IL CERCHIO E LA FRECCIA:

PER UNA RISCOPERTA DELLA CONCEZIONE CICLICA TRADIZIONALE DEL TEMPO.

 

Di Antonio D’Alonzo

Con l’avvento dell’ebraismo si determina una rivoluzione integrale relativa alla maniera usuale di concepire il tempo. Prima di allora le civiltà occidentali avevano sempre considerato il divenire come un flusso destinato a ritornare eternamente: si prenda ad esempio la concezione greca del tempo come un circolo infinito, che è comune e congiunge Platone e gli stoici. Questi ultimi coniarono il termine Palingenesi per designare il moto del cosmo: un infinito processo di distruzione e rinascita, dove tutto è destinato ad essere ciò che è già stato, e questo per sempre. Senza la possibilità che in questo eterno ripresentarsi del già vissuto vi fosse l’eventualità di introdurre alcun elemento veramente innovativo e rivoluzionario, un qualsiasi germe di cambiamento rispetto al passato.

Per Anassimandro dall’infinito si generano realtà contrapposte, che sono demandate ad alternarsi nell’esistenza, usurpando l’una il posto dell’altra ed essendo tutte destinate a perire per fare spazio alle successive. Queste realtà sono i quattro elementi che si generano da processi di condensazione e rarefazione. L’unica realtà eterna è per Anassimandro l’àpeiron che si sottrae al ciclo della vita e della morte, e quindi all’eterno ritorno di ciò che è già stato.

Anche Eraclito, che teorizzò l’infinito divenire contro la concezione parmenidea dell’essere, in fondo non si sottrasse a questa visione dominante per la sua epoca. Nei pochi frammenti che ci ha lasciato non abbiamo elementi a sufficienza per dedurre che il flusso del tempo fosse rettilineo e non circolare: l’impossibilità di bagnarsi due volte nello stesso fiume riguarda la vita umana e non il cosmo. Infatti il continuo tramutare coinvolge gli stessi elementi, per cui, in fondo, " il fuoco vive la morte della terra e l’aria vive la morte del fuoco, l’acqua vive la morte dell’aria e la terra la morte dell’acqua".

Per Pitagora il cosmo, che in greco significa "ordine", riflette la struttura matematica della realtà, la cui forma visibile è quella di una sfera. Successivamente Platone riprese questa concezione mutuata dai pitagorici in cui il cosmo è composto da moti circolari concentrici. Toccò al suo allievo Eudosso il compito di spiegare i moti apparentemente irregolari dei pianeti: l’universo veniva ripartito in una serie di sfere concentriche aventi degli assi variamente inclinati e poli infissi nella superficie della sfera immediatamente superiore. Se i pianeti vengono collocati in sfere diverse, il moto di ognuno è la risultante di una pluralità di altri moti, tutti circolari.

Aristotele accettò e fece sua la brillante spiegazione del giovane allievo di Platone. I cieli, si muovono eternamente con il moto locale più perfetto di tutti: il moto circolare che ruota su se stesso. Il tempo per lo stagirita è eterno. Ammettere un inizio ed una fine del tempo, significa postulare rispettivamente un tempo prima dell’inizio ed uno dopo la fine: ma allora non si può non ammettere che prima e dopo il tempo ci sia ancora il tempo. A questo punto Aristotele teorizza la possibilità di un motore immoto che muova i cieli senza essere mosso. Questo motore immoto, non può essere sottoposto al movimento, altrimenti richiederebbe a sua volta una causa motrice che desse ragione del suo muoversi: deve quindi essere possibile postulare l’esistenza di una causa prima che sia immobile ed eterna. Ora per Aristotele, il movimento che più assomiglia all’immobilità è il moto circolare. Viene quindi riproposta anche dallo stagirita la concezione del tempo come un circolo in cui tutto ritorna. Vale ora la pena di descrivere, sommariamente, la concezione stoica della palingenesi. All’inizio tutte le cose sono fatte di fuoco, da questo sono generati tutti gli altri elementi che sono destinati a ritornare al primo in una grande conflagrazione, che segna la fine del mondo. A questo punto inizia un nuovo ciclo che si conclude come il precedente: i vari cicli si susseguono invariabilmente ed incessantemente determinando l’eterno ritorno dei medesimi fatti. Nel cosmo greco è allora da sempre escluso la possibilità del cambiamento: ciò che è sempre sarà.

