NON NOBIS DOMINE, NON NOBIS, SED NOMINI TUO DA GLORIAM

Dalla buona terra di Roma, addì 5 gennaio 2000 Anno dell'Ordine 882

 

LA VITA DEI TEMPLARI IN TERRASANTA

Sembrerebbe assai semplice descrivere la vita dei Templari in Terrasanta ma, con tutta la buona volontà, questa cosa non è possibile. Sono talmente tali e tante le implicazioni della vita giornaliera di un templare che descriverla, appunto, non è affatto semplice.

Occorre premettere che i ritmi di tutta la giornata che i templari vivevano erano dettati dalla Regola dell'Ordine, ferrea ed assolutamente imprescindibile. Ogni templare doveva tenere a mente gli articoli della Regola, perlomeno i più importanti, in modo che ne potesse fare uso in ogni momento. La Regola, prima scritta da Hugues de Payns, primo Gran Maestro dell'Ordine, fu poi ripresa e modificata di gran lunga dalla mano di San Bernardo di Chiaravalle, che la rese ancor più ferrea di quella di prima stesura, anche perché occorre dire che fu proprio San Bernardo il vero ispiratore della fondazione e della crescita dell'Ordine del Tempio.

La Regola era suddivisa in 72 articoli, di cui i primi 10 sono esclusivamente dedicati alla parte monastica dell'Ordine, ove si specificano tutte le doti monacali. Gli altri articoli sono invece dedicati interamente al comportamento dei cavalieri, all'organizzazione dell'Ordine, al vestiario, al cibo, al modo di muoversi, di parlare, di camminare, di combattere e finanche di dormire dei cavalieri.

Ogni cavaliere, per essere ammesso nell'Ordine, non doveva superare prove di coraggio, avere in dote molto denaro o quant'altro: doveva sapere quali erano le regole, durissime, alle quali doveva senza discutere sottomettersi e doveva impegnarsi in tutto ciò che la Regola prevedeva. Non era concesso a tutti entrare: quelli che chiedevano di entrare a far parte dell'Ordine, detti postulanti, qualora non perfettamente sani nel corpo o nella mente, venivano cortesemente respinti; chi aveva a suo carico figli, mogli, o altri parenti non veniva preso in considerazione; venivano respinti anche tutti coloro che avevano debiti e che con l'entrata nell'Ordine cercavano riparo ed immunità; allo stesso modo chiunque voleva entrare nell'Ordine per convenienza o perché spia prezzolata di altri Ordini, veniva respinto con disprezzo; anche chi apparteneva ad un altro Ordine non poteva far ingresso fra i Templari. Un altro impedimento era l'eventuale scomunica del postulante, che non gli permetteva non solo l'entrata nell'Ordine, ma gli era impedito persino parlare o scambiare semplici occhiate con i cavalieri. Era poi assolutamente vietata l'entrata nell'Ordine di bambini, anche se venivano raccomandati da altri cavalieri e di qualsiasi persona al disotto dei vent'anni: questo derivava dal fatto che i cavalieri dovevano avere forza fisica e muscoli, oltre che un corpo ben fatto, altrimenti sarebbe stato impossibile portare l'usbergo, l'armatura e brandire la spada di ordinanza, da impugnare a due mani e che doveva colpire non di punta, ma di taglio.

L'INVESTITURA

La cerimonia dell'entrata nell'Ordine veniva fatta sempre durante un Capitolo, ossia l'adunanza dei cavalieri di una Precettoria, o nel Capitolo Generale, se era l'adunanza di tutto l'Ordine o buona parte di esso. Preventivamente alla richiesta del postulante, il Capitolo aveva già preso le debite informazioni su di lui, ne aveva contattato la famiglia ed aveva svolto ricerche sul suo passato e se avesse mai avuto beghe con la giustizia. Quando le informazioni erano buone, solo allora il postulante veniva ammesso nel Capitolo per porre la sua richiesta di entrata.

