Alcune riflessioni sulla festa della Luce

di F. G.

Nel momento in cui le tenebre, per l'avvicendarsi delle stagioni, hanno occupato la maggior parte del giorno, la Massoneria celebra la festa della Luce. E' la festa del solstiziale, la festa di San Giovanni Evangelista, festa del sole per eccellenza, immagine visiva e brillante della divinità solare che si ferma per un istante durante la sua perpetua corsa, diminuendo il suo calore ed il suo splendore, per lasciare luogo all'oscurità; per risorgere poi ancora più splendente, riprendendo tutta la sua potenza e bellezza, infondendo vigore e volontà di rinnovamento all'uomo, rendendolo capace di discernere la luce e le tenebre, il bene ed il male, e ri-iniziare le fasi eterne del ciclo rigenerativo.

Molti hanno scritto su questo argomento e le nostre riflessioni non pretendono quindi di aggiungere alcunché di nuovo, ma nelle tante letture fatte raramente mi è capitato di vedere affrontata questa particolare tematica e per tale motivo ritengo utile Sottoporre all'attenzione di tutti le riflessioni di un anonimo scrittore che, per un momento, ha illuminato con il frutto del suo personale pensiero, una zona d'ombra del nostro patrimonio simbolico e delle nostre tradizioni.

"Attraverso la festa che noi chiamiamo della luce, festeggiamo il solstizio d'inverno; esso ripropone agli uomini la problematica dell'attesa. In quanto stazione del sole, essa contiene un interrogativo di stasi, di regresso, di morte, che poi felicemente si scioglie nella ripresa, nel cammino ascensionale dell'Astro. E' dunque indispensabile prendere atto dei contenuti umani di questa tappa simbolica.

L'eventualità della fine della vita, adombrata nel sopravanzare delle tenebre sulla luce del giorno, evidenzia il principio eterno della dialettica universale. Comprensibile allora sul piano psicologico la molteplicità delle personificazioni della luce, discesa sulla terra dal sole, insieme allo sforzo di attribuire al principio luminoso una nascita diversa da quella degli altri esseri, del tutto indipendente rispetto alla causalità naturale.

La mitologia e la storia sono ricche di questi esempi: Attis, nella Frigia, perviene alla vita fuori dal comune concepimento; Bacab, nello Yucatán, fu partorito da Chiribirias senza intervento dell'uomo; Krishna, in India, nacque da Devakki vergine; Budda fu concepito dalla Vergine Maia; SchingSchin si manifestò in Cina passando attraverso una vergine in stato di spiritualità assoluta; Osiride, in Egitto, venne da Noith l'immacolata; Tahuz, a Babilonia, fu concepito dalla regina del cielo; Oro Bal, nella mitologia nordica, fu posto in braccio alla Luna ed ebbe una madre nutrice celeste; Gesù Cristo infine apparve al mondo attraverso Maria Vergine.

Gli aspetti mitici della problematica e della speranza solare rispondono allo stato d'animo di popoli in attesa e conducono inevitabilmente alla personificazione del culto. Il simbolo ne raccoglie e tramanda le immagini. La riflessione ne ricava gli elementi di un modello di etica universale ogni volta che l'uomo si ripiega su se stesso. Nella coscienza dell'individuo si compie il collegamento organico con la luce. La solennità del solstizio diventa allora veramente festiva e gli uomini arrivano a scorgere le linee di un destino comune. L'attesa della luce e lo sforzo di ricominciare il cammino significano che è difficile essere liberi, mentre più facili sono il sonno, l'oscurità, l'alienazione.

La conoscenza simbolica dei significati del solstizio coincide con la convinzione che la luce, per potersi manifestare, ha bisogno degli uomini, ha bisogno cioè che gli esseri risvegliati siano disponibili a raccoglierla, e divengano pietre viventi di un edificio in perenne rinnovazione. Esso compare nell'alveo della tradizione, ora come il tempio dell'Altissimo, ora come il tempio dell'Umanità. La luce comincia ad emergere dalla pietra per autonoma opera di introspezione e, rispetto ad essa, il solstizio potrà intendersi appunto come stasi e solennità, sinteticamente come riposo festivo. In quel momento inoltre l'uomo sarà in grado di ripetere a se stesso il dettato della saggezza antica: Non vivere per te solo ma per l'eterno.

Ma eterno cosa significa? Chi sicuramente si trova vicino all'eternità? L'eternità dovrà avere comunque un volto accessibile, affinché l'individuo possa in qualche sua parte ritrovarsi. La prima pagina della Leggenda dei secoli svolge l'Eterno nella rappresentazione di tutto il Bene e di tutto il Male del mondo, di Dio e della Fatalità, di una massa informe proiettata in mezzo a cascata perenne di stelle. Tra la morte e la speranza, con l'idea vestita di cielo e le rovine di Babele, si profila la storia degli uomini.

E' un muro senza termine, elevato da innumerevoli oscuri operai. Riconosciamo ad essi la qualità di Pietre vive, altrimenti l'Eternità sarebbe solo un immenso vuoto ove l'individuo potrebbe camminare senza mai fermarsi, ma al prezzo finale della follia. L'eternità è nella vita degli altri, in quella che ci ha preceduto e in quella che non conosciamo ancora. Ad essa noi non abbiamo nulla da insegnare nel senso comune della parola, immersi come siamo nel flusso vivente, dobbiamo invece testimoniare che la luce è di tutti, allo stesso modo in cui la speranza di un nuovo giorno, rappresentata dal sole che nasce, si leva dopo ogni battaglia sui morti e sui superstiti, sui vincitori e sui vinti. L'impegno a percorrere la strada del rischio e della rinascita solare ci permette di interpretare così la problematica del solstizio connessa alla festa della luce.

Dopo queste parole vorrei concludere sottolineando che nella luce è la vita, è la verità, e l'uno e l'altra possono forse sintetizzarsi ancora meglio nelle indimenticabili parole di Giordano Bruno:

"La verità è la cosa più sincera, più divina di tutte anzi la divinità e la sincerità, bontà e bellezza delle cose è la verità, la quale né per violenza si toglie, né per antiquità si corrompe, né per occultazione si sminuisce, né per comunicazione si disperde, perché senso non la confonde, tempo non la arruga, luogo non la nasconde, notte non la interrompe, tenebra non l'anela anzi con l'essere più impugnata e più riuscita e cresce".

Questo al proposito il pensiero di Giordano Bruno e a noi, se siamo d'accordo con lui, raccogliere questa spirituale eredità, divenire sempre più degni d'intendere, di continuare e fare così perfetta l'opera, cosicché possa splendere intera la Luce, possa trionfare la libertà dello spirito, possa regnare la pace nel cuore e nella mente di tutti gli uomini.

(da "Il Laboratorio" , n. 22 Gennaio/febbraio 1996 - Turri Copisteria, Scandicci(Firenze)

back.gif (9867 byte)