Leggenda e realtà sulla grotta della Sibilla ed il lago di Pilato
di V. U. B. e F. B.
Gli studiosi, gli Enti turistici, le Amministrazioni pubbliche dell'Umbria e delle Marche tornano ad interessarsi della grotta della Sibilla e del lago di Pilato localizzati sulle poco accessibili sommità dei monti appenninici che dividono l'Umbria dalle Marche. Tali monti, chiamati Sibillini, comprendono il Monte Vettore alto 2.478 metri, il Monte della Regina, il Porche, San Lorenzo, Pattino, Valle Lunga, Femma e Rotondo, tutti superiori ad una altitudine di 1.200 metri.
Impossibile stabilire quale Sibilla abbia originato il nome di Sibillini a quei monti impervi dal momento che di Sibille se ne contano almeno una ventina nella mitologia greca e romana. Tra le altre sono annoverate la Persica, la Libica, la Delfica, la Cimmeria, la Entrea, la Samia, la Frigia, la Ellespontica, la Tessalica, la Galdea e, per finire, la Italica o Sibilla Cumana come altri storici dell'antichità la chiamarono. La versione più accreditata è appunto quella che dalla Sibilla Cumana abbiano preso il nome i Monti Sibillini e, proprio sulla spelonca del Monte della Regina essa abbia fissato la sua dimora. Precisamente a questa Sibilla si rivolgevano i romani, dell'epoca monarchica e del primo periodo repubblicano, per avere responsi e vaticinii, peraltro risultanti quasi sempre tristi e gravi, preannuncianti sconfitte in guerra, calamità e carestie. Ecco pertanto che fin dalla origine la Sibilla si presentava in forma tutt'altro che raccomandabile, e questa fama demoniaca l'accompagnò per diversi secoli.
Sta di fatto però che con l'avvento della Cristianità la Sibilla finì per essere quasi del tutto ignorata, fin quando un ardito scrittore, Andrea da Barberino, nato nel 1370 appunto a Barberino di Valdelsa, non scrisse il celebre romanzo "Guerino Meschino", riproponendo in termini infernali la leggenda della Sibilla e della famosa grotta posta sulla cima del Monte della Regina. Naturalmente la storia era inventata, tuttavia l'autore citava con sufficiente precisione i fiumi, i laghi e le città, inducendo a credere che abbia perlomeno visitato quei luoghi quando l'antro della caverna era sicuramente accessibile e ne abbia tratto la necessaria ispirazione per il romanzo stesso.
Guerino, il personaggio chiave del romanzo di Andrea da Barberino, era nato a Durazzo durante il regno di Carlo Magno. I suoi genitori, Millon e Fenisia, erano signori della città dalmata, ma durante una rivolta di albanesi ne furono scacciati, mentre il piccolo Guerino venne catturato, fatto schiavo e trascinato a Costantinopoli. Per la sua solitudine e povertà venne soprannominato Meschino, ma ecco che anche per lui vennero giorni migliori quando un ricco mercante lo prese a benvolere facendolo studiare e addestrare all'uso delle armi. Fattosi adulto, Guerino Meschino s'innamorò della principessa Elissena figlia dell'imperatore d'Oriente, ma poiché le sue origini sconosciute gli impedivano di sposarla, decise di porsi alla ricerca dei genitori. Dopo lungo girovagare per le vie del mondo raggiunse Tunisi dove un indovino gli disse che per avere notizie dei genitori avrebbe dovuto rivolgersi all'incantatrice Alcina (la Sibilla) dimorante sulle montagne di Norcia.
Non è il caso di ricordare tutte quante le vicende che portarono Guerino Meschino nel "regno della Sibilla" . Conviene invece rilevare che, una volta varcato l'antro della caverna, Guerino Meschino venne a trovarsi innanzi ad una grande porta di metallo sulla quale bussò ripetutamente finché non venne aperta da tre damigelle meravigliose che poi lo condussero al cospetto della Sibilla nel suo fantastico palazzo sotterraneo.