Alla presenza del Gran Maestro o del dignitario più alto in grado tipo il Precettore, il postulante veniva introdotto davanti al Capitolo, dove chiedeva, davanti a tutti, l'onore di poter entrare nell'Ordine. Dopo aver esposto le sue ragioni, il postulante veniva allontanato e fatto entrare in una sala attigua, chiusa da una pesante porta in legno, a quella dove si teneva il Capitolo. L'assemblea dei cavalieri poteva così deliberare, senza che il postulante potesse ascoltare, sull'entrata dello stesso nell'Ordine. Il dignitario che conduceva il Capitolo dava la parola ad ognuno che volesse dire la sua, ma ogni intervento doveva essere breve e conciso: se un cavaliere avanzava dubbi sull'entrata del postulante, doveva motivarne il perché e parlare davanti a tutti. Quando almeno la maggioranza del Capitolo era favorevole all'entrata nell'Ordine del postulante, il conduttore del Capitolo diceva la formula di rito, cioè: "Cari ed amati fratelli, la maggioranza del Capitolo ha stabilito che il postulante può essere ammesso nella Casa. Se qualcuno di voi ha qualcosa da dire in contrario parli subito davanti a noi.". Se non c'erano motivazioni contrarie (e di solito era così), il Capitolo sceglieva tre cavalieri fra i più saggi e pazienti, che venivano introdotti nella stanza dove il postulante era stato chiuso, gli ponevano delle domande sulla sua volontà ad entrare nell'Ordine e lo mettevano in guardia sulla durezza della Regola e sulle privazioni alle quali andava incontro. Se il postulante, di fronte a tutti i chiarimenti, rinunciava, era libero di andarsene indisturbato, ma se accettava, veniva fatto di nuovo entrare alla presenza del Capitolo e da questo momento non poteva più tirarsi indietro. Quindi la discussione nella camera attigua a quella del Capitolo non era una semplice formalità: se il postulante accettava, non poteva più, in alcun modo, ritirarsi. Quando il colloquio nella stanza attigua a quella del Capitolo era terminato, i tre templari rientravano nella sala capitolare, e riportavano le risultanze del colloquio agli altri cavalieri. Quando la relazione era terminata, chi conduceva il Capitolo chiedeva, per l'ultima volta, se doveva far entrare il postulante: ricevuta risposta positiva, il postulante veniva ammesso alla presenza del Capitolo. Si inginocchiava davanti a chi conduceva l'Adunanza dicendo la frase rituale: "Mio signore, sono qui venuto, avanti a voi ed all'intero Capitolo, ad implorarvi per la Maestà di Dio Nostro Signore e per la Nostra Signora di accogliermi nella casa, accettandone tutte le regole ed i benefici.". A questo punto il conduttore del Capitolo si alzava e recitava una formula rituale, molto bella e nello stesso tempo di grande effetto, che era: "Fratello, voi chiedete molto, poiché del nostro amato Ordine, come di una quercia non vedete che la parte esterna, la corteccia. La corteccia che voi riuscite a vedere sono i nostri cavalli, le nostre armature, i nostri mantelli e i nostri pasti, e perciò credete che tutto ciò sia bello e che starete bene. Ma voi non immaginate nemmeno sotto la corteccia di quest'albero quali durissime regole vigono all'interno del nostro amato Ordine, voi che siete un signore dovrete far da servo agli altri, perché d'ora in avanti non potrete più fare i vostri comodi: se vorrete dormire sarete svegliato, se vorrete mangiare vi dovrete alzare e sarete comandato altrove, se vorrete essere sveglio vi si comanderà di dormire, se volete digiunare vi sarà comandato di mangiare, se vorrete andare in terra di Acri vi si manderà ad Antiochia, se vorrete rientrare a Sion sarete inviato in Francia o in Inghilterra, se vorrete andare da una parte vi si manderà da quella opposta e voi non potrete domandarne il perché, tutte le dure parole di rimprovero che avrete dovrete sopportarle in nome di Dio. Se così volete, alzatevi a fate un passo avanti.". Allora il postulante si alzava e andava a porsi proprio davanti a chi conduceva il Capitolo. A questo punto veniva domandato al postulante se era in buona salute, se aveva moglie o fidanzate, se aveva debiti e così via. Se egli rispondeva in modo consono a tutte queste domande, faceva una serie di promesse che andavano dalla fedeltà all'Ordine a quella in Maria Vergine, fino alla promessa di difendere, in nome di Cristo, i luoghi santi anche al prezzo della vita. A questo punto, tutti i presenti intonavano il Te Deum, e chi conduceva il Capitolo diceva testualmente: "In nome di Dio e della Nostra Signora noi ti ammettiamo a tutti i benefici della casa, promettendoti la nostra fratellanza e il nostro aiuto, ma anche molti combattimenti, molta pena e molto lavoro.". Dopo di questo, veniva intonato il salmo "Ecce quam bonum et quam iucundum est habitare frates", cioè "quanto è bello e giocondo abitare tutti insieme come fratelli". La cerimonia finiva così, e una campana accoglieva con i suoi rintocchi l'ammissione del nuovo fratello.

