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Allegato a Speciale Martin Mystère n. 11, periodico annuale, maggio 1994

Sergio Bonelli Editore S.p.A., via Buonarroti, 38 - 20145 Milano

a cura di Alfredo Castelli

L'ARTU' LETTERARIO

Il Barbaro

Il raffinato Sovrano

Il Grande Iniziato

Il ritorno di Artù

 

IL BARBARO

I lai ("cantate") diffusi dagli antichi bardi gallesi narravano vicende ambientate in un'epoca storicamente assai improbabile: una specie di "età dell'oro" in cui convivono elementi della leggendaria antichità, della preistoria, dell'occupazione romana, dei primi scontri con i Sassoni. In quell'epoca i Britanni erano comunque i Signori incontrastati dell'attuale Inghilterra. Di queste composizioni ci è pervenuto un parziale elenco, Tryved Ynis Prydein ("Triadi dell'isola di Britannia"), redatto in una peculiare forma letteraria. Le "Triadi" sono infatti brevi componimenti di quattro versi che citano tre differenti personaggi o temi di altrettanti lai ("Tre gelosi abitanti di isole: / Otello a Cipro, e Posthumus in Britannia, e Leonte in Sicilia"); con ogni probabilità esse servivano ai bardi come chiave mnemonica per tenere a mente tre vicende diverse.

A un certo momento nel già vasto repertorio dei bardi si inserirono nuovi lai aventi Artù come protagonista. Lo studio comparato dei testi ha permesso agli studiosi di appurare che ciò avvenne, probabilmente, a partire dal VII secolo. Probabilmente, perché i lai erano diffusi oralmente e le prime raccolte scritte cominciarono a essere redatte solo a partire dal X secolo.

Le più vaste raccolte di narrazioni gallesi sono intitolate Llyfr Gwayn Rhydderch ("il libro bianco di Rhydderch") e Llyfr Coch Hergest ("il libro rosso di Hergest") e ci sono giunte in manoscritti datati dal X al XIII secolo. La prima traduttrice in inglese, Lady Charlotte Guest, li accomunò nel secolo scorso con il nome Mabinogion, un termine ricorrente nel finali dei racconti che, secondo lei, significava "storie per fanciulli". Il Mabinogion raccoglie undici "rami" (racconti); Artù è presente in cinque di essi: "Culhwch e 0lwen", "Il sogno di Ronabwy", "La Dama della Fontana", "Peredur, figlio di Evrawc", "Gereint e Enid".

La figura di Re Artù presenta caratteristiche addirittura sovrumane: Lludd, lo Zeus dll’antico pantheon celtico, è uno dei suoi tre capi guerrieri, e Arawn, re dell'Ade, uno dei suoi tre consiglieri. Artù è il "prìncipe sovrano dell’isola di Britannia"; sotto il suo comando, si riuniscono i guerrieri di Francia, di Scandinavia, di Bretagna, ed egli riceve tributi dalle lontane isole della Grecia. Le famiglie divine gli sono vassalle; Amaethon e Govannon, figli della dea Danu, arano per lui e gli puliscono l'aratro, mentre Nynnyaw e Peibaw, figli del re Beli il Grande, gli si sottomettono. L'immenso regno di Artù non è dissimile da quello fantastico del "Signore degli Anelli" creato da John Ronald R. Toikien: è un territorio incantato in cui, con l'aiuto di guerrieri dotati di meravigliose virtù magiche, Artù sconfigge mostri, streghe e giganti e intraprende viaggi nell'Oltretomba. Il sovrano è circondato da una corte composta da Gwenhwyfar (Ginevra), Myrddyn (Merlino), Keu (Kay), Bedwyr (Bedivere o Beduero), Gwalchmai (Gawain), Owein (Ivano), Medrawt (Mordred), Peredur (Percival).

