Tra Mistero e Misteri: Iside

di Hathonnio

"Scava dentro di te, dentro è la fonte del bene, e può zampillare inesauribile se continuerai a scavare. Vivere è un'arte che assomiglia più alla lotta che alla danza, perché bisogna tenersi pronti e saldi contro i colpi che ci arrivano imprevisti... "

E' questo l'invito che proviene dal culto di Iside. Essa è la Magna Mater che informa di sé la cultura del bacino del Mediterraneo e questa si insinua fino ai tempi nostri e ci invita a scoprire quanto si cela a noi stessi, quanto non siamo capaci di intus-legere perché distratti, attratti o fuorviati da un'immagine di vita che non è vita.

Tale parvenza di esistere lusinga, inganna con una dolcezza tutta discutibile ma, alla fine, ci costringe e annichilisce in una dimensione dove la luce si allontana, si scolora, sbiadisce, si eclissa.

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La nostra cecità, allora, è totale e non si vedranno alternative, se non si riuscirà a ricreare, nell'intimo, quella luce-guida che, dalla voragine in cui si è caduti, ci condurrà a imbeverci della sorgente luminosa che proviene dal nostro profondo che, spesso, non si riesce ad analizzare o scoprire.

L’uomo antico è naturalmente religioso. In modo particolare avvertono il brivido delle cose nascenti i Caldei, gli Egizi, i Greci.

Si sa che i Misteri Eleusini risalgono all'età preellenica e si è convinti, non già per sola via psicologica ma, soprattutto, per prove storiche, che è proprio il mistero, nel suo senso più vasto, il primo aspetto della religiosità degli antichi e degli Elleni in particolare ed è la fonte degli innumerevoli racconti mitologici.

Il mistero è simbolo e sintesi di tutto ciò che non sì comprende e sfugge al saper logico e alla sua compiuta consapevolezza.

In questo senso, gli antichi sentirono, sin dai primordi del loro aprirsi alla coscienza storica, che ogni cosa, in definitiva, è misteriosa, anche quel che abbraccia e penetra da tutte le parti: mistero è la terra; e la luce è misteriosa essenza. Il pensiero non può penetrare nè l'una né l'altra. La terra è, forse, il primo mistero: proprio la terra.

La terra è mistica, di sua natura, a tal punto che la prima religione fu ctonia e il primo oracolo fu terrestre, sorse come un sospiro dal tumolo e si accompagna, naturalmente, al mistero della morte.

Il mistero eleusino fu voce dei morti e segno della terra, la quale si apriva come grembo al nascere dell'uomo primigenio, fatto anch'esso come l'Adamo biblico di limo terrestre e della spiga che l'avrebbe nutrito.

Perciò Eleusi significò il culto femminile e misterioso della terra e del suo alveo materno. La tradizione misterica, nelle sue varie forme, percorse tutta la storia antica ed espresse la sua vitalità, almeno fino al III secolo dell'era volgare.

"Vieni, invita Clemente Alessandrino, ti voglio mostrare il Logos e ti voglio spiegare mediante immagini che ti sono già familiari". E' importante notare che proprio Clemente solleva il velo sui riti di Eleusi rimasti segreti, poiché gli iniziati osservavano l'obbligo del silenzio. E', pertanto, certo che vi si svolgevano cerimonie sacramentali risalenti ad epoca arcaica: esse culminavano nel rito in cui il miste, l’iniziato, toccava un simulacro del grembo materno per raggiungere così la fiducia nella propria sopravvivenza.

Chi è caro alle dee di Eleusi avràcome dono una beatitudine ignota al mondo:"Beato tra gli uomini chi ha contemplato i misteri! Ma chi resta lontano da tale visione beatificante, partecipa dei sacri misteri, non gode eguale destino, dopo la morte, nella putride caligine dell’Ad e. Agli iniziati è destinato colà una vera vita; gli altri attende solo dolore".

E' questa la beatitudine che ispirerà la sentenza di Pindaro e di Sofolce: Tre volte beati i mortali che dopo aver contemplato questi misteri entrano nell'Ade; a questi soli è destinato un vera vita.

Mentre la gran turba dei profani conduce nell'Ade una squallida esistenza di ombre, gli iniziati fruiscono di una vita beata; questi la pregustano anche quaggiù, quando, durante i riti, intravedono la luce. Lo spirito dei Misteri consiste sempre nella speranza di una sopravvivenza individuale e di una beatitudine ultraterrena.

Il mistero, preso in sé, non ha originariamente nulla di pauroso, pessimistico. Guarda al rifiorire della vita e al ritorno della primavera. La morte non solo, quindi, non è un male per gli uomini ma, anche è un bene; essa è qualcosa di più dolce di un sonno.

Bacchilide aggiunge: Meglio vale per l'uomo non essere mai nato, né avere visto la luce del sole.

C'è il pessimismo virile degli antichi che non conteneva una così triste concezione del vivere e del morire. Mentre si illanguidiva la religione oracolare, prendono vitalità religioni che si trasformano in misteriosofie.

