La Grande Opera
di
G. P.
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PREMESSA
1 - In un breve precedente lavoro presentai alcuni aspetti della dottrina e della simbologia alchemica, cercando di fornire un'idea di quanto l'Alchimia rappresenta, nonchè di come e quanto essa vada dissociata tanto dalla Chimica - della quale usa speculativamente taluni simboli - che dal ciarpame della superstizione sulla quale ingenui ed ignoranti hanno costruito, ed ancora costruiscono , inesistenti castelli.
Ho ritenuto far seguire a quel mio modesto lavoro il presente, il cui scopo è volto a chiarire, fin dove mi sarà possibile, il modo attraverso il quale l'Artista opera. Ma non rimanga deluso chi si aspettasse, da queste righe, una qual sorta di manuale pratico. Infatti la mia esposizione riguarderà sì il modo di operare, ma non già le "tecniche" che, sia detto per inciso, non si conciliano con lo spirito frettoloso degli incauti.
2 - Ancor prima di iniziare l'esame del "come"si sviluppa il lavoro della "Grande Opera", mi è parso opportuno fornire alcuni chiarimenti intorno ai significati di talune espressioni che ricorreranno con frequenza nel corso della presente esposizione. A tal fine si ricordi sempre che:
a) |
E lo Spirito
divino, il Sole spirituale, il Sè, l'Atma, la Coscienza universale. Gli corrisponde il Fuoco tra gli elementi, e l'Oro
tra i metalli. |
SPIRITO. |
b) |
E l'anima
individuale che si accostata allo Spirito divino e da questo pervasa. Gli oorrisponde l'Aria tra gli elementi, e l'Argento tra i metalli. |
ANIMA. |
C) |
E l'Anima
individule. nella complessità delle energ e psico-vitali, ancora legata alla Materia. Gli corrisponde l'Acqua tra gli elementi e l'Argento tra i metalli. |
ANIMA. |
d)
|
E il Corpo
fisico. Gli corrisponde la Terra tra gli elementi, ed il Piombo tra i metalli. |
CORPO. |
Taluni Autori, come nel caso di J. Evola, fanno corrispondere allo
Zolfo
il termine Anima ed al Mercurio (
e
) quello di Spirito. Al contrario di quanto possa
sembrare, non si tratta di inversione dovuta ad errore di sorta; si tratta, invece, del
valore che J. Evola ed Altri attribuiscono ai termini da loro usati. Per maggiore
chiarezza, dò qui di seguito anche lo schema relativo a quanto detto:
a)
|
E l'Anima universale ed universalmente consapevole . Oro, Fuoco |
ANIMA. |
b) |
E la somma delle energie psicovitali; è lo Spirito della Natura individuato come "psiche-io" ed illuminato dal Fuoco dell'Anima universale. Argento, Aria. |
SPIRITO. |
C)
|
Come sopra, ma
ancora sotto l'influenza lunare, avvinto dalla Materia. Argento, Acqua. |
SPIRITO. |
d)
|
E il Corpo
Fisico. Piombo, Terra |
CORPO. |
Il problema che sostanzialmente si pone, dopo l'analisi teorica degli elementi che compongono l'Arte, è quello pratico, in altri termini ci si deve chiedere: come si realizza concretamente l'Opera?
Se per secoli si è temuto che la conoscenza anche solo teorica dei principi alchemici potesse risultare deleteria per coloro che non fossero interiormente maturi per accostarsi all'Arte, ciò deve far comprendere che ancor più severa dev'essere stata - ed è - la prudenza attraverso la quale la parte pratica dell'Arte si ricopre di veli sempre più discreti.
Ciò stante, è tuttavia possibile intravedere, qualora si possegga la vista abbastanza acuta, un barlume di luce al di là della fitta cortina protettiva.
Il barlume di luce di cui ho fatto cenno è tuttavia percepibile ancora per allegoria, e colgo qui l'occasione per ricordate che allegorie e simboli fanno parte del metodo alchemico: ciò in ragione del fatto che l'Artista deve arrivare alle varie fasi dell'Opera attraverso il continuo impegno mentale onde superare taluni atteggiamenti mentali, talune presunte verità o costruiti del pensiero soggettivo, tutte cose che costituiscono una precisa zavorra al suo procedere. A tale proposito vale la pena di non dimenticare che il compimento dell'Opera non è l'acquisizione di un "bene" esterno all'Artista; un antico filosofo greco sosteneva che la Verità non va trovata, bensì "ricordata", alludendo chiaramente ad un processo d'indagine intimo ed interiore.
