Articolo tratto dalla rivista "i Misteri", anno V, N. 35 - Edizioni Agpha Press, Roma

(per gentile concessione del direttore responsabile Sebastiano Fusco)

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Orione e i Pilastri del Cielo

 

 

I passi di Dio nei Giardini Celesti. Il gigante cosmico sulla collina. La sede di Abramo. Le colonne di Sansone e quelle della Massoneria. Simboli eterni di un comune orientamento spirituale.

di Antonio Bonifacio

"Poi udirono il rumore dei passi di Jahve Dio che passeggiava nel giardino nella brezza del giorno". L'amabile passeggiare di Dio a fianco degli uomini (immagine tratta dal terzo capitolo della Genesi), può risultare ben più di una metafora da interpretare teologicamente. Essa va considerata piuttosto una testimonianza del diverso rapporto che legava il mondo degli uomini a quello degli dèi, in un tempo in cui cielo e terra erano in diretto contatto. Ma per comprendere i contenuti di questo tempo, è necessario abbandonare certi vecchi schemi mentali - che pongono gli avvenimenti biblici quasi al vertice di una piramide i cui piani inferiori sono formati da primitivi abbozzi di esperienza del sacro protrattasi per millenni, e sfociati poi finalmente nella "giusta religione" - e rovesciare completamente i termini della questione.

La Bibbia, il testo sacro sulle cui verità riposano le speranze spirituali di più di un miliardo di credenti, fu infatti materialmente compilata sulle ceneri di un mondo già lungamente consumato dalla storia. Gli antichi estensori organizzarono la vicenda del loro popolo su un materiale già oltremodo consunto, basandosi su una tradizione verbale sulla cui vetustà non possiamo pronunciarci: materiale talmente remoto che probabilmente essi medesimi riuscivano soltanto in parte a comprenderne il significato originale.

Ma oggi siamo in grado di liberarci facilmente del pregiudizio ideologico fondato sulla "superiorità" di un testo sacro al posto di un altro. Di conseguenza possiamo osservare i fatti e le immagini per quelle che sono, e in questa nuova prospettiva renderci meglio conto del significato che può assumere il "passeggiare di un dio".

INGHILTERRA MERIDIONALE: 3480 A.C.

Un gruppo di uomini sta febbrilmente lavorando lungo la cresta della collina di Windower. Sono maestranze esperte. Hanno difatti già curato la costruzione e l'orientamento di alcuni tumuli della zona. Questa volta il loro compito appare inverso rispetto al solito: in luogo di erigere, infatti, d34bbono adattare la cresta di una elevazione per un loro particolare desiderio religioso.

Questo impulso si estrinseca nella realizzazione di un manufatto straordinario.

Quegli uomini avevano osservato che la costellazione di Orione ) che nella mitologia greca rappresenta la caratterizzazione di un forte e mitico cacciatore incorso nell'ira vendicativa di Apollo) nel suo volgersi in cielo, in certi giorni dell'anno sfiorava la cresta della collina, quasi a simulare una celeste passeggiata sulla cima del rilievo.

Per questo motivo quegli antichi uomini ritennero di modificare il profilo collinare, affinchè i celesti piedi del gigante stellare (rappresentati dalle stelle Rigel e Kappa) potessero percorrere il terrestre sentiero senza trovare inciampi di sorta. La conferma di trovarci di fronte alla costellazione che tanta importanza assunse nella mitologia degli antichi è evidenziata dalla realizzazione sul declivio della collina di una figura umana, il famoso Long Man rappresentato in una particolare posizione quasi a sorreggere o a sorreggersi (oppure ad "abbattere") due enormi aste.

Come ha rilevato John North, che ha profondamente studiato questo complesso inglese, la figura del Long Man, soltanto a un occhio superficiale può sembrare un'opera semplice. Approfondendo l'esame, ci si accorge di quanto dietro l'apparente semplicità si nasconda ben altro.

