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Allegato a Speciale Martin Mystère n. 11, periodico annuale, maggio 1994
Sergio Bonelli Editore S.p.A., via Buonarroti, 38 - 20145 Milano
a cura di Alfredo Castelli
L'ARTU' STORICO
Le narrazioni definite "del Ciclo Bretone" cominciarono a diffondersi in Galles in un periodo imprecisato tra il VI e l'VIII secolo d.C.; il loro protagonista, Re Artù, vi veniva descritto come un invincibile guerriero "barbaro" impegnato in epiche avventure che oggi definiremmo "di spada e magia" o "di fantasy". La saga - diffusa oralmente - cominciò a essere messa per iscritto intorno al X secolo; le sue caratteristiche e quelle dei suoi protagonisti furono gradualmente modificate e adattate alle nuove situazioni storiche, finché, nel 1450, la leggenda assunse la veste definitiva con cui è ancor nota ai giorni nostri.
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Incoronazione di Re Artù. Miniatura di Matthew Paria (?), vissuto nel XIII sec. |
Dal punto di vista tematico, non c'è dubbio che le prime narrazioni arturiane si siano ispirate alla letteratura epica di Erin (lIrlanda): le più antiche avventure del re guerriero sono infatti una versione "gallesizzata" di quelle del semidio Cu Chulainn, l'invincibile "Mastino dell'Ulaid" (Ulster). Ciò non toglie tuttavia che alla loro origine possa esservi un personaggio reale - un re o un capotribù britannico particolarmente popolare - anche se gli accenni dellepoca a proposito di un Artù "storico" sono di fatto molto scarsi.
NEL NOME DEL RE Il nome Artù (in inglese "Arthur") potrebbe derivare dai termini celtici Art ("roccia"), o Artos Viros ("Uomo Orso", in gaelico Arth Gwyr), o ancora dal latino Artorius. In tal caso Artù era forse un Comes Britanniarum, ovvero un rappresentante locale dell'impero Romano. |
Artù fu citato espressamente come personaggio storico solo nel X secolo, quando la sua fama letteraria era ormai consolidata da centinaia di anni. Nella Historia Brittonum ("Storia dei Britanni") il cronachista Nennio narrò che il dux bellorum Artorius aveva ucciso personalmente novecentosessanta Sassoni durante la battaglia del non meglio identificato "Mons Badonis" (lattuale città di Bath?), avvenuta intorno al 516.
Gli Annales Cambriae, una cronaca di autore anonimo scritta attorno al 950, citano nuovamente la battaglia di Badon, "nella quale Artù portò la Croce di Nostro Signore", e quella di Camlann (circa 539 d.C.), "in cui Artù e Medraut (Mordred) morirono, e scoppiò la peste in Britannia e in Irlanda".
Il nome del sovrano compariva inoltre in alcune agiografie gallesi, come la Vita Gildae e la Vita di San Carannog.
Manoscritto del XIII sec. con alcuni versi del poema Gododdin |
Artù sarebbe dunque vissuto tra il V e il VI secolo, durante l'ultimo e più che mai traballante periodo delloccupazione romana, quando Angli, Sassoni e Juti - popoli provenienti dalla zona dell'attuale Danimarca - diedero inizio all'invasione di Prydein (la Britannia); dell'importante vittoria britannica di Badon, dopo la quale trascorse un periodo di pace di circa mezzo secolo, si occupò uno scrittore coevo, San Gilda, in una sorta di pamphlet religioso intitolato De Excidio Britanniae ("Della rovina della Britannia", 545). Gilda non citò tuttavia alcun Artù, come sarebbe stato logico se questi fosse stato davvero l'artefice della sconfitta sassone. La presenza del re a Badon ha dunque tutta l'aria di essere un'invenzione dei cronachisti dei secoli successivi, che forse avevano cercato di unificare leggende e verità storica; sta però di fatto che, subito dopo la battaglia, molti nobili britanni (tra cui un certo Aedàn AMacGabrain re di Dalriada) cominciarono a battezzare i neonati con l'insolito appellativo di "Arthur", quasi a rendere omaggio a qualche personaggio che portava quel nome.
Nell'anno 600, inoltre, venne composto il poema Gododdin; il suo autore - forse un bardo di nome Aneirin - cita un coraggioso guerriero che "fornì cibo copioso ai corvi sui bastioni della fortezza, pur senza essere un Artù". Non si sa, però, se il riferimento fa parte della prima versione dell'opera, o vi è stato inserito in una delle stesure successive.