Come già noto, tre sono le parti dalle quali l'Alchimia ci dice essere
composto l'Uomo, e cioè: Sale, Mercurio e Zolfo (
,
,
). Il rapporto fra i tre è definito da una
espressione alchemica che afferma essere lo "Zolfo dei Filosofi" immerso in un
"carcere tenebrosissimo" del quale Mercufio (
) tiene le chiavi; Mercurio, poi,
è a sua volta -continua laffermazione alchemica - sottoposto a Saturno (
).
Quanto ci occorre ora è chiarire l'anzidetta allegoria; per fare ciò vediamo subito di tradurne il linguaggio in termini comprensibili.
Lo Zolfo ed il Mercurio rappresentano - già fu chiarito nella premessa - rispettivamento lo Spirito e l'Anima individuale. Saturno, invece, è il Corpo.
L'obiettivo dell'Opera è rappresentato dallo Zolfo (
)
Dobbiamo, perciò, trovare il modo di aprire il "carcere tenebrosissimo" nel quale lo Zolfo langue prigioniero. Ma per realizzare ciò dobbiamo convincere Mercurio a svincolarsi dalla dipendenza da Saturno ed a votarsi alla "causa" del nobile prigioniero, aprendo la porta del suo carcere.
Tutti gli Autori di scritti alchemici indicano concordemente, tra le varie "fasi" dell'Opera, la SEPARAZIONE come prima fase. Riferendoci, quindi, alla metafora delle precedenti righe possiamo dire che bisogna innanzi tutto "separare" il Mercurio dal Sale o, se si vuole, affrancarlo dalla dipendenza da Saturno.
Conviene, qui, fare cenno a diverse espressioni, che gli Artisti usano per indicare la prima fase; non ci si faccia quindi, ingannare da una pluralità di espressioni volte tutte, in effetti, a riferirsi al medesimo momento. Così dicasi per "fase al Nero", "ala nera del corvo", "morte", "putrefazione", "calcinazione", "estrazione", "preparazione del Mercurio dei Saggi", "riduzione alla Materia prima", "abluzione", "denudazione", e così via.
Avendo chiarito che le precedenti espressioni indicano l'inizio di una
attività volta a non consentire più alle forze mercuriali di essere influenzate da
quelle caratteristiche che sono proprie del mondo fisico - caratteristiche che
"fissando" il Mercurio non gli consentono di essere attivo e sensibile su altri
piani - traduciamo ulteriormente quanto precede. Il mondo del'"io"
dell'individualismo, delle forze psico-vitali - che nell'insieme sono identificabili
genericamente in Psiche - sono rappresentate simbolicamente dal Mercurio Lunare (
).
Tale mondo, in questa prima fase, deve essere svincolato dall'immobilismo limitativo della vita materiale per prendere contatto e consapevolezza circa una dimensione nuova; ma non si ritenga che la "separazione" in argomento possa essere tradotta in una generica adesione "morale" al distacco dalle cose materiali, ad una accettazione in linea di principio del primato dello Spirito sulla Materia.
Chi così ritenesse di dover intendere la "separazione" sarebbe in errore e resterebbe nel consueto atteggiamento di pura e semplice adesione per fede ad un principio superiore, come ordinariamente si riscontra nei non-iniziati appartenenti a tutte le Religioni. La situazione, invece, è affatto diversa: qui si tratta di separare realmente il Mercurio dal Sale, Psiche dal Corpo. Se questo non è chiaro, possiamo essere certi che l'Opera è fallita in partenza e l'aspirante Artista si confermerà semplice " soffiatore di vetro". D'altro canto bisogna rendersi conto che come reale e concreta è l'azione esercitata dall'organismo animale (Sale, o Saturno, o Corpo) sulla forza psico-vitale, altrettanto concreto e reale dev'essere l'affrancamento del Mercurio dall'anzidetto organismo animale.
Dobbiamo ora chiederci: quale nuova dimensione e perchè deve entrare in contatto con il Mercurio?