IL VESTIARIO E L'ARMAMENTO

Il templare appena investito passava così a prendere per la prima volta il suo corredo dal fratello che si occupava del vestiario: vi erano vestiti per il tempo di pace e quelli per il tempo di guerra, quelli estivi e quelli invernali. Il corredo del templare in Terrasanta, dato beninteso in prestito, perché nulla poteva essere di proprietà del cavaliere, era formato un giustacuore, due paia di brache, due paia di calze, due camicie, una veste foderata di ovatta, una cappa e due mantelli (uno per l'estate, di stoffa leggera, mentre quello invernale era foderato all'interno di pelo d'agnello o di montone). Il giustacuore arrivava a metà coscia ed era intagliato sul davanti e sul retro per i movimenti. La cappa, da non confondere con il mantello d'ordinanza, era comunque un mantello che veniva allacciato sul davanti con un cordoncino. Il templare inoltre riceveva due tuniche che dovevano essere indossate sopra le camicie, e sulle quali era ricamata la croce vermiglia dell'Ordine. Ma il corredo non finiva qui, perché i templari pensavano a tutto: addirittura venivano forniti tre asciugamani, di cui uno per il corpo, uno per il viso e l'altro per le parti intime, mentre veniva fornito un altro asciugamano più ampio che veniva usato per detergere, in caso di bisogno, il proprio cavallo. Veniva inoltre dato al templare un corredo di due lenzuola, da porre sul pagliericcio, e due coperte, una più leggera ed una più pesante, che erano rigorosamente a righe bianche e nere come la bandiera dell'Ordine e che all'occorrenza potevano essere usate anche in battaglia come gualdrappe per i cavalli. Dopo questo corredo di pace, c'era anche quello di guerra, che era pesantissimo: un usbergo, cioè una cotta di maglia munita di cappuccio anch'esso in maglie di ferro, due paia di gambali in ferro con chiusura laterale, due elmi, uno piccolo per pattugliamento, e uno più grande con chiusura frontale e celata per il combattimento vero e proprio, un'altra cotta di maglia e delle scarpe con maglia di rinforzo in ferro. Possiamo immaginare, con il caldo e la sabbia rovente del deserto di Palestina come questo equipaggiamento fosse oltremodo oneroso da portare. Poi le armi del templare: una spada grande a due mani, una spada piccola ad una sola mano, una lancia con impugnatura di legno, uno scudo rivestito internamente di legno ed esternamente di cuoio e lamelle in ferro. Poi venivano consegnati tre pugnali: uno da combattimento, uno per affettare il pane o la carne ed un temperino più piccolo per piccoli lavori. Alla fine venivano consegnate un'ascia che poteva servire anche per tagliare la legna ed una mazza chiodata.

Infine al cavaliere veniva consegnata una tenda da campo completa di pioli e martello per piantarli. La tenda era quandrangolare, nella quale vi era posto per due cavalieri (lo scudiero non poteva dormire con il cavaliere ma in altra tenda apposita) mentre quella del Gran Maestro era rotonda o qualche volta ottagonale, nella quale vi era posto per otto persone: sotto quella tenda, negli accampamenti si tenevano i consigli di guerra ai quali partecipavano il Gran Maestro, il Maresciallo del Tempio, il Siniscalco e gli ufficiali comandanti dei vari reparti.

