Articolo tratto dalla rivista "i Misteri", anno II, N. 16, settembre-ottobre 1996 - Edizioni Agpha Press, Roma

(per gentile concessione del direttore responsabile)

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LA SPADA NELLA ROCCIA

Le leggende arturiane, cariche

di significato esoterico, hanno un " prologo "

in ltalia, attorno alla figura inquietante di

un singolare santo-avventuriero.

 

di Nicola Coco

A pochi chilometri da Siena esiste un luogo chiamato Montesiepi: ma il turista cercherebbe invano questo nome anche sulla più dettagliata cartina stradale.

Quel sito, infatti, è da tempo chiamato San Galgano, in onore di un santo d'epoca medioevale, che lo elesse a sede del suo Eremo e delle sua stessa vicenda terrena.

Si tratta di un santo, invero, piuttosto singolare: secondo le tradizioni più comuni, Galgano Guidotti, fondatore di un ordine monastico di tipo francescano - anche se precursore del Poverello d'Assisi di almeno vent'anni - era stato cavaliere di ventura e, persino a suo dire, non aveva condotto un vita proprio esemplare. Ma non è questa la principale stranezza della sua vicenda: esistenze dissolute, violente e libertine abbondano nelle storie dei santi e degli Unti del Signore, prima della loro radicale conversione religiosa. Ciò che, invece, lascia assai perplessi è l'estrema brevità del suo processo di beatificazione, durato secondo i resoconti dell'epoca appena tre giorni. Un vero record!

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Non solo: dopo la sua morte, avvenuta nel 1181 - che coincide, peraltro, con la nascita di San Francesco - attorno a Montesiepi ed al luogo ove egli aveva infisso in una roccia la sua spada di ex cavaliere convertito al saio, iniziarono a svolgersi eventi ed episodi mai del tutto chiariti, a cominciare dalla costruzione della stessa chiesetta circolare (giustappunto l'"Eremo", com'è oggi visibile) che custodisce, al suo centro, una piccola buca contenente il frammento di roccia con lo spadone ancora conficcato in una fessura. Questa chiesetta è, anzitutto, anomala nella sua stessa struttura, ossia è a pianta circolare che rappresentava, nel Medio Evo, una specie di costruzione demoniaca giacché tale circolarità apparteneva al vituperato mondo pagano ed ai templi d'epoca romana.

E v'è di più: la volta interna dell'Eremo è dipinta a cerchi concentrici, bianchi e neri in alternanza, che richiamano addirittura emblemi e decorazioni d'origine celtica. D'altronde, il simbolo della spada nella roccia, a prescindere dalle vicissitudini e dai travagli mistici di Galgano Guidotti, rimanda, fin troppo chiaramente, alla saga di Re Artù, al mago Merlino, al ciclo bretone, ai Cavalieri della Tavola Rotonda e, senza molti sottintesi, alle ormai accertate componenti celtiche e druidiche di tali leggende.

Deve ipotizzarsi dunque che la vita e la santificazione di Galgano racchiudano in sé delle presenze, dei rituali e delle rinascite dei culti pagani provenienti dalla Bretagna o dalla Provenza che qualcuno volle nuovamente ripristinare, a mille anni dalla conquista romana e, per giunta, in un oscuro anfratto della Toscana?

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Ed ecco il dato ancor più inquietante: la storia di San Galgano (il cui nome, per inciso, è quasi identico a quello di Galvano, uno dei più noti cavalieri di Artù) precede di ben 20/25 anni la compilazione della primissima versione del ciclo del Graal, stilata da Chrétien de Troyes e con riferimento a fatti e miti della Bretagna, cioè a luoghi e personaggi lontani qualche migliaio di chilometri ... !

Tenendo conto, allora, della semplice cronologia, verrebbe da pensare che la Spada nella Roccia abbia costituito un simbolo (e una leggenda) "esportata" da Montesiepi in terra bretone, e non viceversa. 0, comunque, che possano esservi stati rapporti di continuità tra quanto era accaduto nella località senese e l'avvento, su scala europea, di quel neo-celtismo impersonato dalla Cerca del Graal e dalle gesta dei Cavalieri arturiani.

Ma perché proprio Montesiepi e Galgano Guidotti?

