GIORDANO BRUNO
"LIBERO PENSATORE"?
di Sergio Frangioni
Si può dire che in quasi tutte la Case Massoniche dItalia vi sia un ritratto di G. Bruno, molte Logge portano i suo nome ed a lui è dedicata la massima onorificenza massonica. Ma quanti F.lli conoscono il pensiero di questo Grande? La maggior parte di noi ne ha sicuramente la deformante immagine ottocentesca, quella per intenderci dei Circoli del Libero pensiero, ferocemente anticlericali, quella dei monumenti di E. Ferrari, quella insomma del "razionalismo illuminista" ante litteram; ebbene, niente è più lontano dal pensiero di Bruno del modo di vedere sopra accennato: è stata effettuata una vera e propria appropriazione indebita, senza curarsi di approfondire o almeno cercare di conoscere la filosofia bruniana.
Giordano Bruno è vittima e martire della Controriforma, questo è vero, ma poco mancò che non finisse vittima della Riforma: se non fosse fuggito in tempo probabilmente il suo rogo avrebbe illuminato non Campo de Fiori ma una piazza della riformata calvinista Ginevra.
Lo scopo di questo lavoro è dunque quello di portare un modesto contributo alla conoscenza di chi tanto spesso noi nominiamo ma soprattutto quello di liberare questo grande pensatore dalle scorie che molti suoi esegeti vi hanno deposto per strumentalizzare ai propri fini il suo pensiero.
Filippo Bruno (Giordano è il nome che prese quando entrò nellordine Domenicano) nasce a Nola nel 1548, da padre soldato e madre contadina. A soli 14 anni entrò nellOrdine Domenicano a Napoli, unico modo, date le sue condizioni, di avere possibilità di studio. Ne 1572 diviene sacerdote, nel 1575 divenne Dottore in Teologia e subito dopo incorse in un primo processo pere eresia, accusato di avere negato il culto della Vergine ed il valore religioso dellEucarestia. Traferitosi a Roma dovette difendersi dallaccusa, mai provata, dellassassinio di un confratello che lo aveva denunciato. Iniziò pertanto un peregrinazione per lEuropa, il cui scopo sembra essere, scrive Barberi Squarotti, " quello di portare alla conoscenza del più vasto numero possibile di persone la sua verità, cioè la sua filosofia ".
A Ginevra abiurò il Cattolicesimo e divenne Calvinista. Ma anche da Ginevra fu costretto a fuggire e riparò in Francia dove insegnò a Tolosa, sollevando una rivolta degli studenti contro il suo antiaristotelismo, che lo costrinse a recarsi a Parigi, ove si fece ben volere dal Re Enrico III, a cui dedicò il "De Umbris Idearum". Nel 1583 si recò in Inghilterra dove incontrò un ambiente culturale particolarmente favorevole: qui compose molte delle sue opere, insegnando pure ad Oxford.
Il suo spirito polemico e satirico (nella "Cena delle Ceneri" ad es. attacca violentemente la società inglese) gli procurò problemi tanto che nel 1585 ritornò in Francia: Qui intraprende-dimentico dellesperienza di qualche anno prima-una violenta disputa antiaristotelica e a Cambray, in un dibattito fra teologi e filosofi, subisce una secca sconfitta. Si reca allora in Germania (1586) ove insegna a Francoforte, Marburgo, Wittemberg, convertendosi al luteranesimo. Nel 1591 torna in Italia accettando linvito del nobile veneziano Mocenigo. Il resto, il processo veneziano e romano, la condanna ed il rogo, sono la storia che tutti conoscono.
