Dai dolmen ai menhir
di F. I.
Dopo le caverne, i mitrei, gli antri, i labirinti, con Stonehenge e con altri monumenti della civiltà megalitica, si torna "... a riveder le stelle". E non soltanto in senso figurato, poiché si tratta di costruzioni affioranti dal terreno e spesso a cielo aperto, ma proprio in senso tecnico, perché -com'è stato dimostrato- i giganteschi avvallamenti di terra, i cerchi di buche e di pietre, i possenti menhir (pietre lunghe) solitari o allineati o incernierari in triliti, servivano effettivamente per il computo degli anni mediante l'allineamento con una stella, per il calcolo delle stagioni e del percorso pluriennale del Sole e della Luna nonché per la previsione delle eclissi.
Le popolazioni agricole che vivevano circa 47 secoli fa nel sud dell'Inghilterra (come anche al Nord, in tutte le Isole Britanniche, in Francia, nella Penisola Iberica, in Sardegna, in Puglia ecc.) dovevano evidentemente godere di una relativa prosperità per dedicarsi alla costruzione di opere colossali, equiparate in grandiosità soltanto molto tempo dopo in Egitto, apparentemente prive di un'utilizzazione pratica e non finalizzate -almeno in modo palese- alla soddisfazione di un bisogno primario collettivo. Era allora davvero prevalente -come ci ha tramandato la storia- lo scopo religioso, rituale, cerimoniale per questi monumenti? E quale autorità regale o sacerdotale avrebbe potuto coordinare le energie di migliaia di uomini liberi o di schiavi per opere che sarebbero durate tre-quattro generazioni in epoche in cui la vita media non superava i 40 anni?
E se pure una simile autorità è esistita, in forma non certo individuale, ma con un'organizzazione socio-politica assai gerarchizzata, in un posto o in una regione ben determinati, come si spiega la diffusione vastissima di questo tipo di monumenti - ne sono stati trovati oltre 50.000 - in una fascia pressoché planetaria che va dalla Scandinavia all'Italia e dalla Gran Bretagna all'India e al Giappone? Alcuni di questi megaliti risalgono a circa 5.000 anni prima di Cristo e a oltre 2.000 anni prima della costruzione della Grande Piramide di Giza. Eppure furono progettati, staccati dai fianchi delle montagne e messi in opera da semplici agricoltori del più recente neolitico, senza cioè l'ausilio di alcuno strumento metallico né della ruota. Come? Una delle ipotesi più verosimili è che venisse scelto uno spuntone di roccia o un masso sporgente o facile da staccare, si mettevano poi cunei di legno nelle fenditure della parete, vi si accendeva sotto un bel falò e si gettava acqua sulla roccia surriscaldata. L'azione congiunta del raffreddamento repentino e del rigonfiamento dei cunei separava il masso dalla montagna, che poi veniva trainato o fatto scivolare su tronchi d'albero.
Sembra facile da descrivere, ma enormemente difficile da realizzare per le costruzioni più grandi come il dolmen di Bagneux, in Francia. Lungo 18 metri e largo 6, questo monumento è composto di 13 lastroni verticali e di 4 pietre di copertura, di cui la più grande pesa circa 86 tonnellate. Un ammiraglio inglese calcolò che occorrevano almeno 3.000 uomini per sollevare e mettere in posizione una pietra di tale mole.
Stando ai risultati di molti scavi archeologici i dolmen (i più semplici hanno tre lastroni laterali e una pietra di copertura) servivano spesso, ma non sempre, da tomba comune, così come i tumuli sparsi nella campagna inglese servivano da cimiteri tribali o familiari per il popolo di Windmill Hill, un gruppo neolitico ancora più antico. Sono stati però trovati dolmen, tumuli conici assai ben fatti e avvallamenti di terra con un perfetto orientamento astronomico, in cui non s'è trovato che qualche raro frammento di ossa. Come se non si trattasse più di tombe, ma di luoghi preposti al culto dei morti in società che consideravano la morte fisica parte integrante del ciclo vitale della Natura.
