Il segreto di Socrate
di
L.F.
C'è nella cultura moderna un concetto di progresso, di evoluzione che condiziona talmente l'immagine che abbiamo dei fatti, che spesso si pretende di riscontrare gli effetti tangibili a cui tale progresso dovrebbe dar luogo anche in un breve arco di tempo. In particolare si vuole, generalmente, che nella storia degli eventi culturali ogni generazione di studiosi, di artisti, di filosofi segni un " superamento " rispetto a quella precedente, secondo un progetto storiografico che, a onor del vero, sconcerta a volte per la sua banalità.
Infatti, pur verificandosi costantemente un mutamento di situazioni,di rapporto, di modi di vita, pur tuttavia non può, secondo noi, pretendersi in cosi minimi segmenti (qual è appunto il passaggio da una generazione all'altra) di verificare mutamenti tanto cospicui da far pensare a una congiuntura evolutiva e progressiva in tutti i campi del sapere.
A renderci poi più perplessi circa la legittimità di un concetto storiografico che ci sembra costituire una povera volgarizzazione di ben più complesse epistemologie, c'è la convinzione che, nel fare la storia di idee sorte in un dato arco di tempo, sia giusto tener conto delle concezioni operanti nell'epoca che si vuole studiare, prima di precipitarsi ad applicarvi, incautamente, criteri "validi" per noi moderni. Per il resto, si sa, la storia appartiene metà a chi la fa come studioso e solo per metà a chi la vive. Da questo punto di vista è impossibile, agli altri come a noi, guardare per esempio a Platone con gli occhi di Platone stesso a distanza di oltre duemila anni. Occorre però prendere atto che nel considerare il rapporto tra Socrate e Platone si ricorre normalmente a categorie storiografiche che, per essere ignorate da Platone e pressochè estranee alla coscienza degli antichi, finiscono a nostro avviso col rendere illegittime talune conclusioni. Per parte nostra, insomma, sentiamo di dover avanzare delle riserve su uno studio dei rapporti tra Socrate e Platone ridotto a una valutazione del " progresso " che il secondo avrebbe compiuto rispetto al primo, se non addirittura di quel che Platone avrebbe " aggiunto " all'insegnamento del maestro. Cosi scolasticamente si insegna che Platone e Aristotele fondano la logica, di cui accidentalmente Socrate avrebbe elaborato una nozione fondamentale, quella di " concetto ".
Assolutamente scettici nei confronti di una tale concezione di uno sviluppo lineare del pensiero, che conduce tra l'altro all'assurda pretesa di possedere un criterio per decidere " se una qualsiasi teoria, prima ancora di essere provata, sarà migliore della precedente " (i), cercheremo in questo nostro scritto di suggerire altre prospettive utili a riproporre il problema storiografico da noi indicato.
Tanto per cominciare, osserviamo che ci sembra estraneo al mondo antico quel costume intellettuale di noi moderni, per cui obbligo fondamentale dell'allievo è superare il maestro, senza di che non si sarebbe " bravi " allievi. Per conto nostro è assai probabile che l'impegno del discepolo fosse all'epoca di Platone quello di meditare l'insegnamento del maestro, per chiarirne a sè e agli altri il senso più profondo. Ciò si concreta nell'immagine, se si vuole convenzionale, di un maestro depositarlo di un sapere che, per essere anche inteso come saggezza di vita, costituisce il " segreto " dell'uomo che non si insegna solo con la parola, ma anche col gesto e con l'esempio.
Ciò però significa che nell'epoca di Platone, con la probabile, peraltro rilevante, eccezione di certa sofisti ca che mirò a dissacrare la figura del " saggio ", il rapporto che generalmente unisce maestro e allievo non comporta una proiezione verso i1 futuro, ma, al contrario, verso il passato. Due fatti confermano l'ipotesi.
Il primo è che nell'ambito della scuola pitagorica è difficile distinguere le opere di Pitagora da quelle degli allievi, il che testimonia a nostro avviso il rapporto dì contínuìtà tra l'opera del maestro e quella dei discepoli, i quali non tengono ad affermare la loro individualità contro quella di Pitagora.
Il secondo è il fiorire in età alessandrina di una grande messe di scritti filosofici apocrifi che, a parer nostro, possono solo a stento giustificarsi appellandosi al capricci del gusto letterario e che confermano, secondo noi, la convinzione che il legame al passato nobiliti il presente e che appunto dalle epoche precedenti vengano, secondo gli antichi, i più validi e autorevoli insegnamenti, espressione di un'autentica saggezza.