LE ANCELLE DEL TEMPIO

Il templare aveva diritto a due cavalli ed a uno scudiero. Inoltre aveva diritto ad una cosiddetta "ancella templare", ossia una ragazza che il cavaliere non poteva mai vedere né poteva parlare con essa, che era addetta al rammendo ed alla cura delle vesti del cavaliere, in quanto non si addiceva, per la Regola, ad un cavaliere un lavoro muliebre. Quando i mantelli o quant'altro venivano da queste ragazze rammendati e sistemati, i capi venivano consegnati al fratello guardarobiere, che si incaricava poi di consegnare detti capi ai legittimi proprietari, o meglio assegnatari. Le ragazze venivano istruite alla Regola del Tempio presso una scuola di ancelle, che aveva sede a Cipro, proprio accanto alla Precettoria Centrale del Tempio. Una volta istruite, tali ancelle venivano inviate in Terrasanta ed ad ognuna veniva assegnata la cura delle vesti e del corredo di un cavaliere. L'assegnazione delle ancelle ai cavalieri veniva fatta direttamente dal Gran Maestro, con una regola precisa, il cui criterio era solo quello della possibile corregionalità dell'ancella e del cavaliere. Come detto, i due non solo non potevano vedersi, ma neanche parlarsi, ma ci sono giunte testimonianze che spesso tale regola era infranta, con conseguenti gravi punizioni. Comunque i cavalieri templari non potevano fare a meno delle loro ancelle, preziosissime per il loro lavoro.

DALLA NOTTE ALL'ALBA

La vita nelle Precettorie della Terrasanta si svolgeva con cadenze precise: alle due del mattino in estate ed alle quattro del mattino in inverno, i cavalieri venivano svegliati dalla campana per assistere agli uffici religiosi di inizio giornata: nessuno ne era dispensato, solo i malati gravi ed i feriti o chi era in missione di guerra. Oltre che assistere alla Messa, erano tenuti a recitare tredici Pater Noster per la Vergine Maria ed altri tredici per il santo che si festeggiava quel giorno. Non appena terminati gli uffici religiosi mattutini, i cavalieri dovevano recarsi alle scuderie, per vedere di persona come gli scudieri si erano presi cura dei cavalli e, se qualcosa non era stato fatto per il giusto verso, non era però possibile riprendere brutalmente gli scudieri, ma il rimprovero doveva essere, come la Regola imponeva, dolce e soave. Parimenti i cavalieri, per nessun motivo, potevano provvedere personalmente alla strigliatura o a ferrare i cavalli: per quello c'erano i fabbri, i maniscalchi e gli scudieri. Dopo aver provveduto ai cavalli, i templari potevano anche tornare a letto, ma prima dovevano recitare altre preghiere per la purificazione dell'anima; non era comunque conveniente ridistendersi nel giaciglio, perché di lì a poco sarebbe suonata la campana dell'ora prima, nella quale i cavalieri dovevano alzarsi in fretta, lavarsi e vestirsi per assistere alla prima Santa Messa dell'Alba, così chiamata. Poi si facevano altre preghiere, tra cui venti Ave Maria e venti Pater Noster, fino allo scoccare dell'ora terza, quando si assisteva ad un'altra Santa Messa. Dopo di questa, era fatto divieto assoluto di mangiare fino a che non erano stati profferiti sessanta Pater Noster, di cui trenta per i vivi e trenta per i morti.

Solo allora il templare poteva mangiare, non prima però di aver detto un Pater Noster ed un Benedicite Descus per ringraziamento.

IL PASTO MATTUTINO

Il pasto mattutino era assai veloce e frugale: un po' di latte con del pane azzimo e dell'acqua. Ai feriti ed ai malati veniva dato in più del succo di frutti ed una razione di pane maggiore. A nessuno era permesso tagliare male il pane: lo spreco non era ammesso. Il pane che avanzava doveva essere donato ai poveri, e doveva essere donato in pezzi, non in briciole. Lo stesso dicasi per il latte, che non poteva rimanere nella ciotola: quello che rimaneva veniva raccolto e messo in caraffe di terracotta da donare comunque ai poveri. Nella razione mattutina, nessuno poteva chiedere più di quello che era stato già previsto per la razione, se qualcuno aveva fame, doveva attendere il pasto quotidiano.