I menhir, comunque, non hanno quasi mai nulla a che vedere con le sepolture, individuali o collettive: la prova di ciò si ha, per esempio, a Carnac (Francia) dove se ne possono vedere 3.000 in file lunghe 600 metri. Forse erano dei totem fallici anch'essi legati al ciclo vitale, ma è difficile oggi ipotizzare quale spinta culturale o sociale abbia indotto le popolazioni di Locmariaquer, in Francia, a erigere il Grand Menhir Brisé, forse frantumato, in seguito a un cataclisma che raggiungeva i 18 metri di altezza e pesava 340 tonnellate. Come rimane al di là di ogni tentativo di comprensione Avebury, il più grande cerchio di terra e di pietre di tutta la Gran Bretagna, con un diametro di 400 metri, circondati da un fossato profondo 6 metri e largo 20, all'interno del quale sorgono i resti di due cerchi di pietra più piccoli, grandi come quelli di Stonehenge (che si trova 30 chilometri più a Sud ed è stata realizzata 500 anni dopo). Ancora più misterioso il "satellite" di Avebury, Silbury Hill, un tumulo di terra con un diametro di 150 metri e un'altezza di circa 50, piazzato a un chilometro di distanza in direzione Sud come un gigantesco punto di riferimento.
E stato calcolato che la costruzione di Avebury, con il fossato, i due cerchi di megaliti in arenaria azzurra, altre pietre "di percorso" lungo l'anello interno e massi ad andamento irregolare (forse "serpentino") lungo la via d'accesso, abbia richiesto non meno di 5 secoli, pari a circa 20 generazioni neolitiche. Lo stesso tempo, o un po' meno, con una probabile sfasatura nella data di inizio dei lavori, dev'essere occorso per il cono artificiale di Silbury Hill, che non è un semplice mucchio di terra, ma un'ingegnosissima costruzione: nove milioni di piedi cubici di pietrame, elevato, su uno sprone naturale di roccia gessosa, mediante sovrapposizione di strati orizzontali ottenuti formando anelli concentrici di roccia. Torna alla mente quasi il labirinto, ma forse è solo- una suggestione.
Gli studiosi della preistoria non sanno spiegare perché le genti di Stonelienge vollero fare il "loro" monumento, simile all'anello meridionale di Avebury, ma più difficile e più "costoso" in termini di tempo e di vite umane. Quale forza o quale fede o quali aspettative e timori possono avere indotto migliaia di uomini a lo secoli di fatiche, a partire dal 2.700 a.C., ad erigere questo tempio-calendario di pietra? Gli archeologi non dànno risposte complete e soddisfacenti, ma si limitano ad elencare tre periodi di costruzione.
Stonehenge I risale al 2.750 a.C. circa come data del presunto inizio dello scavo del fossato, largo circa 100 metri e con ingresso a Nord-Est (in questa stessa direzione, a una trentina di metri dal fossato c'è un "segnale" come ad Avebury, anche se molto più modesto: la Heel Stone, la "Pietra Tallone" di 35 tonnellate), dotato all'interno della cinta periferica di 56 fori equidistanti, noti come "Aubrey Holes", dal nome dell'inglesejohn Aubrey che li scoprì nel XVII secolo.
Stonehenge II risale al 2.000 a.C. e consiste di due cerchi concentrici di massi di arenaria azzurra provenienti dal monte Prescelly. Il doppio anello non fu mai completato nella parte occidentale e le arenarie furono rimosse e utilizzate nella fase successiva.
Stonehenge III risale al 1.900 a.C. e consiste nella collocazione di 80 megaliti (provenienti dalle alture di Marlborough vicine ad Avebury), collegate da architravi, in un cerchio al cui interno venne eretto un ovale con 20 arenarie di Stonehenge II (poi in parte cadute e sistemate al centro), con altri massi a ferro di cavallo e un altare.
Va precisato che questa datazione non è accettata da alcuni studiosi più prudenti. L'Encyclopaedia Britannica, ad esempio, riporta le seguenti date: Stonehenge I - 1.800 a. C.; Stonehenge II - 1.600 a. C.; Stonehenge III - dal 1.600 a prima del 1.400 a.C.. Questo scarto, che va da un massimo di 950 anni a un minimo di 500 anni, può essere spiegato come un residuo delle teorie di datazione archeologica in uso all'inizio del secolo e via via ritoccate grazie alla misurazione dell'età dei reperti mediante il metodo de l"carbonio 14", scoperto nel 1949, migliorato 27 anni fa dalla dendrocronologia (datazione basata sugli anelli di accrescimento annuale degli alberi). Va anche detto che gli studiosi hanno rilevato l'esistenza di una "faglia cronologica" che divide l'Egitto (le cui datazioni sono risultate le più esatte anche con i metodi di controllo più moderni), il Mare Egeo e il Vicino Oriente, rispettivamente dal resto dell'Africa, del Mediterraneo (Italia compresa) e dei Balcani. Questa "faglia cronologica" è come una linea di rottura fra i tempi noti agli archeologi e basati sulla storia egiziana, e i tempi di altre culture che dall'Egitto, dall'Egeo e dal Vicino Oriente si ritenevano influenzate fino a qualche tempo fa dalla teoria cosiddetta "diffusionista". Ora non è che la tendenza si sia invertita fino al punto da far derivare dall'Europa la civiltà egizia e quella mesopotamica, ma è stato riscontrato che le date attribuite in passato alle tombe di Los Millares, in Spagna, vanno riportate indietro di circa 6 secoli, cioè dal 2.350 al 2.900 a.C.; anche i tempi di costruzione attribuiti a monumenti della Bretagna vanno retrodatati di circa 5 secoli; per i Balcani, addirittura, le statuette Vinca sono ora attribuite al 4.500 a.C. e perciò è assurdo anche pensare, come si era fatto fino a poco tempo fa, a un legame con le civiltà egee del terzo millennio.
