EUTANASIA: DIRITTO O DELITTO?
di
Sergio Frangioni
Due avvenimenti, tra loro diversissimi, hanno nelle ultime settimane riacceso il mai del resto spento dibattito sulla eutanasia. Il primo è di ordine culturale: Indro Montanelli ha rivendicato per sé il diritto a porre fine alla propria esistenza quando questa divenisse intollerabile, lamentandosi della carenza legislativa in questo senso; il secondo è un fatto di cronaca accaduto proprio in Toscana: un giovane cardiopatico in attesa di trapianto si è fatto "aiutare a morire" dallamico più caro (I). In questo lavoro cercherò di apportare un modesto contributo a chiarire gli aspetti etici del problema, naturalmente sempre sotto lottica del Massone, ovvero una ottica laica(II)
Il termine eutanasia, dal greco, significa "buona morte"; la sua pratica è condannata senza riserve dal Cristianesimo, ma anche nel mondo pagano vi fu chi ne negò il diritto (Cicerone)(III). Da segnalare peraltro la presa di posizione della Comunità Valdese, favorevole alla eutanasia(IV). Per il mondo ebraico la vita è un bene indisponibile e il suicidio assistito (in pratica la eutanasia) è chiaramente proibito, anche se è lecito rimuovere ciò che prolunghi innaturalmente la vita (laccanimento terapeutico dellattuale codice deontologico medico italiano). Anche letica islamica, basata sul Corano e sulla Sharia, non permette leutanasia, mentre questa è giustificabile dal buddismo(V). In campo più strettamente filosofico vi è comunque chi sostiene come lepistemologo Mario Ceruti che una posizione religiosa non dovrebbe indurre a giudizi di fronte al mistero della morte e chi come Sergio Givone distingue tra "la decisione nobile e responsabile di prendere congedo dalla vita" e leutanasia vera e propria, ovvero quando il paziente "non può più decidere ed altri devono farlo per lui" (VI)
Il 9 giugno 1996 appare su il "Sole 24 ore" il "Manifesto di Bioetica Laica", a firma di C. Flamigni, medico, A. Massarenti, giornalista, A. Petroni, filosofo della Scienza, M. Mori, Direttore della Rivista "Bioetica", nel quale, pur non sostenendo una tesi apertamente favorevole alla eutanasia, si auspica che "la sfera delle decisioni individuali in questioni come leutanasia ..deve venire allargata al di là di quanto oggi non accada"; si sostiene inoltre il principio di "garantire agli individui una qualità della vita quanto più alta possibile, di contro il principio che fa della mera durata della vita il criterio dominante della terapia medica .". Si sostiene insomma i diritto di "vivere e morire con il minimo di sofferenza possibile"
Nel 1997 alcuni filosofi americani, tra J. Rawls, Th. Nagel, R. Dworkin ed altri, su posizioni politiche e culturali molto diverse, hanno stilato un documento indirizzato alla Corte Suprema rivendicando la legittimità del "suicidio assistito", appellandosi al XIV Emendamento che garantisce la libertà individuale nelle scelte personali più intime. La Corte Suprema nello stesso anno ha però deciso (alla unanimità) che il diritto alla eutanasia ed al suicidio assistito non può essere garantito costituzionalmente. Attualmente solo lOregon ha una legge che autorizza leutanasia
Nel 1993 lOlanda, pur non depenalizzando la eutanasia, di fatto lha resa possibile, non perseguendo il medico che la pratica, se questi si attiene a norme di comportamento piuttosto severe, che comprendono la reiterata e cosciente richiesta del paziente ed una complessa procedura (in alcuni casi specificati tuttavia il medico può agire anche senza il consensoVII.
Vita molto effimera ha avuto in Australia una Legge che legalizzava il "suicidio assistito"; approvata nel 1995 la sua abrogazione è avvenuta nel 1997, dopo 15 ore di acceso dibattito e con una maggioranza ristrettissima in Senato.
Solitamente si distingue tra una eutanasia attiva, ovvero nel provocare attivamente la morte del soggetto mediante farmaci, ed una eutanasia passiva, ovvero nellastenersi da metodiche e terapie atte al prolungamento della vita: sospendere una rianimazione, non somministrare terapie ecc. insomma astenersi dal famoso accanimento terapeuticoVIII.
Ritengo necessario, dopo questa carrellata sugli atteggiamenti di fronte alla eutanasia di religioni, filosofi, legislatori, medici e prima di una qualche conclusione porsi alcune domande: E sempre necessario informare il paziente della inguaribilità della propria malattia? (dare o non dare tale informazione può essere determinante per la richiesta di eutanasia); ho visto ed assistito come medico molti morire serenamente nella illusione di guarigione: era giusto toglier loro questa illusione? Io penso di no.
Scrive il f.llo Paolo Nardi: "chi deve decidere lentità delle sofferenze ..La risposta è già stata data: solo il diretto interessato può richiedere che si interrompa la sua vita.
