poeta neoplatonico, massone e giacobino
di G. A.
La Chiesa cattolica ha perseguito con perfido animo la cancellazione storica di personaggi a lei sgraditi.
Non sempre riuscì in tale intento: Giordano Bruno n'è la lampante dimostrazione. Ma per alcuni personaggi vi riuscì in pieno, complici, coscienti o incoscienti, i sodali di tali forti personalità che non seppero, o per incuria o per ignoranza, arginare tale massa di fango atta ad oscurare preclare intelligenze.
Antonio Jerocades (1738-1803), sacerdote calabrese, nonché massone di provata fede, può essere l'emblema degli scheletri nell'armadio, numerosissimi, che la chiesa destina all'amnesia del mondo. i suoi testi, ormai soggetti alla completa distruzione, giacciono, unici esemplari, deposti e introvabili. Sono tutte liriche di libertà e d'amore che nulla hanno in contrasto con i precetti evangelici. Purtroppo l'ortodossia ecclesiale non ha mai amato una fede ispirata ed intelligente, ma pecorame obbediente e devoto - meglio se senza ben comprendere in cosa essere devoto - e Jerocades, non potendosi iscrivere a tale comunità, trovò pene e supplizi sul proprio cammino, tanti e tali da ridurre all'obbedienza supina chicchessia: tranne lui!
Visse in una Parghelia, Casale di Tropea, affamata e miserabile (vedasi lo studio di L. Meligrana Economia e Società nella Parghelia del XVIII in Atti del Convegno Antonio Jerocades nella cultura del Settecento, Parghelia, 1996); figlio di pescatore dalla numerosa progenie fu consacrato al sacerdozio più per necessità che per vocazione.
Assunse comunque con impegno e dignità l'iniziazione ai sacri misteri di Cristo, consapevole che il suo sacrificio non sarebbe stato vano.
Fin da giovane s'impegnò nel Seminario. di Tropea, retto da menti malate ed ignoranti, per l'educazione e l'emancipazione del giovani seminaristi. Non capirono il genio, il portento e dovette per meschinerie ed invidie paesane abbandonare Tropea.
Rifugiatosi a Napoli, nel 1765 entrò in contatto con gli intellettuali dell'epoca, da Filangieri, di cui fu precettore del figlio, a Pagano, da Cirillo alla Fonseca...
Ottenne, dopo qualche anno, la cattedra nel Collegio di Sora abbandonato dai "cacciati" gesuiti. Nel 1771 dovette lasciare anche tale incarico perseguitato dal partito dei gesuiti che, pur essendo estromesso dal regno, era, ancora, tanto forte da incidere sul potere ecclesiastico e civile. Si rifugiò allora a Marsiglia, dove ricevette la seconda iniziazione alla massoneria alla "Saint Jean d'Ecosse"; la prima l'aveva ricevuta in Napoli nella Loggia irregolare, ma esclusiva, del principe Raimondo di Sangro, il quale aveva continuato con pochi fratelli fidati, fra cui lo stesso Jerocades, la ricerca del lapis filosofale.
Al ritorno da Marsiglia, l'Abate importò i Rituali e le Costituzioni della Gran Loggia Londinese, che saranno la base per creare un gran numero di Logge in Calabria.
La Loggia fu vissuta dal Nostro come centro d'emancipazione e di promozione culturale. In Loggia, secondo Jerocades, si accresceva la conoscenza scientifica e metafisica attraverso una ritualità mutuata dal mondo greco e orfico. Il poema massonico più conosciuto del prolifico Abate è La Lira Focense, la riedizione del quale fu fortemente voluto da Saverio Salfi nel primo decennio dell'Ottocento e, con non pochi contrasti del Grande Oriente d'Italia, che si opponeva alla pubblicazione, non tanto perché in tali liriche si svelavano alcuni rituali massonici - come falsamente si sostenne -, ma soprattutto perché, in quel contesto storico d'anticlericalismo sfrenato della massoneria, non sembrava buona politica riproporre una massoneria totalmente apolitica e misticheggiante del Maliardo Jerocades.