Dopo il pasto mattutino, chi non era di pattuglia e non doveva attendere ad altri lavori comandati dal Precettore, doveva prepararsi ad una eventuale battaglia: due ore di durissimo allenamento, con la spada a due mani, la lancia, l'ascia e la mazza, oltre che il combattimento a mani nude. I templari erano famosi in Palestina per i loro combattimenti a mani nude, ed erano il terrore dei musulmani: quando la cavalleria templare caricava, gli arabi la chiamavano "la folgore bianca" come ci risulta da documenti degli scribi musulmani del tempo.

LA VITA GIORNALIERA

La condotta del cavaliere templare durante la giornata doveva essere irreprensibile: non era possibile abbandonarsi a giochi o a risate, considerate poco serie; era vietato cacciare, giocare, fermarsi a guardare i mimi o spettacoli circensi, non era possibile allontanarsi dalla casa per più di una lega senza l'autorizzazione del Precettore ed era vietato entrare nelle case private se non in compagnia del Precettore e per una buona e valida ragione. Non era ammesso fare spese nei mercati e nei bazar. Avendo la consegna del silenzio, i cavalieri non potevano parlare con nessuno, ma solo tra di loro, ed in questo caso scambiandosi poche parole che non fossero futili ed inutili, come recitava la Regola. In modo particolare non si era autorizzati a portare con sé danaro: chi veniva trovato con soldi indosso senza autorizzazione veniva immediatamente espulso dall'Ordine e se del denaro veniva trovato nelle tasche di un cavaliere morto seppure in battaglia, non poteva essere sepolto nei cimiteri templari, ma in terreno sconsacrato. Chiunque facesse uso di droghe veniva immediatamente messo ai ferri ed il mantello gli veniva tolto secondo la pena che il Precettore stabiliva. Non era possibile correre al galoppo senza un motivo valido o peggio fare corse di cavalli: la pena era il carcere duro. Se un cavaliere non autorizzato era colto in flagrante a parlare con un arabo, sia esso uomo o donna, era messo ai ferri con l'accusa di spionaggio. Non era possibile portare i capelli lunghi, il fratello barbiere provvedeva a tagliare i capelli dei confratelli cortissimi, quasi rasi, in modo che zecche e pidocchi non avessero di che appigliarsi: anche la barba, se pure era ammesso tenerla lunga, doveva essere oggetto di una cura ed una igiene maniacale, tanto che molti confratelli preferivano tagliarla. Non era ammesso gridare per nessuna ragione, neanche in battaglia: solo il grido di guerra "Per Christus et in Christus" era d'obbligo, come era d'obbligo non voltare mai le spalle al nemico, perché era considerata ignominia e punibile come l'alto tradimento. Era meglio farsi ammazzare piuttosto che voltare le spalle agli arabi o peggio ancora fuggire, se non per ritirata strategica comandata dal Precettore o da un altro ufficiale, tra questi il Gran Maestro. Mangiare fuori gli orari dei pasti era colpa grave, punita con il carcere duro, perché "nessuno può appropriarsi della razione del fratello", come la Regola diceva.

