La morte per gli egizi:

annientamento ovvero vita ultraterrena

di R. M.

Devo, innanzitutto, scusarmi perché è da poco tempo che presto attenzione, quella possibile anche in considerazione della non notevole strumentazione di base a disposizione, al tema delle antiche civiltà e culture un po’ seguendo stimoli che mi sono venuti da conversazioni con alcuni fratelli e continuamente pervengono, nonché dall’ascolto di diversi lavori degli stessi fratelli; ed ancora, dalla grande attenzione ed interesse che il tema mi pare abbia per la nostra Istituzione; non il tema specifico di questo lavoretto, evidentemente, ma il capire sempre più e meglio i valori originari ed importanti intorno a cui è cresciuta e si è ritrovata l’umanità.

Scopro quindi un campo molto vasto, con una bibliografia che è enorme, testimonianze monumentali e documentali numerosissime e che giustificherebbero la dedizione di intere esistenze all’approfondimento di questa sicuramente antichissima, affascinante e meravigliosa civiltà egizia.

Mi sono perciò accorto che l’avere accettato la sollecitazione del M . . V . . di predisporre una tavola, ma io non posso che chiamarlo "un semplice appunto" sul tema, da me individuato poi nell’oggetto comunicato, è un brutto scherzo dell’entusiasmo che sicuramente viene dall’inesperienza.

Sono stato sul punto di chiedere d’essere esonerato; poi mi sono detto, ma i fratelli ne sanno più di me, mi comprenderanno certamente.

Credo si possa affermare che tutto l’atteggiamento dell’uomo intorno alla morte riguardi molto poco, o nulla, colui che muore, è una banalità, ma forse un po’ utile per la riflessione.

La persona che muore altro non fa che porre fine al suo ciclo biologico.

Appartenendo infatti l’uomo alla natura, non può che seguirne i cicli; nulla perciò è più naturale del morire; lo è quanto il nascere; lo è quanto il cadere di un albero, che cade perché troppo vecchio e indebolito o perché qualcuno lo abbatte.

La mia precedente affermazione che la morte non riguarda colui che muore altro non è che la semplice constatazione di come l'umanità dalla notte dei tempi ha attribuito il significato, alla stessa, "di fatto pubblico", interessante perciò l’intera tribù, o villaggio, o paese, quartiere o comunque un gruppo di individui in qualche modo associato e organizzato.

In termini assai crudi, ma senza dubbio realistici, si esprime il libro dell’Ecclesiaste : "…la sorte degli uomini e quella delle bestie è la stessa; come muoiono quelli, muoiono queste, …. La superiorità dell’uomo sulla bestia è nulla …. tutto è vanità …. Tutt’e due sono usciti dalla polvere e nella polvere ritornano"

Ancora si pensi alla terminologia, molto colorita, del Savonarola usata nella sua "predica del buon morire" per descrivere l’uomo che muore: "…queste mani e questa carne hanno a diventare polvere e cenere; presto saranno tutte puzza; colui è morto, quello gran maestro, quello giovane, quello ricco, quello bello, quello forte. Poco fa che eglino erano vivi. Adesso sono morti: sono tutti puzza e cenere".

Ogni e qualsiasi disquisizione su questo tema non riguarda perciò chi non è più.

Riguarda invece chi morto non è, tutti gli altri, tutti noi, tutti coloro che prima o poi moriremo!

E riguarda quell’atteggiamento che dalla notte dei tempi ha reso la morte di un singolo "fatto pubblico" quale tipica manifestazione della paura che pervade l’uomo di fronte a questo, ripeto, episodio del tutto naturale, seppure comprensibilmente doloroso.

La morte, quindi, spaventa, come è giusto ed inevitabile, e spaventa tutti.

E quindi occorre in qualsiasi modo tentare di esorcizzarla!

Viene quindi, o perlomeno così è stato per millenni, trasformata in altra cosa, viene costruito cioè il convincimento che si tratti di un passaggio ad altra vita che viene intesa spesso nell’immaginario collettivo come modalità di vivere abbastanza simile a quella che conosciamo, magari con un po’ di problemi in meno e qualche godimento in più.

Tale idea è ancora molto presente nelle società attuali, soprattutto in quelle occidentali, con accentuazione particolare in quelle a maggior contenuto di tradizioni.

Non è infrequente anche da noi, per non dire esattamente che è ancora molto frequente, registrare che spesso viene sepolto il morto con nella bara oggetti che qualcuno reputa possano essere utili o quanto meno graditi da parte del morto stesso in quel "nuovo modo di vivere" verso il quale si è incamminato.

