La morale di domani
di
Giuseppe CiaccioUn altissimo problema è posto alla nostra attenzione,alla nostra commossa sollecitudine,alla nostra responsabilità.
La Storia ha inciso,va incidendo ogni giorno di più nel nostro tempo un segno che ci preme e ci preoccupa,Tutti.
Solleciti come tutti siamo,come deve essere ogni uomo, della nostra consapevolezza,della nostra libertà di esseri viventi e pensanti,di creature del presente e proiettate nel futuro,di portatori della fiamma della trascen-denza.
E' il tremendo segno da cui nasce il rapporto dell'uomo con la macchina.
Ogni problema esige una soluzione (tale è la necessità dello Spirito umano);ogni soluzione l'esame dei mezzi atti a raggiungerla;questo esame presuppone una piena e lucida presa di coscienza della realtà storica;quindi un tentativo di interpretazione;infine, le nostre conclusioni e quella soluzione cui possiamo giungere, cioè limitata nel tempo e nello spazio;in altri termini,storicamente concepita ed espressa.
L'attività dell'uomo che tutto lo comprende- nei suoi due unici segni di vita (il pensiero e il sentimento:dai quali nasce il suo operare),è la politica;intesa questa- é ovvio come attitudine dello Spirito, come naturale intima forza dell'uomo verso la socialità, come dono e sintesi di sé verso e con altri uomini,come spinta che dagli altri uomini viene e conferma, esaltandola,la sua umanità;in una parola,come completamento e superamento dell'io. Alla nostra prima indagine, si offre la visione di una sempre più vasta partecipazione alla vita politica delle masse popolari,una trasformazione sempre più evidente delle strutture sociali. E si presentano così i nuovi fondamentali problemi che travagliano le società moderne:i problemi dell'economia,della famiglia, della scuola, della cultura e,fenomeno di preminente importanza il modo di essere dell'individuo nelle nuove forme della vita associata.
Sarebbe un ozioso quanto facile sfoggio erudito indugia re in analisi sociologiche. Come commetteremmo un esiziale errore logico,psicologico, morale,spirituale, se rapportassimo un dato dell'esperienza sul quale intendiamo indagare ad uno schema concettuale. Potremmo giungere, tutto al più,cosi operando,ad affermare la difformità o la conformità,totale o parziale,del campione(l'espressione è cara agli statistici:e rivolgiamoci pure per un modesto prestito e temporaneo a questi inesausti e benemeriti elaboratori di serie e seriazioni!)in esame ad una teoria. Potremmo attingere un narcisistico compiacimento per un particolare storico che la nostra addottrinata inchiesta avrebbe consentito di riesumare e di riconoscere simile o somigliante ad altro particolare storico dell'attualità. Ma a che approderemo? Non potremmo certamente esperire il nostro utile tentativo di comprendere; ma potremmo soltanto etichettare,catalogare, incasellare: avremmo compiuto quindi e semplicemente l'opera diligente di un conservatore di museo;senza contare che le presunte identità o somiglianze che l'indagine erudita presume di trovare tra fenomeni di diversa collocazione storica,sono mere illusioni. La Storia,ossia la vita,non si ripete.
Ci accadrebbe come al medico, esemplifico per chiarire il mio pensiero, il quale,sfogliando il suo inerte libro di semeiotica,pretendesse di infilare una diagnosi,soltanto perché ha sotto gli occhi una descrizione di sintomi,e trascurasse il paziente ossia un essere vivente,un mondo a sé ,con leggi proprie,con reazioni autonome che ne determinano la individualitá pur non escludendo il fondamentale patrimonio biologico della specie.
E con ciò se da un lato ho inteso affermare la continuità' della Storia,dall'altro, credo,ho ribadito la netta e invalicabile individualità di ogni singolo fenomeno storico.
DUNQUE ?
Dunque,riponiamo ogni codice d'interpretazione,Non abbiamo che una indagine empirica da compiere. Ossia,intendo,una osservazione obiettiva.
La nostra società è la società della scienza e di sua figlia la tecnica.
La macchina sta sovrana nei nostri laboratori, nelle nostre fabbriche,nei nostri campi,nei nostri uffici, nelle nostre case.
