Articolo tratto dalla rivista "OLTRE la conoscenza" - ANNO II, n. 19 - dicembre 1997 - Sprea & Giussoni Periodici, Vignate (MI)
Ringraziamo il direttore responsabile per la gentile concessione
STORIA E MITO DELLA PIU STRAORDINARIA ISTITUZIONE CULTURALE DEL PASSATO
La biblioteca perduta
Entrata nella leggenda per aver avuto la pretesa di ospitare tutto lo scibile dellantichità classica, la biblioteca di Alessandria fu distrutta senza che sia stato possibile salvare nulla del suo immenso patrimonio culturale. E secondo alcune ipotesi tra i suoi libri cera anche la storia della colonizzazione della terra da parte di una razza aliena in seguito scomparsa.
La realtà storica ci indica come data approssimativa di fondazione della biblioteca l'inizio del III sec. a.C.. A quell'epoca Alessandria era ancora una città giovane, seppur concepita con criteri architettonici rivoluzionari. Con queste premesse non stupisce il fatto che Alessandria fosse destinata a diventare la capitale dell'Egitto sottraendo tale primato alla città di Menfi, cosa che avvenne all'epoca della dinastia dei Tolomei, con Tolomeo I. Fu proprio questo sovrano, grande cultore delle arti letterarie, a concepire l'idea di un luogo che avesse come funzione principale la conservazione dei sapere scritto. Egli inoltre capì l'importanza di mettere a disposizione dei dotti tale sapere e di tramandarlo ai posteri.
Per far questo si avvalse della collaborazione di un illustre letterato dell'epoca, ex governatore di Atene, il greco Demetrio Falereo, con il quale diede vita a due istituzioni fondamentali per la vita culturale dei mille anni successivi: il museo e la biblioteca di Alessandria.
Prima di allora la struttura di una biblioteca era molto diversa da quella che ci immaginiamo. La conservazione del sapere era infatti affidata per lo più a privati o ad istituzioni sacrali come i templi che possedevano pochissimi testi, di solito solo gli originali, ivi depositati dagli stessi autori. In quel tempi, infatti, la diffusione dei testi scritti era molto limitata a causa dei costi proibitivi dei materiali di supporto, che fossero tavolette di cera, pergamene o fogli di papiro. Quest'ultimo, introdotto dal VI sec. a.C., rappresentava una rivoluzione tecnologica, ma era ancora ben lungi dall'essere utilizzato in larga misura.
Fu Aristotele il primo a concepire l'idea della raccolta di testi come tutela del sapere. Egli tramandò la sua opera e il suo patrimonio librario al propri allievi, tra cui Teofrasto, amico di Demetrio Falereo. E fu proprio Demetrio Falereo ad introdurre in Egitto la biblioteca di tipo aristotelico, fondata sulla raccolta sistematica di testi messi a disposizione di un pubblico più vasto.
LA PRESERVAZIONE DEL SAPERE
Biblioteca e museo vennero costruiti molto vicini l'uno all'altro ed erano reciprocamente complementari. I testi venivano raccolti nella biblioteca, mentre nel museo erano redatte le edizioni critiche dei testi stessi; e i dotti che visitavano uno dei luoghi non potevano astenersi dal visitare anche l'altro. I volumi raccolti erano centinaia di migliaia (all'epoca di Cleopatra più di settecentomila!) e il fatto che di ciascuna opera esistessero più copie non toglie nulla all'imponenza e all'organizzazione di quell'enorme apparato di conservazione.
La biblioteca divenne un vero e proprio laboratorio di filologia; lo scopo iniziale era quello di raccogliere unicamente testi scritti in greco, ma poi la collezione aumentò e ,si arricchì di opere di ogni genere che venivano acquistate a spese del sovrano o accuratamente ricopiate, qualora fosse impossibile entrare in possesso degli originali. Tutto ciò richiedeva naturalmente molto spazio e difatti la biblioteca era formata da dieci enormi sale e da parecchie dependances riservate agli studiosi. Nelle sale colme di scaffali erano conservati rotoli di papiro, tavolette di cera e pergamene, ovvero libri la cui forma differiva notevolmente da quella odierna che, lo ricordiamo, fu introdotta nell'era cristiana con l'avvento dei "codici" e che da allora rimarrà sostanzialmente invariata.