I "bastoni", infatti, sono stati realizzati con un certo rigore matematico. Sono quasi uguali nella lunghezza (70,3 metri e 71,8 metri, est e ovest), e la loro distanza intermedia è pressoché identica alla metà della loro lunghezza. L'uomo è intagliato nella cavità di una valletta naturale sul lato della collina, sopra la quale il terreno è artificialmente appiattito, o a cui venne perfino data una leggera convessità, bombata per controbilanciare la concavità naturale del rilievo. La pendenza che a partire dall'asse centrale va verso i fossati paralleli, che fiancheggiavano all'esterno i bastoni, aiutava a far defluire dell'acqua dalla figura.

Il sito venne scelto accuratamente: la sua inclinazione è di circa 28.2°, e dalla cima della collina ai suoi piedi è di circa 30% un valore paragonabile a quello di Silbury Hill.

Forse, in questo caso, vi è l'intento deliberato di introdurre un'armonia geometrica nella costruzione.

Lo spazio compreso tra i bastoni, leggermente più ristretto alla base che alla cima, tende a ridurre l'effetto prospettico quando lo si osserva a una certa distanza. La prospettiva della figura è stata sapientemente maneggiata: quando lo si osserva dall'alto, l'uomo diventa molto più alto e magro, ma quando invece lo si guarda da una decina di metri, sembra un individuo proporzionato e anche piuttosto tozzo.

Come si vede, il complesso è tutt'altro che un tentativo "primitivo" di raffigurare umane sembianze, ma rappresenta invece con coerenza simbolica e accuratezza iconografica il riuscito risultato di rendere visibile la presenza del cielo (o quanto meno di una porzione di esso) sulla Terra.

Finora nessuno pare abbia spiegato questa "curiosità" archeologica; tenteremo di farlo noi comparando tale remota testimonianza con altre raffigurazioni, e percorrendo quindi a ritroso la possibile storia di questo straordinario simbolo.

Da quel lontano giorno sono passati molti secoli, e dei lontani architetti che modificarono la collina inglese è ormai scomparsa ogni traccia. Del resto, per effetto del moto precessionale, i piedi di Orione non percorrono più, come in una celeste passeggiata, la misteriosa elevazione. Orione, all'ingresso della porta del cielo settentrionale, ha in questo ciclo lasciato la Terra, ma il complesso delle enigmatiche idee che ha generato il singolare lavoro è davvero sparito insieme con i suoi ideatori?

EDESSA

DOVE NACQUE ABRAMO

Per tradizione, la fondazione di Edessa (come di Ninive) è attribuita a Nimrod, pronipote di Noè, il cui nome significa "valente nella caccia davanti al Signore": un personaggio, quindi che, come il greco Orione, è legato alle attività venatorie (in Orione i due vicini ammassi delle Pleiadi e delle Iadi rappresentano strumenti di caccia).

Il monumento più cospicuo di Edessa è il cosiddetto "trono di Nimrod": formato da una piattaforma su cui sono poste due colonne sormontate da capitelli corinzi. In questo spazio aperto si inquadra una porzione di cielo.

L'importanza di tale complesso è confermata dall'antica numismatica locale che rappresenta la figura schematica di Abramo/Orione, legato per tradizione a Nimrod per essere stato da questi sacrificato. Abramo nel mito è posto tra le colonne, come Orione, prima di essere gettato al suolo dalla piattaforma che le sorregge.

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GIGANTI FRA LE COLONNE

A sinistra: Il "Long Man" inciso sulla collina di Windower in Inghilterra. Il suo corrispettivo celeste, la costellazione di Orione il Cacciatore, in certi giorni dell'anno sfiorava la cresta della collina, quasi in una cosmica "passeggiata".

A destra: Sansone distrugge le colonne dei tempio; in tal modo, si sconvolge l'ordine che lega il cielo alla terra.

Nella realtà cosmica, guardando attraverso le colonne del trono di Nimrod, la costellazione di Orione appare inquadrata nel suo percorso da oriente a occidente, rendendo così straordinariamente simili la figura del Long Man inglese a questa sua replica di millenni più avanti realizzata in terra orientale.

