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Allegato a Speciale Martin Mystère n. 11, periodico annuale, maggio 1994

Sergio Bonelli Editore S.p.A., via Buonarroti, 38 - 20145 Milano

a cura di Alfredo Castelli

IL SANTO GRAAL

Il grembo fecondo

Il Graal di Re Artù

La "Queste" del Santo Graal

I Predatori della Coppa perduta

Stimolatore della fantasia

 

IL GREMBO FECONDO

"In Caer Pedryvan, dopo averlo percorso per quattro volte / Raggiungemmo il Calderone dell'Anwnnl che portava intorno al bordo una fila di perle / Dal fiato di nove muse esso era riscaldato / ed esso non può cuocere il cibo di un codardo". I versi sono tratti dal Preiddu Anwnn, attribuito al bardo Taliesin, e descrivono il "Calderone dell'Anwnn" o "Calderone di Dagda", portato nel mondo materiale dai Tuatha dè Danaan, rappresentanti ultraterreni dei "Piccolo Popolo", e recuperato da Artù nel castello ("Caer") di Pedryvan.

Come molti altri modesti oggetti a esso affini - tazze, catini, vasi, calici - il calderone, ovvero il contenitore, riveste nella mitologia un nobile ruolo: è infatti il simbolo dei grembo fecondo della "Grande Madre", la Terra, e, al pari dell'inesauribile Cornucopia dei Greci e dei Romani, porta vita e abbondanza. La tradizione cristiana annovera almeno due sacri contenitori: il calice dell'Eucarestia e - sorprendentemente - la Vergine Maria. Nella Litania lauretana essa è descritta come "Vas spirituale, vas honorabile, vas insigne devotionis", ovvero "vaso spirituale, vaso dell'onore, vaso pregiato di devozione": nel grembo ("vaso") della Madonna, infatti, si era incarnata la divinità.

 

IL GRAAL DI RE ARTU’

"Un graal entre ses deus mains / une damoisele tenoit / ( .. ) / De fin or esmereè estoit / prescieuses pierres avoit / el graal de maintes manieres, / de plus riches et de plus chieres / qui en mer ne en terre soient. (..) Et li vallées les vit passer, / ne n'osa mie demander / Del graal cui l'en eri servoit".

("Una damigella teneva un graal tra le sue mani. ( ... ) Era fatto di oro puro, e c'erano nel graal molte preziose pietre, le più belle e le più costose che ci siano per terra e per mare. […] E vide passare i valletti, e non osò domandare chi sarebbe stato servito con il graal").

Così Chrétien de Troyes, intorno al 1190, descrisse la prima apparizione dei Graal in Perceval le Gallois ou le Conte du Graal. La scena si svolge nel castello del "Re Pescatore", un personaggio su cui ritorneremo. Qui il cavaliere Parsifal assiste, presso la tavola imbandita, a una processione in cui sfilano alcuni oggetti simbolici: una lancia insanguinata, due candelabri a dieci braccia, un grande piatto e, appunto, un "graal". La parola è scritta in minuscolo e utilizzata con il significato generico di "coppa": il termine deriva infatti dal latino gradalis, con cui si designava una "scutella lata et aliquantulum prutunda" ("una tazza larga e piuttosto fonda"); tuttavia, curiosamente, ai tempi di Chrétien il termine era già arcaico.

Nessuno può sapere con sicurezza perché l'autore decise di introdurre questo elemento nella materia arturiana. Forse lo fece perché era a conoscenza del Preiddu Anwnn e dei miti celtici dei Calderone e decise di rielaborarli in forma cristiana; forse esisteva già una tradizione orale sul Graal nella forma in cui ora lo conosciamo; forse, come asserisce nell'introduzione del Conte du Graal, si ispirò a un misterioso libro "proveniente dalla Terra Santa" donatogli dal conte Filippo di Blois; o forse, infine, il Graal fu una sua geniale invenzione letteraria.