Ma cosa accade se non lo possa fare? Che ne sappiamo delle sofferenze di un cerebroleso in coma per incidente stradale? Chi chiederà per un malformato o ritardato mentale? E più grave la sofferenza fisica o psicologica: un depresso grave soffre meno di un malato terminale?"IX
Spesso si fa riferimento, per risolvere il problema della decisione, al cosiddetto "testamento biologico", ovvero un atto nel quale il soggetto, in pieno salute e benessere, dà disposizione di "staccare la spina" in circostanza di coma irreversibile o comunque in fase terminale di malattia che non permetta più la lucidità mentale per decidere. Ma anche qui le domande non mancano: E valido oggi ciò che è stato scritto anni prima? Quando una situazione è veramente senza speranza? (sono pochi ma non pochissimi i casi di pazienti risvegliatisi dopo anni di coma ritenuto irreversibile). A queste domande tentano di dare una risposta Maurizio Mori e Valerio Pocar, Presidente del Comitato di bioetica di Milano (a proposito di un documento elaborato dal suddetto Comitato concernente lindicazione da parte del cittadino dei trattamenti accettati o meno in caso di incoscienza); Alla obiezione di non sapere quando una situazione è senza speranza M. Mori risponde che se questo è vero è vero anche che non sappiamo se rispondendo al telefono prenderemo la scossa eppure rispondiamo; alla obiezione della mutevolezza della volontà V. Pocar risponde che se non ci sono state modifiche nel tempo si può presumere che tali siano rimaste e poi se non dispongo io sicuramente disporrà qualche altro Se le domande sono profonde, non altrettanto mi pare lo siano le risposteX.
Ancora domande: cosa sappiamo della vita, del sentire, delle sensazioni, durante uno stato di coma (naturalmente non con EEG piatto)? Il fatto di non serbarne ricordo non significa poi molto.
La spiritualità insita nellessere degli Iniziati deve o no determinare in noi una visione del problema sotto determinate angolature?
E facile porre delle domande, molto più difficile è dare delle risposte. In estrema sintesi si può dire che il problema non si pone nemmeno per chi, medico o paziente, ha una visione "sacrale" della vita e segue una etica religiosa: il paziente accetterà le sue sofferenze e le dedicherà alla maggior gloria di Dio. Per chi una tale visione non ha il problema fondamentale è quello della assoluta certezza del consenso, a prescindere dal già rammentato testamento biologico che, ripeto, presta il fianco a molte obiezioni: occorre in altre parole la sicurezza che interrompere la vita (in modo attivo o passivo poco importa: non mi pare ci siano molte differenze) sia il volontario porre fine alle sofferenze del paziente e non di chi gli sta intornoXI o la fine di un peso per la società o la struttura sanitaria; problema questo tuttaltro che teorico in questi tempi nei quali lefficienza della Sanità sembra essere divenuta direttamente proporzionale alla quantità di risparmio. Ricordiamoci infine, come Massoni, che il centro della nostra speculazione è l'Uomo anche come anima e spirito e non solo come un insieme di strutture e materia organica eventualmente, se conviene, da rottamare.
Note
(I) Il fatto assume peraltro altri e diversi aspetti, tanto da non poterlo inserire, a mio modesto avviso, tout court nellambito dell'eutanasia "classica": il soggetto, infatti, era perfettamente in grado di porre da solo fine alla propria vita (non era un morente incapace di agire) ed il ricorso ad una seconda persona riveste significati psicopatologici interessanti, quali il dominio (plagio?) della personalità più forte sulla più debole od anche ritualismi di gruppo devianti.
(II) Per il significato che io attribuisco al termine "laico" v. la mia precedente Tavola dedicata agli aspetti etici dellaborto (III) Nel "Somnium Scipionis LAfricano dice al suo discendente Publio: " devi tenere lanima sotto la sorveglianza del corpo, né sei tenuto a migrare dalla vita degli uomini senza il consenso del Dio da cui lhai ricevuta, perché non sembri che intendi esimerti dal compito umano assegnato dalla Divinità" Mirabile sintesi del concetto di sacralità della vita e della vita come dovere. (IV) "in una tale situazione (malato terminale, N.d.A.) la domanda di morte significa accogliere la domanda di vita Il Medico che accoglie questa domanda non commette alcun crimine, non viola alcuna legge divina ." Atto del Sinodo Valdese, 1998 (V) Cfr Cinzia Caporale sul "il Sole 24 Ore" del 12. Marzo 2000 (VI) Cfr Cesare Medail "Corriere della Sera" del 9 marzo 2000, a proposito della morte di GrmeckVII
si fa riferimento allo "stato di necessità" ed agli "alti principi morali" per giustificare leutanasia; gli stessi motivi potrebbero essere benissimo invocati dal Medico anche in Italia.VIII
Cè in questa formula di "accanimento terapeutico" una certa ipocrisia: chi stabilisce cosa è accanimento terapeutico? Quale il suo discrimina dalla vera e propria eutanasia? Se sospendo l'idratazione parenterale ad un soggetto in coma ritenuto irreversibile evito laccanimento terapeutico o pratico l'eutanasia?IX
Vedi "Il diritto all'eutanasia: la sua attuazione clandestina" su "Gradua" n.9 1995X
Vedi "LUnità" 1 luglio 1998.XI
E questa mi sembra sia la chiave di lettura del recentissimo caso del genitore che chiede leutanasia per la figlia in coma da 8 anni, a Milano. A soffrire sono i familiari; non vi è alcuna prova della sofferenza della paziente.