Senza fare ipotesi di fanta-archeologia (i fisici non sanno quale fenomeno sia intervenuto nel lontanissimo passato ad alterare le rilevazioni moderne con il "carbonio 14"),torniamo a Stonehenge e al suoi possibili scopi di osservazione del cielo. Secondo l'astronomo americano Gerald S. Hawk'ns, che si è avvalso anche di un calcolatore e ha pubblicato le sue ricerche nel 1965 con Stonehenge Decoded ("Stonehenge svelata"), si tratta di un sia pur rozzo osservatorio astronomico, basato sui 56 fori di Aubrey nei quali veniva inserita una pietra o un tronco come contrassegni di computo dei mesi e degli anni lunari e come previsione delle eclissi. Sir Fred Hoyle, l'astronomo più famoso d'Inghilterra, ha avvalorato quest'ipotesi e ha aggiunto: "Dev'essersi messo all'opera un vero Newton o addirittura un Einstein. D'altronde, perché no?".
Stonehenge visto dal pittore J.M.W. Turner ai primi dell'ottocento, come un condensatore di forze della natura |
Lo scrittore Evan Handigliam ha riportato nel suo libro "I misteri dell'antica Britannia" (Newton Compton 1978) sia le teorie di Hawkins, sia quelle di Hoyle e altri, dimostrando con cartine e calcoli come Stonehenge servisse per registrare la levata e il tramonto del Sole ai solstizi d'estate e d'inverno e come, grazie a pali o pietre di riferimento, si potesse computare il ciclo luni-solare di 18,61 anni proprio grazie ai 56 fori di Aubrey (con due cicli di 19 anni e uno di 18) per determinare con precisione l'inizio e la fine di ogni lavorazione stagionale per gli agricoltori del tardo Neolitico. Questi ultimi, tanto "barbari" non dovevano essere, qualunque cosa ne pensasse Giulio Cesare, il quale fu uno dei primi a descrivere i sacerdoti Druidi.
Forse, al tempo di Cesare, questi sacerdoti degli antichi Celti che amministravano la giustizia celebravano con propri misteri le feste stagionali e garantivano la comunità nei suoi contatti con il divino, con il mondo dei morti e con gli aspetti calamitosi o propizi della Natura, erano già decaduti da antichi splendori. A estirparli poi quasi dei tutto ci pensarono le autorità che, non soddisfatte dei costumi "pagani" visti con poca tolleranza, arrivarono durante l'Inquisizione a "flagellare", "mutilare" e "distruggere" i grandi menhir. Quando vedevano che le popolazioni celtiche continuavano ad averne rispetto e venerazione, inglobavano le pietre nelle chiese e in altri edifici affinché il ricordo fosse "ricanalizzato" o scomparisse.
Stonehenge è però ancora famosa e la sua leggenda è fatta per durare. D'altronde, ci pensarono i bardi medievali a tramandare che i suoi grandi massi erano stati trasportati dal solo Mago Merlino con qualche incantesimo. E la "Tavola Rotonda" di Artù può essere una rivisitazione cristianizzata dello stesso mito. Così al pari delle "favole" egizie e greche più o meno "svelate" dal buon Dom Pernety, può darsi che Stonehenge e i suoi "derivati" più moderni nascondano una Sapienza ancor oggi valida. Forse varrà la pena ritornarci sopra.
(tratto da Hiram, n. 6, giugno 1987 Ed. Soc. Erasmo, Roma)