IL GRAN MAESTRO CALABRESE

FRANCESCO DE LUCA

di Domenico Mammone

Francesco De Luca, (Cardinale (Cz) 2 ottobre 1811  - Napoli 2 agosto 1875) nacque, primo di sette figli, dal farmacista Martino e da Maria Carello: Visse gli anni del risveglio della coscienze, durante il quale il pensiero di matrice illuminista dei Filangieri, Galluppi, Salfi, Jerocades orientò la cultura calabrese verso una rottura con il vecchio regime politico e sociale. Ogni tappa della sua giovinezza fu scandita da una serie di eventi determinanti nella diffusione di idee nuove e riformatrici alle quali non rimase distante. Ad orientare il cammino della sua vita concorsero tutte quelle circostanze che turbarono le Due Sicilie nei primi trent'anni dell'Ottocento.

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Compiuti i primi studi a Catanzaro, il giovane De Luca si iscrisse all'Università di Napoli, conseguendo nel 1832 la laurea in Scienze Fisiche e nel 1835 quella in Diritto Civile. Finiti gli studi napoletani rientrò in Calabria, dove insegnò privatamente scienze fisiche e matematiche. Fu avvocato del Ministero delle Finanze presso la Gran Corte Civile delle Calabrie e poi decurione al Comune di Catanzaro, dove rivelò qualità di abile uomo politico, sapendo affrontare e risolvere con prontezza e sagacia problemi di indole pratica ed amministrativa.

In quegli anni pubblicò gli Opuscoli matematici e un nuovo sistema di logaritmi, una Monografia metrica della città di Catanzaro e, nel 1845-46, le Memorie economiche sui boschi, fiere e mercati.

Trasferitosi nuovamente a Napoli, acquistò presto fama di abile avvocato, specializzato nelle questioni commerciali-finanziarie e come patrocinatore presso la Corte di Cassazione.

Personalità ricca e versatile, riuscì contemporaneamente a conciliare gli interessi politici e sociali con quelli scientifici, filosofici e letterari, dimostrando capacità del tutto singolari.

Disponendo dei sussidi culturali che gli offrivano le biblioteche e i salotti napoletani, accrebbe le sue già estese conoscenze.

Strinse, inoltre, amicizia con personaggi famosi, ad esempio con Camillo De Meis, Carlo Poerio, Luigi Settembrini e, soprattutto, Francesco De Santis, per il quale nutri alta ammirazione e fraterna devozione, sentimenti che l'illustre letterato ha sempre ricambiato. Convinto dell'impossibilità di grandi cambiamenti attraverso quello che si può definire un riformismo illuminato, sin dal primo momento De Luca scelse la strada rivoluzionaria, divenendo partecipe dei grandi avvenimenti che si consumarono nel maggio 1845.

Il 15 maggio fu arrestato assieme al fratello Vincenzo, rinchiuso nelle carceri della Vicaria, ma subito scarcerato per l'influenza di qualche amico potente.

Subito dopo diede alle stampe un opuscolo di quaranta pagine dal titolo Della educazione politica de' popoli del regno di Napoli, nel quale sferzò l'immoralità del regime assoluto, auspicando che ai posti di responsabilità venissero chiamati uomini onesti e pre parati.

L’opera di De Luca era tesa ad un coinvolgimento delle forze popolari alle iniziative democratiche, mirando a ridare una coscienza morale e civile al popolo tutto. Solo la sviluppo, la civilizzazione dello spirito umano e l'umano progresso avrebbero consentito a governanti e cittadini di provvedere al bene della Patria. Affermando che "più il popolo è intellettualmente inerte, più tardo è nella sua attività morale e politica" De Luca voleva dire che solo l'educazione politica e sociale dei popoli meridionali, quindi un reale processo di maturazione, avrebbe spinto tutte le classi sociali ad una azione politica, coordinata ed incisiva contro i regimi assolutistici.

De Luca chiedeva, in particolare, una riforma con la quale tutti i beni della Chiesa venissero incamerati dai Comuni, che il numero degli ecclesiastici fosse ridotto ed, infine, che una nuova veste fosse data all'insegnamento nella pubblica istruzione.

Considerato dalla polizia borbonica un pericoloso cospiratore, nel giugno del 1852 De Luca, che fino ad allora aveva potuto vivere ragionevolmente tranquillo, fu arrestato e rinchiuso nuovamente nelle carceri della Vicaria, assieme al fratello Domenico, con l'accusa di "detenzione di carte, stampe libi criminosi e varie lettere di corrispondenza con persone emigrate e non gradite al Governo Borbonico" dopo che la sua abitazione era stata perquisita.

Rimase in prigione circa sei mesi, fino all'agosto 1852. Fu giudicato dalla Corte Speciale di Napoli, la quale, benché non ne avesse gran voglia, non potè condannarlo.