La risposta è che tale Mercurio, una volta estratto, si
"sposta", per così dire, dalla precedente zona di influenza lunare a quella
ignea solare, dalla quale comincerà ad essere influenzato fino a produrre in sè un
mutamento. In tale situazione il principio solare sarà così l'ispiratore del
"carceriere" della metafora, che dal simbolo
del Mercurio lunare transiterà a
quello di Fuoco dell'Ariete
diventando
.
In questo mutamento deve essere identificato il Mercurio disposto ad
usare le sue chiavi per aprire il "carcere tenebrosissimo" che rinchiude lo
Zolfo (
).
Leggiamo, in proposito, quanto scriveva Pemety: "Tutto il segreto della Filosofia Ermetica consiste nell'avere il Mercurio puro, nello stato in cui si trovava prima di essere mescolato con qualsiasi metallo. (vale a dire: prima di divenire ciò che è in un essere individuato). Questo è il Mercurio-Principio, da cui si distingue il Mercurio volgare, che è come morto quando è fuori dalla Miniera (ovvero: quanto è estraniato dalla condizione di universalità e reso inane da Saturno), perchè il suo Fuoco interno è assopito e non può agire se non è messo in azione dal Mercurio-principio".
Poichè ci proponiamo di separare il Mercurio dal Sale, dobbiamo necessariamente capire perchè i due si sono uniti, quale sia la necessità di tale unione così fortemente fissata.
Dobbiamo fare un passo indietro e rifarci alla dottrina ed al
simbolismo alchemico. In altre righe si disse che il Tutto, o Caos, o Acque primordiali,
uscì dalla sua immobilità per la rottura di equilibrio tra due polarità, l'una
raffigurata dal geroglifico del Sole (
), l'altra da quello della Luna (
), dando
così inizio al processo di "individuazione". Tale processo di individuazione
dell'Uno sorto dal Tutto diede origine alla Manifestazione in tutte le sue forme. Fu anche
ricordato, in proposito, il mito di Kronos, divoratore della propria progenie, onde
significare la tendenza del Caos a non manifestarsi, a non divenire. La mitologica vicenda
di Zeus, sfuggito alle fauci del padre e poi a questi successore nel regno e sposo della
propria madre Rhea (incesto filosofale) sta a significare il prevalere dell'individuazione
che, sebbene avversarla della non-individuazione, è attivata dalla medesima energia.
La spinta che porta alla rottura dell'equilibrio tra il polo passivo, conservativo, negativo, lunare ed il polo attivo, positivo, solare è alchemicamente definita come "sete ardente", "brama", "fame":un cieco bisogno di godimento, di sensazione e pertanto necessità di individuazione, di identità, di immedesimazione: ciò che è la sfera sublunare dei mutevole mondo del "divenire"
Il Caos è anche detto "Acque cadent", la cui raffigurazione
simbolica è un triangolo con il vertice rivolto in basso (
)
Se tale simbolo appare con una linea orizzontale che attraversa il
vertice capovolto, assume il senso specifico di un arresto, di una sincope allo sfrenato
cadere delle Acque: è la Terra (
), elemento tipico nel quale la "brama", la
"farne", il "godimento" sono colti attraverso l'immedesimazione
nell'incessante divenire: sete che cerca sete.
Le "Acque cadenti", o Caos, sono anche dette Mercurio, mentre la fissità delle "Acque arrestare" - la Terra - specificamente riferite all'essere individuato, sono dette "Sale".
Da ciò è possibile comprendere come il Mercurio è
"fissato" al Sale dal bisogno di "godimento", dalla"fame".
Il simbolo seguente
racchiude l'aspetto caratteristico dell'Acqua-Mercurio,
dove il principio lunare (
=
) sovrasta, dominandoli, i quattro elementi (
=Acqua,
Tetra, Aria, Fuoco) usciti dal Tutto (
).
Quindi quando leggiamo che bisogna "prosciugare" l'Acqua -ovvero il Mercurio - dobbiamo intendere che bisogna eliminare l'umidità simboleggiante la "forza-desiderio".