IL PASTO DEL GIORNO

A proposito dei pasti, all'inizio, in segno di fratellanza e di unione, i templari mangiavano in due nella stessa scodella di terracotta o di legno. Poi, per ragioni di igiene, questa usanza fu abbandonata, ed ogni cavaliere ebbe la sua dotazione di due scodelle, una di corno e una di legno di quercia. Inoltre il templare disponeva di due coppe per bere, una normale per tutti i giorni mentre l'altra era per occasioni particolari, per esempio in occasione dei pasti con il Gran Maestro in visita. Ogni templare aveva in dotazione anche un cucchiaio. Non essendovi forchette, i pezzi di carne ben tagliati di netto con il coltello in dotazione venivano mangiati con le mani che dovevano preventivamente essere state pulite accuratamente. Le posizioni al desco erano rigide ed anch'esse stabilite dalla Regola: la tavola doveva essere coperta con una tovaglia fatta con tessuto povero, rigorosamente bianca. Le stoviglie destinate al pasto, cioè una scodella di legno o di corno, come già detto, venivano poste davanti ad ogni posto, al quale i cavalieri erano destinati. I più anziani e quelli appena arrivati dovevano sedere con le spalle verso il muro, mentre gli altri li fronteggiavano; non era possibile per un cavaliere non graduato sedersi a capotavola, posto che era riservato da un lato al Precettore, e dall'altro al Cappellano, cioè il monaco confessore della Precettoria, che diceva Messa e non era combattente. Quando suonava la campana che annunciava il pranzo, i cavalieri si ponevano in piedi davanti ai loro posti, e recitavano un Pater Noster di ringraziamento, quindi, dopo la benedizione del Cappellano, potevano sedersi. Non era consentito servirsi da soli dai vassoi, che erano portati dai servitori presso ogni cavaliere che con molta delicatezza e parsimonia doveva prendere la sua razione. Se un cavaliere voleva dell'altro, non era autorizzato a farlo se non con il permesso del Precettore. Ogni cavaliere aveva un suo pezzo di pane che era di solito azzimo e non poteva chiederne dell'altro se non autorizzato. Durante il desinare si doveva osservare il più assoluto silenzio, e l'unico rumore ammesso era quello dei cucchiai che rimestavano nelle ciotole, ed era severamente proibito alzarsi, a meno che non si sanguinasse dal naso, che la Precettoria non fosse sotto attacco nemico o per comandi ricevuti dal Precettore, e nessuno poteva alzarsi dalla tavola prima di lui; solo ad un fratello, scelto dal Precettore ovviamente fra i non analfabeti, era ammesso alzarsi per recarsi a una piccola cattedra, dove era installato un leggio sopra il quale era posata la Bibbia. Il fratello scelto doveva, con delicatezza e con voce non troppo alta, leggere le Sacre Scritture; non era permessa la lettura del Vangelo, che era ad appannaggio esclusivo del Cappellano. Se due cavalieri, durante la lettura ed il pasto parlavano, gesticolavano, ridevano o peggio schiamazzavano, il Precettore li redarguiva, ordinando loro di alzarsi dalla tavola, prendere la loro ciotola, passare il vino a chi avevano alla loro destra e venivano fatti sedere in terra, vicino al Precettore stesso. Là potevano continuare, in assoluto silenzio pena castighi più gravi, il loro pasto. Essi erano poi tenuti per una notte a dormire non con gli altri, ma con gli scudieri ed i cavalli nella stalla, ed a passare tutta la giornata successiva in preghiera nella cappella. I cavalieri che volevano intingere il loro pane nelle salse di carne, dovevano solo far cenno ai servi, non potevano per nessuna ragione appropriarsi dei vassoi. Anche le razioni erano ben programmate dalla Regola: il cavaliere che al desinare sceglieva ad esempio della carne di manzo, non poteva poi, nello stesso pasto, servirsi della carne di montone, e viceversa. I servi inoltre passavano in continuazione per mescere vino, acqua e qualche volta birra. Ma il templare non poteva in alcun modo eccedere nel bere, come nel mangiare; se un templare era colto ebbro, la pena era durissima: doveva essere messo ai ferri per tre giorni e doveva raccogliere lo sterco dei cavalli per due giorni interi. Inoltre doveva stare di sentinella per due notti intere. Dalla tavola templare erano bandite le ghiottonerie e le futilità quali torte o dolci, sebbene confezionati con frutti. Questi andavano consumati per intero, non era possibile ad esempio sbucciare o tagliare una mela, ma andava consumata a morsi, ed il torsolo doveva essere consumato anch'esso, perché, come la Regola diceva, "tutto ciò che è nel frutto è opera di Dio". Con lo stesso rigore venivano osservati i digiuni ed i razionamenti: la carne poteva essere mangiata non più di tre volte la settimana, e mai di venerdì, giornata dedicata alla penitenza ed al digiuno. Nel giorno del venerdì ai cavalieri che non erano malati o feriti gravi veniva servito del pesce o della verdura, sempre sotto forma di zuppe. Mentre nelle Precettorie in Europa potevano essere consumati i prodotti della terra direttamente coltivati dai contadini che lavoravano per l'Ordine, questo era molto più difficile nelle Precettorie della Terrasanta, dove non esistevano fattorie adatte alla bisogna. Quindi occorreva consumare ciò che era frutto della terra e quello che veniva acquistato dai mercanti, i quali comunque rifornivano le Precettorie con regolarità assoluta, in quanto erano pagati bene ed in maniera anticipata. Se qualche mercante non era onesto con i templari, erano grossi guai, soprattutto se musulmano: la Regola prescriveva che la spada poteva essere usata per motivi validi contro chiunque non fosse un cristiano, sia maschio che femmina. La spada dei templari poteva essere rivolta contro un cristiano solo quando quest'ultimo voleva nuocere in qualche modo al Santo Sepolcro o a qualche altra Sacra Reliquia. Quando il pasto era terminato, il primo che poteva alzarsi era il Precettore, seguito dagli altri confratelli che a loro volta, per due, andavano nella cappella a rendere grazie per aver anche quel giorno desinato. Alla fine i cavalieri potevano scambiare qualche parola tra loro, a severa condizione che non fosse nulla di futile o inutile o che non toccasse opinioni sui dogmi e sulla religione: tale colpa era punita con la messa ai ferri e il deferimento diretto al Papa o ai legati pontifici presenti sul territorio di pertinenza della Precettoria.