In alcuni racconti del Mabinogion Re Artù non viene citato, ma compaiono personaggi e si svolgono avvenimenti che, in seguito, entreranno a far parte della sua saga. Il protagonista di "Branwen, figlia di Llyr", Bran il Benedetto (nel ciclo arturiano il re Ban de Benoic), per esempio, possiede un magico calderone in grado di resuscitare i morti e riceve un colpo di lancia che gli provoca una grave ferita. La ferita e, soprattutto, il calderone il quale compare anche in "Culhwch e Oiwen" - sono due elementi che diventeranno addirittura portanti nelle successive narrazioni. Nel Preiddu Anwnn ("Il sacco dell'inferno"), inserito nel cosiddetto Libro di Taliesin, un manoscritto del 1275 che raccoglie i poemi attribuiti al bardo Taliesin (VI secolo), per recuperare un calderone magico che contiene una spada e "non cuoce il cibo dei codardi", Re Artù discende nel regno dell'Anwnn (gli inferi della tradizione gallese), descritto come una fortezza di vetro.

Il poema Cad Goddeu ("La battaglia degli alberi"), appartenente alla stessa raccolta, importa nella saga due personaggi di un racconto non arturiano del Mabinogion, i maghi Gwydion e Math. Il Pa Gur, ventunesimo poemetto di The Black Book of Carmanthren (Il libro nero di Carmanthren"), raccolta redatta intorno al 1250 e tradotta solo nel 1901, è scritto in forma di dialogo tra Artù e Glewlwyd Gafaelfawr ("Glewlwyd dalla forte stretta") e costituisce un prezioso catalogo delle gesta e dei seguaci dell'Artù "celtico". Oltre ai cavalieri Kay e Bedivere, vi compaiono moltissime divinità, tra cui un misterioso "Anwas l'alato" mai citato in altre fonti. Sempre in The Black Book of Carmanthren, nella "Stanza delle sepolture", si afferma per la prima volta che nessuno conosce l'ubicazione della tomba di Artù, perché essa si sposta continuamente.

Tradizioni (orali) a proposito dell'Artù "celtico" si sono sviluppate in un'epoca imprecisata (e, probabilmente, posteriore a quella dei miti gallesi) anche in Bretagna, dove i cavalieri giungevano dall'Inghilterra "camminando su un ponte di isole" (?). Un famoso "luogo arturiano", la foresta di Broceliande, è stato localizzato con una certa sicurezza presso Paimpont, nel Pays de Rennes; qui si trova anche una chiesa nota popolarmente come l'Eglise du Saint Graal. I cavalieri della tradizione bretone sono Ban de Benoic, Bonhor de Gannes, Hector des Mares e Guivret de Lamballe.

IL RAFFINATO SOVRANO

L'Artù celtico-britannico era un personaggio che i Romani avrebbero definito "un barbaro": un re indubbiamente robusto e coraggioso, ma rozzo e incolto. Nell'XI secolo le sue imprese, diffuse oralmente, erano note in tutta Europa, e questa notorietà internazionale impose - come diremmo oggi - un'operazione di "rinnovamento dell'immagine" allo scopo di nobilitare la sua figura.

Il processo che avrebbe trasformato Re Artù da monarca "barbaro" a simbolo di re-sacerdote e unificatore globale fu avviato da uno scrittore gallese, Geoffrey di Monmouth.

Tra il 1130 e il 1150, nell'Historia Regum Britanniae ("Storia dei re di Britannia"), nelle Prophetiae Merlini ("Profezie di Merlino") e nella Vita Merlini ("Vita di Merlino"), Geoffrey di Monmouth - ispirandosi alla tradizione gallese e all’Historia Brittonum di Nennio - tracciò una precisa quanto fantasiosa genealogia del sovrano, elaborò le figure dei comprimari e pose alcuni capisaldi del futuro ciclo, battezzando, per esempio, "Avalon" il sepolcro da cui Artù sarebbe risorto "quando l'Inghilterra avrebbe avuto ancora bisogno di lui".

Lo scrittore recuperò e interpretò in chiave cristiana il personaggio di Myrddyn/Merlino (fu lui a latinizzare il suo nome): il vescovo Alessandro di Lincoln gli aveva chiesto infatti di "prophetias Merlini de britannico in latinum transferre", ovvero di tradurre le profezie di Merlino dal gallese al latino; infatti le Prophetiae Merlini (che, molto probabilmente, Geoffrey aveva reinventato) sono precedute da una dedica all'alto prelato. Forse proprio grazie all'autorità del committente, la Chiesa cattolica considerò Merlino un profeta "cristiano" e degno di rispetto.