Un no ad essa è un no alla vita!
La chimica,l'elettronica, la micromeccanica, la cibernetica (creatrice di mostri che verrebbe fatto di definire pensanti) dominano sempre più la nostra vita.
La tecnica ha generato la macchina:è questa montante marea delle macchine non è soltanto un brano della nostra esperienza intellettuale, ma il suo vigoroso essere e il suo prorompente divenire è tanto penetrato nelle nostre coscienze da farei sentire lapalissiani quando definiamo la nostra l'epoca delle macchine:una nostra affermazione in proposito rischia dì scivolare nell'ovvio,nel retorico.
Lo stupore di fondo sfuma nell'ironia del sorriso:un paradosso,uno dei tanti che percuotono ed esaltano la nostra intelligenza. Ma il dominio della macchina non è un fatto soltanto dei nostri tempi.
Ho sempre creduto che sia la scienza la forza creatrice della Storia:la umanità ha fatto un passo innanzi ogni qualvolta un uomo è riuscito a imprigionare un filo di luce. Sempre:dai frantoi di Talete (mi si perdoni una notazione erudita a scorno delle malelingue di tutti i tempi:il saggio di Mileto, non ci ha lasciato con i suoi frantoi il primo o uno dei primi esempi di speculazione finanziaria,ma diede a quegli unti congegni un suo effettivo contributo di perfezionamento)alla mela di Newton;dal cilindro di latta di Pravaz ai montoni di Pasteur, alle cavie di Koch,alla scatola da sigari di Marconi, al più illustre bicchiere che sia mai esistito,quello di Volta, al batrace di Galvani,ai coloranti di Domak o alle muffe di Fleming. Quell'irresistibile strumento di conquista e di civiltà che fu la legione romana ha in sé l'impronta della tecnica,intesa la tecnica non come congegno meccanico,ma come rigorosa e razionale combinazione e utilizzazione delle conoscenze dell'epoca;così come la flotta - creatrice del Mare Nostrum - nella struttura della trireme e nella tecnica rivoluzionaria dello abbordaggio, applicò un concetto razionale di macchina. Ho citato a caso,così come affioravano alla memoria,alcuni fatti salienti della vita dell'umanità, più per soffermarmi su quello stupore cui dianzi accennavo che per cercare documenti alla mia affermazione.
E collocandoci in una prospettiva di piena obiettività ed esaminando meno episodicamente i fatti della Storia, dobbiamo giungere alla stessa conclusione:la scienza domina e condiziona la vita degli uomini.
Prendiamo l'esempio più grande della storia moderna:la Rivoluzione Francese. Essa si forma, matura,esplode perché nuove forze della scienza hanno reso possibile e necessario il suo nascere e il suo affermarsi.I1 grandioso movimento intellettuale - l'Illuminismo e l'Enciclopedia - che percorse la rivoluzione costituisce,direi così,la parte spettacolare dell'evento storico,ma in realtà esso fu perché la scienza lo rese possibile,gli diede il pensiero,la forza,l'anima.
La Rivoluzione liberale inglese del XII secolo è figlia dei telai di Manchester;ossia è anche qui che la scienza e la tecnica creano i presupposti,le basi da cui nasce il movimento di idee che si dilatano in principi, si organano in teorie e trasfondono la loro vita alle concezioni politiche,alle strutture sociali del tempo,proiettando nel futuro a seconda la propria capacità di espansione e quanto e come e fino a quando nuove conquiste della scienza non avranno creato un altro nuovo mondo ideale,che per attuarsi suggerirà all'umano intelletto nuove tematiche,nuove forme,nuove teorie.
Il socialismo dell'età moderna che trovò in Carlo Marx il suo profeta,non è forse un figlio della scienza? Parimenti le società comuniste del nostro tempo nascono, e la loro vita è possibile perché generati dai fianchi possenti della Scienza e da questa sorrette. Non altra spiegazione ha l'esplosione in Africa della vita politica autoctona (ritengo che l'espressione "nazionalista" attribuita dalla pubblicistica ai fenomeni cui alludo non sia appropriata e confonda la prepotente affermazione di un diritto umano inalienabile di essere "compos sui" con lo uso degenerato di quel diritto:un tipico esempio -psicologicamente- di interpretare con idee vecchie un fatto nuovo). Credo che sia stata sufficiente questa rapida carrellata su fatti e vicende storiche del passato per cogliere nella vita dei popoli i segni utili allo scopo prefisso, che è quello - l'ho detto - di affermare l'equazione scienza-politica.