Venendo, dunque, al " segreto " di Socrate, direi che esso è tutto nell'insegnamento platonico e proprio, anzi, in quei dialoghi di Platone convenzionalmente non socratici, in cui si è cercato il segno di un progresso che l'allievo avrebbe compiuto rispetto al maestro. Stando, perciò a quel che diciamo, si tratterebbe di ribaltare il giudizio corrente, nel senso che il " vero " Socrate sarebbe secondo noi da ricercare in quei dialoghi della maturità, nel quali il maestro di Platone ha apparentemente un ruolo secondario di testimone e riferisce o semplicemente introduce il vero e proprio dialogo, ruolo che invero a noi non pare affatto secondario. Al contrario, nel cosiddetti dialoghi socratici non si rinverrebbe a parer nostro nulla di più di un'immagine stereotipata, convenzionale, di Socrate, il quale vi è rappresentato come probabilmente era apparso agli Ateniesi che distrattamente e occasionalmente lo avevano avvicinato, quando era ancora in vita, al Ginnasio o sulle, piazze della città.
Con questo, si badi, non vogliamo sovrapporre la personalità del maestro a quella dell'allievo, nè tantomeno pretendiamo di negare a quest'ultimo l'originalità che invece senz'altro gli appartiene. Intendiamo soltanto affermare che Platone è indissolubilmente legato alla figura del maestro, tanto che l'uno non avrebbe senso nè grandezza senza l'altro, corrispondendosi ciascuno dei due nella vicenda culturale e spirituale testimoniata (secondo una propria inconfondibile cifra) con uguale passione e partecipazione.
Questa cifra è in Socrate quel silenzio che ha sconcertato e lasciato perplessi tutti, o quasi tutti, i suoi storici; in Platone è invece quell'insopprimibíle esigenza di parlare., di esplicitare che sconcertò, come è noto, alcuni suoi contemporanei.
Questo parlare, lasciando testimonianze scritte sul pensiero di un maestro che caparbiamente si rifiuta di dare ai propri concetti una forma per sempre definita, è appunto la violazione, peraltro amorevole, di quel " segreto " che appartiene a Socrate.
Veniamo all'enigmatico silenzio del maestro. Questi, secondo una penetrante osservazione di Robin ricusò di formare una scuola (2), cosa che al contrario fecero i maggiori esponenti della sofistica. Al silenzio osservato di fronte al posteri, corrisponde l'" impegno " di insegnare con l'esempio della propria azione (3). E un tale messaggio non poteva che essere destinato al soli contemporanei, a coloro, cioè che lo conobbero personalmente.
Le implicazioni morali di tale scelta sono tali e tante quali, per fare un esempio prossimo a noi, sono sottintese in certi personaggi dostojeskiani. C'è dietro tutta una filosofia. Parlarne e fare l'apologia di Socrate, quella difesa non solo avvocatizia, ma appassionata e viva di cui resti traccia a una posterità che, si spera, sia meno ingrata dei contemporanei, i quali, indifferenti, hanno assistito al sacrificio del vecchio sapiente. Certo questo compito non spettava a Socrate.
Sta di fatto che questa filosofia, questo insegnamento, su cui forse il maestro non si attardò che in qual~ che occasione e alla presenza di amici fidati, è quella che Platone ricostruisce. In questa sua fatica c'è però più di uno sforzo di memoria. Vi si rinviene anche una volontà interpretativa, che lo fa rivolgere a tradizioni presocratiche. Tali sono, per esempio, quella pitagorica, quella eleatica e quella egizia. Ma non c'è dubbio, secondo noi, che la complessa e affascinante psicologia di Socrate fosse l'anello di congiunzione che unì Platone alle più antiche tradizioni culturali. La volontà di decifrare il senso di talune scelte di vita del maestro (che è per lui modello, simbolo, dotato di un carisma particolare) è l'occasione che spinse Platone alla filosofia. " E' l'incontro con Socrate - dice Koyrè - che ha infiammato l'anima di Platone e vi ha acceso il fuoco della filosofia " (4).
A confermare poi l'esistenza di uno sforzo non solo esegetico ma anche latamente interpretativo, c'è il fatto che Platone non conobbe Socrate che nella vecchiaia di questi e potè informarsi, sostiene Robin, intorno alla vita del maestro " presso discepoli più anziani, presso molti membri della sua stessa famiglia -Crizia l'oligarca, cugino di sua madre, Carmide, fratello di questa, i suoi fratelli Adimanto e Glaucone " (5).
In ogni caso, che la filosofia platonica debba intendersi nel suo complesso come un'interpretazione del pensiero di Socrate, lo attesta, secondo noi, la stessa teoria delle idee, la cui paternità è stranamente attribuita da vari commentatori al solo Platone, il quale ne sarebbe l'originale ideatore. Contro questa pretesa il Taylor obietta che è poco credibile che Platone si esponesse al discredito del pubblico attribuendo a Socrate una teoria, quella delle idee, appunto, che non fosse realmente sua (6).