Tutta l’antropologia della morte dimostra che l’uomo tende a scacciarne perfino l’idea stessa.

L’uomo, creatura in grado di dominare e governare fenomeni assai complessi, non può accettare in modo indolore una cosa tanto elementare e semplice come la morte! Vorrebbe dire riconoscersi simile ad un qualsiasi altro essere, vermiciattolo o leone che sia.

Ecco allora la genialità degli uomini!

L’uomo non muore, ma cambia semplicemente casa.

S’imbarca per un molto particolare, fantasioso e complesso viaggio, quanto l’immaginazione millenaria di civiltà remote è riuscita a concepire, cose affascinanti che hanno alimentato storie a volte terribili a volte meravigliose che da sempre ispirano il pensiero e l’arte delle menti più aperte.

Certo l’uomo in quanto tale ha sempre avuto coscienza dei propri limiti, dei limiti della propria forza fisica, dei limiti della propria condizione sociale, dei limiti del proprio stesso pensiero. Ciò nondimeno non poteva accettare che l’altra vita "eterna" gli fosse preclusa a causa di tali intrinseci limiti.

Forse per questo, per poter intraprendere questo viaggio, per assicurarsi l’"eternità" che nascono i miti; tra cui quello forte, plurimillenario del cosmo creato dal sole ( e dai liquidi primordiali preesistenti) cui conducono alcuni dei più noti miti egizi, quali quelli di Eliopoli, Ermopoli e Menfi.

Appunto per dare regalità divina al Faraone, cioè al capo, al cui destino è legato quello del popolo, superando in questo modo quel limite umano che unicamente a chi non è solo umano può essere concesso!

Dunque da Atum-Ra, dio sole, sia esso perché nato tale (mito di Eliopoli) sia esso per così dire, derivato (miti di Ermopoli e Menfi) discesero, per autoerotismo, Shu (aria) e Tefnut (umidità) dalla cui unione nacquero Nut (dea cielo) e Geb (dio terra), femminile il primo e maschile il secondo.

Dall’unione di Geb e Nut nacquero Osiride ed Iside, Seth e Nefthi:

Di questi ultimi figli del cielo e della terra, dei, Osiride diviene il Re dell’Egitto, il Faraone, che essendo egli stesso dio, regna sugli uomini da vivo e, da non più vivo, o meglio da risorto, dopo essere stato ricomposto dai tanti pezzetti nei quali era stato ridotto, regna sull’oltretomba.

E’ utile precisare che l’imbalsamazione sarebbe avvenuta dopo aver ricomposto tutti i pezzi tranne il sesso ( divorato da un pesce): Con questa grave mutilazione non poteva più essere adorato come "generatore", per cui risorto assume la funzione di giudice dei morti, regnando appunto sull’oltretomba:

Questo brevissimo escursus, fino ad Osiride, era utile perché da ciò consegue l’identificazione faraone-dio; quindi poteri illimitati, quindi possibilità di effettuare il passaggio dalla vita alla non vita, senza morire; e se questo potere ha il faraone, successivamente e gradualmente esteso anche ai suoi più stretti collaboratori, tanto che quando viene sepolto tutta la corte lo segue nella tomba, del beneficio ragionevolmente si ritiene possa godere chi dal Faraone si sente in tutto e per tutto rappresentato, cioè il popolo egizio.

E questa convinzione per loro doveva costituire certezza assoluta considerato il rispetto profondo ed il culto generalizzato che si è protratto per millenni.

Per gli egizi dunque il mito dell’oltretomba, il ritenere vera l’esistenza ultraterrena ha costituito il rimedio all’angoscia della distruzione, o meglio della morte così intesa.

E’ nota la cura estrema prestata dagli egizi alla sepoltura; basta vedere la complessità e grandiosità delle piramidi, seppure nella forma geometrica apparentemente semplice, l’imbalsamazione della salma, la ricchezza del corredo funebre.

La morte per l’egizio non esiste; è solo un confine fisico, un fossato che separa il mondo a noi noto, sensibile, dal mondo sotterraneo che quotidianamente, descritto in modo avventuroso, il dio sole attraversa da occidente ad oriente. Uno spartiacque oltre il quale si apre l’occidente, che come si legge nel canto dell’arpista, ( da una iscrizione sulla lapide di una tomba di un visir tebano) "…è il paese del torpore, una perpetua oscurità è la dimora di quelli che sono di là. Dormire è la loro occupazione: non si svegliano per vedere i loro fratelli, non guardano né i loro padri né le loro madri, i loro cuori scordano le mogli e i figli…… la morte, vieni! E’ il suo nome, chiama ognuno a sé. Ed essi vengono a lei subito, anche se il loro cuore trema davanti a lei di terrore. Nessuno la vede fra gli dei e fra gli uomini. I grandi sono in sua mano come i piccoli….".

