Il futuro e leterno
di D. D. B.
Nella rivista bimestrale "La Cultura" edita dal Grande Oriente d'Italia, Edizioni Erasmo, diretta da Guido Calogero -fascicolo 6, Novembre 1963 - esattamente ventisette anni or sono, è apparso un articolo firmato dallo stesso direttore ed intitolato: IL FUTURO E L'ETERNO.
Guido Calogero, filosofo, in forza dei propri princìpi morali, assunse in ogni occasione ferme posizioni in difesa della libertà e della tolleranza, ritenendo quest'ultima una condizione irrinunciabile per assicurare la libertà.
Guido Calogero non era massone. Tuttavia egli accettò consapevolmente di dirigere una rivista edita dalla Massoneria di Palazzo Giustiniani e la diresse con il vigore morale che derivava dai suoi convincimenti umanitari, del vedere se stesso in mezzo agli altri e con gli altri e, quindi, con il proposito di intendere e di farsi intendere.
Appare interessante, ed ancora attuale, il pensiero che egli esprime in quell'articolo, nel quale cerca di spiegare il suo punto di vista, su ciò che può mutare ed ha un futuro, e su ciò che non può mutare ed è eterno. Si tratta di aspetti che riguardano chiunque voglia accedere a quella che lui chiama "La bussola dell'universo", di quello strumento cioè che, se bene utilizzato, è in grado di orientare correttamente le nostre azioni.
Si domanda Calogero:
"Nel rapido mutare delle cose, sono per mutare anche i valori di fondo? La velocità delle nostre rotte farà impazzire anche le nostre bussole? C'è qualcosa a cui possiamo credere, al di là della critica di ogni fede?"
E successivamente tenta di rispondere a questi inquietanti quesiti. Riporto per comodità del lettore quanto egli scrive:
"Allora mi è tornato in mente che, negli anni trenta, quando il problema fondamentale era quello di vincere il falso storicismo e di svegliare gli animi alla lotta per la libertà, il discorso che si faceva era apparentemente l'opposto, ma in realtà lo stesso, di quello che ancora oggi mi sembra necessario fare qui. Anche allora il problema era quello del rapporto tra il FUTURO E L'ETERNO, tra ciò che può cambiare domani e ciò che non può cambiare mai. In una famosa pagina dell'epilogo della sua "Storia d'Europa nel secolo decimonono", Croce, a chi si domandava se alla libertà fosse riservato l'avvenire, aveva risposto che essa aveva qualcosa di meglio che l'avvenire, perché aveva l'eterno. Era una formula potente ed era, in fondo, anche una verità. Ma noi allora contestavamo in essa quanto in essa era certamente da combattere: cioè il convincimento, conforme al vecchio storicismo vichiano e hegeliano, che certi valori fossero assicurati provvidenzialmente dalla storia, la quale si serbava razionale al di là di ogni personale tragedia degli individui. Di fronte a questo, noi ricordavamo che i valori sono le cose per cui si trepida, non le cose che sono garantite da una eterna necessità. Ci premeva la sorte del futuro, non l'immobile volto dell'eterno. E distinguevamo, giustamente, tra la libertà che non viene meno mai, quella che ciascuno di noi ha per se stesso e che nessuna prigione gli può togliere (la libertà di consentire o di non consentire, di approvare o disapprovare nell'intimo, per quanto ostacolato possa essere il proprio potere di esprimersi) e la libertà di questo stesso esprimersi, in ogni manifestazione e forma e attività della vita: quella libertà che può essere sempre ampliata o decurtata, garantita o messa in pericolo, ed al cui paritetico sviluppo è dedicata ogni struttura della civiltà. Quest'ultima libertà era, allora, a rischio mortale..."
"Oggi piuttosto che morire per mancanza di libertà noi sembriamo quasi soffrire di una malattia inversa, cioè del timore che ogni norma decada in arbitrio e che ogni stabilità si dissolva nel contingente, è necessario non già fare il discorso opposto, ma considerare l'opposto aspetto di quella medesima verità. Se allora difendevamo il rischio e l'impegno del futuro contro la contemplazione dell'eterno, oggi, al fine di non lasciarci travolgere dalle sole incertezze del presente, non dobbiamo dimenticare che c'è anche l'eterno".
"Ma quale è questo eterno?"