La forza-desiderio, dunque, è la causa del connubio Mercurio-Sale, dello sponsale Psiche-Soma, Anima-Materia, Volatile-Fisso. Ecco perchè la "separazione" è detta anche "calcinazione della umidità superflua contenuta nella Materia". A proposito della umidità unita alla Materia, bisogna fare attenzione in quanto taluni Autori di scritti alchemici, parlando della separazione usano l'espressione "inumidire il secco", in palese contrasto con quella precedente di "prosciugare la Materia". In effetti il contrasto è solo apparente perchè è sempre il concetto di desiderio che viene espresso anche nel secondo caso, sebbene specificamente come "sete", come intrinseca "aridità" per la quale l'incessante necessità di bere del succo del divenire, di quel succo che lungi dall'estinguere il bisogno è a questo incremento. Come già detto: sete che beve sete.
Avendo chiarito ciò, riprendiamo ad osservare nel concreto la prima fase, quella che è definita anche "Morte", "Opera al Nero", "ala del Corvo".
Già sappiamo che l'affrancare il Mercurio dal Corpo porta il primo ad
esporsi all'influenza del principio solare, identificabile nel Fuoco(
).Ma ecco
che, ad onta della più scrupolosa correttezza del metodo seguito dall'Artista, si
manifesta per questi, una "crisi" che ricorda quella del "seme".
Infatti è proprio del seme che questo, onde poter fruttificare, debba morire nella
profonda Terra, debba precipitare nella tenebra per guadagnare la luce. Così è anche per
l'Artista che viene colpito in tutte le sue facoltà, coscienza compresa. Questo chiarisce
le espressioni, riferite al Mercurio, quale "arma che percuote", che
"tramortisce", che "uccide" ed ancora di "acqua
dissolvente", "aceto filosofale", "tossico", "vipera".
E il momento della "putrefazione" ermetica cui si associa la
"nigredo", o "colorepiù nero del nero": è la Materia che si disgrega
nella sua composizione, è il Misto che si sfalda, il Composto che si scinde nel suoi
componenti.
Poichè la su accennata fase è una condizione reale dell'essere, chiediamoci a quale particolare stato di tale essere la fase al Nero corrisponde.
Sentiamo in proposito, quanto scrive J. Evola
"Ora,tutto il segreto della prima fase dell'Opera Ermetica consiste in questo: nel far si che la coscienza non sia ridotta e poi sospesa già sulle soglie del sonno, ma possa invece accompagnare questo processo in tutte le sue fasi, sino ad una condizione equivalente alla morte. La "dissoluzione- - continua l'Autore - diviene allora un'esperienza vissuta, intensa, indelebile - e questa è la morte alchemica, il "più nero del nero", l'ingresso alla "tomba di Osiride", la conoscenza dell'oscura Terra, il regime di Saturno dei testi".
Si impone, a questo punto, chiarire un aspetto essenziale in seno al concetto di Morte. La così detta "tomba di Osiride" non deve essere confusa con quella tomba nella quale si entra giunti alla fine del vivere biologico; l'espressione "conoscenza della oscura Terra" ci dà modo di comprendere la differenza: infatti in questo caso è proprio la consapevolezza che è deliberatrice della esperienza, e non già la necessità biologica - che può solo esser subita. Esperienza attiva, quindi, che ben si differenzia dalla passività della Morte ordinaria dove è la necessità biologica a determinare l'evento e non già la volontà. Ancora: mentre la Morte - quale necessità della Vita - è distacco dell'Anima in conseguenza del venir meno del Corpo, la " mors philosopharum" è volontà dell'Anima che, colto il suo potere, si svincola dal Corpo. Il Mercurio diviene, così, "volatile" in conseguenza di un atto di VOLONTA, di un atto deliberato,consapevole.
La realizzazione della "separazione" determina una nuova
situazione in due direzioni, e cioè: verso il Mercurio, rendendolo soggetto all'influenza
del Fuoco (
), e verso il Corpo che, a causa della stessa opera al
nero, subisce profondi mutamenti nei suoi diversi elementi.
Ora, proprio in relazione agli accennati mutamenti, si deve tener presente che tutto ciò non e privo di rischi. E opportuno che ci soffermiamo un momento su questo.
