Unità della scienza e progresso umano

di P. B.

Si possono ancora considerare come postulati fondamentali in Massoneria quelli espressi dall’Il-luminismo settecentesco ed i suoi figli ottocente-schi, il positivismo ed il materialismo? La mancan-za di un auspicabile dibattito ideologico all’interno dell’Ordine non può permettere che un’opinione personale. I primi illuministi inglesi si limitavano al piano razionale della ricerca etica, scientifica e teologica, senza eccessivi sconfinamenti socio-poli-tici, proprio per la relativa libertà e giustizia che godevano nella liberale Inghilterra. L’Aufklärung tedesco, ritenuto erroneamente minore, è meno radicale di quello inglese e france-se, e le correnti di pensiero che il ciclo storico del XVIII sec. comportava, in Germania furono media-te ed equilibrate dal permanere dell’interesse tede-sco per la metafisica. Già in Wolff le due vie per giungere alla conoscenza sono solo l’esperienza e la ragione, ma l’intelletto non è rivolto solo al pote-re sul reale, ma ad ogni "possibile", quindi anche al campo della metafisica dove l’uomo, senza inter-mediari, può arrivare alla conoscenza sovrasensibile. Inoltre, l’esperienza e la ragione non sono volte ad una catarsi di tipo sociale, ma al miglioramento individuale e collettivo dei "costumi". Questo con-cetto ha influito molto sull’essenzialità massonica che considera la catarsi etica e sociale umana non tanto nell’evolversi della società quanto dell’uma-nità per mezzo dell’uomo, non nell’espressione di ideologie transeunti quanto in quelle di una spiri-tualità che trova nell’interiorità umana i soli mezzi necessari. Ma l’ottimismo illuminista sulla natura dell’uomo e sulla sua volontà evolutiva di costru-zione di una società perfetta, o perlomeno di una società più felice, è ancora ipotizzabile? L’umanità è come una grande barca che vaga alla deriva in un mare ignoto ed ogni uomo, facente parte della grande società umana, è un marinaio di questa immensa zattera e, più o meno consciamente o confusamente, egli percepisce che il senso gene-rale della sua vita è dato dal lavoro per il bene di tutti, poiché, dal coordinamento dello sforzo di ognu-no dipenderà il buon esito della traversata. L’uomo agisce in questo mare d’ignoto, che è la natura stes-sa, conformandosi alle sue leggi, poiché, la realtà concreta della divisione dei compiti in una società organizzata e civile, è sempre una sovrastruttura venutasi a creare in conseguenza dell’evoluzione del periodo storico, in diretta relazione ad altre sovrastrutture le quali, all’inizio di questa catena, si rifanno ad una reazione primitiva operata da più individui in una estrinsecazione sociale, per porsi al riparo dalle condizioni ambientali. Questa natu-ra, di cui l’uomo è la manifestazione più cosciente, prodotto ed artefice insieme, è la verità stessa, poi-ché, è vero tutto ciò che esiste in relazione ad una legge che opera in modo architettonico distribuen-do la vita, in una maniera perfettamente analoga, su tutto il nostro globo. Quindi, possiamo dire che è vero ciò che si ma-nifesta e se ciò che si manifesta è vero, la chiave della verità è nella natura o, meglio, nelle leggi che imprimono alla natura il suo corso regolare e mae-stoso. Tutto ciò lo avevano già compreso gli anti-chi, e lo stesso Platone afferma che la verità è im-mutabile, come immutabili sono le leggi naturali che la guidano, essendo nella natura, essendo anzi la natura stessa. Ora, dice sempre Platone, se la natura è verità, la verità è il bene e la virtù (intesa nel suo senso etimologico, che significa "forza"). La virtù, quindi, è scienza e la scienza è felicità, in quanto, come conoscenza della verità naturale, essa permette all’uomo di agire in armonia col principio naturale delle cose perseguendo il bene