La stupenda regina promise a Guerino di rivelargli il luogo ove trovare i genitori, a patto però che egli si fosse legato anima e corpo al demonio, ed egli si limitò a chiedere un po' di tempo per pensarci sopra. Durante la permanenza nel regno sotterraneo, durata oltre un anno, Guerino potè osservare come tutte le magnifiche creature da lui incontrate durante il lungo soggiorno si trasformavano, il sabato sera, in serpi, in vermi e insetti orridi, per riapparire il lunedì più belli di prima. Così, dopo lunga meditazione, Guerino stimò opportuno darsela a gambe per raggiungere Norcia e da qui Roma ove ottenne il perdono del Papa. Dopo altre avventure, essendo entrato nella grazia di Dio, Guerino Meschino ritrovò i genitori , divenne signore di Durazzo, vinse I turchi scacciandoli dalla Grecia e, per finire, sposò una bella principessa persiana con la quale passò il resto della vita.
Il libro di Andrea da Barberino ebbe un successo strepitoso, fu tradotto in varie lingue, ma soprattutto risvegliò l'interesse per la Sibilla e il suo regno misterioso all'interno del Monte della Regina.
Qualche anno dopo l'apparizione del "Guerino Meschino", nel 1420, uno scudiero provenzale mezzo cavaliere e mezzo avventuriero, per nome Antonio de La Sale, volle tentare un'ascenzione nella mitica grotta della Sibilla passando per il versante marchigiano dell'Appennino, vale a dire per la strada che conduce a Montemonaco, paese questo non lungi dall'ingresso al regno misterioso. Costui fece una dettagliata relazione del suo viaggio, richiestagli dalla duchessa Agnese di Borbone incuriosita dalla raffigurazione del Lago di Pilato e del Monte della Sibilla disegnati in un arazzo in suo possesso. Di tale relazione esistono pure due copie manoscritte: una presso la Biblioteca Reale di Bruxelles, l'altra al Museo Condé di Chantilley. Soltanto un secolo più tardi, precisamente nel 1521, l'opera del de La Sale venne stampata a Parigi, e da allora numerose altre edizioni fecero seguito più che altro in chiave critica, compresa una in lingua italiana curata dal valente studioso norcino Domenico Falzetti, uscita nel 1963.
Il de La Sale inizia il suo racconto parlando del Lago di Pilato, sostenendo che tra gli abitanti di Norcia e del suo contado si era tramandata una tradizione secondo la quale l'imperatore Tiro Vespasiano, dopo aver dato alle fiamme la città di Gerusalemme, chiamò a sé Pilato, ormai carico di anni, e lo accusò di non aver impedito la condanna a morte del Redentore, trentasette anni prima, quando cioè era il procuratore della Giudea. Per questo lo condannò a morte, lasciandogli, sembra, la possibilità di esprimere un ultimo desiderio. Il desiderio risultò alquanio stravagante giacché Pilato chiese che il suo corpo fosse deposto in un carro trainato da quattro bufali e lasciato andare ove lo avessero trasportato gli animali. Questa grazia gli fu concessa, ma l'imperatore assai sorpreso da siffatta richiesta dette incarico ad alcuni soldati di seguire lo strano carro funebre, cosa che costoro fecero fin sulle montagne di Norcia e, giunti sulla riva dei piccolo Lago poterono osservare il convoglio inabissarsi coi suo carico di morte. Da allora quello specchio d'acqua fu chiamato Lago di Pilato, e anche Lago della Sibilla, poiché davanti ad esso si eleva il monte che porta il nome della Maga ammaliatrice.
Il lago di Pilato (m.1940) sulle falde del monte Vettore; sullo sfondo il monte Sibilla. |
Il de La Sale non esplorò la caverna, limitandosi a descrivere soltanto l'ingresso, indicava "una cameretta quadrata" da dove partiva un cunicolo che si inabissava sulle viscere della montagna. Raccolse invece la testimonianza del prete di Moritemonaco, don Antonio Fumato, il quale gli assicurò di conoscere in buona parte l'interno della grotta per avervi accompagnato due viandanti tedeschi. Dal racconto del prete fatto al de La Sale si apprende che il cunicolo dopo un buon tratto si allargava e discendeva per oltre tre miglia fino a raggiungere un'ampia fenditura sulla montagna dalla quale penetrava un vento fortissimo. Dopo di che si continuava a discendere sino a un ponte eretto sopra un profondo abisso, oltrepassato il quale vi era una lunga strada pianeggiante, mentre la caverna si allargava sempre più. Al termine della strada vi erano, ai lati, due dragoni "così ben fatti da sembrare viventi", con gli occhi così risplendenti da illuminare gran parte della strada stessa. Si proseguiva poi per un viottolo assai più stretto che conduceva ad una piccola piazza, in un lato della quale si trovavano due porte di metallo che sbattevano ininterrottamente, aprendosi e chiudendosi, come per schiacciare chi avesse osato avvicinarsi.
