Articolo tratto dalla rivista "OLTRE la conoscenza", n° 32, marzo 1999, ed. Sprea & Gussoni Periodici s.r.l.

Il 26 agosto del 1768 la nave Endeavour lasciò l'Inghilterra alla volta delle immense distese oceaniche. Scopo ufficiale della spedizione era quello di recarsi nell'emisfero australe per osservare il passaggio del pianeta Venere sul disco solare. In realtà il vero obbiettivo del viaggio era la ricerca di una terra sconosciuta sulla quale, secoli prima, sarebbero state nascoste immense ricchezze

James Cook e il tesoro dei templari

di Romano Bassoli

Quando, nei libri di scuola, leggiamo della scoperta nuovi continenti e di terre sconosciute la nostra fantasia vola immaginando temerari esploratori che con molto coraggio ed una notevole dose di fortuna affrontano alla cieca lo sterminato mare aperto. La realtà è a volte assai meno poetica. Nel numero 24 di Oltre, a proposito della vera storia della scoperta dell'America e dell'ammiraglio Colombo, abbiamo dimostrato come non sempre la storia "ufficiale", quella scritta sui libri di testo, corrisponda a quella reale.

Abbiamo già sostenuto altre volte l'esistenza di mappe antichissime, che alcuni vogliono di matrice extraterrestre ed altri di origine atlantidea e che, in possesso di pochi fortunati iniziati, hanno portato ad alcune scoperte straordinarie. E il caso della celebre mappa di Piri Re'is, che i nostri lettori già conoscono, o delle mappe in possesso dello stesso Cristoforo Colombo.

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LA MAPPA IMPOSSIBILE DI HADJI AHMED

Gli studiosi Rand e Rose Flemath, nel loro volume "La fine di Atlantide" (Piemme edizioni), citano anche la mappa dell'arabo Hadji Ahmed, che già nel 1559 mostrava cartografata alla perfezione la costa nord-occidentale dei Nord America, che, secondo la storia canonica, all'epoca era ancora inesplorata.

"Come era possibile che esistesse una mappa dei genere se, nel 1559, la tecnologia necessaria per disegnarla non era ancora disponibile? - si domandano i due autori. Furono forse gli Atlantidi a tracciare la carta originaria di cui si servì Ahmed per riportarne i contorni?". La possibilità che carte geografiche antichissime, realizzate da una civiltà che aveva mappato il pianeta nella notte dei tempi, siano scampate all'usura dei tempo non si può escludere a priori. Conservate in qualche biblioteca perduta come quella di Alessandria, in camere stagne che gli appassionati di archeologia misteriosa chiamano "camere del tempo" (dove gli antichi immagazzinarono parte delle loro conoscenze per le generazioni future), queste carte e mappe sarebbero state riscoperte e gelosamente custodite da società iniziatiche, le stesse che le salvarono dalla distruzione ordinata dalle autorità ecclesiastiche, le quali, in quegli scritti che sovvertivano l'immagine del pianeta offerta dalla Bibbia, vedevano l'impronta dei demonio.

Sembra che i cavalieri templari ne custodissero parecchie, di queste mappe dell'impossibile. E sembra che, come accadde per Colombo, alcune di queste carte siano finite nelle mani di un altro grande esploratore, James Cook.

Cook, navigatore inglese del Settecento, fu il primo ad esplorare La Nuova Zelanda e a scoprire una miriade di isole dell'Oceania (le Marchesi, le Nuove Ebridi, la Nuova Caledonia); superò poi il circolo polare antartico, smontando una leggenda che laggiù vi collocava un mitico continente australe.