UN ARTU PER TUTTE LE STAGIONI
Dopo ben quindici secoli dalla "nascita" di Re Artù, le ricerche sulla sua figura storica continuano ad appassionare schiere di studiosi.
In The Discovery of King Arthur ("La scoperta di Re Artù", 1985), il ricercatore Geoffrey Ashe identifica il sovrano con Riothamus, re britannico deL V secolo, che, a nome dellormai morente Impero Romano, si recò sul continente, combattè i Visigoti, e, sconfitto, nel 470 d.C. si ritirò in un paese della Burgundia chiamato Avallon. L'"Avallon" di Burgundia e un condottiero chiamato Riothamus sono storicamente esistiti; "Riothamus", per di più, non è un nome proprio, bensì la latinizzazione del termine britannico "Rigotamos", che significa "grande re", quindi - secondo Ashe - nulla vieta che il suo nome di battesimo fosse Artù; in questo caso, però, egli sarebbe vissuto cinquant'anni prima della battaglia di Badon.
Per Alan Wilson e Baram Blackett, autori di Artorius Rex Discovered("Artorius Rex scoperto", 1985), Artù si chiamava Arthwyr ap Meurig, era il sessantunesimo re di Giamorgan e Gwent ed era vissuto tra il 503 e il 579.
In The Quest for Merlin ("La ricerca di Merlino", 1985) Nikolai Tolstoy sostiene che Artù era lo scozzese Gwenddollau ap Cedio (m. 573), re di Selgovia.
L'ipotesi dello studioso Le Poer Trench taglia la testa al toro e accontenta un po' tutti: il primo Artù era il ribelle Arviragus, che combattè contro i Romani nel I secolo; questi avrebbe dato inizio a una stirpe di differenti Artù, sacerdoti del culto della "Grande Madre".
Anche la realtà storica dei molti personaggi che si alternarono alla corte dei re ha costituito oggetto di speculazione. Tra i cavalieri della Tavola Rotonda soltanto Drystan (Tristano) è probabilmente esistito; era figlio di Re Cynfawr, e i resti di quello che potrebbe essere stato il suo castello si possono ancora ammirare sulla collina di Castle Dore, in Cornovaglia.
Il mago Merlino, secondo la leggenda tutore e consigliere di Artù, visse forse nel VI secolo. Il suo nome, Myrddyn, derivava da quello di Caermyrddyn, la città in cui era nato; nella latinizzazione "Merlinus" la 'd' fu sostituita con una 'l' per non creare un appellativo irriguardoso; alcuni lo hanno identificato con un altro famoso filid ("bardo") chiamato Taliesin e vissuto (forse) in quell'epoca.
Il Mago Medrlino - disegno di Lisa Free |
Secondo gli scarsi dati che ci sono pervenuti sulla sua figura, Myrddyn fu consigliere del re gallese Vortirgern (V secolo d.C.) e combattè a fianco di Re Gwenddolau (cioè Re Artù, secondo il già citato Nikolai Tolstoy) contro Rhydderch il Generoso. La sua vita sarebbe dunque stata incredibilmente lunga, tanto che alcuni commentatori ritengono che siano esistiti due Merlini diversi.
Vuole la tradizione che, dopo la sconfitta inflittagli da Rhydderch ad Arfderydd (573), il mago, impazzito dal dolore, si fosse ritirato in eremitaggio in una foresta, identificata da alcuni come Broceliande. Della sua produzione letteraria ci è pervenuto un frammento dell'opera Afallenau. La strofa recita: Saith ugein haelion e aethant ygwyllon / yng koed Kelydon y daruyant: / kanys mi vyrdin wedy Tatiessin / Byathad kyffredin vyn darogan. Sta a voi cercare di dedurre cosa significano queste arcane parole: finora nessuno è infatti ancora riuscito a tradurle.
| "ARTHUR" FITZGERALD KENNEDY Negli anni '60 i cronisti americani solevano definire "Camelot" il tranquillo (apparentemente) periodo di presidenza di John Fitzgerald Kennedy. Nel 1986, nel volume King Arthur (Il mito della Tavola Rotonda) la ricercatrice Norma Lorre Goodrich identificò Camelot con l'attuale castello di Greenan, a nord di Glasgow. L'edificio era appartenuto per un certo periodo alla famiglia del defunto presidente, cosicché la stampa collegò le due vicende e diffuse la notizia che il defunto presidente John Kennedy era davvero un discendente di Re Artù. |
I luoghi delle imprese di Artù variano di narrazione in narrazione e spaziano dal Galles alla Cornovaglia e all'estremo nord dell'Inghilterra, rendendo le indagini particolarmente complesse. Il volume The Quest for Arthur's Britain ("La ricerca della Britannia di Artù") di Geoffrey Ashe è propenso a identificare Camelot - la mitica sede "dei cavalieri della Tavola Rotonda" con la fortezza neolitica di Cadbury, ai confini tra il Somerset e il Dorset.
