresa meridionale appariva condotta, per Engels, nel modo classico delle operazioni militari. Garibaldi si era dimostrato un eccellente stratega, le cui capacità si erano rivelate "non solo nei piccoli combattimenti tra partigiani, ma anche nella condotta di operazioni importanti". Tutte le sue operazioni militari, conclude con convinzione Engels, "recano il suggello di un genio militare".

Da parte sua, Cavour ebbe a scrivere a Costantino Nigra il 9 agosto 1860: "Garibaldi ha reso all'Italia il più grande dei servizi che un uomo poteva renderle; ha dato agli Italiani la fiducia in se stessi; ha dimostrato all' Europa che gli Italiani sanno battersi e morire sul campi di battaglia per riconquistare una patria".

A questo punto dobbiamo chiederci: Garibaldi fu forse un guerrafondaio? Un militarista esasperato? La risposta è: assolutamente no.

Egli era, al contrario, per l'abolizione di tutti gli eserciti e per la fine di tutte le guerre.

"Tutte le Nazioni - scrisse - sono sorelle. La guerra tra loro è impossibile. Solo lo schiavo ha diritto di prendere le armi contro il tiranno". E in un'altra occasione esclamò: "Che bombe? che cannoni? che fucili? vanghe ed aratri ci vogliono!".

Nella prefazione alle sue Memorie si definì amante "della pace, del diritto e della giustizia" e più volte mostrò di deprecare il militarismo, di provare disgusto per le carneficine provocate dalle battaglie, di sentire profonda pietà per i caduti. Era convinto che le guerre non sono belle avventure da ricercare ad ogni costo, ma eventi sanguinosi, cui spesso non ci si può sottrarre per combattere le sopraffazioni dei popoli e per un avvenire di progresso.

Non si trattava, per lui, di combattere tanto per combattere, ma di combattere solo a sostegno di cause giuste. Ed egli combatté sempre per cause giuste, sia in Italia che in America, sia in Francia che altrove. Il 20 settembre 1871 - a un anno esatto dalla breccia di Porta Pia - scrisse, ad un amico inglese, di auspicare che tutti i governi (senza distinzione) prendessero l'iniziativa dell'abolizione della guerra e degli eserciti, insieme a quella dei preti e dei privilegi, e aggiunse:"Che i cannoni, le bombe, le corazze siano fusi per farne aratri, picconi, macchine utili d'ogni maniera. E i milioni di soldati, che si mantengono per la rovina degli Stati, e per distruggersi a vicenda, sian resi all'industria e all'agricoltura".

Ma Garibaldi non era né un ingenuo né un sognatore. Non proclamò mai il disarmo unilaterale. Scrisse nel 1876:"quando io accenno alla trasformazione dell'esercito permanente in Esercito Nazione, non si creda che io consigli il disarmo ( ... ). Tutt'altro, che disarmare, mentre vi sono a capo dei popoli certi caporali che vorrebbero cinger l'universo di corazze e di cannoni ( ...). Ma militarizzarla la Nazione, e fare d'ogni cittadino capace di portar le armi, un milite".

"Ogni Comune - aggiunse - abbia le sue compagnie di militi ed invece di mandarli la domenica nella bottega del prete, li mandi al campo di Marte, per istruirsi nelle manovre, maneggi d'armi, ginnastica ed istruzione letteraria". Invece di 200.000 soldati se ne sarebbero così avuti due milioni.

Ciò naturalmente a scopo difensivo, per respingere una eventuale invasione da parte dei nemici esterni, che non mancavano, avendo l'Italia da poco raggiunto l'indipendenza.

Egli fu sempre contrario al sistema degli eserciti permanenti preferendogli quello basato sulla "Nazione armata", cioè, come scrisse una volta, "ogni uomo milite quando si tratta di difendere la Patria, ed in tempo di pace, tutti al lavoro; sotto le armi doveva restate solo quella parte "strettamente necessaria" per la sicurezza dello Stato.