Chrétien introdusse nel suo Conte uno degli elementi portanti della saga del Graal: quello della "domanda non pronunciata" ("e non osò domandare chi sarebbe stato servito con il Graal"), ma solo nel successivo Joseph d'Arimathie ou le Roman de l'Estoire dou Graal, scritto da Robert de Boron intorno al 1202, venne descritta quella che sarebbe divenuta la caratteristica principale dei contenitore: il fatto che si trattasse del calice dell’Ultima Cena, in cui Giuseppe d'Arimatea aveva raccolto il sangue di Gesù crocifisso. De Boron chiamò la coppa "Graal" una volta sola, in un inciso (in verità un po’ slegato dalla "continuity" del testo) da cui si evince che il contenitore aveva già una storia e un nome particolare prima di essere utilizzato da Gesù: "Io non oso raccontare, né riferire, né potrei farlo ( ) le cose dette e fatte dai Grandi Saggi. Là sono scritte le ragioni segrete per cui il Graal è stato designato con questo nome". In più Robert de Boron si garantisce depositario unico della storia del Graal: scrive infatti che "A ce temps que je la retreis, / 0 mon Seignour Gautier en peis / Qui de Mont Belyal estoit / Unques retreites este n'avait" ("Quando ho raccontato [la storia dei Graal] in tempo di pace al mio signore Gautier che proveniva da Mont Beiyal, non era mai stata raccontata prima").

Prima di dare sepoltura a Cristo - racconta De Boron - Giuseppe aveva raccolto nel calice usato durante l’Ultima Cena alcune gocce del sangue del Redentore. Appena gli ebrei erano venuti a conoscenza del suo pio gesto, lo avevano fatto rinchiudere "nel punto più profondo di una torre circolare, che era an che orrida e buia perché costruita con solida pietra" . Qui a Giuseppe era comparso Gesù, che gli aveva consegnato la coppa e gliene aveva affidato la custodia, Quando, più di quarant’anni dopo, Giuseppefu liberato per intercessione dell'imperatoe Vespasiano, non era invecchiato di un solo giorno e riteneva di essere stato prigioniero soltanto poche ore: grazie a quel miracolo, Vespasiano si converiì al cristianesimo.

Sempre secondo De Boron, nel suo viaggio apostolico in Nord Europa Giuseppe portò con sé il Graal (ma secondo la Chronica sive Antiquitates Glastoniensis Ecclesiae, scritta nel XIV secolo da John of Glastonbury, non si trattava di una coppa bensì "di due ampolle" che contenevano il sangue e il sudore di Cristo). il Joseph d'Arimathie fu continuato e integrato in La queste del Saint Graal ("La cerca dei Santo Graal") da un anonimo autore dei "ciclo della Vulgata", il quale introdusse nella narrazione una serie di elementi mistico-religiosi che sembrerebbero derivare dalle dottrine di San Bernardo di Chiaravalle: per questo molti commentatori ritengono che l'autore di La queste fosse un monaco cistercense. In Le Grand Graal ("Il Grande Graal", XIII secolo) il Graal è associato a (o "è" tout-court) un libro scritto da Gesù Cristo "alla cui lettura può accedere solo chi è in grazia di Dio".

Le verità di fede che esso contiene "non potranno mai essere pronunciate da lingua mortale senza che i quattro elementi ne vengano sconvolti. Se ciò, infatti, dovesse accadere, i cieli diluvierebbero, l'aria tremerebbe, la terra sprofonderebbe e l'acqua cambierebbe colore". Il libro coppa possiede dunque un temibile potere.

Il Grand Graal è collegato sia a tradizioni ebraiche (viene trasferito in Inghilterra in un contenitore identico all'arca dell'Alleanza) sia a tradizioni islamiche: è infatti in relazione con una terra chiamata "Sarraz", impossibile da situare storicamente o geograficamente (non è in Egitto, ma "vi si vede da lontano il Grande Nilo"; il suo re combatte contro un Tolomeo, mentre la dinastia tolomaica si estinse prima di Cristo), ma situata comunque in Medio 0riente. Da essa, infatti – afferma l'autore - "ebbero origine i Saraceni".

Intorno al 1210, nel poema Parzival, lo scrittore tedesco Wolfram von Eschenbach conferì al Graal caratteristiche differenti da quelle delle altre narrazioni.

Non era una coppa, bensì come l'una pietra del genere più puro ( .. ) chiamata lapsit exillas. Se un uomo continuasse a guardare la pietra per duecento anni, [il suo aspetto] non cambiereb be: forse solo i suoi capelli di venterebbero grigi".

Il termine "lapsit exillas" (più esattamente "lapis exilis") è di origine alchemica: "Hic lapis exillis extat precio quoque vilis / Spurnitur a stultis, amatur plus ab aedoctis" ("Questa esile pietra è davvero di poco costo; è disprezzata dagli sciocchi ma ben più apprezzata dai saggi"), scrisse il famoso alchimista Arnoldo di Villanova (XIII secolo) riferendosi alla pietra filosofale. Il Graal corrisponderebbe dunque a questo oggetto, in grado simbolicamente di tramutare i metalli vili in oro, ovvero di permettere all'uomo di passare dallo stadio di bruto a quello di illuminato.