E' il caso del navigium Isidis . Durante tale momento festivo culminava l’iniziazione isiaca di cui Apuleio rese suggestiva testimonianza.

Lucio, divenuto asino, rappresenta l'uomo che cade nel vizio e trova non poche difficoltà prima di elevarsi alla luce. Si vede apparire dinanzi la splendida dea Iside che lo esorta ad attendere al rito sacro che compirà. Durante il rito Lucio ritroverà le fattezze umane e dovrà rimanere a lei consacrato per sempre. E' il mese di Marzo: si celebra in un giorno di primavera la festa in onore di Iside: un sole d'oro accompagna ogni fase del rito: tutta la natura onora matrem siderum, parentem temporum orbisque totius, dominam. La descrizione della processione è minuziosa.

Ad un certo p unto avanza un sacerdote con in mano una corona di rose: Lucio, addenta le rose e ad opera di queste diventa uomo.

Si compie così la metamorfosi: "Dapprima scompaiono i ruvidi peli,

poi si assottiglia la grossa cute, le piante dei piedi mostrano le dita che spuntano, si intravedono le mani, si accorcia il collo, la coda odiosa non c'è più. La gioia invade il cuore di Lucio mentre i ministri procedono alla sua consacrazione e alla iniziazione ai misteri. Lucio è degno ora di vedere la luce dopo essersi liberato della matta bestialità. La temperanza, la fortezza, la saggezza sono purificazioni.

Le iniziazioni misteriche mettono in luce che l’anima non purificata giacerà anche nell'Ade in una palude perché l'impuro, per il suo vizio, ama il fango. Ma l'uomo deve tendere al suo perfezionamento e un passo della liturgia misterica sottolinea "Verso il Bene, cui ogni anima aspira, bisogna ascendere. Chi l'ha visto sa quel che io dico; sa come è bello. Ci è dato di raggiungerlo se ascendiamo alle altezze, orientati a lui, spogli di quel che avevamo indossato nella discesa. Così colui che vuole salire al sancta sanctorum deve prima purificarsi, deporre i vestimenti che indossava e ascendere ignudo: finché oltrepassato nell'ascesa tutto quanto è estraneo al Bene, nella solitudine del suo essere contempli, finalmente, Colui che è schietto, semplice, puro, da cui tutto dipende, cui le creature si affissano e sono e vivono e pensano. Solo quando si è si può comprendere lo spirito che anima ed informa di sé l'uomo."

Nel Tempio di Iside non poteva entrare chiunque. Ai Misteri della dea, Magna Mater, potevano essere iniziati solamente coloro che la Dea aveva privilegiato chiamandoli a sé mediante un sogno, perché il fedele isiaco, che era stato visitato dalla Mater durante il sonno, poteva, più facilmente, in stato di veglia, figurarsi di averla dinanzi agli occhi. L’iniziato viveva una morte della sua esistenza precedente, seguita da una seconda nascita. Solo così poteva avere accesso a conoscenze particolari riguardanti tanto la vita quotidiana che la morale o la vita vissuta all'insegna della etica.

Doveva morire come muore il seme: nel buio della terra-madre questo non imputridisce, si prepara ad una seconda vita tutta da vivere all'insegna della luce che lo pervaderà quando sarà pianta o spiga. Come il seme ritorna a vivere, così l'iniziato esce dal corpo-carcere per guardare con occhi rinnovati il vero e il bello. L’esistenza corporea, legata alle contingenze spesso banali, altro non è che un munus, una gravosa incombenza assegnata all'uomo per espiare una colpa originaria. L’iniziato deve spogliarsi del peso materiale che abbruttisce, contemplare le cose celesti e non darsi pensiero di quelle umane. Con i fedeli di Iside ognuno di noi dovrebbe ripetere: "La terra mi sembrò talmente piccola che mi vergognavo di avere lottato per il dominio" Il Sommo Bene è altro ed in questo è necessario annullarsi. In Egitto si raccontava che i profani, i quali si erano introdotti furtivamente nell'adyton, avevano visto apparizioni divine, ma, per averle raccontate, erano caduti morti. Chiunque, non iniziato, vede gli dei sotto forma sensibile, deve morire. Il medico Tessalo di Tralles, in una lettera indirizzata all'imperatore Claudio, racconta che riusciva a conversare col divino. Dopo tre giorni di purificazione, è condotto in una sala ove si trova un trono vuoto. La divinità cedendo alla potenza di vocaboli misteriosi pronunziati dal sacerdote, si asside sul trono. Tessalo vorrebbe fuggire, percorso com'è dalla bellezza ineffabile di quella visione radiosa; ma, domando il suo turbamento, raccoglie dalla bocca della divinità quanto serviva per la sua elevazione.

Il racconto riproduce una scena frequente alla credulità del popolo egizio, credulità che il mondo religioso greco ignorò quasi del tutto. La religione egizia non si distinse mai nettamente dalla magia e i suoi sacerdoti furono considerati taumaturghi. Quando questi accompagnano il neofita verso la ricerca della luce, compiono un itinerario che attualizza e rende immanente la trasformazione del prescelto. Il neofito che aveva ottenuto la rivelazione divina era ormai trasformato per sempre da quel contatto; penetrato dalla irradiazione di questa grande Luce, egli diveniva simile alla divinità, acquistava beatitudine eterna. Lo scopo di ogni iniziazione era quello di assicurare la salvezza del miste mediante l'immortalizzazione. E punto culminante della liturgia segreta era l'epoptia, la visione della divinità.