Il pensiero di Bruno è assai complesso. Scrisse moltissimo e le sue opere non sono di facile lettura. Scrive lAbbagnano che "Bruno intendeva la natura tutta viva, tutta animata. Questo amore per la vita e la natura ha un che di ebbrezza dionisiaca, di esaltazione lirica e religiosa Da qui la sua predilezione per la magia da qui la sua rinuncia alla paziente e laboriosa indagine naturalistica che Telesio aveva prospettato. Da qui la sua predilezione per la mnemotecnica che ha la pretesa di prendere dassalto il sapere e la scienza, di impadronirsi del sapere con artifici mnemonici e di fare progredire la scienza con una tecnica inventiva rapida e miracolosa che sopravanza a gran passi la metodica e lenta ricerca scientifica". Il suo naturalismo, giova ripeterlo, è religione della natura, impeto lirico (gli "eroici furori"). Bruno è un vero uomo del Rinascimento, predilige il simbolismo numerico dei neopitagorici alla matematica scientifica. Scrive Koyrè che "la concezione bruniana del mondo è vitalistica e magica. Egli non è spirito moderno ma la sua concezione à tanto possente e poetica che non possiamo che ammirarla.". Dunque vittima della intolleranza e del fanatismo ma non certo vittima della lotta del progresso contro loscurantismo. Bruno è uomo che guarda più al passato che al futuro.
Date queste caratteristiche invano cercheremmo nel suo filosofare un disegno, una coerenza che in realtà non ha: egli è un temperamento esubrerante, passionale, fantastico, non logico. Ne è un esempio la sua concezione della divinità. Essa è ad un tempo trascendenza, di derivazione platonica e neoplatonica, con distacco fra lassoluto e luomo; e contemporaneamente immanenza, anima del mondo. E al contempo "Mens super omnia" e "mens intra omnibus" (mente presente in tutte le cose) per cui Dio è sia sopra le cose, inconoscibile se non attraverso la fede e mente delle cose, conoscibile , anima mundi, materia, natura. Comunque sia tutti gli Autori che si sono interessati di Bruno concordano su un punto: lispirazione più profonda del suo sistema è la propensione, tutta rinascimentale, a vedere il divino nel mondo. La natura o è Dio stesso o è la vita divina che si manifesta nelle cose.
Lo stesso dualismo lo si ritrova nella concezione della religione, simile a quella di Averroè. Da un lato la religione come sistema di credenze viene considerata ripugnante ed assurda, contro la natura, adatta "per la istituzione di rozzi popoli che denno essere governati"; poi però vi è la religione dei teologi, cioè dei dotti che in ogni epoca hanno cercato il modo di avvicinarsi a Dio, mediante la filosofia. Egli ripete anche qui un concetto cardine del Rinascimento, cioè quello di una sapienza originaria via via accresciuta da filosofi, maghi, teologi orientali, pagani, cristiani ed anche qui predilige, ad esempio, i presocratici, per il loro stretto rapporto con la natura, vera ossessione per la filosofia bruniana.
Dunque uomo imbevuto di magia e lirismo, naturalismo ed intuizione, lontano mille miglia da quel precursore del razionalismo settecentesco che lo si è voluto far apparire; ma anche molto lontano da un altro grande come lui caduto nei rigori dellInquisizione, ovvero Galileo Galilei ed il suo metodo scientifico. La visione bruniana delluniverso non deriva da osservazioni astronomiche o calcoli, bensì da intuizione (quella della infinità dei mondi) alimentata dalla teoria copernicana. Eppure la teoria di Copernico, scrive ancora lAbbagnano, viene immediatamente portata dal piano astronomico e scientifico a quello metafisico: "Filosofia, astronomia, immaginazione formano nella mente vulcanica di Bruno un tuttuno, da cui viene dedotta la infinità delluniverso su basi non razionali ma teologiche: perché se il mondo ha una sua causa in un essere infinito non può essere altro che infinito". Egli vede ed immagina una pluralità di mondi abitabili, linfinità delluniverso, lidentità fra cielo e terra (tutto deriva da una causa divina, dunque non è possibile alcuna discriminazione nel creato).