Le parole lapis exilis sono state interpretate anche come "Lapis ex coelis", ovvero "Pietra caduta dal cielo": e, difatti, Wolfram scrive che la pietra era uno smeraldo caduto dalla fronte di Lucifero e portato a terra dagli angeli rimasti neutrali durante la ribellione. La tradizione esoterica delle "pietre celesti", tramiti fisici tra l'uomo e Dio, è tipica della "terra di Sarraz", il Medio 0riente: la pietra nera della Mecca è l'oggetto più sacro della religione islamica; i seguaci della Qabbalah ebraica utilizzano il termine "Pietra dell'esilio" per designare lo Shekinah, ovvero la manifestazione di Dio nel mondo materiale; ancora più a est, l’Urna incastonata nella fronte di Shiva della tradizione induista simboleggia il "Terzo Occhio", organo metafisico che permette la visione interiore. E, del resto, Wolfram scrisse che aveva attinto da un libro di un certo Kyot di Provenza, il quale, a sua volta, era stato ispirato dal suo Maestro, un islamico "esperto della saggezza delle stelle" di nome Flegitanis.

 

LA "QUESTE" DEL SANTO GRAAL

Giunto in Inghilterra, il Graal subì numerose peripezie, che variano in modo considerevole a seconda delle fonti. Estrapolando dalla "Materia di Bretagna" gli episodi più ricorrenti, è possibile tracciarne schematicamente la storia. Dopo aver fondato la sua chiesa a Glastonbury, Giuseppe d'Arimatea affida la coppa a un guardiano che viene soprannominato "Ricco Pescatore" o "Re Pescatore" perché, come Gesù, ha sfamato un gran numero di persone moltiplicando un solo pesce. A seconda delle versioni il "Re Pescatore" si chiama Pelles, Parian, Pellehan, o ancora Hebron o Bron, cognato di Giuseppe di Arimatea e nonno (o zio, o cugino) di Parsifal; talora è identificato con lo stesso Giuseppe. Nel Parzival di Wolfram von Eschenbach, è un re chiamato Amfortas, la cui figlia Repanse sposa l'eroico fratellastro di Parsifal, il saraceno Feirefiz. E qui il racconto di Wolfram si innesta in un altro famoso mito. Feirefiz e Repanse si recano in India, dove generano Prete Gianni, il misterioso sacerdote cristiano a capo di un potentissimo regno a lungo ricercato dai viaggiatori medioevali.

Secoli dopo, nessuno sa più dove si trovi il "Re Pescatore": il Graal è, di fatto, perduto. Sulla Britannia si abbatte una maledizione chiamata dai Celti Wasteland ("La terra desolata"), uno stato di carestia e devastazione. Il Wasteland è stato scatenato dal "Colpo Doloroso", ovvero da un colpo vibrato da Balin il Selvaggio con la lancia di Longino (in altre versioni, da re Varlans con la spada di Davide) nei genitali del "re magagnato".

Il Maimed King si chiama Lambor o, quando è identificato con il "Re pescatore", Parlan, Pellehan, Pelles, Amfortas. Per annullare il Wasteland - spiega Merlino ad Artù - è necessario intraprendere la "queste" del Graal, simbolo della purezza perduta. Un cavaliere (Parsifal "il puro folle", sostituito nelle narrazioni del tardo XIII secolo, da Galahad, "il cavaiiere vergine") occupa allora lo "scranno periglioso", una sedia tenuta vuota alla Tavola Rotonda, su cui può sedersi (pena l'annientamento) solo "il cavaliere più virtuoso dei mondo", colui che è stato predestinato a trovare il Graal.

Ispirato da sogni e presagi e superando una serie di prove "perigliose" (il "cimitero periglioso", il "ponte periglioso", la "foresta perigliosa", il "guado periglioso", eccetera), Parsifal rintraccia Corbenic (0 Carbonek, o Munsalvaesche), il castello del Graal, e giunge al cospetto della Sacra Coppa. Non osa però porre le domande "Che cos'è il Graal?" e "Di chi esso è servitore?", contravvenendo così al suggerimento evangelico "Bussate e vi sarà aperto" Il Graal scompare di nuovo.