Punto di riferimento obbligato per la cultura dei tempo, nel corso degli anni la biblioteca venne frequentata da illustri personaggi tra cui citiamo Euclide, padre della geometria; Apelle, il famoso pittore; Aristarco di Samo e Ipparco di Nicea, ossia i più grandi astronomi dell'antichità, l'uno anticipatore della teoria eliocentrica, l'altro scopritore della precessione degli equinozí; e ancora il grammatico Aristarco di Samotracia; Erone di Alessandria, il più grande ingegnere dell'antichità, e motti altri ancora.
INCENDI E DISTRUZIONI
L'attività dellIstituzione costituì un motivo di orgoglio per tutto l'Egitto tolemaico ed ebbe termine solo con la definitiva distruzione materiale della biblioteca, avvenuta all'incirca un migliaio di anni dopo la sua fondazione. E ben vero che prima di allora l'immensa raccolta di libri era già stata minacciata più volte e da più parti nel corso di incursioni o guerre di conquista. Nel 47 a.C., durante la guerra di Alessandria, i romani capeggiati da Giulio Cesare incendiarono una sezione della biblioteca; alcuni studiosi dicono che si trattò di un caso fortuito, altri invece sostengono che fu un'azione volta a danneggiare il patrimonio culturale alessandrino: fatto sta che oltre quarantamila rotoli andarono in fumo. Ben più imponente fu l'incendio provocato nei III sec. d.C. dalle truppe della regina Zenobia, sovrana dei piccolo regno di Paimyra: anche questo, però, non arrivò a distruggere completamente la biblioteca. E, nonostante tutto, non vi riuscì neanche l'imperatore Diocleziano, che nel 295 d.C. per sedare una rivolta scoppiata nella città egizia mise a ferro e fuoco la città.
Prima che cali definitivamente il sipario sulla grande biblioteca dovranno passare ancora diversi secoli, durante i quali l'Egitto passerà di mano in mano, dai Romani ai Persiani e da questi nel VII sec. d. C. agli Arabi. Se da una parte l'invasione araba tolse molte delle vessazioni imposte dai precedenti dominatori, soprattutto i Romani, dall'altra costrinse l'Egitto a scontrarsi con l'intransigenza religiosa dei mondo musulmano. Infatti dopo un lungo assedio da parte delle truppe dei generale Amr Ibn-el-as, agli ordini dei califfo di Baghdad, Omar 1, la città di Alessandria cadde in mano all'invasore nel 646 d.C. Il generale Amr chiese al suo sovrano quale dovesse essere il destino dei libri contenuti nella biblioteca, e Omar 1 rispose di seguire il seguente criterio: "Se i libri non riportano quanto è scritto nel Corano allora vanno distrutti, poiché non dicono il vero. Se i libri riportano quanto scritto nel Corano vanno distrutti ugualmente perché sono inutili".
Il destino della biblioteca era segnato da questo ragionamento che non lasciava via di scampo e che condannava il patrimonio culturale pazientemente raccolto nel corso di secoli a un rogo purificatore.
Qui finisce la storia e comincia il mito.
LA TEORIA DELLA COSPIRAZIONE
Le stesse notizie riguardanti i numerosi incendi della biblioteca sono alquanto nebulose e hanno portato gli studiosi a formulare diverse teorie sul vero scopo di quei roghi. Le conclusioni cui sono giunti alcuni - citiamo a questo proposito Paul Bergier e la sua opera "I libri maledetti" - vedono come movente fondamentale il fatto che la biblioteca di Alessandria, ovvero il suo contenuto, faceva paura a molti, perché nelle dieci enormi sale erano custoditi, oltre ai più classici libri di narrativa e scienze filosofiche, anche dei testi anomali. Tra questi figurava l'intera opera di Beroso, un sacerdote babilonese vissuto ai tempi di Alessandro il grande. Si trattava di una Storia del Mondo che riportava in alcuni passi l'incontro tra le civiltà mesopotamiche e una razza di semidei, gli Apkallus, discesi dalle stelle sotto forma di esseri anfibi, i quali avrebbero insegnato all'umanità le nozioni fondamentali per il progresso tecnologico.
Vi era poi l'opera di Manetone, sacerdote egizio vissuto ai tempi di Tolomeo I. Di Manetone si diceva che conoscesse tutti i segreti dell'Egitto e che fosse anche in possesso dei mitico Libro di Toth, un papiro antico di migliaia di anni che secondo la leggenda sarebbe stato scritto da un semidio vissuto agli albori della storia umana. Toth, in Egitto, era considerato l'inventore della scrittura e la lettura dei suo libro dava enorme potere, perché in esso erano contenuti i segreti del mondo unitamente a certi rituali di alta magia che garantivano un controllo pressoché totale sul prossimo.