Le religioni bibliche, in questo senso, segnano l’avvento di un totale cambiamento di paradigma nella concezione greca della temporalità. Il tempo viene ora segnato da un inizio (la Rivelazione), una fase intermedia (solo per il cristianesimo: la venuta di Cristo) ed una finale (il Messia o la Parusia). Il tempo acquista uno spessore di senso che si riflette anche nella crescita del significato dell’azione umana. Il tempo diviene storia: non più un ripetersi ciclico di eventi, ma un processo lineare non eterno, ma finito. L’escatologia cristiana, così come il messianismo giudaico, segnano quindi la cifra di un tempo umano non più caratterizzato dall’insignificanza dell’eterno ritorno delle cose che reitera meccanicamente il già stato: la vita umana ha un senso che è celato nell’avvento del regno di Dio (éschaton), in cui anche il singolo sarà chiamato a rispondere delle proprie azioni. La dignità della persona umana è, da questo momento, sottratta al determinismo della vita animale e vegetale. L’homo sapiens diventa padrone del proprio destino. Al cerchio dell’eterno ritorno subentra la freccia del tempo sacro: la scienza e l’utopia per realizzare i propri traguardi si modelleranno sull’escatologia giudaico-cristiana. La scienza ha il suo éschaton nel dominio dell’uomo sulla natura, il pensiero utopico nell’avvento della società egalitaria. La freccia del tempo lineare diviene anche la cifra della modernità, contrapposta al circolo eterno del ritorno, sebbene qualche storico della filosofia avanzi obiezioni sulla validità epistemologica di una contrapposizione così marcata. Tra i filosofi profani soltanto Nietzsche asserirà la validità dell’eterno ritorno, pensandolo peraltro più come un atteggiamento di fondo nei confronti della vita, che come una teoria cosmologica.

Ma, tuttavia, è proprio vero, che la ciclicità del tempo "pagano" è priva di significato e di spessore per la vita umana, e che il senso può essere regalato soltanto dal tempo lineare dell’escatologia cristiana? Se assumiamo il punto di vista tradizionale ci accorgiamo che non è proprio così.

Ogni tradizione – la quale non è in fondo che un adattamento storico, e perciò contingente, di un’unica Tradizione Primordiale che unisce come un filo rosso Oriente ed Occidente – sostiene la suddivisione del tempo in ere cicliche, in cui però, al contrario di quanto finora abbiano sostenuto i filosofi moderni, la vita umana acquista una precisa dimensione ed un nitido significato.

Inoltre, si deve abbandonare il preconcetto che il tempo circolare sia un’esclusiva intuizione greca ed aprirsi all’idea fondamentale che la civiltà greca non sia l’inizio di tutta lo scibile occidentale. Il sapere è anteriore alla grecità, ed esso giace obliato agli arborei della storia umana. Prima della nascita della filosofia – così come la intendiamo da Socrate in poi – erano possedute tutte le verità fondamentali, che sono state successivamente perdute e dimenticate dall’umanità, con l’eccezione di qualche isolata élite iniziatica. I greci assimilarono le cognizioni sulla ciclicità del tempo dagli egizi, e molto probabilmente anche dagli indù.

Nell’induismo il tempo è diviso in quattro ere, che costituiscono un Manvantara. L’era attuale è denominata Kali-yuga, età oscura ed ha il corrispondente periodo occidentale nella tradizionale "età del ferro". Si tratta in entrambi i casi della quarta età, l’ultima, che segna un periodo essenziale di corruzione ed allontanamento dalla verità primordiale. La verità è all’inizio e la storia è concepita come decadenza ed oblio. In questo senso il processo storico si svolge dal superiore verso l’inferiore, dal Cielo alla Terra, dalla Luce alle Tenebre. La Tradizione Primordiale, unico ed indiviso nucleo di sapienza metafisica, si scinde in una successione di dottrine derivate, che anche se mantengono una valenza sacrale e non sono minimamente equiparabili alle scienze profane, disperdono la concentrazione sapienzale. Guénon ci mostra come la concezione moderna relativa all’effettiva possibilità di un "progresso indefinito", non sia altro che una superstizione mutuata dallo scientismo. Ogni effettivo progresso che una civiltà registra in un determinato campo è controbilanciato da un regresso in altri. Così se l’unico progresso che sia possibile attribuire al mondo contemporaneo è lo sviluppo tecnologico, ne consegue che ad esso non può non corrispondere una regressione dell’ambito spirituale. Infatti le forze contrastanti devono necessariamente controbilanciarsi. Allo zenit del tecnocentrismo crescono le "sabbie del nichilismo" e dell’oblio. Ma all’allontanamento del principio deve seguire anche un ritorno verso di esso, anche se le rispettive influenze non si equivalgono perfettamente. Questa forza contrapposta ha l’effetto di una rettificazione parziale e puo’ produrre un momentaneo arresto del movimento dissolutivo.

Ne consegue che grazie a questa resistenza interna all’oblio epocale, la conoscenza non è mai del tutto perduta. In ogni epoca è pur sempre possibile, con le dovute proporzioni, realizzare un grado minimo di realizzazione iniziatica. Lo spirito non è mai del tutto annientato dalle forze della materia bruta. Coerentemente non è possibile equiparare il Kali-yuga con l’età iperborea, e pensare che sia possibile possedere quel tipo di conoscenza esaustiva. Le verità rimangono velate ed occultate ed è necessario uno sforzo addizionale per penetrare l’essenza della conoscenza. Tuttavia l’iniziato non è mai abbandonato a se stesso e se persevera nello sforzo personale può comunque riuscire a raggiungere la realizzazione metafisica.