L'OSPEDALE

L'ospedale della Precettoria era di solito sempre colmo di cavalieri feriti o malati: a parte le ferite in battaglia, le malattie erano sovente l'origine più diffusa del ricovero. Malaria, colera, febbre gialla e non ultimo la lebbra mietevano molte vittime. Ad un fratello colpito dalla lebbra, per esempio, non poteva essere negato il diritto di mangiare o bere, ma doveva farlo da solo ed appartato, doveva coprirsi il volto e gli veniva data una campanella da legare al piede, cosicché venisse riconosciuto dal suono della stessa e doveva alloggiare da solo, in una stanzetta all'estrema ala della Precettoria. Fra le fila dell'Ordine vi erano infermieri e cerusici, ma il compito più gravoso era demandato al fratello che era a capo dell'ospedale, il fratello Infermiere. I casi più semplici, come raffreddori e disturbi di origine gastrica erano da lui curati con le erbe, un metodo appreso dagli arabi, in modo particolare su quali erbe usare. Era sempre il fratello infermiere a decidere quale dieta dovesse seguire un cavaliere colpito da questa o quella malattia o secondo quali ferite avesse. Il fratello cerusico interveniva soltanto quando le condizioni del malato o del ferito si aggravavano o era necessario eseguire amputazioni o salassi. A differenza dei cavalieri sani, i malati ed i feriti potevano mangiare carne tutti i giorni, escluso il venerdì, questo soprattutto a giovamento dei salassati. Comunque, per i cavalieri più malridotti dalle ferite o per i malati più gravi, la dieta escludeva nel modo più assoluto legumi, fave, carne di manzo, di maiale, di capra, di agnello, anguille e formaggio. I feriti ed i malati potevano solo mangiare verdure fresche, carne di pollo o di tacchino e molta frutta, accompagnata da una abbondante razione di acqua. Era proibito il vino e la birra, che invece i cavalieri sani, come abbiamo visto, potevano bere. Per malattie particolari o ferite infette e purulente, i cavalieri erano messi non con gli altri, ma in stanze a parte, dove venivano curati. Esisteva anche una specie di sala operatoria, che si componeva di un tavolo di marmo bianco e arredata con quello che serviva per gli interventi, gli strumenti chirurgici in ferro che mai dovevano avere ombra di ruggine, mentre la luce era assicurata da una serie di torce poste in alto su un lampadario in modo orizzontale, così da non creare ombre sulle zone su cui intervenire, come oggi succede con le lampade scialitiche delle moderne sale operatorie. Quando un fratello moriva, veniva subito portato in una stanza a parte dove veniva preparato per il funerale, mentre i convalescenti dovevano comunque assistere agli uffici religiosi, seppure rimanendo in ospedale, dove consumavano i pasti e dopo la loro dimissione, dovevano consumarvi ancora tre pasti e poi passare una notte di preghiera in cappella per ringraziamento dell'avvenuta guarigione.