Il prete di Montemonaco, proseguendo il racconto al de La Sale, teneva a precisare che il suo impegno con i due tedeschi era quello di accompagnarli fino alle due porte di metallo e non oltre. I due tedeschi invece vollero proseguire oltre e, da questo punto, dal racconto del vecchio prete non si capisce se i due stranieri si fossero in qualche modo salvati o se, viceversa, fossero stati inghiottiti per sempre dal reame misterioso.
A questo credibile racconto di don Antonio ne fece seguito un altro degli abitanti di Montemonaco fatto al de La Sale qualche gi8orno più tardi. Costoro sostenevano che due tedeschi avventuratisi oltre le porte di metallo, attraversate sale e giardini, avevano incontrato le genti della Sibilla, avevano conosciuto dame bellissime e osservato ricchezze straordinarie. Condotti al cospetto della Sibilla, furono da essa informati dei costumi del luogo e invitati a scegliere per spose due incantevoli ragazze messe a loro disposizione.
Il fatto è che il de La Sale trovò, nella camera d'ingresso, alcuni nomi incisi sulla parete rocciosa, uno dei quali, da lui de cifrato in Har Hans wari Bamborg, era certamente germanico.
Nel periodo compreso tra la prima metà del 1400 e tutto il 1500, il Monte della Regina fu pellegrinaggio pressoché ininterrotto di negromanti e cercatori di tesori, botanici e naturalisti, archeologi e letterati, avventurieri, ciarlatani e semplici curiosi, arrecando anche non poche preoccupazioni alle autorità ecclesiastiche e civili di Norcia. Ciascuno di quel viandanti. raccontava a suo modo le proprie esperienze avventurose fatte all'interno della diabolica spelonca. Per esempio, il medico trentino Giovanni delle Piatte raccontò, sotto tortura, ai suoi inquisitori, che nel 1487 essendosi recato sul Monte della Regina, aveva notato la Sibilla uscire dalla grotta a cavallo di un manico di scopa. Un decennio più tardi, nella primavera del 1497, Arnaldo de Harff, originario di Colonia, non seppe resistere alla tentazione di far visita ai luoghi misteriosi, facendone poi un racconto che vale la pena di accennare. In sostanza egli disse d'aver visitato la grotta, insieme ad un castellano dei posto che gli fece da guida, all'interno della quale poté scorgere altre grotte "accessibili,altre ingombre di terra e di sassi". Ma la sua curiosità non lo spinse oltre, non si capisce bene se per timore delle autorità di Norcia che facevano divieto a chiunque di entrarvi, o non piuttosto perché si sentiva appagato di quanto aveva potuto osservare.
Da quest'ultimo racconto ci si accorge che quanto più ci si avvicina al nostro tempo, tanto più la leggenda della grotta della Sibilla assume aspetti meno fantasiosi, anche se nel 1497 la grotta era praticabile e presentava ancora il suo terribile fascino misterioso.
Di tutta questa vicenda è ormai tempo di esprimere una valutazione conclusiva.
Non c'è dubbio che il ciclo leggendario dei Monti di Norcia viene visto nell'ottica di quell'ideale cavalleresco che illuminava ancora con la sua flebile luce un Medioevo ormai declinante, assieme al suo carico di orrori e di miseria, ma che intanto proiettava nuovi e impensati riflessi su di un umanesimo proteso a riscoprire valori e tesori della civiltà greca e romana. Ma a questa realtà era necessario uno spazio, e vari furono gli scenari che fecero da cornici all'azione. Ma perché uno di questi scenari fu localizzato sul monti di Norcia? A quale preesistenze rimandavano le leggende di Pilato e della Sibilla? Sono domande queste a cui bisognerà cercare di dare una risposta ripercorrendo, assieme al viaggiatori quattrocenteschi, lo stesso cammino verso i luoghi incantati.