Dopo che il cavaliere ha trascorso alcuni anni in meditazione, la ricerca riprende. Finalmente Parsifal (o Galahad) pone il quesito, a cui viene risposto: "E il piatto nel quale Gesù Cristo mangiò l'agnello con i suoi discepoli il giorno di Pasqua. (..) E perché questo piatto fu grato a tutti lo si chiama Santo Graal" (la frase, che comprende l'insolita etimologia grato-Graal, è tratta da La queste del Saint Graal). Il "re magagnato" si riprende, il Wasteland finisce; Re Artù muore a Camlann e Merlino sparisce nella sua tomba di cristallo (o d'aria).

Siamo intorno all'anno 540: il Graal viene finalmente riportato a "Sarraz" (o nel "regno di Prete Gianni") da Parsifai o Galahad.

 

I PREDATORI DELLA COPPA, PERDUTA

Fingiamo per un attimo di credere che la vicenda dei Graal sia avvenuta davvero e che, nel Vi secolo, esso sia ritornato nella nativa "Sarraz". Perché nei secoli successivi non se ne è più sentito parlare ed esso è balzato (o tornato) improvvisamente alla ribalta soltanto nel XII secolo? Che cosa aveva ridestato tanto interesse nei confronti di un mito apparentemente dimenticato?

A partire dal 1095 molti cavalieri cristiani si erano recati in Terra Santa in occasione delle Crociate; là erano entrati per forza di cose in contatto con le tradizioni religiose ed esoteriche del luogo: forse qualcuna di esse magari riferita nel famoso libro cui Chrétien dichiarò di essersi ispirato - parlava del sacro contenitore e delle avventurose vicende di cui era stato protagonista cinquecento anni prima. Può essere che, grazie ai Crociati, la leggenda abbia raggiunto l'Europa e vi si sia diffusa; può persino essere, come ritengono alcuni, che il Graal sia stato materialmente rintracciato dai Crociati e portato nel Vecchio Continente.

Dove? Qui di seguito troverete un elenco dei nascondigli più probabili tratto dal volume L'Enciclopedia dei Misteri di Alfredo Castelli (Oscar Mondadori, 1993) e abbondantemente aggiornato. Nuovi studi sulla possibile collocazione della famosa coppa continuano infatti a essere regolarmente pubblicati; esistono persino volumi (come The Grail Seeker's Companion di John Matthews, una delle massime autorità in materia) dedicati specificamente ai "predatori della coppa perduta".

 

FRANCIA

Il Graal si trova nel castello di Gisors. I cavalieri Templari avevano stretto rapporti con la "Setta degli Assassini", un gruppo iniziatico ismailita che adorava una misteriosa divinità chiamata "Baphomet". Per alcuni l'idolo altro non era che il Graal; prima di essere sgominati, gli Assassini lo avevano affidato ai Templari, i quali lo avevano portato in Francia verso la metà del XII secolo. Del resto Wolfram chiamò Templeisen i cavalieri che custodivano il Graal nel castello dei re Amfortas. Se le cose fossero davvero andate così, ora il Graal si troverebbe tra i leggendari tesori dei Templari (molto ricercati, ma mai rinvenuti) in qualche sotterraneo del castello di Gisors.

 

Il Graal si trova nel castello di Montségur. Dopo che il culto di Zoroastro era stato disperso, alcune delle sue dottrine furono ereditate dai Manichei e, in seguito, dai Catari o Albigesi; questi ultimi erano giunti in Europa dal Medio Oriente, passando per la Turchia e i Balcani e si erano stabiliti in Francia nel XII secolo. Nel 1244, dopo una lunga persecuzione da parte dei Papato e dei francesi, furono sterminati nella loro fortezza di Montségur; se avessero portato con sé il Graal durante le loro peregrinazioni, ora esso potrebbe trovarsi assieme al resto del loro tesoro in qualche impenetrabile nascondiglio dei castello. E di nuovo Wolfram a fornire un indizio in proposito: il "castello dei Graal" (quello simile a Takht-I-Sulaiman) si chiama infatti "Munsalvaesche", cioè "Monte Salvato" o "Monte Sicuro".

