TOMMASO BILOTTI
di Luigi Bilotti
Tommaso Bilotti nacque in un casato in cui predominavano le arti di medico e di prete. Alla età di cinque anni rimase orfano di padre. Un parente maestro di scuola ed uno zio prete ne curarono i primi insegnamenti, si trasferì poi a Napoli presso un parente, alto prelato, che lo tenne agli studi fino al conseguimento della laurea in Medicina e Chirurgia.
Fu uno studente accorto e bravo. Conservo di Lui quattro medaglie di argento che gli furono assegnate dall'Università per concorsi vinti. Fu un medico colto: dal Corpo Sanitario dell'Istituto Medico-Chirurgico Palesciano e dalla Redazione della Rivista "La nuova scuola medica napoletana", in assemblea generale, fu nominato Medico Onorarlo del Sanatorio Palesciano e gli fu conferita, per parere degli intervenuti Professori della R. Università, la Medaglia d'oro di Prima Classe. Ritornò in Calabria ove esercitò la sua professione fino al 1883. In quell'anno partecipò e vinse il concorso per medici nel Comune di Roma. Gli fu assegnata la sede di San Vittorino e nel 1890 fu nominato medico igienista del Comune di Roma.
Nel 1900 ritornò in Calabria ed esercitò la sua professione in Cosenza, poi in Rogliano ed infine nel suo paese di nascita. Morì nel settembre del 1919.
Rifiutò i marmi e volle essere interrato. La sua Compagna, rispettosa delle sue idee, ossequiente alle sue volontà, gli risparmiò la irrisione dell'aspersorio e del prete.
Le notizie fin qui date riguardano l'attività professionale di Tommaso Bilotti tratte dal documenti. Vi parlerò adesso dell'Uomo che io purtroppo non ho conosciuto, perché non si possono dire conoscenza quelle percezioni visive, uditive, tattili che si hanno fino alla età di cinque anni. Un destino impietoso accomuna me e mio padre: entrambi siamo rimasti orfani di padre alla età di cinque anni. Quello che vi dirò di Lui è quanto ho appreso da estranei. Ho appreso che fu un Uomo giusto, caritatevole, la cui casa, nel Giorno Triste di ogni settimana , si apriva a mensa dei poveri; i deboli lo trovarono sempre al loro fianco. Tutti di Lui ricordano la dignità. Il suo fu un beneficare senza pietismo, un beneficare dettato dall'imperativo categorico che nel prossimo bisognoso riconosce il diritto di essere soccorso.
Eppure un tal Uomo soleva dire: "Se mi pungi con una spilla io ti pungo con una spada". Per tanto tempo sono rimasto perplesso sul significato di tale frase. Non ne potevo accettare il significato apparente. I nostri rituali mi soccorsero.
Nella Bibbia (26° capoverso dei proverbi di Salomone) si legge: "Rispondi allo stolto secondo la sua follia perché non abbia a credersi savio".
Del Fr. Tommaso Bilotti vi ho mostrato il brevetto di Apprendista ed altri brevetti che ne indicano la posizione nel Rito. Con le sue stesse parole vi farò sentire della sua Iniziazione, della sua delusione e critica della Massoneria in un determinato momento, della sua fede, della sua attività e fattività di massone.
E la bozza di una lettera indirizzata al Gran Maestro dell'epoca (1912-1913) "Rispettabile e Potentissimo Gran Maestro, ho accettato il carico di Venerabile della Loggia 'Telesio', all'Oriente di Rogliano, per adempire un dovere. Mi si è voluto far credere che era necessario che accettassi, ed ho accettato dopo avere dichiarato in iscritto ed a voce la mia poca attitudine per un tal posto. Iniziato nella Loggia Rienzi in Roma, nel 1884, presentato da Bacci, dietro lettera del Lemmi, fui attivo per diversi anni.(…). Tornare in paese, per disgrazie di famiglia, nel 1900, fondammo in Cosenza, col carissimo fratello Pasquale Rossi la Loggia 'Humanitas' sotto la dipendenza del De Cristoforis, la quale poi si fuse con la loggia ufficiale......
(…)
Vi leggo ora il testamento di questo Fratello.