Come si può scoprire scorrendo la bibliografia, solo poche opere provengono dal Paese natale del mito, l'Inghilterra: la cosiddetta "Materia di Bretagna" conobbe il massimo sviluppo oltre Manica, presso la corte anglonormanna dei Plantageneti, forse in concorrenza con la popolarissima "Materia di Francia", che narrava le imprese di Carlo Magno e Orlando.

Nel 1155 Robert Wace terminò il primo poema del ciclo, Le Roman de Brut (" Il romanzo di Bruto"). Secondo la tradizione, Bruto era un discendente di Enea, aveva colonizzato la Britannia e dato origine alla stirpe di Artù. L'opera era una libera traduzione in normanno dell'Historia Regum Britanniae, ripulita dai particolari più crudi (non racconta, per esempio, che durante la guerra contro gli Scoti e i Pitti, Artù "li assediò per quindici giorni facendoli morire di fame a migliaia" e poi "si abbandonò a indicibili violenze senza risparmiare quelli che cadevano nelle sue mani" e integrata con nuovi elementi: fu Wace a menzionare per la prima volta la famosa "Tavola Rotonda".

Il vero padre dei "ciclo di Bretagna" fu Chrétien de Troyes (c. 1130-1190), poeta francese protetto da Luigi VII autore di tre poemi: Lancelot ou le Chevalier à la charrette, Ywain ou le Chevalier au lion, Perceval le Gallois ou le Conte du Graal. In quest'ultima opera, incompiuta, Chrétien introdusse nella "materia" il tema della "cerca del Graal", mistico oggetto, probabilmente ispirato ai calderoni delle saghe celtiche, cui abbiamo dedicato una parte di questo Dizionario dei Misteri.

Chrétien battezzò "Camelot" la reggia di Artù e presentò alcuni grandi protagonisti del ciclo, tra cui Lancillotto e Ivano; soprattutto introdusse nella sua opera il tema dell’"amor cortese", che avrebbe caratterizzato tutte le narrazioni successive.

Robert de Boron aggiunse nuovi particolari alla vicenda del Graal nel Joseph d'Arimathie ou Le Roman de l'Estoire dou Sant Graal e nel Perceval en prose., e sviluppò la personalità di Merlino nell'Estoire de Merlin.

Di questi due ultimi poemi non ci sono pervenuti gli originali, bensì alcune versioni in prosa realizzate dagli anonimi autori dei cosiddetto "ciclo della Vulgata", una vasta serie di narrazioni redatta tra il 1215 e il 1235 e nota anche come Lancelot Graal ou Lancelot en prose, che comprende, tra l'altro, l'Estoire del Saint Graal, la Queste del Saint Graal e la Mort d'Arthur attribuita a Walter Map.

Il poema al quale si fa riferimento nell'albo cui è allegato questo Dizionario dei Misteri, Gawain and the Green Knight ("Gawain e il Cavaliere Verde"), fu composto da un'autore anonimo nel 1350 ed è uno dei. più interessanti testi della letteratura medioevale inglese.

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Un'antica riproduzione della Tavola Rotonda

A partire dal XIII secolo, avventure inedite di Re Artù e dei suoi cavalieri cominciarono a essere prodotte al di fuori della Francia, dove incontrarono particolare favore le vicende di Lancillotto, e al di fuori dell'Inghilterra, in cui furono invece più apprezzate le avventure di Gawain.

La storia di Tristano e Isotta, diffusa nel XII secolo da Thomas di Britannia e dalla poetessa inglese Marie de France, ma di origine ancor precedente ai miti arturiani, fu rielaborata in Germania da Gottfried von Strassburg (morto nel 1220). Sempre un poema tedesco - il Parzival, scritto intorno al 1210 dal tedesco Wolfram von Eschenbach - privilegiò gli elementi esoterici e simbolici del ciclo nei confronti di quelli avventurosi.

LA STORIA DI ARTU’ E DEI SUOI NOBILI CAVALIERI

Le Morte d'Arthur di Thomas Malory combina in un'unica opera i capisaldi dell'epopea arturiana. E’ diviso in otto libri, ognuno dei quali è dedicato a un particolare personaggio o a un particolare episodio della vita di Artù.