Negli anni '30 il tedesco Otto Rahn, colonnello delle SS e autore di Crusade contre le Graal e La Cour de Lucifer, intraprese alcune ricerche a Montségur e in altre fortezze catare con l'appoggio dei filosofo Alfred Rosenberg, amico personale di Hitler. Sul destino di questa specie di Indiana Jones in versione nazista non si hanno dati precisi: secondo Gerard de Sede, autore di Le Trésor Cathare ("il tesoro Cataro"), fu rinchiuso in un campo di concentramento perché "sapeva troppo"; l'episodio fornì comunque al romanziere Pierre Benoit, già autore dei celebre L'Atlantide, lo spunto per il romanzo Monsalvat.

il Graal si trova in Provenza. Secondo Alfred Weisen, autore di L'ile des veilleurs ("L’isola dei veglianti"), il termine Graal sarebbe la contrazione di Gross Aal, ovvero "Grande tempio" in una lingua dimenticata. Il tempio in questione sarebbe costituito da una zona delle Gorges du Verdon, delimitata dal disegno di uno zodiaco di 15 chilometri di diametro tracciato sul terreno da fiumi e sentieri, e visibile soltanto da alta quota. Questa zona, "l’isola dei veglianti", sarebbe stata considerata sacra fin dalla più remota antichità, in quanto riproduce l'universo con tutte le sue caratteristiche; qui si sarebbe sviluppato, tra l'altro, l'Aporreta, dottrina segreta di Pitagora simboleggiata dal famoso quadrato magico del "Sator" ritrovato a Pompei. Nel volume di Weisen potrete ritrovare - assieme a Re Artù e Ginevra - un'infinità di altri personaggi, avvenimenti e luoghi "mysteriosi", da Gesù ai Rosa Croce, dall'iperborea al tempio di Salomone e al labirinto di Creta, tutti collegati in qualche modo al mistico tempio.

Il Graal è la Francia. In 762 pagine, fitte di avvenimenti che si estendono dal remotissimo passato fino al 1992 e che comprendono un'enorme quantità di misteri e personaggi apparentemente eterogenei (Rennes-Les-Châteaux e i dischi volanti, Giovanna d'Arco e la Nuova Atlantide, Nostradamus e Vercingetorige), Le Royaume du Graal ("il reame del Graal") di Jean Robin dimostra come il Graal rappresentato fisicamente da oggetti di alto valore simbolico sia in realtà l'intera Francia, il paese che Dio ha prescelto per portare avanti la missione intrapresa da Cristo, la salvezza dell'umanità.

 

INGHILTERRA

Il Graal si trova a Glastonbury. Tra la collina della "Tor" e i resti dell'abbazia di Glastonbury si trova un pozzo denominato attualmente Chalice Well, ovvero "Pozzo del Calice". Secondo l'esoterista e filosofo inglese Tudor Pole, che acquistò il terreno del pozzo con l'intento di renderlo accessibile a tutti i visitatori, Giuseppe d'Arimatea vi aveva nascosto il Graal al suo arrivo in Britannia.

La leggenda del "Graal dentro il pozzo" è in realtà molto recente: fu inventata dal poeta Alfred Tennyson per il suo Idylls of the King (XIX secolo); tuttavia il Chalice Well è legato dalla tradizione ad altre due coppe. Una, di olivo, fu rinvenuta nel pozzo qualche secolo fa; era un oggetto rituale dei Celti e, probabilmente, è ancora conservata in una collezione privata. Un'altra (o forse sempre la stessa) fu ricercata a lungo dall'occultista John Dee. Nel 1582 questi aveva visitato più volte Glastonbury, convinto che nel Chalice Well si celasse un vaso con l'elisir di lunga vita.

 

IRAN

Il Graal si trova a Takht-I-Sulaiman. Il "castello dei Graal" descritto da Wolfram von Eschenbach è sorprendentemente simile a Takht-I-Sulaiman (Iran), il principale centro del culto di Zoroastro. Qui, prima di venire dispersi e allontanati, i seguaci di Zoroastro adoravano il simbolico "Fuoco Reale", fonte della conoscenza.

Takht-I-Sulaiman potrebbe essere dunque la mitica "Sarraz", da cui il Graal (il "Fuoco Reale"?) giunse, a cui ritornò e dove forse si trova ancora.

 

 

ITALIA

Il Graal si trova a Torino. Importato forse dai pellegrini che si spostavano per l'Europa durante il Medioevo o forse dai Savoia assieme alla Sacra Sindone, il Graal sarebbe giunto nel capoluogo piemontese; le statue del sagrato del tempio della Gran Madre di Dio, sulle rive del Po, indicano, a chi è in grado di comprenderne la complessa simbologia, il nascondiglio in cui si trova la coppa.