Camlann, il sito in cui - nel 539, o nel 541, o nel 542 o addirittura nel 580 a seconda delle fonti - Artù morì in battaglia, è stato localizzato a Camlan, nel Galles, sul fiume Camel in Cornovaglia (Camlann è la contrazione di Cambogianna, che significa "fiume contorto"), nella piana di Salisbury, o anche a Cam, nel Somerset.
| IL REGNO DELLE FATE Nel Vi secolo un santo di nome Collen osò varcare la "Tor" di Glastonbury e vi scoprì il palazzo sotterraneo di Gwyn ap Nudd, re delle Fate. Resosi conto che presto il fascino di quel luogo l'avrebbe sopraffatto e, di conseguenza, egli non sarebbe stato più in grado di uscirne, Collen spruzzò attorno a sé dell'acqua santa e il palazzo scomparve. |
Il primo "ritrovamento" dell'isola di Avalon, il misterioso luogo ove, secondo la leggenda, il corpo del sovrano era stato trasportato dopo la battaglia, avvenne addirittura nel 1190,quando i monaci dell'abbazia di Glastonbury, in Cornovaglia, dichiararono di aver ritrovato sotto la loro abbazia la tomba con le spoglie del re. Anticamente il sito si chiamava Ynis Witryn, "isola di vetro": era una collina che sorgeva appunto come un'isola da un mare di acquitrini, di canali, di sentieri e terrazzamenti; e, secondo le leggende locali, a Glastonbury si spalancava la porta ("Tor") degli inferi.
La tradizione racconta che, nel 63 d.C., era giunto a Glastonbury dalla Terra Santa il missionario Giuseppe d'Arimatea, un personaggio su cui ritorneremo; questi vi aveva fondato una chiesa e una comunità cristiana. Seicento anni dopo, quando un nuovo gruppo di missionari giunse a Glastonbury, si era ormai perduta ogni traccia fisica di questo insediamento, forse a causa della violentissima persecuzione scatenata da Diocleziano contro i cristiani inglesi nel III secolo; sopravvivevano tuttavia le leggende a proposito della santità del luogo e il re cristiano Ine ordinò che vi fosse immediatamente edificato un monastero.
| I "GUARDIANI" DI AVALON Dopo l'incendio dei monastero di Glastonbury, nel XII secolo, venne edificata sui suoi resti la "cappella della Vergine"; nel XIII secolo fu costruita una grande abbazia gotica, ma meno di tre secoli dopo, nel 1539, l'intero complesso crollò a causa di un terremoto. Ne rimangono in piedi soltanto pochi resti, insieme con il campanile della chiesa medioevale di San Michele edificata sulla vicina "Tor", la collina che prende nome dalla porta degli inferi. Glastonbury è dunque da tempo immemorabile una meta favorita degli archeologi. Alla fine del secolo scorso partecipò agli scavi un certo Frederick Bligh Bond, bibliotecario e archeologo dilettante della "Somerset Archeological and Natural History Society". Bond asseriva di possedere la facoltà della psicometria, un potere ESP che permette di desumere la storia di un oggetto con il semplice atto del toccarlo, e lavorava in coppia con un certo John Allan Bartiett, più noto come "John Alleyne", il quale a sua volta era in grado di produrre documenti in "scrittura automatica", cioè disegni e testi "dettati" da entità ultraterrene mentre si trovava in stato di trance. La coppia Bond-Bartiett era guidata da un misterioso gruppo chiamato "I Guardiani", che comunicò dall'aldilà dettagliate mappe della zona e informazioni sul remoto passato del sito. |
Seguendo le indicazioni dei "Guardiani", nel 1908 Bond riuscì effettivamente a scoprire alcuni resti del monastero e venne nominato "Diocesan Architect" ("Architetto della Diocesi") dalla "Somerset Archeological and Natural History Society". Nei suoi rapporti alla Società non aveva mai fatto alcun riferimento ai "Guardiani", né ai suoi metodi di ricerca poco canonici; ne parlò solo sette anni dopo nel volume The Gate of Remembrance ("Il cancello della rimembranza", 1915), scritto anche con l'intento di uscire da una grave situazione finanziaria. L'uscita dei libro scatenò l'immediata reazione degli archeologi "ufficiali", con cui Bond aveva già avuto numerosi scontri a causa del suo carattere