La spuntò, in definitiva, il carbonaro Salfi, che riuscì a consacrare alla perennità almeno un'opera delle decine dell'Abate, tutte, come abbiamo accennato, di provata fede massonica, nessun'esclusa. Ben presto anche le Logge furono per l'Abate terreno troppo ristretto. Infatti, nel 1792, nonostante che fosse stato insignito da Ferdinando IV della Cattedra di Economia all'Università di Napoli, egli preparò con gli intellettuali di codesta capitale (ricordiamo soltanto Carlo Lauberg, fondatore della Società Patriottica), i primi circoli politici ed inneggiò alle Libertà Francesi, alla presenza dell'ammiraglio francese Louis-Renè Madeleine Latuche-Treville sulla nave ammiraglia alla fonda nel porto. Dall'inneggiare alla democrazia, alla congiura giacobina il passo fu breve e Jerocades si trovò coinvolto con l'intellighentia partenopea nella congiura del 1794, che vedrà tre dei suoi sodali -Vincenzo Vitaliani, Emanuele De Deo e Vincenzo Galiani - perdere la vita sul patibolo e lui relegato nel convento di Mugnano nei pressi di Napoli. Si mormorerà, dalla solita malvagia marmaglia, che egli si salvò a prezzo di delazione, ma resta provato che i nomi che fece erano soltanto quelli conosciuti dall'Inquisitore regio. Ancora nel 1799, quando i Francesi vengono in aiuto dei giacobini napoletani, è fra gli insorti. Eresse l'albero della libertà davanti al convento dei frati di Mugnano e fu a fianco degli insorti nel Castel di Sant'Elmo. I primi giorni di lotta videro i Lazzari soccombere con tremila morti. Jerocades assistette i feriti d'ambo le parti e dette loro gli ultimi Sacramenti. La Repubblica napoletana non durerà che 144 giorni ed il cardinale Ruffo con le sue legioni della Santa Fede farà in tutta la provincia e in Napoli un'orribile carneficina. Basti dire che ad Altamura, dove i suoi scherani sgozzarono migliaia d'inermi cittadini rei della desiderata Libertà, lo stesso cardinale intinse le mani nel sangue, quello di una vergine consacrata a quel Dio, di cui si faceva vicario e campione. Jerocades fu prigioniero nei granili del porto assieme a settecento feriti per quaranta giorni, mente in Napoli si mandavano al patibolo migliaia di giacobini. Atti di barbarie furono compiuti dai Lazzari, fino al cannibalismo sui corpi martoriati degli appesi.
Jerocades si salvò con l'esilio e, anche questa volta, si mormorò da parte di mali informati che fu la delazione a salvarlo. Ma nulla ad oggi è stato provato. Più verosimilmente il re e la regina, paghi di tanta sanguinosa vendetta, salvarono gli ultimi prigionieri fra cui l'Abate. Tornato in patria nel 1801, dopo la firma del trattato di pace con la Francia, egli fu rinchiuso e mai più fatto uscire dall'ex convento dei gesuiti di Tropea fino a farlo morire di pazzia il 19 novembre 1808. Così si spense nelle sofferenze la vita del Sacerdote di Febo e di Cristo, com'egli amava definirsi, dimenticato da tutti e, colpa non lieve, soprattutto dai massoni.
Unico visitatore nell'ultima prigionia fu il prete Giuseppe Pepe, a Globo eburneo, seguace del discepolo di Martines de Pasqually, Jean Baptiste Willermoz, Cavaliere Beneficente della Città Santa; poco prima della morte, di passaggio per Tropea, questi andò a dare l'estremo viatico al Fratello.
Fratelli in Cristo e di Loggia, ma soprattutto sodali nel dolore. Dava l'estremo viatico a quel caro Fratello, che col suo canto aveva addolcito in giorni più felici la vita chi, a differenza di Jerocades, aveva saputo meglio barcamenarsi nel mare tempestoso dell'esistenza.
(da Sixtrum, N. 1, anno 2000 - Direzione, Amministrazione, Redazione: Angelo Palmieri, Locri - Michele Greco, Cosenza)