Il Graal si trova a Bari. Nel 1087, un gruppo di mercanti portò a Bari dalla Turchia le spoglie di san Nicola e in loro onore venne edificata una basilica, In realtà la traslazione del Santo era solo la copertura di (in ritrovamento ben più importante, quello del Graal.

I mercanti erano in effetti cavalieri in missione segreta per conto di Papa Gregorio VII. Il Pontefice era al corrente del potere del calice e voleva recuperarlo da "Sarraz", in quanto temeva che la sua presenza sul suolo turco avrebbe aiutato i Saraceni nella loro espansione ai danni dell'Impero Bizantino e avrebbe nociuto al programmato intervento di forze cristiane in Terra Santa a difesa dei pellegrini.

Non è dato di sapere dove si trovava la coppa e chi comandò la spedizione; sta di fatto che, in una chiesa sconsacrata di Myra, i cavalieri prelevarono anche alcune ossa, poi ufficialmente identificate come quelle di san Nicola. Il recupero delle spoglie giustificò la spedizione in Turchia e l'edificazione di una basilica a Bari; la scelta di custodire il Graal in quella città, anziché a Roma, fu determinata da due motivi: da lì si sarebbero imbarcati i cavalieri per la Terra Santa e il Graal avrebbe riversato su di loro i suoi benefici effetti; in più la sua presenza avrebbe protetto Roberto il Guiscardo, re normanno di Puglia, principale alleato del Papa nella lotta contro Enrico IV. A ricordo dell'avvenimento, sul portale della cattedrale (edificata parecchi anni prima della divulgazione della "Materia di Bretagna") si trova l'immagine di Re Artù e un'indicazione stilizzata del nascondiglio. La tomba di san Nicola continua a emanare un liquido chiamato "manna" che, oltre a essere altamente nutritivo, come il Graal guarisce da ogni male.

Il Graal si trova a Castel del Monte. I cavalieri Teutonici, fondati nel 1190, erano in contatto sia con i mistici Sufi - una setta islamica che adorava "Il Dio delle tre religioni", ebraica, islamica e cristiana - sia con l'illuminato imperatore Federico II Hohenstaufen, a sua volta seguace di quella dottrina.

Tramite i cavalieri Teutonici, i Sufi avrebbero affidato il Graal all'imperatore, affinchè lo preservasse dalle distruzioni scatenate dalle Crociate. In tal caso, il Graal si troverebbe a Castel del Monte, un palazzo a forma di coppa ottagonale edificato apposta per custodirlo (secondo alcuni, lo stesso edificio di Castel del Monte è il Graal). Wolfram sembra fornire un appoggio anche a questa tesi: nel suo Parzival ha infatti evidenziato il legame tra le religioni cristiana, ebraica e islamica.

Il Graal si trova a Genova. Nella cattedrale di Genova si trova tuttora il Sacro Catino, un piatto di vetro verde di circa quaranta centimetri di diametro rinvenuto durante il sacco di Cesarea nel 1101. I crociati ritenevano che il contenitore fosse ricavato da uno smeraldo e che si trattasse di un dono della regina di Saba a Salomone. Nel XIII secolo l'arcivescovo Jacopo da Varagine scrisse che "si raccontava (…) che in quel piatto Cristo avesse mangiato durante l'ultima cena. (...) Che questo sia vero non possiamo saperlo (…), ma non possiamo però passare sotto silenzio il fatto che, in certi libri degli inglesi, si dice che quando Nicodemo tolse il corpo di Cristo dalla croce, egli raccolse il suo sangue in una stoviglia di smeraldo"

Il Graal si trova in Val d'Aosta. 0, per lo meno, in Val d'Aosta si trova l'ultimo contenitore il cui nome è imparentato etimologicamente con "Graal": la grolla, una coppa dotata di vari beccucci da cui bere a turno una bevanda ottenuta miscelando caffè e liquore, in una sorta di rituale atto a stimolare l'amicizia.

 

SPAGNA

il Graal si trova a Valencla. Giunto misteriosamente (forse portato dai Catari) a San Juan de la Peña nel 1060, il Santo Graal "spagnolo" ha conosciuto varie traversie ed è stato trasferito a Saragozza nel 1399, a Barcellona nel 1409, a Valencia nel 1437, quindi ad Alicante (1809), poi a Eivissa (1812), poi a Palma di Maiorca (1812), infine di nuovo a Valencia (1813).