piuttosto difficile. Benché le sue ricerche avessero portato dei risultati, fu accusato di frode e radiato dalla "Society". Morì in povertà nel 1945, dopo aver scritto una vasta serie di opere e poemi dedicati al paranormale e soprattutto a Glastonbury, la sua indimenticata passione. Successive ricerche archeologiche hanno confermato almeno in parte la veridicità di alcune affermazioni pubblicate da Bligh Bond nei suoi libri. Gli scavi condotti da Ralegh Radford nel 1958, per esempio, hanno dimostrato che nel punto in cui i Benedettini avevano "trovato" la tomba di Re Artù esistevano davvero due sepolcri, e che sulla "Tor" sorgeva un vasto insediamento di capanne di tronchi, risalente (forse) al I secolo. |
Nel 1184, dopo che un incendio aveva distrutto la costruzione, i Benedettini iniziarono l'opera di restauro e, come riporta la Chronica sive Antiquitates Glastoniensis Ecclesiae, nel 1190 essi scoprirono a molti metri sotto il suolo le tombe con i resti di un uomo e di una donna, e una croce incisa nella pietra con la dicitura "Hic iacet Arturius Rex in Insula Avalonia" (Qui giace Re Artù nellisola di Avalon"). Con ogni probabilità, il ritrovamento fu soltanto un'invenzione dei monaci, che intendevano così creare interesse attorno al monastero allo scopo di ottenere finanziamenti per il restauro. Sta di fatto che, nella fantasia popolare, Glastonbury venne sin da allora associata ai miti arturiani.
L'Abbazia di Glastonbury prima della distruzione nel 1539 |
I resti dell'Abbazia di Glastonbury da una stampa del 1817 |
Giastonbury non è comunque l'unica collocazione attribuita al sepolcro di Artù: Sir John Rhis elenca numerose possibili Avalon (Glastonbury, Gower, Aberistwyth, Gresholm, Shilly, Bardsey, Puffin, Man, Tory, Angiesey); per Norma Lorre Goodrich, Avalon è il castello di Peel nell'isola di Man; ma il leggendario luogo è stato identificato anche con Avallon in Burgundia e persino con la Sicilia. Gli Otta Imperialia dell'inglese Gervase di Tilbury (XII secolo) riportano infatti una leggenda - che l'autore sosteneva di aver appreso sul luogo intorno al 1190 -secondo la quale nelle viscere dell'Etna si trovava il meraviglioso palazzo ove Artù giaceva ferito; il re bretone vi si era recato per guarire le piaghe riportate nella battaglia di Camlann.
La leggenda, ripresa anche dall'anonimo autore dei romanzo Floriant et Florete (1250), ebbe in Italia una certa popolarità, tanto che un autore duecentesco che si firmava "Gatto Lupesco" scrisse un breve componimento sui cavalieri di Bretagna: "Ke vegnamo de la montagna / ke l'omo appella Mongibello. / Assai vi semo stati ad ostello / per apparare ed invenire / la veritade di nostro sire / lo Re Artù, k'avemo perduto".
| I GIGANTI DEL SOMERSET Chi avesse osservato dall'alto la zona di Glastonbury ai tempi in cui essa fu raggiunta da Giuseppe di Arimatea avrebbe potuto ammirare qualcosa di meraviglioso. Tutto intorno all"isola", i fiumi, i canali, i confini tra gli appezzamenti di terreno disegnavano i contorni dei Giganti del Somerset: dodici gigantesche immagini che rappresentavano i simboli zodiacali; al loro centro si trovava il simbolo solare di Re Artù. L'intero complesso, realizzato durante il neolitico, si estendeva per qualche miglio e costituiva un immenso tempio dedicato al culto solare, la Tavola Rotonda "originale". Questo, per lo meno, è quanto sostiene la pittrice-scrittrice Katherine Maitwood nel volume Glastonbury Temple of Stars ("il tempio stellare di Glastonbury", 1935), da lei realizzato dopo una ricerca durata sei anni. Il libro causò molta sensazione, e ancor oggi il terreno intorno alla "Tor" continua a essere cartografato da schiere di studiosi alla ricerca di nuove figure e nuovi simboli nascosti nel paesaggio. Un compito - secondo gli scettici - non particolarmente difficile: con un po' di fantasia, qualsiasi elemento naturale può assomigliare a ciò che si desidera. |
La morte di re Artù - dipinto di James G. Archer |