Non è la Bibbia che identifica Nimrod con Orione. Questa identificazione viene proposta da un mito ebraico relativo alla torre di Babele, nel quale si narra di come Nimrod ne fosse l'ideatore, e al commento che fa di questo racconto un testo della letteratura persiana (il Chronicon Paschale).

Sono proprio i tratti titanici di Nimrod come Gigante ribelle contro Dio, di "Grande Cacciatore", nonché di Signore dei cicli cosmici che rimandano alla figura greca di Orione. Straordinariamente attraverso l'etimologia, è possibile risalire a una parentela consonantica tra Nimrod e il dio romanizzato Mithra, anch'esso colto nella sua funzione di uccisore del toro cosmico, facendo di quest'ultimo una sorta di "doppio" della figura orionica, dimostrato anche dalla caratteristica iconografia con cui è rappresentato: con la testa rovesciata all'indietro.

Se nel testo biblico Nimrod è risultato in misteriosa connessione con le colonne di Edessa e con un nuovo axis mundi rappresentato dalla torre di Babele, di cui Nimrod sarebbe stato l'arrogante costruttore, una successiva tradizione, maggiormente conosciuta, connette un'altra figura biblica alle colonne: Sansone. In questo caso il racconto si fa quasi paradigmatico e il suo significato cosmologico pressoché trasparente.

SANSONE:

VIENE UN NUOVO CIELO.

<<E accadde, quando i loro cuori furono allegri, che dissero: "Chiamate Sansone a divertirci". Ed essi chiamarono Sansone dalla prigione, ed egli li fece divertire, ed essi lo posero tra le colonne. E Sansone disse al fanciullo che lo teneva per mano: "Fa' che io tocchi le colonne su cui si regge la casa, così che lo mi oggi a esse" Giudici>> (XVI, 25,26).

Sansone fu dapprima legato a una macina e successivamente, per meglio dileggiarlo al cospetto del popolo, fu portato all'esterno del tempio e messo tra due colonne portanti. Qui, grazie alla sua forza, piegò le colonne fino a far cadere in rovina l'intero edificio determinando la strage di migliaia di suoi nemici, i Filistei, oltre che la propria morte.

Anche Sansone è un altro dei numerosi travestimenti del personaggio orionico. I pilastri del tempio, letti al di fuori della stretta "regionalità" della narrazione, rappresentano i sostegni dell'universo, il cui abbattimento determina la fine di un'era cosmica.

Sansone, evidentemente, non è che una sorta di travestimento favolistico riesumato da un'insondabile antichità e opportunamente riadattato alla bisogna, ma in cui tenacemente ricompaiono quei caratteri di vendicativo stabilizzatore dell'universo i cui prodromi mitologici vanno rintracciati nell'enigmatica figura disegnata sui pendii della collina di Windover.

Le figure esaminate in precedenza, apparentate da una sequenza di comuni caratteristiche, sono connesse tra loro per la singolare peculiarità di supportare le medesime valenze cosmologiche. Ciò si traduce in particolare in una funzione di stabilizzazione o di distruzione del cosmo.

In questa prospettiva vediamo come, singolarmente, il tema delle colonne riproponga la figura baricentrica di Enoch quale detentore del sapere antidiluviano. Questi, secondo la tradizione, nell'approssimarsi del diluvio narrato nella Genesi decise di preservare la parte più profonda del sapere per le generazioni degli scampati al diluvio. A tale scopo incise in forma geroglifica su due colonne - una di mattoni e l'altra di pietra - le conoscenze umane (secondo un'altra tradizione, una colonna sarebbe stata di marmo e su di essa era incisa la chiave per pronunciare correttamente il nome indicibile dell'Essere Supremo , mentre sull'altra, di bronzo, erano impressi i princìpi della scienza). Seguendo la tradizione massonica, le due colonne furono recuperate una dagli ebrei e una dagli egizi, che proprio grazie a quel sapere iniziarono un nuovo ciclo di civiltà.