Dal romanzo di Andrea da Barberino sappiamo che Guerino trovò di fronte a sé, prima di avventurarsi nel reame sotterraneo, uno slargo regolare, "a modo di piazza quadrata", ingombro da una "gran quantità di pietre rovinate". L'espressione sembrerebbe alludere ai ruderi di qualche costruzione, forse un tempio, o comunque un edificio sacro, considerando che lo spazio antistante poteva servire per le cerimonie dei fedeli.
Dal resoconto di Antonio de La Sale si può ricostruire, con sufficiente esattezza, il vestibolo della grotta che si apriva nella parete di roccha a non molta distanza dallo slargo descritto da Andrea da Barberino. Il de La Sale, infatti rievocando la sua visita all'antro della Sibilla, parla di una cameretta quadrata, con una rapidissima scala di accesso e dei sedili intagliati all'intorno. Ma non è questo l'aspetto tipico di un ipogeo etrusco? Le necropoli del perugino e del cortonese, le tombe a camera di Chiusi e di Amelia, presentavano vani rettangolari e quadrati, angusti corridoi d'accesso, celle sepolcrali scavate direttamente nel tufo. Tombe a camera sono state rinvenute ad Orvieto, con pitture murali raffiguranti geni e femmine alate, serpenti e scimmie, dragoni e civette, insomma tutto quanto il bestiario che anima i racconti sibillini.
Il monte della regina Sibilla come l'ha veduto Antoine de La Sale. |
Del resto, insediamenti etruschi troviamo anche nelle valli e sul monti dell'Appennino Umbro; costruzioni tombali nei villaggi di Rasenna e di Plestia, monumenti funerari nel nursino e nel casciano con vani regolari, volte a botte, accessi di ridottissime dimensioni.
Ma non si coglierebbe adeguatamente il senso di queste analogie, tra le tombe etrusche e il regno della Sibilla, senza ricorrere alle credenze, tipicamente etrusche, di una sopravvivenza smaterializzata del defunto, congiunto con le sue spoglie mortali, e dell'obbligo che ne consegue, per i familiari, di assicurare e custodire questo misterioso prolungamento esistenziale, la tomba riproduce dunque, a livello sotterraneo, la bella casa etrusca della superficie, il corridoio, l'ingresso il cortile, le stanze uguali e simmetriche. Gli oggetti preziosi che l'arredano sono le dovizie che addolcirono la vita dello scomparso, le cose a lui care, i simboli del suo potere terreno, che ricordano l'oro e l'argento, le perle e i gioielli che la Sibilla Alcina mostrò a Guerino nel suo sfolgorante palazzo.
Ed è sempre nelle tombe etrusche che si ritrova raffigurata quella demonologia che mescola la bellezza con l'animalità. Quelle figurazioni infernali che rappresentano la paura, quel simbolismo che illumina di sinistri bagliori le viscere della terra, ricca di serpenti e di cavalli alati, di donne con pinne di pesce, di uomini con teste di toro, di sfingi, di grifi, di Meduse e di Gorgoni (la lingua penzolante, i rettili al posto dei capelli) sono così simili alla Sibilla e alle sue damigelle nell'approssimarsi del sabato sera.
Ricercatori appassionati e curiosi a caccia di emozioni varcarono, o hanno cercato di varcare, il limite del regno proibito, lasciando ai posteri delle testimonianze che posero dei grossi interrogativi ai quali ancora resta impossibile dare una risposta significativa.
Si è continuato ancora, poi improvvisamente qualcosa si ruppe. In un'epoca di miseria materiale e di terrori spirituali, la porta che avrebbe dovuto introdurre l'uomo a conquistare una felicità tutta carnale e tutta terrena fu ostruita per sempre. E che ciò sia avvenuto quando i monti Sibillini furono squassati da uno spaventevole terremoto, o invece per opera del papa avignonese Benedetto XII, o infine, come altri dicono, per opera dei vicini monaci di S. Eutizio, ha tutto sommato ben poca importanza. Ciò che importa è come, chiuso l'ingresso, nessuno riuscì a penetrare nel misterioso reame della Sibilla, il quale sopravvive ancora sia pure a livello di rappresentazione letteraria o fantastica.
(tratto da Hirma n° 6, giugno 1987 - Soc. Erasmo, Roma)