Rimangono da dire due parole sulla morale e letica di Bruno. Essa può essere riassunta nella sua espressione "luomo non contempli senza azione e non operi senza contemplazione". Bruno, specialmente ne "gli Eroici Furori" espone una morale "vivificante, forte, operosa" (Furiozzi); esalta il valore della fatica, dellingegno, del lavoro umano. Scrive ancora il Furiozzi in un vecchio numero di "Hiram": "soprattutto ne "gli eroici furori" si accentua la visione dellinfinito e la celebrazione dello sforzo che luomo fa per oltrepassare eroicamente tutti i limiti e tutti i confini, che è un modo per sottolineare in forme poetiche linarrestabile slancio umano oltre le posizioni raggiunte, per la supremazia della verità". La verità, scrisse, è la cosa più sicura, più divina di tutte. Non vi è dubbio che nelletica bruniana vi siano delle intuizioni geniali e moderne, ma non va dimenticato che leroico furore" deriva da Eros, amore, dunque furore damore che si contrappone ai "bassi furori" che incatenano luomo alla materia e lo costringono ad una specie di "copula con la natura" (Abbagnano), a farsi egli stesso natura e, pur accettando la necessità divina delle cose, lo obbligano a realizzare in sé lo slancio della vita, in una specie di esaltazione di amore, di energia produttiva, a fare come Dio, dando luogo ad "altre nature, altri corsi, altri ordini" . Un congiungersi con la natura che è dato solo a pochi (e perciò una morale aristocratica), a chi sa accedere alla filosofia e guidarsi secondo ragione. Ed ecco rispuntare la contraddizione che del resto è tipica del suo filosofare, quella tra libero volere e necessità divina.
Il discorso sulla filosofia di Bruno meriterebbe un ben più lungo ed approfondito lavoro. Vorrei aggiungere invece qualcosa riguardo a Bruno e la Massoneria: innanzitutto un accenno alla tesi della Yates, studiosa inglese recentemente scomparsa. Secondo lAutrice lars memoriae medioevale e rinascimentale "rappresenterebbe lantefatto più remoto della simbolistica liberomuratoria, in quanto appoggiantesi a immagini scultoree ed architettoniche. Ma solo con Bruno questa teoria si sarebbe trasformata in disciplina autonoma, essendo stata chiamata ad esprimere particolari concetti cosmologici ed ermetici" (A.C. Ambesi).
Ma è in Italia, nella M. italiana che si è formato il mito di G. Bruno, ripetiamo ancora al di fuori di ogni reale aderenza al suo pensiero, per semplice spirito polemico anticlericale. E quel poco che è stato fin qui esposto credo sia sufficiente a suffragare questa tesi. Scrive il Mola: "non verano ragioni particolarmente valide e convincenti per G. Bruno, per un periodo incredibilmente lungo e non ancora chiuso nel ricordo e nei fremiti di taluni Fratelli, dovesse diventare la bandiera ufficiale della Massoneria. Solo il desiderio, filologicamente opinabile, di elevare agli onori del Grande Oriente una figura di prestigio internazionale che potesse reggere il confronto con Voltaire o Goethe spianò la via al mito di Bruno Inoltre il suo dramma finale (a differenza di quello di T: More, M. Serveto ed altri martiri della fede e dellintolleranza) chiamava in causa il papato".
Sarebbe interessante seguire le vicende dellinnalzamento del monumento a G. Bruno in Campo de Fiori, preceduta da intemperanze anticattoliche di dubbio gusto; Lemmi mobilitò massicciamente le Logge e non poche furono le perplessità negli ambienti masonici internazionali circa limmagine che volle dare della "totale identificazione tra Stato Unitario uscito dal Risorgimento e Libera Muratoria Italiana Incapace di vincere se stessa, di riportare ordine e regolarità nelle sue file, di ricondurre alle giuste dimensioni il rapporto tra impegno profano e cultura iniziatica, tra politica e lavoro di Loggia, per causa propria la Famiglia si avviava a vivere nuovi e più drammatici dilaceramenti" (A. Mola).
Dunque dimentichiamo il Bruno "libero pensatore" e tutta la retorica su questa immagine costruita. Ammiriamo questo Grande con lammirazione che ognuno deve a chi, per le proprie idee, ha saputo sacrificare la vita. Se vogliamo in qualche modo inserirlo nella sfera iniziatica, riferiamoci non alla sua laicità, bensì alla sua sacralità, al suo vedere la presenza divina in ogni cosa, alla sua ansia di ricerca che trascende il raziocinio, nel suo identificarsi nella natura che è per lui un vero e proprio "indiamento", un varcare il limite dellumano per avviarsi (ricordate?) "verso altra natura, altri corsi, altri mondi"; non è questo un vero e proprio cammino inziatico?