The Tale of King Arthur e The Noble Tale of King Arthur and Emperor Lucius sono incentrati sulla figura del re. Merlino (che, secondo la Vita Merlini è figlio di un demone, da cui ha ereditato i poteri, e di una donna, da cui ha ereditato la bontà) è il consigliere dei coraggioso e prepotente Re Uther Pendragon. Questi si innamora della virtuosa Ygerne, moglie del duca di Tintagel, la quale non ricambia le sue attenzioni. Il mago fa allora in modo che il suo protetto assuma magicamente l'aspetto del duca: così, grazie a questo inganno, Uther genera Artù, che Merlino prende sotto la sua tutela. Secondo una profezia, chi riuscirà a estrarre una spada profondamente infitta in una roccia diventerà re dei Britanni; Artù riesce dove molti nobili cavalieri hanno fallito, e la profezia si compie. Da una donna misteriosa, la "Signora dei Lago", Artù riceve l'Excalibur, un'invincibile spada che diventerà il simbolo stesso del suo potere. Il re governa saggiamente e riesce a unificare la Britannia; accanto a lui, alla Tavola Rotonda del castello di Camelot, siedono valenti cavalieri, tra cui Lancillotto, Gawain e Kay.

The Noble Tale of Launcelot du Lake, The Tale of Sir Gareth, The Tale of Sir Trystam del Lyones, terzo, quarto e quinto libro di Le Morte, si occupano di avventure "a solo" di Lancillotto, Gareth e Tristano; nel sesto libro, The Tale of the Sankreal, Merlino rivela al sovrano la sua missione più importante, la ricerca del Graal. The Book of Sir Launcelot and Queen Guinivere racconta la famosa storia d'amore tra il cavaliere e la regina Ginevra. L'ultimo libro, The Most Piteous Tale of the Morte Arthur, racconta appunto la morte del re, ucciso dal nipote Mordred nella battaglia di Camlann. Mordred è il figlio di un importante personaggio della saga, la Fata Morgana, sorellastra di re Artù; la sua figura deriva dalle divinità Morrighan, Macha e Modron (la "Grande Madre" celtica).

Morgana compare per la prima volta nella Vita Merlini di Geoff Rey; fa parte di un gruppo di nove fate (a loro volta di tradizione celtica) che vivono ad Avalon.

Il corpo di Artù viene trasportato ad Avalon, da cui risorgerà nel momento in cui l'Inghilterra avrà ancora bisogno di lui. Merlino viene imprigionato in una tomba di cristallo (o d'aria) dalla "Signora del Lago" (da alcuni "unificata" con Morgana); ma continua a vivere "su un altro piano" in attesa della risurrezione del suo re.

 

In Italia tracce arturiane originali si riscontrano in testimonianze di carattere architettonico (tutte curiosamente precedenti alle opere di Geoffrey e di Chrétien). Il bassorilievo dell'archivolto del duomo di Modena racconta una vera e propria avventura di Artù: mostra Ginevra trascinata via da Carados della Torre Dolorosa, e "Artus de Britania", "Calvagin" (Gawain), "Galvarium" (Galeron) e "Isdernus" (Yder) che tentano di liberarla da "Mardoc" (Mordred?). Un'immagine di Artù compare anche sul portale della cattedrale di Bari e nel mosaico pavimentale della cattedrale di Otranto. In quest'opera, realizzata dal sacerdote Pantaleone nel 1165, "Rex Arturius" cavalca un animale simile a una capra e affronta un gatto gigantesco. La presenza di questo animale è particolarmente interessante, in quanto prova come i miti celtici si fossero diffusi anche nell'estremo sud dell'Europa: la creatura, infatti, è descritta nel Pa Gur, dove è battezzata "Cath Palug", "Gatto artigliante"; la storia del combattimento tra la belva e Re Artù è nota anche in Francia, dove il felino si chiama Capalu e sarebbe stato ucciso presso il lago Bourget, sulle Alpi.