E questa la nuova domanda che si pone Calogero. Egli ravvisa nella "Filosofia del dialogo" lo strumento idoneo per riconoscere l'eterno. Si spiega con un esempio. Ove vi fossero scienziati di gran lunga superiori ai Newton, agli Einstein, ai Fermi, capaci di trovare una interpretazione del mondo tanto soddisfacente da far credere che dopo non resti nient'altro da fare, salvo che "gioire e contemplare di tale siffatta finale verità", e dicessero una cosa simile ai loro colleghi, si escluderebbero da soli dalla comunità della scienza. E ciò perché "anche nella scienza c'è un indiscutibile: ed è l'assoluto della discutibilità". Chi non accetta questa regola di fondo, questo assoluto, consistente nel diritto di mettere qualsiasi conquista scientifica in discussione, in quel momento egli si pone fuori della comunità della scienza: "Ogni universo scientifico può mutare, non già la libertà del discuterlo".
Con tale esempio egli indica, nel progredire della scienza, il futuro, e nel permanente diritto alla discutibilità, la continuità assoluta e quindi l'eterno. Un eterno, e questo va sottolineato per la sua importanza, non derivante da una condizione divina ma da una premessa condizionante, di origine umana, in base alla quale la scienza e il suo universo possono essere posti "sempre" in discussione.
Si tratta di una premessa che esprime il diritto a disporre di una personale opinione sugli eventi scientifici, diritto alla cui base è posto perentoriamente un atteggiamento di tolleranza condiviso ed accettato da tutti. E proprio in questo atteggiamento sta il presupposto della filosofia o della "Legge del dialogo", come in altri punti del suo scritto la definisce Calogero. Filosofia o legge del dialogo, che allora costituiva un impegno al quale si debbono aperture inconsuete tra i diversi punti di vista religiosi, politici e filosofici. E proprio a quel periodo risale una prima apertura della Chiesa cattolica nei confronti delle chiese protestanti e finanche nei confronti della Massoneria.
Egli prosegue ricercando il massimo profitto nell'esempio portato: "Vediamo allora che la perenne regola del dialogo scientifico non è altro che la universale norma del mutuo intendersi, la quale è poi il fondamento di ogni etica, di ogni sistema di diritti, e quindi di ogni organizzazione civile. E la legge del capire gli altri, così come si vuole essere capiti e di comportarsi in conseguenza: il ché, egli aggiunge maliziosamente, "è qualcosa di più che il semplice fare agli altri ciò che si vorrebbe fosse fatto a sé, perché, alla stregua di questa seconda norma, noi potremmo imporre agli altri le nostre preferenze, e quindi sentirci dire da George Bernard Shaw che non dobbiamo fare agli altri quel che vorremmo fosse fatto a noi, in quanto essi potrebbero avere gusti diversi dai nostri".
"Nel suo spirito", egli continua, "anche quella legge evangelica non è che la legge del dialogo come lo è la legge socratica del nemo sua sponte peccat e quindi della perenne doverosità dell'intendere le altrui ragioni e del chiarire agli altri le proprie".
Calogero rafforza tale tesi aggiungendo che il valore di questa norma non dipende da chi l'ha scoperta o rivelata, dalla firma che porta: "nessuno ha il diritto d'autore su quello che è il fondamento di ogni diritto. Come diceva il re buddista Asoka: importa molto rispettare la propria filosofia e religione, ma ancora più importa rispettare la religione degli altri. I discorsi possono essere compatibili o incompatibili, ma la regola del dialogo dei discorrenti trascende qualsiasi loro discorso" .
"Alla legge del dialogo noi possiamo conformarci o non conformarci, ma non possiamo mai evadere dal suo radicale dilemma. Possiamo anche gettare nel cestino il libro coi dilemmi di Zenone, quando non ci interessino quelle discussioni sulla unità e molteplicità. Ma non possiamo mai sfuggire a questa alternativa: o essere soli o essere con altri. 0 voglio intendere altri, oppure voglio restare solo con me stesso, cioè considerare l'universo come semplice strumento del mio volere".
"0 l'I0 ignora il TU, o lo comprende: ma non esiste una terza via, nemmeno nelle più sfrenate fantasie della fantascienza".