In primo luogo bisogna tenere presente che l'Uomo - il così detto "Misto" - nella sua costituzione psico-somatica non conosce soluzioni di continuità, per cui, sotto il profilo funzionale, v'è un intimo compenetrarsi delle attività dei vari organi sistemi ai diversi livelli, il tutto retto da una delicatissima rete di rapporti e scambi. Basta considerare ciò, e tenere presente che le operazioni alchemiche vanno ad alterare, mutandole, le delicate relazioni tra Psiche e Soma, per comprendere come la mancata realizzazione della fase di "separazione" possa lasciare gravi e profonde alterazioni patologiche, quale triste retaggio di un'incauta o affrettata esperienza. Ecco, quindi, un motivo in più che giustifica la prudenza dei Filosofi d'ogni tempo nella diffusione dell'Arte alchemica.
Da quanto precede è facile comprendere che la prima fase presenta notevoli difficoltà. Gli stessi Alchimisti la definiscono "cosa difficilissima", una "fatica d'Ercole" e paragonano le restanti operazioni ad un "lavoro da donna", oppure ad un "gioco da bambini"; la prudenza, inoltre, e l'assenza di ogni fretta viene raccomandata, pena la rovina tanto dell'Opera che dell'Operatore.
Per sottolineare definitivamente l'estrema prudenza con la quale la prima fase deve essere accostata, quanto la sua importanza, riporto dalla conversazione tra due Filosofi, come è possibile leggere nell'Opera "Dialogo tra Eudossio e Pirofilo su l'antica guerra dei Cavalieri", il discorso di Eudossio:
" ... La materia non ha bisogno che di essere sciolta ed in seguito coagulata; la mistione, la congiunzione, la fissazione, la coagulazione e le altre operazioni analoghe avvengono quasi da sole, ma la soluzione è il grande segreto dell'arte.
E questo punto essenziale quello che i Filosofi non rivelano. Tutte le operazioni della prima opera o della prima medicina, non sono, a parlar propriamente, che una soluzione continua di maniera che calcinazione, estrazione, sublimazione e distillazione sono una vera e propria soluzione di materia. Geber ha messo in evidenza la necessità della sublimazione perchè essa non soltanto purifica la materia dalle sue scorie, ma soprattutto la prepara alla soluzione da cui deriva l'umidità Mercuriale che è la chiave dell'Opera."
Il discorso di Eudossio è molto importante in ordine a tre ragioni, e cioè: primo, perchè evidenzia che specificamente la "soluzione"2 è la prima fase; secondo, perchè, citando Geber, suggerisce la necessità di far precedere alla difficile, quanto pericolosa, "soluzione" un'opportuna preparazione, definita "sublimazione", che "purifica la materia dalle sue scorie"; terzo, perchè ribadisce che nell'ottenimento del Mercurio liberato è l'obbiettivo essenziale, appunto "la chiave della Opera", dell'Artista.
Poichè mi propongo di parlare del "come" relativo alla Grande Opera in maniera semplice ed il più possibilmente autentica, mi rifarò ad uno tra i testi classici dell'Arte. Si tratta del "Breve trattato sulla Pietra Filosofale" del Filosofo alchimista Lambspritick, nome che probabilmente è uno pseudonimo. L'opera in argomento è composta da diciassette figure simboliche, quindici delle quali si presentano accompagnate da commenti e spiegazioni.
Per il fine che ci proponiamo, noi prenderemo in esame alcune delle quindici figure spiegate e commentate, più precisamente la terza e dall'undicesima alla quindicesima.
La terza figura rappresenta una Foresta nella quale vivono due animali: un Cervo ed un Liocorno, quest'ultimo uno strano essere dalla forma di cavallo con un lungo corno attorcigliato che spunta dalla sua fronte. (fig. 1)
Fig. 1 |
In testa alla scena rappresentata è una frase; "Adesso è necessario che sappiate che ci sono nella nostra Foresta un Cervo ed un Liocorno". Siamo chiaramente di fronte ad una allegoria nella quale deve essere contenuto un messaggio composto da tre elementi simbolici, appunto: Foresta, Cervo e Liocorno. Procediamo ad analizzarli. L'elemento simbolico di maggiore interesse per l'analisi è il Liocorno; infatti si nota subito che si tratta di un elemento inesistente in natura e, quindi, qui presente in chiave di significazione. Questo animale fantastico, inoltre, ha specificatamente un solo corno, a differenza sia del Cervo che ne ha due, che di qualsiasi altro che ne sia sprovvisto.
Adesso è necessario che sappiate Che ci sono nella nostra Foresta un Cervo e un Liocorno.