Mi piace, tuttavia, concludere il mio excursus,brevissimamente,con un ultimo esempio a riguardo,riferito al nostro paese;e l'esempio - che per me è più significativo ed espressivo di ogni altro - consiste nel rilevare il rapporto determinatosi nell'ultimo decennio tra popolazione agricola e popolazione addetta all'industria. Dal 47% del 1950 si è giunti a circa il 25% di oggi; e la percentuale della popolazione industriale tende a crescere mentre l'agricoltura, per sopravvivere,per affermarsi sul mercato interno e contendere i mercati chiede sempre di più aiuto alla scienza.
Quale affermarsi della macchina!
Quale trasformazione nella vita del popolo!
La storia dei popoli - si può concludere - è la storia della loro evoluzione,cioè il passaggio da una forma politica ad un'a1tra sotto la spinta del progresso scientifico. E' evidente che parlando di forma politica io non intendo riferirmi alla "forma di governo" dei costituzionalisti,ma al mutamento,cioè,dei loro ordinamenti politici, economici, sociali, delle loro strutture culturali,della loro spiritualità, della loro psicologia.
E' parimenti evidente che il trapasso non avviene,non può avvenire senza travaglio,senza smarrimenti, senza ansie, senza contraddizioni,senza sofferenze, senza turbamenti. E' dolore la nascita, lo sviluppo e la morte di ogni forma di vita. Diologicamente e spiritualmente.
In una delle pagine più eloquenti del suo NOVANTATRE, Victor Hugo ci dà la visione plastica di questa legge del dolore che governa la vita,quando ci fa assistere al drammatico supremo colloquio di Cimourdin, commissario della Repubblica,con l'aristocratico consanguineo chiuso nella cella della morte.
L'uomo di ieri,portatore di un suo mondo ideale, si scontra con l'uomo che custodisce nel suo cuore la nuova fede di domani.
Una notevole preoccupazione affiora nella pubblicistica a carattere sociale per la rivoluzione tecnologica in atto nel nostro tempo. Si scrive di civiltà(e a stento si evita di interlineare la parola come si fa con le espressioni spurie)di massa, di civiltà dei consumi,di livellamento,di tragico destino dell'umanità condannata ad un futuro da termitaio, di annullamento di ogni spiritualità;si contrappone una cultura tecnica ad una cultura umanistica,ecc. ecc
Non a caso io avvertii,al principio del mio dire,che il nostro esame sul problema che ci interessa avrebbe dovuto evitare l'errore fatale di adattare quello che mi piacque chiamare un codice di interpretazione,ossia di raffrontare nella sua ricerca esegetica i dati della osservazione con uno schema ideale preconcetto;e non a caso volli richiamare uno scritto dell'Hugo.
Respingo quindi ogni conclusione cui sembra giungere la pubblicistica cui ho accennato e nego che vi possa essere un conflitto di culture:uno è lo spirito umano, una non può non essere la sua espressione. Con un linguaggio nuovo, naturalmente.
Siamo in un periodo di transizione;si passa da una forma politica ad un'altra sotto la spinta della forza creatrice della Storia,la scienza. La legge del dolore spiega le ansie e le sofferenze,i turbamenti,le deviazioni,le contraddizioni del nostro tempo. Ma un nuovo umanesimo si va maturando e dispiegherà il suo splendido volo non appena la farfalla, messe le ali, infrangerà il bozzolo che ancora la rinserra. A noi non resta che il nostro compito di sempre:bandire con tutte le nostre forze il nostro verbo di fraternità per una società rinnovata dalla scienza,illuminata dal sapere, libera dall'ingiustizia e dal bisogno, in società la quale, conquistata perciò una maggiore coscienza di sé, cancelli l'homo homini lupus e scriva nel suo cuore homo homini frater.