Il collegamento tra colonne e sapere, così come narrato in questa tradizione, è di particolare rilevanza in quanto stabilisce un legame tra "fine di un mondo" e "colonne".

In questo mito ebraico incorporato nella tradizione massonica si narra di come i pilastri costituiscano dei segnatempo epocali. Nel mito non si fa riferimento al loro abbattimento, ma la narrazione lo suggerisce in maniera indiretta in quanto, dopo il diluvio, entrarono in possesso di due popoli diversi e pertanto furono evidentemente rimosse per un qualche evento calamitoso dalla sede originale.

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ARCHITETT0 DIVINO

A sinistra: Le colonne che uniscono fondamenta e soffitto di un edificio sono simbolo del Legame fra "ciò che è in alto" e "ciò che è in basso" nel tempio cosmico.

A destra: Dio, Visto come architetto del mondo, prende Le misure della creazione.

IL TEMPIO DI ERODE

Secondo la tradizione, i templi della città di Gerusalemme furono quattro. Il primo fu fatto erigere da Salomone tremila anni or sono. Il secondo fu opera di Ezechiele. Il terzo di Zorobabele nel VI secolo a.C. Il quarto e ultimo fu fatto erigere da Erode al tempi di Gesù e distrutto dai Romani nel 70 d.C., quattro anni dopo la conclusione dei lavori.

Sebbene Erode non fosse altro che un re fantoccio del tutto prono al potere di Roma e profondamente influenzato dalla cultura ellenica (creò in Gerusalemme molti edifici pubblici d'ispirazione straniera), tuttavia il tempio eretto portava i segni dell'antica tradizione.

Due colonne sorreggevano l'intera intelaiatura, a evidente somiglianza dei pilastri sorretti da Orione omologando pertanto il tempio terrestre al tempio celeste di cui il primo costituiva una sorta di riepilogo. Notiamo anche un importante passaggio simbolico. Fino alla terrazza di Nimrod lo spazio templare è aperto sull'universo e le colonne servono solo a inquadrare settori della volta terrestre. Successivamente lo spazio sacro si conchiude in un'area. Non è più la realtà intera a manifestare il sacro, ma solo un suo settore che viene sottratto alla profanità e all'irrilevanza sacrale.

Le colonne, invece di inquadrare una porzione dell'universo sacro, ora vengono a rappresentare una realtà conchiusa, non indicano più la direzione della liberazione, non più il Tempio, ma scendono sulla Terra: la cripta del Tempio.

L'immagine comunque resta fedele a se stessa, non risentendo dell'usura di oltre tremila anni di storia, modificandosi alle nuove circostanze temporali. In questo passaggio dal tempio alla cripta, subentra un terzo elemento architettonico: l'arco che unisce stabilmente le due colonne e rappresenta così quella volta stellata che ora si è intesa racchiudere, o si è dovuta racchiudere per perdita di contatto, di allineamento, in uno spazio limitato.

Tanto forte sarà la presenza di questo terzo elemento che nella Massoneria di Rito scozzese Antico e Accettato, asserita prosecuzione del Templarismo, alcuni rituali dei più alti gradi si riferiscono all'arco salomonico.

LA CAPPELLA DI ROSSLYN

La tradizione non era destinata a spegnersi con la distruzione del quarto tempio.

Il simbolo architettonico ritornò per singolare nemesi storica nella stessa terra dalla quale era partito (almeno secondo l'itinerario storico che abbiamo prospettato in precedenza)

Infatti, nell'enigmatica struttura della cappella di Rosslyn, sita nell'amena campagna scozzese in prossimità di Edimburgo, ritroviamo la fedele riproduzione delle due colonne Jachin e Boaz, quali testimoni della continuità dell'imperitura tradizione orionica. Continuità riscontrabile anche in un'antica scultura, risalente al 1450 d.C., estremamente corrosa dalle intemperie, in cui si può vedere una scena rituale assai interessante: un personaggio posto tra due colonne bendato e quindi reso come cieco (ricordiamo la cecità di Orione e Sansone) in prossimità d'essere strangolato da un cappio portato da un altro personaggio.