TERZA FIGURA
|
Ci sono, nel Corpo, lAnima e lo Spirito.
Pertanto emerge immediatamente l'osservazione di una contrapposizione
voluta e significativa: binarietà del Cervo ed unitarietà del Liocorno. Basta, ora,
tradurre tutto ciò nei principi Alchemici ed avremo nel Cervo il "divenire", la
"bipolarità", le "Acque fluenti, ovvero: il Mercurio (
) e nel
Liocorno
Questa descritta è la situazione del Trimundio microcosmico, detto Uomo, prima dell'inizio dell'Opera il cui fine è, attraverso l'Arte, di "domare" e "guidare" i due Animali nella Foresta -ovvero rendere "cosciente", "consapevole" l'attività dell'Anima e dello Spirito nel Corpo.
Vedremo, ora, attraverso le figure successive lo svolgimento delle diverse "fasi".
La figura undicesima rappresenta tre personaggi: un vecchio re, un giovane principe ed un vecchio alato. I tre sono così disposti: il re è alla sinistra di chi osserva, alla destra il vecchio alato ed il giovane principe, posto tra i due, li tiene per mano. Dall'atteggiamento del giovane è possibile intuire che egli è in procinto di allontanarsi dal re per andare con l'altra figura. Ma ecco quanto si legge nel commento di Lambsprinck alla rappresentazione:
"E giunto da Israele un vecchio Padre.
Ha un solo figlio
Che ama con tutto il cuore.
Con dolore, lo affida ad una Guida
Che deve condurre il Figlio
In un luogo che egli desidera e vuole.
La Guida rivolge al Figlio queste parole:
Vieni qui, ti condurrò laggiù,
Sull'alta cima di una montagna
Affinchè tu impari a conoscere il mondo intero
E possa contemplare l'universo e l'immenso mare,
Perchè prenda piacere a questo grande spettacolo.
Ti condurrò perciò verso questa vetta
Fino a che non arriveremo alle porte del Cielo
Il Figlio ha creduto alle parole della Guida
E l'ha seguito nella sua ascesa.
Egli ha scoperto così la magnificenza celeste
E il suo splendore oltre ogni misura.
E, come ebbe veduto queste meraviglie,
Allora gli tornò il ricordo del dolore di suo Padre,
Ebbe pietà dei suoi gravi affanni
E desiderò di tornare nuovamente nel suo seno.
Padre, Figlio e Guida si tengono per le mani. Qui si comprenderà Corpo, Spirito ed Anima.
UNDICESIMA FIGURA
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Questo il commento di Lambsprick alla figura. Vediamo, quindi, il significato simbolico dei tre personaggi.
Il "Padre" rappresenta il Corpo, il "Figlio" lo Spirito e nella "Guida" alata - l'altrettanto alato Mercurio, cioè l'Anima.
Siamo di fronte alla fase iniziale dell'Opera nella quale si passa dall'abbinamento Corpo-Spirito (ricordiamo l'allegoria del "carcere tenebrosissimo" nel quale è racchiuso lo Zolfo) all'abbinamento Spirito-Anima o, anche, Zolfo-Mercurio. Da ciò è possibile rilevare che il "dolore" con il quale il Padre (Corpo) affida il "solo Figlio" (Spirito) alla Guida allude alla fase "al nero" (ingresso nella tomba di Osiride, conoscenza della nera Terra), cui segue la fase "al bianco" rappresentata dal viaggio compiuto dal binomio Spirito-Anima, donde la presa di coscienza da parte dello Spirito individuato nell'uomo circa la sua origine universale. Tuttavia tale presa di coscienza non si risolve nella rinuncia dell'individuale, né dello strumento corporeo di progresso; infatti lo Zolfo arriva "alle porte del Cielo", ma non varca la soglia dell'eternità, sebbene ammirandone la magnificenza. E, invece, colto dal "ricordo del dolore di suo Padre", mentre la "pietà dei suoi gravi affanni" chiariscono il vincolo dell'unione Padre-Figlio, quale necessità insita nel "metodo" stesso della Regale Arte.