IL FUNERALE

Quando un templare moriva, cosa che avveniva quasi giornalmente, nella Precettoria era il lutto più profondo. Il cadavere del confratello morto veniva portato in una stanza attigua a quella operatoria, dove veniva lavato accuratamente e preparato per il funerale. Gli veniva infilata la tunica e i calzoni da battaglia, veniva rivestito di tutto punto con il suo mantello e con i guanti bianchi, dati al momento dell'investitura e che simboleggiavano la purezza delle mani templari. La spada più piccola, la lancia, la mazza, l'ascia, lo scudo e tutto il resto del corredo di guerra compresi due dei tre coltelli in dotazione (uno, quello usato per i pasti, veniva lasciato assieme al corpo) era restituito in toto all'armeria della Precettoria, mentre sul cadavere veniva posta la spada a due mani, ed i coltello dei pasti. Al corpo era messo un copricapo in ferro, mentre anche l'elmo era restituito all'armeria. Alla fine della vestizione, il corpo del fratello veniva messo nella cappella e vegliato per tutta la notte a turno da due altri templari fino al mattino successivo. Il funerale era assai semplice: il corpo del fratello, come detto vestito di tutto punto veniva avvolto in un sudario bianco e posto in una cassa di legno di acero o di cedro del Libano, e quindi veniva svolto l'ufficio funebre, con la Santa Messa, la benedizione e del Cappellano e le relativa sepoltura nel cimitero del Tempio, di solito annesso alla cappella della Precettoria.

LA CENA E LA NOTTE

Al calare del sole, i templari lasciavano i loro compiti, mentre la campana suonava la raccolta per la preghiera serale e per la cena. Dopo che i cavalieri avevano recitato dieci Pater Noster e dieci Gloria, nella cappella, potevano dirigersi a cena, che era servita secondo le direttive del Precettore. Veniva comunque servita zuppa di verdure con pezzi di carne di montone o di manzo, a scelta del cavaliere, e del vino rigorosamente annacquato, in quanto la sera era di penitenza e non si poteva in ogni caso bere liquido senza acqua. Alla fine della cena, le cui regole erano le stesse del pranzo, dopo il Precettore i cavalieri si alzavano e si recavano in cappella per ringraziare del pasto. Non appena terminata la preghiera, i cavalieri non potevano attardarsi a parlare fra loro, se non per questioni urgenti, e dovevano raggiungere il dormitorio comune, non prima però di aver visionato i cavalli ed impartito ordini agli scudieri secondo i loro bisogni del mattino successivo, soprattutto se era in programma una battaglia od un pattugliamento pericoloso. Fra di loro, e per ragioni valide, potevano parlare gli ufficiali ed il Gran Maestro, oltre che dignitari della Precettoria. Raggiunto il dormitorio, i confratelli dovevano svestirsi solo del mantello e della tunica, non potevano togliersi le brache, la camicia e le calze, in quanto in caso di necessità bellica dovevano rivestirsi in tutta fretta. Quando pronti, dovevano coricarsi nei loro pagliericci, non prima di aver recitato un altro Pater Noster raccomandando la loro anima ed il loro sonno alla bontà di Dio. Quindi le torce del dormitorio venivano non spente, bensì rinfocolate, perché tutto il dormitorio doveva essere illuminato fino all'alba, quando di nuovo suonava la campana che chiamava i templari ad un'altra giornata di lavoro, di preghiera e di battaglia.

ORDO MILITES CHRISTI TEMPLUM HIEROSOLYMITANI

Ordine dei Cavalieri di Cristo e del Tempio di Gerusalemme

Sacro Ordine dei Cavalieri Templari

Gran Priorato d'Italia

Il Gran Priore

(fr. Maurizio Chiavari)