Sicuramente frase di grande effetto e di non poca saggezza!

L’egizio morto deve sottostare ad un verdetto. Verdetto emesso da Osiride, massima divinità, Presidente del tribunale giudicante composto da 42 divinità, con in mano le insegne del potere, con in capo la corona simbolo dell’unità degli egizi, Alto e Basso Egitto, per un processo senza avvocati difensori e senza possibilità di appello.

Davanti al tribunale il morto pronuncerà la sua dichiarazione di innocenza sottoponendosi infine alla terribile operazione della pesatura del cuore.

Egli entrerà nel regno di Osiride solo se il suo cuore peserà meno o al massimo quanto una piuma.

E questo si verificherà solo se per tutta la sua vita sarà stato uomo probo, serio, onesto, se non avrà arrecato danno alla societa, agli dei ed alla verità.

Se il povero egizio avrà condotto una vita indegna, sarà’ dato in pasto alla "Grande Divoratrice".

L’egizio non ha paura della prima morte, ma della seconda, quella che può seguire al giudizio di Osiride oltre il quale c’è l’annientamento totale, con conseguente inserimento in uno speciale libro dell’aldila che contiene l’elenco di quelli da sottoporre ad ulteriori punizioni, cioè ad una morte "continua" e permanente.

Se l’esito della pesatura è favorevole, l’egizio può accedere al cospetto di Osiride per il verdetto definitivo, dopodiché inizia il suo viaggio, lungo e drammatico. Un viaggio da occidente ad oriente durante il quale è chiamato a superare terribili prove, ma che supererà vittoriosamente; è un viaggio che si compie a bordo di una barca solare e con la collaborazione di dei e dee, nelle sembianze di tanti animali tutti con funzioni specifiche per rendere possibile l’attraversamento della "grande notte."

L’effetto scenico di un simile viaggio è immaginabilmente assai affascinante

Gli ostacoli sono costituiti da serpenti enormi, montagne e sabbia che sembrano insuperabili, belve cattive e tra tutti Apofi, il grande rettile che simboleggia la morte ed eternamente impegnato in una lotta senza quartiere nel tentativo vano di distruggere il dio Sole, che secondo tradizione, è sempre naturalmente vittorioso, diversamente sarebbe la vittoria della morte, cioè la fine!

Naturalmente non può esserci speranza per chi osa ostacolare il viaggio di Osiride, forza fertilizzante dell’Egitto e divinità massima.

D’altro canto ostacolare Osiride vorrebbe dire ostacolare l’Egitto, avviando quest’ultimo quindi a sicure miserie e terribile sciagure.

Superati gli ostacoli, la barca solare approda ad oriente, destinazione del viaggio.

A seconda le versioni (libri di Am-Duat, libro delle Porte, libro delle Caverne), il Dio sole si trasforma per rinascere nella bocca di un animale, o per prendere le sembianze di scarabeo e montone per lasciare il posto a Horus bambino che si succhia il pollice posandosi sul piatto del sole che sorge ad oriente, quell’Horus, rappresentato dall’immagine del falco, figlio di Osiride ed Iside che ha quale funzione quella di proteggere il faraone, reincarnazione del padre Osiride: .

Dio sole diventa così la luce dell’alba, raffigurata dallo scarabeo che è l’animale più venerato dagli egizi; un insetto che depone uova microscopiche nella sabbia assicurando alla specie la continuità, simbolo quindi di vita capace di rigenerarsi quasi dal nulla.

Quando il faraone sale al cielo conserva la responsabilità del suo popolo. Non gode da solo della vita eterna; assieme a lui gode della vita ultraterrena tutto il paese, tutti coloro che si riconoscono nel popolo egizio, compresi quelli piccoli piccoli come "scarabei".

Tutto ciò è bastevole per giustificare la perfezione nella costruzione delle piramidi, dei sarcofaghi, la meticolosità dell’arredo funebre, e la collocazione di ogni cosa che si reputa utile al posto giusto, per essere usata in quella vita eterna ritenuta ben più importante di quella che si vive in questo mondo e che dura appena una manciata di anni.

A distanza di migliaia di anni è opinione comune che ci siano tuttora moltissime utili cose della civiltà egizia e di altre antiche civiltà pronte a svelarci tante cose belle se solo impariamo a leggerle con animo semplice e spirito puro.

Una società che non ha un mito che la sostenga e le infonda coerenza (cito da un best-seller di Joseph Campbell) finisce per dissolversi; forse è quello che sta avvenendo.