E' credibile, piuttosto, che nell'esporre tale teoria, Platone cercasse anche di interpretarla. Ciò spiegherebbe perché in alcuni suoi dialoghi egli si mostri particolarmente critico rispetto a formulazioni da lui altre volte date alla stessa teoria. Per conto nostro, ciò è riferibile non tanto a un preteso sforzo autocritico nei confronti di una propria teoria, quanto a un intento non dichiarato e tuttavia scoperto (i contemporanei sapevano) di spiegare che cosa ci fosse " dietro " la teoria delle idee. In questo senso ci troviamo perfettamente d'accordo con una affermazione di Antonio Capizzi, il quale sostiene che Platone trae " da una dottrina socratica conseguenze non attribuibili al Socrate Storico, ma coerenti col suo pensiero " (7), cosa che appunto ci sembra coerente con la nostra teoria. Solo che, riferendosi al Fedone, il Capizzi ritiene si possa, proprio alla luce di quanto detto, tornare al punto di vista dell'esegesi tradizionale " che fa di Socrate il teorico dei concetti nella mente dell'uomo, non delle idee nel mondo iperuranio " (8).
Contro una tale ipotesi noi facciamo osservare che l'insegnamento tradizionalmente riferito a Socrate (sulla base anche della testimonianza di Aristotele) può costituire il tentativo di codificare una dottrina, tenendo d'occhio un problema, ormai divenuto un nodo centrale nello sviluppo della filosofia greca, il problema della conoscenza.
Ora, Platone ha di mira invece una visione più articolata, più complessa, più organica e sistematica se si vuole, qual è quella del " Timeo ", Per arrivarvi, però, egli deve prima " demolire ", la teoria di cui in realtà si serve con l'unico scopo di giungere dove pure deve giungere. In questo senso riecheggia qualcosa di Platone nella frase di Wittgenstein secondo cui " Le mie proposizioni illustrano cosi: colui che mi comprende, infine le riconosce insensate, se e salito per esse - su esse - oltre esse. (Egli deve, per cosi dire, gettar via la scala dopo che v'è salito) ". (9)
Del resto, se le idee sono simboli, come il termine greco ci avverte, esse non sono neanche " qualcosa ", ma servono soltanto a dissolvere il fantasma di una realtà " materiale " che come tale è " apparente ". In questo senso la teoria socratica per cui l'uomo conosce solo idee e non co se è in. accordo (e perciò comprende) le dottrine anteriori, come per esempio quella eleatica che è informata al principio della conoscenza come comunicazione e astrazione.
A ben guardare, infine, ciò che Platone nel " Parmenide " e nel " Sofista " mostra essere impossibile è che le idee siano viste come cose sensibili o come fondanti una pretesa realtà sensibile che invero sarebbe per Platone illusoria, come forse illusoria è quella pretesa che intende l'evoluzione come un meccanismo cieco, un moto piattamente uniforme che nega tanto alla natura quanto alla storia quel pò di fantasia che ne costituisce la risorsa segreta e affascinante.
Note
1)
K.R. Popper: La razionalità delle rivoluzioni scientifiche in "Rivoluzioní scientifiche e rivoluzioni ídeologiche" (a cura di R.Harré) trad. it. Armando ed. Roma 1977 pag. 102.2)
L. Robin, Storia del pensiero greco. tr. ít. Mondadori ed. Milano, 1982 pag. 146 3)3)
Il perchè di questo silenzio socratico ce lo rivela, con molta onestà e fedeltà al pensiero del maestro, lo stesso Platone, quando nel FEDRO la dire a Socrate: ,<Perchè vedi, o Fedro, la scrittura è in una strana condizione, simile veramente a quella della pittura. I prodotti cioè della pittura ci stanno davanti come se vivessero: ma se li interroghi, tengono un maestoso silenzio. Nello stesso modo si comportano le parole scritte. crederesti che potessero parlare quasi che avessero In mente qualcosa; ma se tu, volendo imparare, chiedi loro qualcosa di ciò che dicono esse ti manifestano una cosa sola e sempre la stessa. E una volta che sia messo in iscritto ogni discorso arriva alle mani di tutti, tanto di chi l'intende tanto di chi non ci ha nulla a che fare . . ." (Platone, Fedro, 275 d-e).4)
A. Koyré: Introduzione a Platone, tr. it. Vallecchi, Firenze, 1973, pag. 665)
L. Robin, op. cít. pag. 1466)
A. E. Taylor: Socrate, tr. it. Firenze, 1952 pagg. 17-19.7)
A. Capizzi Socrate e i personaggi filosoficí di Platone. Edizioni dell'Ateneo Roma, 1970, pag. 146. 8) ibidem, pag. 165. 9) L. Wittgensteín: Tractatus logico-philosophicus, tr. it. Einaudi, Torino pag. 82.(tratto da "L'Incontro delle genti" Anno XXIV - aprile-giugno 1984 pag. 4 - ed. E.R.A. INCONTRO S.R.L.)