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CIELO E TERRA

Le colonne reggono simbolicamente la volta del cielo sul tabernacolo cubico rapprcsentante la Terra, in questo affrersco del duomo di Anagni che raffigura l'incontro fra Abramo E Melchisedech.

Di tale remota tradizione troviamo un ulteriore segno di vitalità in uno degli arcani maggiori dei Tarocchi. Se osserviamo la figura della Papessa, ci accorgiamo di trovarci di fronte a un curioso simbolismo. Essa, infatti, siede tra due colonne che corrispondono alle colonne salomoniche, com'è evidenziato dalle iniziali j e B. La figura della sacerdotessa, il cui manto isiaco rappresenta invariabilmente la volta celeste, si accompagna a una significativa gestualità. Ella sottomette ai suoi piedi una falce lunare, nota icnografia del toro zodiacale, mentre alla sommità e capo spunta, tra due corna d'ariete, la sfera dell'astro del giorno.

A nostro parere anche in questa circostanza ci troviamo di fronte a un ennesimo travestimento della figura orionica, quale signore della precessione.

La falce lunare indica la fine dell'era precessionale del Toro e le corna d'ariete indicano il passaggio ad altro segno zodiacale (identico simbolismo lo troviamo nella Bibbia nell'episodio della discesa di Mosè dal Sinai, nel quale, col capo sormontato da luminose corna d'ariete, come la Papessa, distrugge il vitello d'oro emblema dell'età precessionale precedente).

Allo stesso modo, anche se espresso in maniera cruenta, troviamo un identico orizzonte di simboli nel dio Mithra, anch'esso come Orione operante miticamente e ritualmente nella caverna cosmica, rappresentata dalla nicchia cultuale ove era riposta la sua statua.

Questi, infatti, all'atto di uccidere il toro, riceve dal sole una sorta di approvazione al suo operato rappresentato iconograficamente da un reciproco intrecciarsi di sguardi e sovente da un irraggiamento solare che va a raggiungere il dio (esemplificativo sull'argomento il bassorilievo di Mauls Eisackal presso Innsbruck).

L'assimilazione della Papessa a una figura orionica è ulteriormente rinvenibile presso un'altra raffigurazione iconografica dello stesso soggetto. Nel mazzo di carte di 0. Wirth troviamo infatti il personaggio identicamente assiso su un trono posto tra due colonne, e reca sul petto una doppia banda incrociata a formare una X. Abbiamo già, in uno studio precedente, proposto di ritenere tale simbologia come il segno identificativo del distacco astronomico dell'eclittica dall'equatore e riteniamo che questa particolarità iconografica descriva anche nel contesto attuale il medesimo tema.

Come si vede, partendo da lontano sia nel tempo che nello spazio, sono state rinvenute cospicue tracce di un identico o comunque simile orientamento spirituale, e cioè quello della figura di Orione che, sotto diversi travestimenti, presiede al volgersi delle ere: ere che segnano ben più di un semplice destino zodiacale dei segni, ma marcano piuttosto l'implacabile allontanarsi dal principio aureo verso l'età ultima, dei ferro, al cui termine, nel grembo misericordioso della manifestazione, riapparirà l'aurea stirpe a mostrare di nuovo, visibilmente, come detto nell'Evangelo, la presenza dello spirito nella carne.

BIBLIOGRAFIA

Christopher Knight, Robert Lomas, Il secondo Messia, Mondadori, Milano 1998.

John North, Il mistero di Stonehenge, Piemme, Casale Monferrato 1998.

Adrian G. Gilbert, I re pellegrini, Corbaccio, 1996.

Giorgio de Santillana, Hertha von Dechend, Il Mulino di Amleto, Adelphi, Milano 1983.

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