Michele Chiarandà di Friddani

 

di L. F.

 

Tra i vecchi esuli rifugiatisi a Parigi dopo i moti carbonari dei '20-21, Michele Chiarandà, barone di Friddani fu sicuramente una delle figure di maggiore rilievo.

 Come ricorda Santostefano della Ceria, l'affabilità dei carattere e la sua disponibilità a soccorrere gli amici ne fecero un sicuro punto di riferimento per tutti i fuorusciti che volessero proseguire nella loro lotta politica (1). A tale proposito va detto che tra le migliori qualità di questo vecchio gentiluomo siciliano c'è la tendenza a valutare in termini concreti qualunque progetto per poi volgersi con tutte le energie all'attuazione pratica di esso. I suoi meriti gli guadagnarono la amicizia e la stima di Gino Capponi, di Michele Amari e di Pietro Giordano, che ne apprezzarono l'impegno politico(2). Pure Foscolo dové tenerlo in considerazione come testimonia la lettera scritta da Tommaso Gargallo marchese di Castel Lentini in cui lo scrittore siciliano richiede al Foscolo la recensione di una sua opera presentandosi al poeta come cugino dei Friddani (3).

In gioventù, compreso il significato sociale e politico dell'istruzione, Michele Chiarandà si adoperò per diffondere a Palermo il sistema lancasteriano delle scuole di mutuo insegnamento. Era già in esilio quando, scrivendo al Confaionieri si doleva della soppressione delle scuole di Mantova, Pontevico e Verona, aggiungendo che " non conviene scoraggiarsi, anzi fa d'uopo tentare tutte le vie onde istruire il popolo, e renderlo in stato di conoscere i suoi diritti e i suoi doveri " (4). 

Con pari entusiasmo aderì alla lotta politica. Partecipò alla congiura dell'Abela dei '20, caduto in sospetto della polizia, riparò in Francia e quando nel '48 gli fu proposto di rappresentare il governo rivoluzionarlo siciliano presso la Seconda Repubblica francese, pose a disposizione del suo paese tutte le sue capacità e tutta la sua esperienza.

L'affetto che lo legava alla sua terra fu grande. Anche in esilio Friddani non seppe staccarsi dalla sua Sicilia al punto che perfino il suo medico personale era siciliano.

Fu convinto assertore dell'" autonomia " dell'isola ed è probabile che in ciò si allineasse - come ricorda Romeo alla vecchia tradizione aristocratica: la nobiltà siciliana (specialmente quella palermitana) era gelosa della aristocrazia partenopea e mirava perciò alla separazione delle due corone, non adattandosi a un ruolo per così dire subordinato (5). 

Tuttavia ci pare che nel Friddani vivesse un'anima sinceramente democratica e che le sue concezioni politiche non si ispirassero soltanto ai particolarismi dell'aristocrazia siciliana. Abbiamo già accennato all'attività da lui svolta a favore delle scuole di mutuo insegnamento e, per comprendere quanto e come questa posizione lo qualificasse politicamente, basterà ricordare che, secondo quanto riscrive Pier Angelo Menzio " l'istituzione delle scuole lancasteriane, patrocinata dal Conciliatore, era invisa alla Polizia, perché erano alla loro direzione persone pericolose quali Porro, Confalonieri, Mompiani, Ugoni, Arrivabene che hanno una sola tendenza, l'indipendenza d'Italia e la Costituzione, e vagheggiano tuttociò che tende ad esaltare lo spirito nazionale. Quei metodi poi vogliono guidare la gioventù a qualcosa di più sublime di quello che in fatto può meritare la condizione degli operai e dei giornalieri " (6). 

Semmai c'è da osservare che il tradizionale contrasto tra la nobiltà isolana e quella napoletana diviene per Friddani il contrasto tra due mondi, due civiltà, due tradizioni, due popoli. Di tale contrasto si fa consapevole interprete la parte più illuminata dell'aristocrazia locale. Ma soprattutto, per comprendere quale fosse l'esatta posizione di Friddani rispetto alla questione vale la pena accennare alla situazione politica dei '48.

A quell'epoca Friddani, rappresentante del governo siciliano a Parigi, grazie all'incarico ricoperto, aveva pieno sentore di come i fatti avrebbero potuto maturare.

Gaetano Falzone (che a buon diritto può essere indicato lo storico dei Friddani per essere uno dei pochi ad avere dedicato a questo personaggio la dovuta attenzione), cita dal carteggio Friddani-Amari una lettera dei 9 luglio nella quale lo stesso Friddani rivelava all'amico che " il Piemonte vuoi divenire re di tutta l'Italia; quel governo, lo dice spiattellatamente, agisce in conseguenza " (7).

La preoccupazione dei Friddani nasce dal sapere che l'unificazione d'Italia rischia di nascondere un programma espansionistico dei re di Sardegna. Perciò egli è favorevole piuttosto all'unione degli Stati italiani.

Quel che vogliamo far osservare è che questo politico nella sua solida praticità, unita a un profondo e generoso sentire, aveva già visto i limiti e le contraddizioni di un programma dalla cui attuazione sarebbero scaturiti disagi e contrasti nel nostro paese e innanzitutto nel Sud e nella Sicilia.

Questa lucidità di pensiero e una profonda onestà resero Friddani benvoluto anche presso mazziniani e garibaldini nei confronti dei quali mantenne sempre cortesi rapporti uniti a indipendenza di giudizio. Ciò spiega come mai il suoelogio funebre fosse pronunciato da una della più significative figure del garibaldinismo siciliano: Giacinto Carini, che in occasione della morte dell'amico, sentì il dovere di commemorarlo per l'onesto servizio reso a una causa in cui insieme, pur nelle divergenze, avevano creduto.

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(1) A. Santostefano Della Cerda: Gli emigrati politici siciliani dal 1849 al 1860, Palermo 1910 pagg. 83-87.

(2) Cfr. A. La Pegna: La rivoluzione siciliana dei 1848 in alcune lettere Inedite dì Michele Amari Napoli 1937 pag. 258.

(3) Lettera di Tommaso Gargallo a Ugo Foscolo dei 9 gennaio 1821 in Epistolarlo di Ugo Foscolo. Ediz. Nazionale delle opere di U. Foscolo, lettera 2508.

(4) La lettera, che si trova presso l'Archivio di Stato di Milano fra le carte dei Processo dei Carbonari, spedita al Confalonieri da Ginevra il 29 agosto 1820, è pubblicata nel " Carteggio dei Conte Federico Confaionieri " a cura di G. Gallavresi Parte li, Milano 1911, pagg. 323-325.

(5) R. Romeo: H Risorgimento In Sicilia, Bari 1973 pagg. 158-159.

(6) Dal " Conciliatore " UTET Torino 1921 Introduzione e commento di P.A. Menzio pag. 95 n. I.

(7) in G. Falzone: Il problema della Sicilia nel 1848 attraverso nuove fonti Inedite. Indipendenza e autonomia nel gioco della politica internazionale. Palermo 1951 pag. 99.

 

(tratto da "L'Incontro delle genti", anno XXI aprile-giugno 1981, pag. 20 - Ed. E.R.A. INCONTRO S.R.L.)