L'indicazione alchemica è precisa ed implicitamente parla dell'equilibrio tra Spirito e Materia, per mediazione dell'Anima (del Mercurio) onde continuare insieme l'Opera verso le ulteriori fasi di questa. Perciò lo Spirito, sentita, al termine dell'esperienza, la necessità del naturale equilibrio col Padre, "desiderò - come si legge nell'ultima riga - di tornare nuovamente nel suo seno".
Meglio si precisa l'anzidetta situazione nella figura seguente - la
dodicesima - dove il Figlio, giunto su un'alta monta gna, si rivolge alla Guida (
) con le
seguenti parole del testo:
"Voglio subito tornare da mio Padre
Perchè senza di me non può né vivere né prosperare
Me l'ha detto continuamente e me l'ha gridato"
Queste parole, che ribadiscono quanto sostenuto precedentemente, sono seguite da quelle della Guida, ovvero dell'Anima che precisa ancora il suo ruolo di indispensabile tramite del rapporto Sale-Zolfo:
"La Guida, subito, risponde:
Non ti lascio scendere da solo;
lo t'ho condotto lontano dal seno paterno,
Devo perciò riportartici
Per ridargli la gioia di vivere
Così lui ci darà la virtù efficace".
L'ultima riga del discorso della Guida è della massima importanza perchè parla di una misteriosa "virtù efficace" necessaria tanto allo Spirito, quanto all'Anima ("ci darà", dice il testo). Vediamo, quindi, di identificare detta efficace virtù.
Se tanto lo Spirito che l'Anima ne sono privi, deve trattarsi di,
"cosa" profondamente diversa dalla loro natura e, se è il Padre che può
dispensare tale "cosa", questa deve essere tipica della sua natura; conviene,
quindi, chiarire le nature. Per farlo è opportuno convertire i tre "personaggi"
dell'allegoria nei corrispondenti simboli alchemici, sicchè avremo: lo Spirito
corrispondente allo Zolfo (
) l'Anima al Mercurio (
)ed il Corpo al Sale (
).
Nel Vaso dei Saggi è posta l'alta montagna delle Indie. Sulla quale s'invola il Figlio e la sua Guida, lo Spirito e l'Anima.
DODICESIMA FIGURA
|
Basta analizzare le nature dei tre elementi e balzerà evidente qual'è la virtù tanto rara per lo Zolfo ed il Mercurio che, "volatili", "instabili" come sono, necessitano - compimento dell'Opera -della FISSITA, della STABILITA del Sale. Ovvero, ancora, il risultato del "divenire", dell '"identità" dell'Uno scaturito dal Tutto va colto nella necessità di rendere "stabile", "definitiva" tale identità: inalterabile come l'Oro.
Spirito ed Anima, dunque, dovranno tornare alla Materia fino a quando questa non avrà dato loro ciò che le è proprio per natura, mentre, i primi due daranno all'altra quel lievito, quella "leggerezza", quella "volatilità" che le è sconosciuta, ma che è nel suo destino: Tutto che riscatta Sè stesso, Piombo che si muta in Oro, resurrezione misterica della Carne nel Regno della Vita eterna.
La necessità di riunione tra il Corpo e lo Spirito che, nell'esperienza mercuriale, l'aveva abbandonato è ben descritta nella tredicesima figura dove il vecchio Padre, in presenza dell'Anima, abbraccia il Figlio ritornato ed allo stesso tempo lo inghiotte. Così leggiamo nel commento, per quel che si riferisce alle parole del Padre ed al suo comportamento:
"Figlio, in tua assenza, io ero morto,
La mia esistenza si trovava in grande pericolo,
Che gioia mi dà il tuo ritorno!
Fin da quando il Figlio entra nella dimora del Padre
Il Padre lo circonda con le sue braccia
E nel medesimo tempo lo inghiotte
Nella sua bocca. Il Padre lo divora."
Fino a questo punto abbiamo seguito le prime due fasi dell'Opera, e cioè: quella al Nero e quella al Bianco. Questo significa che siamo di fronte al momento in cui l'Artista ha posto lo Zolfo (Figlio, Spirito) in contatto con il Mercurio (Guida, Anima) affrancando il primo dalla soggezione dal Sale o Corpo. Tuttavia lo Zolfo non è ancora libero, come l'allegoria stessa dimostra: infatti esso si è mosso sotto la tutela della Guida. Per essere più chiari: sebbene la materia non sia più condizionatrice dello Spirito, tuttavia questo non ha ancora realizzato il suo primato, ma è sottoposto all'influenza dell'Anima individuale.