L'iniziazione ad Iside non consisteva in un dramma sacro, del quale il neofita sarebbe stato un semplice spettatore e non consisteva nemmeno in una scena di un viaggio nell'al di là. Tale viaggio il miste Isiaco credeva di averlo realmente compiuto. Una visione preparata da un'astinenza di dieci giorni, favorita dagli artifici e dagli stratagemmi della liturgia, lo trasportava in un mondo soprannaturale; una vivida luce splendente all'improvviso nelle tenebre, gli dava l'impressione o l'illusione dell'apparizione della Dea. Avveniva, così, il momento estatico.

L'estasi non era affatto un fenomeno psichico squisitamente interno. Come in uno svenimento, l'anima, nel rapimento estatico, si staccava dal corpo e le scene che si offrivano ad una immaginazione allucinata le sembravano realtà. Il miste varcava il limite della vita e della morte, confinium vitae et mortis, limen Proserpinae.

Il miste prima discende per la porta dell'Ade, poi risale, attraverso gli elementi che compongono il nostro globo, verso gli spazi superiori. Egli ha visto brillare il sole in mezzo alla notte, si è avvicinato, nel prodigioso viaggio, agli dei inferi e superi. Il sole si è mostrato a lui ed egli stesso è divenuto solare, ha rivestito la tunica per essere adorato nell'assemblea degli iniziati che si tiene nell'Iseion, una costruzione che si snoda attraverso cripte tenebrose, immagini della morte dell'uomo che vuole rinnovarsi, e muri e corridoi scoperti, vuoti che si innalzano verso il cielo, immagine di vita, datore instancabile di poteri positivi. Nell'Iseiom è necessaria l'astinenza, altrimenti si rimane spogli della divinità e non si è percossi dalla sovrumana bellezza e dalla luce della sapienza.

L'uomo deve liberarsi da desideri e passioni per restare solo a solo col divino. Isolarsi nei templi per dedicarsi alla meditazione, fin dai tempi di Pitagora, era abitudine quotidiana. Per cogliere la luce di Iside, l'anima deve staccarsi dal corpo, vuotarsi di ogni sensazione, rinunziare ad articolare parola, poiché la divinità non si accompagna alla ragione pura accompagnata dalla parola. Fondamentale è l'adorazione silenziosa. Gli inni e le preghiere sono riservate agli dei inferiori. Nei Misteri, vari giochi di luce davano all'iniziato l'illusione di aver visto lo splendore divino. Il neofito ne è illuminato. Il fine della iniziazione isiaca è abbracciare il divino con l'interezza del proprio essere, vedere se stesso colmo di luce spirituale o divenuto proprio luce pura.

La luce misterica è una luce di puro pensiero ed estasi contemplativa.

Un'anima senza luce è un'anima deserta: quando questa tocca la luce, ha il presagio, la promessa di un'immortalità beata.

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Le anime che non hanno raggiunto la purità perfetta, vanno, dopo la morte, a seconda del loro grado di perfezione, nelle sfere dei pianeti o in quelle delle stelle fisse e vivono della vita beata di questi dei sensibili. Solamente quelle che si sono innalzate ad una virtù che ha valso loro, già sulla terra, l'intuizione diretta di colui che è sopra l'essenza e sopra il pensiero, hanno certezza di oltrepassare il mondo dei sensi e il mondo delle idee per toccare l'unità in cui si fondono spogliandosi di ogni forma e perdendosi in un Principio superiore ad ogni definizione. Solo così, l'essere effimero che è l'uomo si purifica. Debole ed effimera è la creatura umana. Che è ciascuno di noi? Che cosa non è? L'uomo è il sogno di un'ombra!

Ma quando gli dei drizzano su di lui un raggio, quando uno splendore brillante lo avvolge e lo adombra, la sua esistenza smette di essere fatica di vivere e diventa dolce come il miele.

E l'uomo che vive il dramma del passaggio dalla cultura pagana a quella cristiana che si imporrà a breve termine, si affida ad Iside-Luna, madre onnipotente, beata, per scoprire l'inafferrabile e l'incomprensibile che sente in sé. Iside invita a concretare tale esigenza e guida alla conoscenza dell'io.

Conoscere se stesso vuol dire cercare, se non proprio scoprire, la realtà ultima delle cose, riflessa e celata nella coscienza. La conoscenza di se stesso porta, per il tramite dell'introspezione nel proprio profondo, alla conoscenza dell'eterno, del logos, della luce che tutto sostanzia e nella quale si vede tralucere la fiamma divina che è, poi, il fuoco sacro di Iside.

(da   Sixtrum, N. 1, anno 2000 - Direzione, Amministrazione, Redazione: Angelo Palmieri, Locri - Michele Greco, Cosenza)

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