Bergier riferisce inoltre che nella biblioteca erano custoditi anche i testi dello scienziato fenicio Moco, che sarebbe stato il primo a formulare la teoria atomica; ancora, vi dovevano essere preziosissimi libri indiani, ormai andati perduti. In ultimo, c'erano numerosi manoscritti alchemici: così tanti che, sempre secondo quanto riporta Bergier, la vera ragione che spinse Domiziano a muovere contro Alessandria fu proprio la volontà di distruggere quelle opere cosi pericolose. Domiziano pensava infatti che la facoltà di trasformare i metalli comuni in oro per mezzo dell'alchimia avrebbe consentito all'Egitto di arricchirsi oltre misura diventando così una minaccia per l'egemonia romana.
I DISTRUTTORI DI BIBLIOTECHE
Del resto la teoria della cospirazione contro il Sapere è una costante dell'opera di Bergier, che sostiene l'ipotesi di una setta di distruttori di biblioteche votata a non far trapelare nessuna conoscenza antecedente la storia ufficiale.
Su una cosa Bergier ha certamente ragione: la biblioteca di Alessandria non fu mai vista di buon occhio, ma ciò secondo gli studiosi ufficiali fu soprattutto per il suo carattere innovatore e per la straordinaria organizzazione che stava dietro la conservazione dei testi che in essa erano contenuti. Suscitò parecchie invidie, anche e soprattutto da parte delle sue più dirette concorrenti, tra cui la grande biblioteca di Pergamo, in Grecia. A questo proposito è significativo il fatto che per un certo periodo il faraone emanò un editto teso a far levitare il costo per l'esportazione dei papiro, al solo scopo di danneggiare la concorrenza greca. Il clima che circondava la biblioteca di Alessandria non era quindi dei più sereni e un certo campanilismo culturale determinò in larga misura l'invidia nei confronti delle reciproche istituzioni culturali.
Senza escludere del tutto implicazioni e moventi di carattere esoterico, riteniamo sia più obiettivo riconoscere che la documentazione in nostro possesso è troppo scarsa e frammentaria per poter delineare un quadro preciso di ciò che realmente ha contenuto la biblioteca di Alessandria (oltretutto anche il catalogo generale è andato perduto) o delle ragioni che hanno portato ai sistematici tentativi di distruzione della medesima. Ci auguriamo solo che se qualcosa è riuscito a salvarsi dall'ultimo rogo, come afferma qualcuno, possa un giorno venire di nuovo alla luce, aggiungendo cosi un tassello al complicato mosaico delle scienze filologiche.
Ricostruzione pittorica del faro di Alessandria |
UNA METROPOLI DEL PASSATO
Alessandria fu fondata da Alessandro il Grande nel 331 a.C.. Quella che inizialmente era una delle tante colonie ellenistiche sparse per il mediterraneo diventò presto un polo d'attrazione per numerose etnie e per altrettanti ceti sociali che diedero tono e vitalità alla città, conferendole l'aspetto cosmopolita di una metropoli. Le due arterie principali di Alessandria, lunghe diversi chilometri e ampie fino a trenta metri (le più grandi strade cittadine del mondo
antico), costituivano la spina dorsale di un sistema di vie che seguiva uno schema rigorosamente geometrico e che suddivideva la città in immensi quartieri monumentali interamente costruiti in pietra.
Il complesso urbano, che contava più di quattromila edifici, un teatro, due templi dedicati a Iside e a Serapide, uno stadio, numerosi orti, giardini botanici e impianti sportivi, era bagnato dalle acque del Mediterraneo, nella regione del grande delta del Nilo; alle spalle di esso scorreva un piccolo fiume che garantiva il costante approvvigionamento idríco, grazie a geniali
opere di incanalamento, e consentiva anche il trasporto di merci e persone per via fluviale. Imponente fu poi anche l'erezione dell'immensa diga, l'Eptastadium (il nome si riferisce alla lunghezza dell'opera che misurava appunto sette stadi, corrispondenti a circa milletrecento metri), che divideva in due il porto marittimo e che arrivava fino all'antistante isola di Faro. Su quest'isola, tra l'altro, venne costruita quella che è considerata una delle sette meraviglie del mondo antico: il faro di Alessandria, alto centoventi metri, interamente ricoperto di marmo, decorato in bronzo e capace di proiettare la sua luce fino a molte miglia di distanza.