Questo Graal -viaggiatore - possiede una caratteristica assolutamente unica rispetto agli altri descritti in questo capitolo: vero o falso che sia, esiste materialmente ed è conservato ed esposto al pubblico in una cappella della cattedrale di Valencia.

STIMOLATORE DELLA FANTASIA

Da quanto abbiamo visto finora, il Graal (o "Grail", o "Sankreal", o "Sanguinalia") è un oggetto materiale e simbolico insieme; è appartenuto a Gesù ma, probabilmente, esisteva prima dei suo avvento; è di provenienza ultraterrena e, fisicamente, si è manifestato in Oriente o in Medio Oriente.

Solitamente è rappresentato come un contenitore, ma può essere anche una pietra; è spesso associato con altri oggetti sacri; forse è un libro o una dottrina "in divenire", in quanto dal Graal ci si può abbeverare (come ricorda l'episodio dell'Ultima Cena), ma vi si può anche "versare" qualcosa (il sangue di Cristo crocifisso). Sul piano materiale può nutrire, guarire le ferite e garantire la giovinezza eterna, ma è anche dotato di temibili poteri; sul piano spirituale trasmette la conoscenza e avvicina l'uomo a Dio.

Molte tradizioni, molte leggende e molte discipline esoteriche di tutto il mondo parlano di oggetti con le caratteristiche appena descritte. Essi sono stati identificati con nomi diversi: la "lampada di Aladino", il "vello d'oro", "l’Arca dell'Alleanza", il "Baphomet", la "pietra filosofale".

Qual è dunque la "vera" natura dei Graal? Nell'interpretazione più realistica, è una favolosa invenzione letteraria stimolata da miti antecedenti, attecchita su un terreno particolarmente fertile e arricchita di nuovi particolari da successive generazioni di autori. Nell'interpretazione più materialistica è "semplicemente" la coppa dell'Ultima Cena, preziosissimo oggetto di antiquariato. Per gli antropologi è un corpus di dottrine elaborato attraverso i secoli ("vi ci si può abbeverare e vi ci si può versare"), forse supportato fisicamente da un testo scritto: secondo T.H. White, l'autore di La spada nella roccia, esiste addirittura una Secret School of the Grail. Per la tradizione cristiana, il Graal rappresenta l'evangelizzazione del mondo barbaro, operata dai missionari, stroncata dalle persecuzioni e riconquistata da uomini di buona volontà grazie all'opera di un sacerdote (Merlino), oppure la cacciata dall’Eden (il Wasteland) e la successiva redenzione grazie all'intervento di Gesù.

Per il (discusso) filosofo Julius Evola rappresenta la Tradizione occidentale, "nordica", "ghibellina", contrapposta a quella "giudaico-cristiana". Per l'esoterista René Guenon il Graal è il "cuore di Cristo", potente simbolo della religione primordiale praticata ad Agarthi, di cui Gesù sarebbe stato un esponente. Per gli alchimisti rappresenta la conoscenza, e la sua ricerca equivale a quella della pietra filosofale o dell'elisir di lunga vita.

Per Carl Gustav Jung è un archetipo dell'inconscio; per Jesse Weston è un simbolo sessuale e di fertilità; per Walter Stein, autore di The Ninth Century and the Holy Grail ("Il nono secolo e il Santo Graal"), il Graal è connaturato con l'intero pianeta: un generatore di energia spirituale, ma anche politica e socioeconomica. Per Rudolf Steiner è "il simbolo degli eventi dell'epoca primitiva percepiti dalla sensibilità dell'animo"; quando, nel 1913, progettò l'edificio chiamato Gotheanum, il filosofo tedesco intese realizzare un nuovo "castello del Graal". Per Adolf Hitler è uno strumento magico con cui ottenere il potere assoluto; per gli autori di romanzi di fantascienza e per i fautori dell'ipotesi Extraterrestre è un'apparecchiatura proveniente dallo spazio, o qualcosa che ha a che vedere con i terribili poteri della fusione nucleare. Per Martin Mystère, i Graal non sono uno, ma addirittura sette, il che giustifica certe apparenti contraddizioni sulle loro caratteristiche e la loro natura.