Ecco il testo: "Questo è il mio testamento olografo scritto e sottoscritto da me, nella pienezza delle mie facoltà intellettive e riflessive. Lascio tutto quanto possiedo, nessuna cosa esclusa, al mio piccolo figlio Luigi. Qualora egli muoia, prima di avere raggiunto i ventuno anni, sua madre Adele Esposito, resterà usufruttuaria finché vive. Morta, entrerà in possesso l'Ospizio dei Trovatelli di Cosenza, sito accanto al palazzo dei Tribunali. Dessa sarà la tutrice del nostro figlio; ne curerà l'educazione intellettiva e morale, e non lo ostacolerà nella natura della professione o mestiere che vorrà intraprendere. Arrivato agli anni ventuno, vivrà con sua madre e qualora non voglia o non possa, deve farle scegliere un quarto della casa e un mezzo giardino, di cui sarà proprietaria finché avrà vita; contribuendole cento lire, per ogni mese della sua esistenza. Desidero mio figlio sia onesto, sincero, dignitoso, odiatore dei re e di qualsiasi tirannide. Nella onestà è insita la poca felicità che puote godersi sulla terra".
Nelle semplici, piane parole di questo scritto è racchiuso il credo massonico del Fratello Tommaso Bilotti; credo di cui faceva legato al figlio di appena tre anni.
C'è il rispetto e il sostegno della Vedova e nella accezione comune della parola e nella accezione massonica di soggetto bisognoso. Chi è più bisognoso del trovatello? E' l'essere più solo al mondo, cui della madre e del padre è negata l'immagine. Immagini che cercherà nel suoi sogni, costruirà nella sua fantasia, ma forse non saprà invocare nel pericolo, e cui non saprà gridare la sua gioia.
C'è la concezione massonica della dignità del lavoro sotto qualsiasi forma, intellettuale o manuale ("la madre non ostacolerà il figlio nella natura della professione o mestiere che vorrà intraprendere").
Che il figlio sia di buoni costumi ("onesto, sincero, dignitoso"), ed infine: che il figlio sia "ocliatore dei re e di qualsiasi tirannide".
Alle orecchie delicate di molti massoni le parole forti del Fratello Bilotti sembreranno inadatte, perché si dice che la massoneria non insegna l'odio; insegna l'amore. E sia!!! Amare la libertà!! E un concetto astratto!! La libertà in senso assoluto non esiste. Rousseau dice che l'uomo è nato libero, ma poi constata, con amarezza, che è ovunque in catene.
Noi ci proclamiamo "liberi... penso che questa sia una nostra presunzione. Dovremmo più umilmente dire che aspiriamo ad essere liberi.
L'odio è un sentimento più umano, più primitivo, che possiamo con facilità obiettivare in persona o cosa. "Odiare qualsiasi tirannide" è il contraltare di amare la libertà ma in uno stato d'animo più concreto. Dire di amare la libertà è un qualcosa di patetico, di lezioso, di delicato: è come il rondò veneziano nella musica. Odiare qualsiasi tirannide è - per dirla con il Carducci - ''come quando Wagner possente mille anime intona ai cantanti metalli, e trema agli umani il cuore".
Odiare qualsiasi tirannide è un sentimento più pragmatico, perché della titannide riusciamo ad obiettivare gli atti e le dottrine e nelle carni e nella mente.
La libertà è qualcosa cui molti aspirano, ma che pochi conquistano; è qualche cosa per la quale anche si muore. lo penso che solo attraverso il sentimento dell'odio di ogni tirannide si possa arrivare a quella condizione SUPERUMANA di conquista della libertà per la quale Bruno bruciò sul rogo ed il Giovine Polacco lanciò il corpo suo bruciante in faccia alla tirannide che avanzava.
Al tramonto di una vita, agitata nelle passioni, sofferta nel lavoro, con mete raggiunte o mancate ricchezze, potere, scienza, amore, la conclusione che nella "onestà è insita la poca felicità che puote godersi sulla Terra" è il riccheggiare de detto dell'Ecclesiaste: "Tutto è vanità".
Non è pessimismo cosi come non e uno sconsiderato inno alla Vita.
Ringrazio i Fratelli della Loggia "Mameli" di avermi data la possibilità di ricordare il padre mio, Fratello Tommaso Bilotti, nello stesso Tempio (Palazzo Giustiniani) che più di cento anni fa lo accolse Apprendista.
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(tratto da Hiram, n. 11-12, novembre-divembre 1986 - Ed. Soc. Erasmo, Roma)