Questa è la differenza essenziale tra la concezione iniziatica della ciclicità del tempo e quella dei filosofi greci. Anche questi ultimi asseriscono la circolarità del divenire, ma in loro manca – con le dovute eccezioni, quali ad esempio Pitagora - la consapevolezza che è possibile sottrarsi al giogo dell’insensatezza del destino cosmico. La filosofia greca non interiorizza l’anello del tempo nella scansione della liberazione personale: anche in Platone, la teoria della metempsicosi rimane labile ed approssimativa. Inoltre nella filosofia greca non si arriva mai a teorizzare la perfetta intelligibilità dell’eterno ritorno, esso appare come un gioco tragico ed imprescindibile e la vita umana come un nonsenso:

Stirpe misera e caduca, figlia del caso e della pena,

perché mi costringi a dirti ciò che è per te il meno

profittevole a udire? Ciò che è per te la cosa migliore di tutte, ti è

affatto irraggiungibile: non essere nato, non essere, essere niente.

Ma, dopo questa, la cosa migliore per te è morir subito

 

Questa la conclusione del Sileno sul senso della vita umana: la cosa migliore è non esser mai nati per i figli del caso e della pena.

Al contrario nella concezione tradizionale della ciclicità del tempo, troviamo la possibilità di un riscatto personale dalla caducità effimera dell’esistenza. L’iniziazione effettiva ricollega l’adepto con la trasmissione sapienzale della Tradizione Primordiale. Per colui che riesce a scorgere l’unità essenziale di tutte le tradizioni c’è la possibilità di realizzare, quella che in linguaggio esoterico, viene chiamata l"Identità Suprema".

L’iniziato può riuscire, tramite la contemplazione e l’intuizione intellettuale, a raggiungere questo stato, che nelle Upanisad e nel Vedanta, è chiamato Moksha o Mukti, ovvero "Liberazione", ed equivale al riconoscimento dell’identità essenziale tra Atma (Sé) e Brahman (Spirito Universale). Lo stesso stato che nell’alchimia equivale alla "Grande Opera", e nella Gnosi all’"Illuminazione" Mediante la ricerca della conoscenza esoterica, l’adepto infrange il mero destino che è riservato al profano e si innalza ad uno stato di realizzazione spirituale che lo sottrae al Samsara, al meccanicistico ritornare dell’indefinita successione della vita-morte-rinascita.

Concludendo, si potrebbe forse rilevare come anche la mistica sostenga la possibilità di raggiungere una realizzazione "salvifica" (termine, peraltro, che già a fortori indica la totale incommensurabilità con la metafisica) nei confronti delle caduche sorti umane, altrimenti destinate alla dannazione. Tuttavia la mistica manca di un regolare ricollegamento con una qualsiasi organizzazione iniziatica, atta alla trasmissione dell’insegnamento tradizionale. Ecco perché i mistici sono in fondo degli irregolari, e i loro sforzi spirituali non obbediscono ai dettami di una disciplina tramandata, ma all’"anarchia" di singoli tentativi personali. Manca insomma nella mistica una qualsiasi metodologia che possa assicurare la trasmissione del sapere iniziatico dal maestro al neofita. La mistica, non avendo quindi una vera e propria disciplina, resta affidata alla casualità di un’indefinita ispirazione interiore che prorompe nell’interiorità del profano, il quale - invece di affidarsi ad una qualsiasi dottrina tradizionale che gli consenta l’ascensione spirituale iniziatica - si affida a tentativi e sforzi personali ed individualistici suggeritigli da un non precisato rapporto intimistico con l’Anima Mundi. Possiamo quindi equiparare la mistica, al pari della religione, ad una qualsiasi forma manifesta dell’exoterismo, propedeutica alla vera conoscenza iniziatica ed esoterica: essendo soltanto quest’ultima in grado di assicurare all’adepto, previo il lavoro interiore disciplinato da una dottrina qualificata come effettivamente tradizionale, la vera realizzazione spirituale e metafisica.

 

Bibliografia essenziale

 

1. P. ROSSI "IL PASSATO, LA MEMORIA, L’OBLIO"IL MULINO

2. F. NIETZSCHE "LA GAIA SCIENZA" ADELPHI

3. R. GUÉNON " LA CRISI DEL MONDO MODERNO" ED. MEDITERRANEE

4. R. GUÉNON "FORME TRADIZIONALI E CICLI COSMICI" ED. MEDITERRANEE

5. F. NIETZSCHE "LA NASCITA DELLA TRAGEDIA" ADELPHI

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