Detto così, sembra che Cook non abbia fatto poi molto; in realtà occorre sapere che nel XVIII secolo, all'epoca delle grandi colonizzazioni, i reami dei vecchio continente che sponsorizzavano queste imprese erano seriamente preoccupati per la continua perdita nell'oceano di flotte e marinai. Delle terre americane ed oceaniche non si sapeva quasi nulla; non solo, gli equipaggi non erano in grado di orientarsi in mare aperto e finivano spesso con il perdere la rotta e perire in disastro si naufragi. Per comprendere lo stato d'animo delle Reali Società scientifiche che premevano sui sovrani d'Europa per la scoperta di nuovi mondi, si pensi che nel 1714 il Parlamento britannico istituì una "Commissione per la longitudine", che offriva una ricompensa di circa tre miliardi, al cambio odierno, per chi avesse saputo calcolare la longitudine marina". Sino al 1735, anno in cui John Harrison inventò il primo cronometro marino ad alta precisione, nessun equipaggio era capace di orientarsi con sicurezza nelle acque dell'oceano. E si trattava di un rischio che portava spesso alla morte. Mille altri ostacoli, dai maremoti alle correnti marine agli iceberg, rendevano spesso impossibile il viaggio dei più valenti esploratori.

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L’ENIGMATICO MAESTRO COOK

Ciò nonostante vi fu chi, pur non disponendo all'apparenza di grandi strumenti o capacità, riuscì a scoprire nuove terre arrivando là dove nessuno, almeno ufficialmente, era mai arrivato prima.

James Cook nacque a Marton, nel nord dello Yorkshire, il 27 ottobre dei 1728. Nel registro parrocchiale venne segnato come "figlio di un bracciante". Del padre i biografi, generalmente, si limitano a dire che "pare fosse uno scozzese". Pur non avendo al suo attivo grandi successi James Cook, all'età di quarantun anni, venne incaricato di osservare il passaggio dei pianeta Venere sopra il disco del sole. Il fenomeno era previsto per il 3 giugno del 1769 e per l'osservazione, cui la Reale Società Britannica di Astronomia teneva particolarmente, i sovrani d'Inghilterra decisero di finanziare una spedizione nel Nuovo Mondo. Questo è quanto sostiene almeno la storia ufficiale, sorvolando sulla scarsa importanza dell'evento (ben difficilmente i sovrani spendevano cifre esorbitanti per ricerche scientifiche; solitamente le esplorazioni avevano per scopo la conquista di nuove terre e mercati e la ricerca di ricchezze e materie prime). Altra nota stonata è che, all'epoca, il più grande astronomo e geografo londinese era un certo Alexander Dalrymple fervido sostenitore dell’esistenza della "terra antartica sconosciuta", nel continente australe. Dalrymple, che aveva anche una certa pratica di mare, non partecipò alla spedizione nel Nuovo Mondo, ufficialmente perché pare non volesse accettare di "mettersi ai comandi di un navigatore sconosciuto" quale era Cook; pure, inspiegabilmente, Dalrymple dovette cedere tutti i propri scritti e le proprie mappe sul Nuovo Mondo all'odiato nemico. Come ciò fu possibile la storia ufficiale non ce lo dice, ma si sa che James Cook, pur non godendo di grande fama, venne raccomandato per l'incarico nientemeno che dal Segretario dell'Ammiragliato, all'epoca il più alto funzionario marittimo, capo dell'ufficio reale che stabiliva quali spedizioni finanziare, con i soldi del Re d'Inghilterra. Come mai Cook, personaggio di umili natali, godesse di appoggi così influenti ed impensabili non si sa. I libri di storia dicono soltanto che i sovrani d'Inghilterra lo mandarono in America assieme allo scienziato Charles Green, della Reale Società Astronomica; quest'ultimo in vece di Dalrymple. Alla spedizione partecipò anche il magnate Joseph Banks, futuro presidente della Reale Società. Quando tutto fu pronto, Cook si recò a Plymouth, deve gli era stata armata la nave Endeavour; ne assunse il comando ed il 26 agosto 1768 lasciò l'Inghilterra per il suo primo viaggio di esplorazione. Questo fu un successo; Cook esplorò la Nuova Zelanda, le coste orientali dell'Australia e le isole poste sotto la giurisdizione della Reale Società. Lo strano connubio fra un bracciante, uno scienziato ed un banchiere non fu mai chiarito, sebbene molti studiosi contemporanei abbiano spesso sottolineano che tutti e tre erano segretamente seguaci del credo templare.