L'abbondante letteratura arturiana della nostra Penisola - sia in traduzione, sia di produzione originale - si ispirò ai "canoni" francese e inglese, con una predilezione per le vicende romantiche di Lancillotto e Ginevra, citate anche da Dante ("Noi leggiavamo un giorno per diletto /di Lancialotto e come amor lo strinse; / soli eravamo e sanza alcun sospetto", Inferno, V, vv.127-129), e soprattutto di Tristano e Isotta. Tristano fu citato per la prima volta da Enrico di Settimello nella sua Elegia de diversitate fortunae (XII secolo), poi divenne protagonista di romanzi e "cantari" come il Tristano Riccardiano, La morte di Tristano, Quando Tristano e Lancellotto combatterono al pietrone di Merlino, La vendetta che fe' Miser Lanzelloto de la morte de Miser Tristano. Il Meliades (XIII secolo) di Rusticiano (o Rustichello) da Pisa e La Tavola Ritonda (XIV secolo) combinarono organicamente spunti provenienti da numerose fonti, anticipando, in un certo senso, Le Morte d'Arthur, l'opera in cui, attorno al 1450, l'epopea arturiana venne definitivamente messa a punto. Dell'identità del suo autore, Sir Thomas Malory, si conosce ben poco; gli storici sono propensi a ritenere che fosse un cavaliere di Newbold Revell, nel Warwickshire, il quale, diversamente dai romantici eroi descritti nella sua opera, trascorse in carcere gli ultimi vent'anni della sua vita, con l'accusa di furto, omicidio e stupro. In Le Morte d'Arthur - uno dei primi libri stampati in Inghilterra - si trovano finalmente tutti gli ingredienti alla base di centinaia di opere successive.

SPADE INCANTATE

Nelle varie versioni dei miti arturiani compaiono molte spade incantate: la "spada di Davide" (o "spada dagli strani pendagli"), utilizzata dal re Varian per uccidere il re Lambor; le due spade di Balin il Selvaggio (forse lo stesso Varian), con cui venne inferto il "colpo doloroso" al "Re Pescatore"; la spada Drnwyn, appartenuta al re Rhydderch il Generoso. Le spade più famose sono comunque quella estratta da Artù dalla roccia e, soprattutto, l'invincibile Excalibur.

La prima - sovente confusa con l'Excalibur - rimase distrutta in battaglia; la seconda, nota anche come Caliburnus o Caladvwich, Caladboig, letteralmente "Fulmine solido", fu fabbricata da Wieland, il fabbro degli dei, e donata ad Artù dalla "Signora del Lago". Chi possedeva l'Excalibur non poteva essere sconfitto; ma la Fata Morgana si impadronì dei suo fodero, che preservava dalla perdita di sangue, e il sovrano rimase mortalmente ferito. Dopo il suo trasporto ad Avalon, Sir Bedivere gettò l'Excalibur nelle acque ove dimorava la "Signora dei Lago": l'arma venne afferrata da una mano femminile e trascinata sotto le acque.

IL GRANDE INIZIATO

Quando Federico Il Hohenstaufen edificò Castel dei Monte, un palazzo ottagonale ricco di simboli ermetici, aveva in mente un preciso modello: Camelot, la reggia di Artù, re, sacerdote e "iniziato", esperta guida politico-militare ma anche tramite tra il suo popolo e la divinità, perfetto esempio di reggitore di popoli.

Fin dagli inizi della diffusione della "Materia di Bretagna", alla figura di Artù erano stati attribuiti significati simbolici; nel suo Parzival (1210) Wolfram von Eschenbach aveva introdotto, come si è già detto, numerosi spunti esoterici. A partire dal secolo scorso - grazie alla fondazione della Società Teosofica e del Golden Dawn - scoppiò un vero proprio boom dell'occultismo e delle religioni orientali: in quell'epoca si diffusero le teorie sulle origini "magiche" di Atlantide, si moltiplicarono i saggi sull'origine dei tarocchi e si cominciò a parlare del "centro occulto" di Agarthi. L'opera di Wolfram venne perciò "riletta" in senso totalmente iniziatico, tanto che il musicista Richard Wagner dedicò a Parzival un'opera "In chiave massonica" (Parsifal, 1882), definita dall'autore stesso "una rappresentazione sacra".

Vi rimandiamo alle pagine successive per quanto riguarda le concezioni "esoteriche" del Graal; per ciò che concerne strettamente Re Artù, l'americana Jesse Weston, autrice di From Ritual to Romance ("Dal rito all'amor cortese", 1920), scoprì una serie di curiose coincidenze. Il castello del Graal descritto da Wolfram era sorprendentemente simile al complesso di Takht-i-Sulaiman, il principale centro del culto di Zoroastro, edificato in Iran nel VI secolo a.C.