comune; a questo punto però, sorge spontanea una domanda, a cui non daremo una risposta approfondita in questa sede, ma che si pone come un doveroso caso di coscienza per ciascuno di noi: fino a che punto la scienza, ovvero potere e forza, è dominio della col-lettività? Fino a che punto essa persegue il bene dell’umanità? In qual misura essa è utilizzata per una giustizia sociale? Platone continua, comunque, nella sua visione delle cose, dividendo i gradi della conoscenza uma-na in quattro categorie. Le prime due, che sono rispettivamente la "congettura" e la "credenza", egli le situa sotto la voce riassuntiva di "conoscenza sensibile", mentre le altre due, ovvero la "matema-tica" e la "filosofia" sono poste sotto la denomina-zione più appropriata di "scienza". Vediamole un attimo: la "congettura", ovvero l’impressione non mi-surata o misurabile è solamente il riconoscimento più o meno conscio, da parte dell’uomo, della possibilità di codificazione, di sintesi e di inquadramento dei fenomeni, in ambiti specifici. La "credenza" non è altro che la misurazione effettiva della realtà, senza la guida di una traccia teorica che possa indicare o inca-nalare l’empirismo, fine a se stesso, verso un indiriz-zo in armonia con quello delle altre ricerche; manca, in questo caso (sembra quasi la situazione della scien-za attuale), l’intelaiatura generale della tavola del mosaico, entro la quale dovrebbero essere incasto-nate, in perfetto ordine, tutte le singole pietruzze che rappresentano il frutto delle varie ricerche. A questo punto saremmo soltanto a livello di conoscenza sensibile e non ancora di scienza. Essa  inizierebbe con la matematica, ovvero con la misu-razione intesa come entità oggettiva ed universale, alla quale seguirebbe la filosofia, intesa come cono-scenza del mondo delle idee. Con la filosofia avremmo la chiave delle leggi di natura, e con essa saremmo in possesso di quel metodo universale, il quale fungerebbe da fattore coordinante, per quanto concerne la sistemazione delle varie ricerche empiriche in un organismo "qua-si vivente", oseremmo dire, il quale potrebbe final-mente arrecare un po’ di luce anche sui misteri più vicini e più sentiti dall’uomo: cos’è l’universo? La coscienza umana è limitata solamente all’esperien-za fisica?, ecc. Cioè: Conoscenza sensibile: (1) Con-gettura (impressione non misurata o misurabile), (2) Credenza (misurazione effettiva); Scienza: (3) Matematica (la misurazione come entità oggettiva ed universale), (4) Filosofia (le idee). L’assoluta mancanza di un carattere unificante della scienza nella società attuale, è avvertito ormai dagli scien-ziati e da tutti gli uomini più coscienti delle esigen-ze intime e più sentite, della collettività e dell’individuo.

Eminenti studiosi, quali E. Fromm e R. May, hanno contribuito, nel campo vastissimo della psi-cologia ad evidenziare gli effetti tentando (in modo molto felice specialmente per Fromm), di offrire una spiegazione sintetica e plausibile della man-canza di unitarietà nelle varie discipline. Anche la sociologia sta evolvendo, dalla sua in-fluenza comtiana diretta a senso unico, alcune nuo-ve ed interessanti teorie; tra gli attuali pensatori, infatti, annoveriamo un graduale impulso verso l’apertura delle scienze sociali e degli schemi con-cettuali nuovi per questo moderno tipo di ricerca e di conoscenza. Possiamo fare qualche breve cenno al riguardo: afferma il Prof. Barbano, con una similitudine let-teraria che potrebbe anche essere interpretata esotericamente (F. Barbano: "Lineamenti di storia del pensiero sociologico, le origini", Giappichelli, Torino, 1970), che Faust, dopo aver tutto conosciu-to, fu spinto a dare la sua anima in cambio di illi-mitate possibilità di agire; la scienza ha scambiato la possibilità di agire, nel cuore