Il Padre nel suo amore inghiotte il Figlio: Dell'Anima e dello Spirito si sazia tutto il corpo.
TREDICESIMA FIGURA
|
L'Opera al Rosso scaturisce dalla quattordicesima figura, dove il Padre è rappresentato solo e disteso, ammalato, nel suo letto. Qui è da notarsi subito la "solitudine": Spirito e Anima sono rientrati nel Corpo, l'unione si è ristabilita ma in una nuova condizione e, come leggeremo dal commento, è ora il Corpo stesso che desidera la "liberazione" dello Spirito, del Figlio divorato. Ma ecco le parole di Lambsprinck:
"Qui il Padre è coperto di sudore a causa di suo Figlio
E prega dal profondo del cuore il Signore
A cui tutto è possibile, in verità,
Giacchè crea tutte le cose,
E gli chiede di fare uscire nuovamente suo Figlio dal suo Corpo
Perchè possa resuscitare alla vita prece dente.
Il Signore non vuole disdegnare la sua preghiera E ordina al Padre di dormire.
Allora, appena egli riposa nella pace del sonno,
Dio fa discendere dall'alto una pioggia
Attraverso la limpida volta stellata,
Una pioggia feconda e d'argento puro
Che bagna e ammorbidisce il Corpo paterno."
E' evidente che siamo dinnanzi ad una nuova "crisi" che il
Trimundio umano sta vivendo; una palingenesi si preannuncia nella sofferenza paterna:
necessità di liberazione del Figlio (
) dalla commistione con il Mercurio, argentea ed alata
guida dei suoi primi passi. E questo significa la "pioggia feconda e d'argento
puro": il liquefarsi del Mercurio dal quale si separa, così, lo Zolfo o Spirito,
mentre il Sale stesso si ammorbidisce nella sua "fissità" lievitando, sicchè
è possibile dire che mentre lo Zolfo cede "volatilità" al Sale, questo riversa
la sua "fissità" allo Zolfo. Dice una frase di Lambsprinck posta in testa alla
figura in esame: "Qui il Padre è coperto da un abbondantissimo sudore -da cui cola
la vera Tintura".
Qui il Padre è coperto da un abbondante sudore
Da cui cola la vera Tintura
QUATTORDICESIMA FIGURA
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Cola, cioè, la sintesi dell'Opera, come si definisce nella quindicesima ed ultima figura della quale le ultime tre strofe del commento dicono:
"Assisi sul loro seggio il Padre con il Figlio.
In mezzo ad essi appare l'antico Maestro
Che porta un lungo mantello colore del sangue."
In particolare si riconosca nell'antico Maestro la vecchia Guida, cioè il Mercurio con sulle spalle un mantello "colore del sangue", ossia rosso, come il colore del Fuoco, dello Zolfo: anche il Mercurio, ora, è soggetto allo Zolfo, al segno dell'ARIETE.
Il primato dello Spirito è affermato nella stabilità aurea dell'Opera compiuta.
Ora, il Padre, il Figlio e la Guida sono riuniti. Insieme, eternamente, rimangono.
QUINDICESIMA FIGURA
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CONCLUSIONE
Come è facilmente rilevabile, ho dedicato maggiore spazio alla prima fase di quanto ne abbia riservato alle altre: primo, perchè mi sono rivolto a coloro che, come me all'inizio dell'Arte, devono innanzi tutto riflettere su quanto è loro più prossimo ed a ciò verosimilmente prepararsi, ovvero porre in ordine quanto possono, senza sapere, avere iniziato senza tuttavia averne il controllo; secondo, perchè tenuto debitamente conto che la fase "al nero", o "separazione", è la più difficile tra le fasi - e questo anche per la totale inesperienza dell'Artista nel campo del "volatile" - mi è parso responsabile, da parte mia, insistere nell'accennata fase. Per personale esperienza - che ribadisco nella misura del minimo - credo che sia essenziale avere un buon inizio, il che equivale a non avere fretta ' ed all'avere le idee chiare; poche idee, ma chiare ed attuali, valgono più di mille idee sofisticate, ma confuse.
NOTE
(tratto da HIRAM, n.1-2, aprile 1983 - Ed. Erasmo, Roma)