Nel 1878 precisò che gli eserciti permanenti potevano diventare degli strumenti di oppressione per i popoli, in quanto potevano essere utilizzati da capi dispotici per combattere non solo i nemici esterni, ma anche gli avversari interni. E auspicò con tono accorato: "Tempo verrà, sì, deve essere veramente un fatto il progresso umano, ove ogni genere d'esercito diventerà inutile, perché è da sperare che gli uomini capiscano che per intendersi non abbisognano ammazzarsi".

Tutti erano naturalmente desiderosi che quel tempo fosse vicino; ma, per avvicinarlo davvero, occorreva, per lui, far propendere la bilancia dei due principi, dell' assolutismo e della libertà, verso quest'ultimo. Gli Stati dispotici, infatti, osservò, sia "per diffidenza contro i sudditi esasperati dal mal governo", sia "per soddisfare le libidini di rapacità che li caratterizzano", mantenevano armamenti enormi obbligando "gli Stati liberi di mantenerli anch' essi per non soggiacere alla preponderanza degli altri".

La cosa che più lo stupiva era che la generalità degli uomini "occupati principalmente, ed egoisticamente del proprio bene materiale" guardasse non solo "con indifferenza a quest'anormale situazione del Mondo", ma stupidamente ne ammirasse"e le micidiali scoperte, ed i preparativi enormi rovinosi di distruzione". Di fronte ad ogni nuova invenzione bellica, le moltitudini dei vari Paesi (che erano poi quelle che dovevano soffrirne) avrebbero fatto meglio - a suo parere a levare "la loro protesta, riprovazione e maledizione". Forse allora non si sarebbero visti più "quei signori dominanti marciare così pomposamente al conseguimento dei loro desideri sterminatori".

Per limitare i rischi di guerra, Garibaldi si batté sempre a favore dall' arbitrato internazionale, che doveva significare "non più eserciti permamenti, non più guerra fra le nazioni, e io vò vedere che cosa faranno i governi dei loro grandi eserciti, che rovinano i popoli e calpestano le più giuste aspirazioni".

Alla luce di tutto ciò, non può essere condiviso quanto ebbe a scrivere di lui un suo biografo dell'Ottocento: "Era nato guerriero, visse da guerrigliero, mori da guerrigliero". In realtà, egli fu sì un condottiero militare, ma anche un capo popolare e una guida morale. In un'epoca dominata dalla lotta delle nazionalità e dall' apparire, in termini nuovi, della questione sociale egli rappresentò un punto di riferimento al quale guardarono con fiducia e speranza patrioti di tante nazioni in Europa e fuori d'Europa, e fu in pari tempo un precursore dalle grandi lotte per l'uguaglianza e la giustizia che dominarono la scena europea alla fine del secolo e nei decenni che seguirono. Amava Dio, l'uomo e la natura con una spiritualità intensa che traduceva non in predicazione o in contemplazione, ma in opere concrete.

Di Garibaldi non si può trovare definizione più efficace di quella espressa da una splendida intelligenza e da una grande coscienza della Francia democratica e repubblicana di allora, Victor Hugo, che fu un grande amico e che volle chiamarlo "L'eroe dell'ideale".

In effetti Garibaldi, uomo d'azione pratico ed essenziale, era ad un tempo un idealista e uno spirito profondamente religioso. Predicava i valori di umanità e di fraternità della morale cristiana ripetendo: "Non fare ad altri quello che non vorresti fosse fatto a te stesso". Garibaldi, in sostanza, era un uomo di pace, anche se visse gran parte dalla sua vita combattendo. Ma la guerra era per lui una necessità per conquistare l'unità e l'indipendenza della Patria.

Nelle sue Memorie, scrisse di avere un'antipatia nata per il mestiere di soldato, e che era stato costretto a diventarlo "perché nato in un Paese schiavo"; ma lo aveva fatto, confessò, "sempre con repugnanza, convinto sia un delitto doversi macellare reciprocamente".

In un' altra pagina, dopo aver descritto con vivacità una violenta battaglia sudamericana, annotò:" Che gusto per un discepolo di Beccaria nemico della guerra. Ma che volete: ho trovato sul sentiero della mia vita gli Austriaci, i preti e il despotismo".

 

(Tratto da "Hiram", n.12 - Dicembre 1987, pag.362 - Ed. Società Erasmo)