"La morale è una scelta per cui non è dato non scegliere: qualunque cosa si faccia si sceglie sempre una delle due alternative. Ogni moralità è sempre un'opzione, ma essa si esercita nel quadro di una dilemmatica che non è un'opzione perché è sempre e assolutamente e trascendentalmente necessaria".
Da questo ragionamento egli fa discendere quella che chiama "La bussola morale dell'universo": in ogni situazione cosmica possibile è sempre fermo il dilemma radicale del collaborare con gli altri o al suo contrario.
Dopo tali indicazioni aggiunge altre considerazioni e altre domande:"Che cosa importa allora chiedersi se la moralità sia del passato o dell'avvenire? La vera Morale è sempre la stessa per la eccellente ragione che è la legge di convivenza di tutti con gli altri, nella loro volontà di capirsi, di rispettarsi a vicenda. Tutti sono uguali di fronte a questa legge, quale che ne sia la stirpe o la chiesa: il prossimo, non colui che è figlio dello stesso padre, ma colui che è fatto prossimo dalla volontà di capirlo. Non c'è neppure bisogno che sia propriamente un uomo: può essere anche il lupo di Gubbio, come un Angelo o Dio."
Dopo aver accennato polemicamente alla facilità con cui i critici si gettano sulle novità stracciandosi le vesti per gridare al miracolo di una nuova estetica o di una nuova morale, Calogero li esorta ad una maggiore ponderatezza, ricordando che "quel che occorre è tener ben ferma la solidità dei criteri di fondo, perché c'è una ETERNA ESTETICA, così come c'è una ETERNA MORALE."
Mentre appare limpidamente espresso il pensiero di Calogero relativamente alla storicità ed alla eternità della morale, sicché se ne deduce che sebbene gli atteggiamenti possano mutare a causa del mutare delle circostanze, resta tuttavia un aspetto che non può mai mutare - il dilemma: lo con gli altri o lo da solo - viene da domandarsi se sia riuscito ad indicare con altrettanta chiarezza i presupposti di un possibile giudizio su ciò che è morale e ciò che morale non è. E su questo punto che vale la pena di svolgere qualche ulteriore riflessione.
Guido Calogero individua nel dilemma dell'Io con gli altri o dell'Io da solo, e nella scelta includibile che esso porta con sé, l'eterno, ciò che non muta, che resta sempre uguale a se stesso. Che vi sia comunque e sempre un dilemma e che su questo dilemma si debba scegliere, è indubitabile ed inevitabile. t tuttavia al senso della scelta, allorquando l'Io avrà deciso di stare con gli altri o di restare solo, che viene rinviata la comprensione del significato morale da attribuire al gesto compiuto, perché è solo nel momento della scelta che tale gesto potrà essere classificato o buono o cattivo. E se è incontestabile il contenuto morale del dilemma "Io con altri o da solo", altrettanto incontestabile appare l'osservazione che vede tale contenuto estrinsecarsi soltanto nel momento in cui i fatti si svolgono, ovvero quando avviene la scelta, ed è perciò giudicabile.
Calogero non possedeva probabilmente la foga, né tantomeno la retorica, del predicatore, tantoché piuttosto che affermare, preferiva argomentare. Un più sottile modo di esprimersi, magari meno incisivo, ma certamente più convincente. Nel suo articolo Calogero non si dilunga molto per dire quale è la scelta giusta da fare, tuttavia lo fa con molta chiarezza e senza equivoci. E non solo perché lo ha dimostrato con la sua vita coerentemente condotta "con gli altri" e non da solo, sicché pochi possono vantare più di Lui una partecipazione ai problemi di tutti, ma perché dalla sua indicazione discende l'eternità dei valori morali che egli intende condividere con gli altri, con tutte le conseguenze che ne derivano sul terreno della comprensione reciproca, su quello dei diritti, su quello dei doveri. A questo punto, c'è solo da prendere atto della coincidenza dei valori morali da lui indicati, con i valori che sono propri della Massoneria. Non c'è bisogno di spendere molte parole: "LIo con gli altri", ricordato da Calogero, è esaltato dalla Massoneria con la scelta dei valori della Fraternità, della Libertà, della Uguaglianza. Valori che sono i cardini di un sistema morale che dichiara esplicitamente la solidarietà e la comprensione tra tutti ali uomini della terra.
(tratto da Hiram n. 11/12 - novembre/dicembre 1990 - Soc. Erasmo, Roma)