 

ALLA RICERCA DELLA PIETRA FILOSOFALE

 

James Cook fu un Maestro templare? Non ne abbiamo le prove. Ma di sicuro nell'Inghilterra de XVIII secolo, dove fiorivano le associazioni massoniche ed esoteriche, erano in molti a legarsi segretamente a sette che rivendicavano l'eredità di gruppi iniziatici dei secoli passati. L'appartenenza di Cook ad un gruppo neotemplare spiegherebbe l'affanno con cui l'umile figlio di un bracciante (qualifica ritenuta altamente disdicevole per i nobili e gli scienziati dell'epoca; questi ultimi erano infatti tutti aristocratici) cercò a tutti i costi di arrivare nel Nuovo Mondo. Già, perché secondo alcune leggende alchemiche, diversi templari scampati alle persecuzioni del Papa e del re di Francia nel 1300 sarebbero approdati nei Nuovi Continenti, chi in America e chi persino in Oceania. Una leggenda di scarsa importanza, se non si fosse creduto che, nel momento della fuga, i "poveri cavalieri dei tempio" avessero portato con sé ricchezze favolose. Esse avrebbero fatto parte degli immensi tesori (che i detrattori dicevano frutto delle ruberie delle crociate) che i cavalieri avevano accumulato nel corso dei secoli, vuoi per le donazioni di principi e potenti, vuoi per i bottini ottenuti in Terrasanta, vuoi per la scoperta della pietra filosofale, un magico composto che secondo gli alchimisti avrebbe avuto il potere di trasformare il metallo vile in oro.

Sia come sia, il tesoro dei templari da qualche parte doveva essere finito. Questa leggenda tormentava da secoli gli esploratori del Vecchio Continente, che sin dall'epoca dei Conquistadores spagnoli avevano cercato in ogni nuova terra scoperta oro e ricchezze (si pensi al mito dell'Eldorado). Se Cook era un Maestro neotemplare, nulla di strano che cercasse un tesoro che riteneva gli spettasse di diritto. Se poi vogliamo essere meno maliziosi, possiamo immaginare che cercasse più "spiritualmente" il Santo Graal o la pietra filosofale, per portare pace e salvezza all'umanità...

MASSONI SCOZZESI DIETRO LE QUINTE

A dimostrazione della veridicità di quanto sopra scritto, citiamo un interessante studio dell'italiana Carla Polpettini, autrice dei bellissimo libro "Studio sulla vita e sui viaggi di James Cook" (Ivaldi Editore, Genova).

La studiosa, che ha ricostruito minuziosamente le tappe della vita e dei viaggi dell'inglese, fa notare come queste spedizioni fossero ammantate dal mistero e cosi scrive: "Cook possedeva delle istruzioni di viaggio ufficiali, che gli indicavano lo scopo dell'esplorazione. Queste lettere, di pubblico dominio, riguardavano lo studio del transito del pianeta Venere, ma si trattava solo di pretesti. La spedizione risultava allestita per volere del Re d'Inghilterra, per consentire ai membri della Società Reale di raggiungere il luogo ritenuto adatto all'osservazione del passaggio del pianeta sul disco dei sole, previsto per il 3 giugno 1769. L'isola di Tahiti, indicata negli ordini come King George the Third's Isiand, era il luogo ritenuto idoneo all'osservazione che Cook e l'astronomo Charles Green avrebbero dovuto compiere. Ma esistevano anche delle istruzioni segrete, sul vero scopo del viaggio. Vi è chi pensa che esse contenessero delle indicazioni per scoprire un continente nuovo. Esse non menzionavano espressamente ciò che veniva chiamata la Nuova Olanda (ossia la Nuova Zelanda, n.d.a.), ma lo facevano le mappe e le carte date in dotazione a Cook".