Presumibilmente, si trattava di zone già "sperimentate", in un periodo storico ben precedente il Medio Evo, dagli artefici e seguaci di culti misterici di tipo druidico. Insomma, poteva trattarsi di zone sacre, o ritenute tali, caratterizzate da una particolare collocazione geografica propizia a certe ritualità. In questo caso, nella pesante assenza di fonti storiche, il dato etimologico si presenta illuminante. Anzitutto, "Monte-siepi" allude, con molta evidenza, ad un luogo alto (sacro, in sé, nell'antichità), con "siepi", ossia con recinti che delimitano il perimetro destinato a riti e sacrifici, e che ne nascondono il contenuto al profano ("oltre la siepe").

In secondo luogo, deve ricordarsi che il più antico nome di Montesiepi era Cerboli, che rimanda al Cervo, animale totemico tipicamente celtico, emblematizzato addirittura in una delle principali divinità, Cernumno. Inoltre in un sito vicinissimo a Montesiepi v'è il paesino di Brenna, il quale, oltre il richiamo a Brenno (re celto-gallico) e a Bran (eroe fondatore celtico), è l'esatto nome del principale sacrificio umano usato dai druidi (il "brenna") consistente nell'annegamento rituale della vittima designata. Orbene, se la storiografia ufficiale attribuisce alla Toscana l'esclusiva dominanza di stirpi etrusche, come si concilia con ciò una presenza celtica talmente forte e persistente da superare, persino, la "parentesi" millenaria romana e da ripresentarsi - in qualità di faro verso l'Europa del Nord - negli Anni '80 dell'undicesimo secolo dopo Cristo?

Con queste premesse, comunque, si possono già in parte spiegare i tanti misteri della vita, della morte e del dopo-morte di San Galgano.

La frettolosa beatificazione ha tutta l'aria di un "coperchio" messo su un movimento ed un personaggio che le gerarchie dell'epoca dovevano avvertire essere in odore di eresia, anche e soprattutto per i segni di quegli antichi culti che molti moderni studiosi delle grandi eresie medioevali e post-medioevali hanno trovato, da tempo, in numerosi "fenomeni" del genere, dai Catari ai Templari, da Frà Dolcino agli hussiti. Meglio allora, secondo una strategia evidentemente ultramillenaria, inglobare che combattere, specialmente quando l'esito dello scontro può essere incerto...

 

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Immagine della volta all'interno dell'Eremo

dipinta a cerchi concentrici bianchi e neri

che richiamano decorazioni di origine celtica.

D'altra parte, che attorno alla figura di San Galgano si siano svolti conflitti - e ben più gravi di quello che s'è fatto ritenere - è facilmente ricavabile da varie circostanze. Anzitutto egli, per un certo periodo, fu eretto a patrono di Siena: salvo, poi, essere degradato a "santuccio" e le sue spoglie traslate (e dimenticate per centinaia d'anni) nell'omonima chiesa (del "Santuccio") posta all'estrema periferia della città. L'Abbazia, costruita alla base della collinetta dove si trova l'eremo (immortalata nella scena finale, e non a caso, del film "Nostàlghia" di Andreij Tarkowsky) e "vigilata" dai Cistercensi (ordine notoriamente gemello e simmetrico a quello dei Templari) ha avuto una storia, a sua volta, tormentatissima, edificata, crollata (o volutamente danneggiata) a seguito di un non meglio precisato "terremoto". Sempre per inciso: l'Abbazia risulta, com'è ancora osservabile, composta da due corpi posti trasversalmente. Più semplicemente, esisteva all'inizio una piccola chiesa (tipo pieve o tempio più antico): successivamente, fu edificato il corpo che fungeva da navata (pianta a croce, di modello romanico), e la chiesetta originale divenne il transetto dell'Abbazia. Anche qui, un tentativo di "inglobamento"?

Certamente, i misteri di San Galgano (sul cui teschio, si diceva, crescevano capelli biondi, tanto da assumerlo a protettore dei calvi) esprimono una complessità ben più ampia della "leggenda" di un singolo vissuto individuale, sia pure eccentrico. E, forse, occorrerebbe ripartire proprio dall'Eremo dove, al di là della Spada nella Roccia, sarebbe esistito un vano sotterraneo nel quale lo stesso Guidotti avrebbe "visto" in sogno i Dodici Apostoli/Cavalieri, il Crocifisso palpitante/Graal/Coppa con il Sangue di Cristo, e la Tavola dell'Ultima Cena/Tavola Rotonda di Re Artù.

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