Secondo una scuola di pensiero inaugurata dall'occultista Dion Fortune, il termine "San Graal" è l'errata trascrizione di "Sang Real", ovvero "Sangue Reale", e designa una dinastia; per Dion Fortune quella dei sacerdoti di Atlantide, per i giornalisti Michael Baigent, Richard Leigh e Henry Lincoin, autori di The Holy Blood and the Holy Grail (Il mistero del Graal), addirittura quella di Gesù. Salvatosi dalla crocifissione, il Redentore avrebbe generato dei figli, da cui sarebbe nata la dinastia francese dei Merovingi; questi ultimi, liungi dall'essersi estinti nel 751, sarebbero ancora tra noi, accuratamente protetti da una società segretissima, "il Priorato di Sion", che attende il momento opportuno per ripristinare la monarchia universale.

Una sola cosa è sicura: il fatto che da otto secoli il Santo Graal continui a stimolare l'immaginazione di tante generazioni di lettori - diversi per cultura ed estrazione sociale - costituisce, in un certo senso, la prova tangibile del suo magico potere.

LA "VIA DELLO STAGNO"

Giuseppe d'Arimatea viene presentato dai Vangeli come ricco commerciante, membro distinto del Sinedrio e discepolo di Gesù, che si oppone all'esecuzione di quest'ultimo (Matteo 27,57,- Marco 15,43,-Luca 23,50-51) e, dopo la crocifissione, ne richiede il corpo a Ponzio Pilato per seppellirlo con l'aiuto di un altro discepolo, Nicodemo (Giovanni 19,38-42,Matteo 25,57-60).

Fino al VII secolo non si conobbero altri particolari della vita di Giuseppe d'Arimatea; ma tra il VII e il XII secolo Isidoro di Siviglia, San Dunstano e William di Malmesbury posero i primi tasselli di che sarebbe poi divenuta una ben articolata narrazione. San Filippo -uno dei primi apostoli - aveva inviato dodici uomini a convertire i Galli; questi, dopo varie peripezie, avevano raggiunto l'Inghilterra e vi avevano edificato una chiesa per volere dell'arcangelo Gabriele. Il capo dei missionari era Giuseppe d'Arimatea, e in effetti tracce del suo viaggio apostolico si riscontrano in leggende della Provenza, dell'Aquitania, della Bretagna e dell'Inghilterra meridionale.

Giuseppe era stato scelto per la missione in Britannia forse anche perché conosceva bene la zona: infatti - raccontano le leggende della Cornovaglia - era già stato più volte in quella regione, dove si trovavano molte ricche miniere.

La "via dello stagno", che partiva da vari Paesi del Vicino 0riente e raggiungeva la Cornovaglia passando, tra l'altro, per Marsiglia, Arles, Limoges e l'isola inglese di Mount Saint Michael (gemella della francese Mont-Saint-Michel),

era già percorsa molti secoli prima di Cristo ed è stata descritta -tra gli altri - da Diodoro Siculo (90-20 a.C.); la frequentazione di mercanti ebrei sarebbe testimoniata da una serie di toponimi locali, come "Penzance" e "Mariazon".

In uno o più dei suoi viaggi lungo la "via dello stagno" - racconta sempre la leggenda - Giuseppe aveva portato con sé un compagno davvero d'eccezione: il giovane Gesù, che era poi suo nipote. Molte tradizioni e molti toponimi della Cornovaglia ricordano quando Gesù vi giunse accompagnato dallo zio, che lo portò a visitare il luogo sacro di Glastonbury.

Fu proprio Cristo a insegnare ai minatori come ripulire lo stagno dagli altri minerali; quando il metallo luccicava, i minatori cantavano "Joseph is a tin-man" ("Giuseppe è nel commercio dello stagno"), una canzoncina ancora popolare in Cornovaglia. Quando, nel 63 d.C., con i dodici missionari, Giuseppe d'Arimatea raggiunse la Britannia, volle forse tornare sul luogo che aveva visitato con il nipote: Giastonbury. Qui si appoggiò sul suo bastone per pregare ed esso si trasformò in un biancospino. E qui, su richiesta dell'arcangelo Gabriele, edificò la prima chiesa cattolica dell'Inghilterra. A Glastonbury iniziarono così le vicissitudini del Graal e l'opera di evangelizzazione di Giuseppe; i discendenti dei dodici missionari divennero, secoli dopo, i famosi cavalieri di Re Artù. Quandò morì, Giuseppe d'Arimatea fu sepolto a Glastonbury, dove "dorme il suo eterno sonno, e giace in ‘inea bifurcat’ presso l'angolo a sud dell'oratorio".