dell’uomo, a tutto vantaggio della spiegazione razionale dei fenome-ni, seguendo una via sempre più empirica e sempre meno speculativa, se a questo termine vogliamo dare il significato di vera ricerca. Ma oggi — e lo am-mettono gli stessi scienziati neopositivi (O. Neurath: "Neopositivismo ed unità della scienza", Milano, 1958) — nel "mosaico senza significato" delle ricer-che empiriche noi conosciamo sempre di più, rischian-do tuttavia di capire, di intendere sempre di meno. La causa della maggior parte dei mali, nella no-stra epoca, è di origine morale e sociale. Tutto ciò è dato, almeno pensiamo, dalla mancanza di una filo-sofia chiara da parte della scienza e dall’incrinatu-ra delle istituzioni e dei dogmi religiosi, per quel che riguarda l’origine morale delle attuali disarmo-nie umane e dall’ingiustizia sociale per il resto. Pensiamo come, nella confusione ideologico-politi-ca dei giorni nostri, potrebbe trovarsi un uomo che uscisse all’improvviso dal suo ambiente e, dopo una crisi depressiva, dovesse tentare di darsi una spie-gazione delle strade da percorrere per realizzarsi pienamente: la disperazione, molto probabilmente, avrebbe ragione di lui. Dalla confusione, il nostro oggetto (sempre che gli fosse offerta la possibilità di un aiuto morale e psicologico adeguato, da parte della società) passe-rebbe ad una crisi esistenziale, ad una sofferenza costruttiva che lo porterebbe al raggiungimento di una stabilità emotiva ed umana, e ad una visione filosofica, a livello personale, che gli potrebbe ri-solvere la maggior parte dei suoi quesiti, dandogli anche dei modelli comportamentali. Quali individui, invece, sono respinti da una so-cietà che, oltre a non essere capace di aiutare il singolo, non riesce neppure a trovare altre alterna-tive per se stessa? Quanti, per colpa anche nostra, non sono recuperati? Quanti, che non hanno altra colpa se non quella di appartenere ad una società cosiddetta civile e che non hanno altro demerito se non quello di portare personalmente le conseguenze dei mali collettivi, sono abbandonati a se stessi, in balia di un Moloch che, dopo averli utilizzati e spremuti, li distrugge? Ci troviamo di fronte al crollo degli attuali sistemi ed assistiamo, quasi imponenti, al rapido trasformarsi di una struttura sociale che, in fondo, non conosciamo neppure appieno. Ciò a causa di timore poiché, ci scaraventa in dimensioni, anche a livello scientifico che la scienza sta scoprendo or ora; siamo di nuovo di fronte all’imponderabile ed all’ignoto e spontaneo ci viene di vagare con la mente alle motivazioni prime della vita e dei suoi scopi, che Spencer identifica nel-l’inconoscibile, intuendo il Parabrahman della filoso-fia Vedanta e ci viene come moto naturale dell’anima il porci in quella crisi esistenziale che concludeva il libro di D. Saurat su "Atlantide": infine, dopo una già lunga vita trascorsa tra gli scienziati, l’autore di que-ste pagine ha perso un po’ di fiducia che aveva in loro. Senza dubbio, non inganneranno nessuno di un milionesimo di centimetro nell’osservazione dei fatti, ma sono barcollanti in tutte le teorie, e completamente incerti sui princìpi. La scienza soffre, come tutta la nostra civiltà, della mancanza di una filosofia generale, che dovrebbe for-nire, a tutti, teorie e princìpi, e non lo può. Allora ogni "specialista" si fa affrettatamente delle idee ge-nerali forzatamente sempre più vaghe e sempre più infondate, a mano a mano che si alza verso le astra-zioni. Resta all’uomo saggio il privilegio di non pren-dere la scienza sul serio che per l’osservazione dei fatti. Per le questioni religiose, politiche e sociali, l’uo-mo comune di buon senso può giudicare come qual-siasi uomo di scienza.

(da il Laboratorio n. 36 maggio-giugno 1998 - Turri Copisteria, Scandicci-FI)