I "Parsi", ovvero i seguaci della religione zoroastriana, adoravano il dio solare Ahura Mazda, il cui principale sacerdote era denominato "Athur Gushnasp" e custodiva il sacro "Fuoco Reale". Athur-Arthur era dunque il sacerdote di un culto segreto importato in Inghilterra da alcuni soldati romani seguaci del culto di Mitra, strettamente legato allo zoroastrismo. Una riprova? Nella tradizione celtica la "pietra della conoscenza" - un oggetto sacro analogo al Graal e al "Fuoco Reale" - era stata donata agli uomini dal dio Fal; "Parsifal", il cavaliere incaricato di trovare il Graal, ha un nome simbolico che unisce la tradizione zoroastriana ("Parsi") a quella celtica ("Fal"). La triade Artù-Graal-Parsifal simbolizzerebbe la Trinità della "religione primordiale" che ricorre in varie religioni, compresa quella cristiana.

Altre dottrine esoteriche hanno preso in esame la figura di Merlino: per alcuni proveniva dalla mitica Agarthi ed era uno dei "superiori sconosciuti" sparpagliati sulla Terra dal "re dei mondo" con il compito di portare avanti l'antica tradizione magico-religiosa del "regno di sotterra", Secondo l'occultista Dion Fortune, Myrddyn era un sacerdote di Lyonesse, una delle città di Atlantide affondata al largo della Cornovaglia; dal "continente perduto" aveva importato culti esoterici diffusi poi tra i Celti dal discepolo Artù e dai suoi successori. Per George Hunt Williamson, autore di The Secret Places of the Lion ("I luoghi segreti del leone"), Merlino si è reincarnato in Joseph Smith, fondatore della Chiesa Mormonica.

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Il grande complesso di Takht-I-Sulaiman, in Iran

IL RITORNO DI ARTU’

Nel periodo di transizione tra il Medioevo e il Rinascimento, i gusti letterari mutarono e la produzione di nuove vicende di Re Artù subì un rallentamento: tra le poche opere uscite tra il XV e il XVII secolo si annoverano i racconti Tom a Lincoine, scritto da Richard Johnson tra il 1599 e il 1607, e History of Tom Thumb the Liffle ("La storia di Pollicino"), del 1621; i poemi The Faerie Queene ("La regina delle Fate") di John Milton (1599), Loves Martyr ("Martire d'amore") di Robert Chester (1601), Prince Arthur e King Arthur(11 695) di Richard Blackmore; i drammi The Misfortunes of Arthur, di Thomas Hughes (1588), The Speeches at Prince Henry's Barriers ("I discorsi alle barriere dei principe Heriry") di Ben Johnson (1610).

Nel XIX secolo vennero ristampati alcuni classici arturiani, tra cui Le Morte d'Arthur di Thomas Maiory. Il movimento dei preraffaelliti scoprì così quelle vicende che rispondevano alle caratteristiche dell'allora nascente letteratura romantica: Lord Alfred Tennyson diede inizio, nel 1832, al cosiddetto "revival arturiano", con un poemetto intitolato The Lady of Shalott ("La signora di Shalot").

Da quel momento la produzione riprese con un'intensità ancor superiore a quella delle origini; le opere a tema arturiano percorrono tutti i campi della letteratura, dal romanzo storico a quello di fantasy, dalla fantascienza al poliziesco (per i titoli più rappresentativi vi rimandiamo alla bibliografia).

La saga di Re Artù e dei suoi cavalieri è stata trasferita nel mondo moderno (come in La terra desolata di Thomas Stearns Eliot) o in quello futuribile (da Poul Anderson e Roger Zelasny); è stata interpretata in chiave esoterica, religiosa, psicanalitica, politica, satirica.

Insomma, Re Artù è al centro di un vastissimo e variegato universo e, millequattrocento anni dopo la sua "nascita", continua a essere - come è scritto su una lapide ad Avalon - Rex Quondam, Rexque Futurus, ("Re una volta, e re per il futuro").