In questo misterioso continente si sarebbe dunque trovato il tesoro dei templari? Se così era, questa informazione doveva essere stata rivelata a Cook - e quindi al Re d'Inghilterra - dal Maestri Muratori della massoneria scozzese (e "guarda caso" Cook era scozzese). I massoni neotemplari dovevano avere fornito anche le "mappe impossibili" che consentirono a Cook di arrivare indenne in quelle terre sconosciute.

Questa tesi è ovviamente contestata dalla storiografia ufficia~ le, che ritiene che le mappe impossibili di Cook fossero state ricavate da uno studio cartografilizzato dall'esploratore Tasman, che all'epoca aveva parzialmente circoscritto l'estensione del continente australiano dalla Terra di van Diemen alla Nuova Zelanda. Questa tesi non spiega però come facesse Cook -come già era avvenuto secoli prima con Colombo - a conoscere la rotta giusta verso il continente sconosciuto. Una precedente impresa tentata dall'esploratore

Bougainville era miseramente fallita in quanto la nave si era incagliata nella Grande Barriera Corallina. Misteriosamente e "miracolosamente" Cook aveva invece evitato la Barriera, le forti correnti, i maremoti e, in un secondo viaggio, il pack e gli iceberg, arrivando tranquillamente a destinazione. Tutto grazie a fortunate combinazioni? Di sicuro non per merito della mappa di Tasman, che non indicava affatto molte delle terre scoperte dallo scozzese.

La stessa Polpettini, pur non sposando alcuna tesi "eretica", ammette che "Cook riuscì in un'impresa che non era stata possibile a tutti i precedenti navigatori; questi si erano basati su mappe contenenti inesatte localizzazioni, per la difficoltà di calcolare la longitudine". Ma in che modo l'aveva calcolata Cook?

VIAGGIO NELLA TERRA INCOGNITA

Non si sa. Lo studioso inglese Watson è uno dei pochi che ha il coraggio di affermare che "un grande mistero, ormai insolubile, circondò la preparazione dei primo ,viaggio dei navigatore scozzese".

Che Cook possedesse una qualche mappa segreta è sostenuto da diversi studiosi. La Polpettini conferma che Cook, "oltre ad avere a bordo uno libro di Dalrymple non ancora dato alle stampe, possedeva una carta geografica portoghese, opera di un navigatore di Manila, che nel 1762 aveva cartografato diverse coste australiane e lo Stretto di Torres. Nel libro di Dalrymple era pure esposta, con ricchezza di particolari fantastici, la teoria dell'esistenza di una terra sconosciuta nel continente australe, della cui esistenza lo scrittore aveva una fede talmente incrollabile, da osare un calcolo approssimativo della popolazione, stimata in cinquanta milioni di abitanti, e delle ricchezze, che considerava alquanto superiori a quelle delle colonie inglesi in America".

Nel primo viaggio Cook non scoprì però né tesori né ricchezze. Una seconda spedizione lo portò ad esplorare quel tratto di mare dove Dalrymple collocava il suo mitico Eldorado; ma non vi trovò nulla. Venne infine organizzato un terzo viaggio, cui diede grande pubblicità lo scienziato americano Beniamino Franklin (inventore del parafulmine e grande sostenitore dell'indipendenza dell'America dalla Madrepatria). Franklin, che era notoriamente un massone, indirizzò a tutti gli equipaggi delle navi di Cook una lettera di incoraggiamento, datata 10 marzo 1779, affinché quei prodi scoprissero "quanto c’era da scoprire". Un'ulteriore riprova che gli ambienti esoterici spalleggiavano segretamente Cook. In quegli anni, difatti, le colonie americane si erano ribellate all'Inghilterra, ed occorrevano ingenti quantità di denaro per la guerra contro la Madrepatria. Probabilmente Franklin sperava nel tesoro dei templari. Nel caso di una scoperta Cook, avrebbe portato i tesori del "continente australe" agli insorti dei Nuovo Mondo. In realtà nulla di tutto ciò accadde. Non solo Cook non scoprì alcun continente incantato, ma in più, con l'ultimo viaggio, venne trucidato da una tribù hawaiana.

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