Da quel momento la sorveglianza della polizia diventò insopportabile, cosicché Francesco decise di raggiungere per un certo tempo il fratello Sebastiano a Parigi.

Rientrato a Napoli, nell'ottobre del 1860 Garibaldi gli offri di partecipare al Governo dell'antico territorio borbonico, ma egli, assieme a Saliceti ed altri, era del parere che dopo il plebiscito si dovesse convocare una Camera napoletana, la quale determinasse i modi con cui operare la fusione delle Provincie Meridionali con le restanti d'Italia e per questa divergenza non fu possibile trovare l'accordo.

Nell'aprile del 1861 venne eletto per la prima volta nel Collegio di Serrastretta, che lo ebbe suo deputato nei banche della Sinistra fino alla morte.

Più volte Presidente della Commissione Bilanci, dal dicembre 1865 alla fine del 1866 fu vice Presidente della Camera dei Deputati.

Difensore degli interessi del Mezzogiorno, si impegnò nell'attività parlamentare al punto di abbandonare quella forense.

Fautore di incisive riforme amministrative e finanziarie, in vista di un accordo fra la Destra e la Sinistra, durante la formazione del ministero Minghetti venne proposto per il dicastero dell'Agricoltura e Coomercio. Fallito l'accordo, con l'amico De Sanctis promosse la più incisiva iniziativa politica della sua vita di parlamentare. Alla testa di oltre sessanta deputati, detti deluchisti, costituì la cosiddetta Sinistra giovane, con la quale intendeva raggruppare una grande maggioranza e rendere, così, possibili le riforme amministrative.

Dotato di elevata cultura, apprezzato e stimato da avversari politici, quando in Parlamento si alzava per prendere la parola era sempre ascoltato con attenzione. Conoscendolo da poco tempo, l'amico Asproni ne definì pedante l'abilità oratoria, paragonandola a quella di un "un mercante che dà lezioni ai giovani sul modo di tenere la partita doppia". Più tardi, però, dovette ricredersi riconoscendo ad esempio nel 1872, che aveva svolto "con dotto, assennato e libero discorso il suo progetto di legge che tendeva a riformare tutto il sistema tributario".

Fra i massimi esponenti della Massoneria post-unitaria italiana Francesco De Luca è secondo solo a Lodovico Frapolli.

Il Calabrese era stato Iniziato il 16 febbraio 1862 dal sacerdote Angherà 32° arciprete di San Vito, che lo aveva elevato quasi subito al suo stesso grado.

Eletto deputato, De Luca si trasferì, a Torino, dove entrò in contatto con i Membri della Loggia "Dante Alighieri", nel momento in cui i dissensi dell'Officina con il Grande Oriente Italiano si approfondivano.

La Loggia stava creando nuove strutture. Per dare loro legalità dovette ricorrere ad Alti Dignitari stranieri. Costoro elevarono al 33° un numero sufficienti di Fratelli per formare un Supremo Consiglio. Ne beneficò anche De Luca, che a sua volta conferì lo stesso Grado ad Angherà.

Fino agli inizi del 1863 De Luca esercitò la sua influenza come elemento equilibratore fra nord e sud, in un'epoca in cui il buon senso poteva fare aggio. Prese atto della fragile base teoretica dei fratelli della Dante Alighieri e sfruttò il patrimonio di conoscenze che Angherà andava, mano mano, dando alle stampe, per alimentare i Torinesi con rituali e statuti. Sembrava che grazie alla sua autorevolezza fra i due gruppi si potesse sviluppare un colloquio edificante ed efficace, rimandando una effettiva unificazione fino a che Roma non fosse stata Capitale d'Italia. Ad un certo punto Angherà manifestò insofferenza ad ogni grado di pur labile subordinazione, non solo, ma sollevò pretese di autonomia, se non di supremazia, che furono mal tollerate de De Luca, il quale decise di legarsi definitivamente alla nuova Obbedienza che stava nascendo a Torino. Ne siglò molti atti importanti e contribuì, in modo determinante, al suo consolidamento ricoprendo in essa altissimi incarichi.

Intimamente legato al factotum del filone più ortodosso della Massoneria post-unitaria nazionale, Ludovico Frapolli, fra il 1862 ed il 1863 il calabrese firma, congiuntamente ad altri, gli atti più autorevoli del neo Scozzesismo italiano. E' eletto Gran Reggente dell'Ordine il settembre 1864. Il 29 maggio dell'anno successivo, all'Assemblea di Genova, assunse la carica di Gran Maestro, che conservò fino al 1867. Cessato il suo mandato venne eletto Sovrano Gran Commendatore del Supremo Consiglio per il Italia, carica che occupò fino al 1870, per poi diventarne Onorario ad Vitam.

( tratto da SIXTRUM   anno 2001 - N. 2 - Equinozio d'autunno)