Commento all'utopia

di G. C.

Se Raphael Hytloday, l'immaginario personaggio della "Utopia" di Thomas Moore (1516), potesse per un attimo calarsi entro la realtà attuale, è probabile che riterrebbe, a prima vista, realizzati in notevole parte i contenuti della "sua" Utopia, a quel tempo costituita dall'insieme dei bisogni, materiali e spirituali, adombrati nell'opera del Moore. Ma credo occorra precisare: tutto questo è vero se tali contenuti, espressione delle necessità e dei bisogni propri di quell'età e degli uomini di quel tempo, vengano paragonati alle conquiste, magari instabili, ma inoppugnabili, di questa nostra età rispetto alla sua. Occorre insomma non incorrere in quelle distorsioni della realtà tipiche di una errata prospettiva storica delle questioni.

Potremmo quindi dire, semplificando e generalizzando, che il raggiungimento o meno dei fini proposti da "Utopia", come da ogni utopia, è sempre relativo rispetto ad un'epoca e ad una società "tipo" determinate, anche se il valore di fondo di ognuna di queste utopie - ossia di rappresentare un'istanza innovatrice talora compresa come irrealizzabile nel suo complesso, ma non per questo ritenuta meno necessaria da proporre idealmente - è invece di carattere assolutamente universale e atemporale, legata ai bisogni immutabili propri dello spirito umano. Il mito di Utopia, immaginario luogo in cui la saggezza degli uomini si è finalmente esplicato in un sistema sociale, economico e morale, da età dell'oro, è uno dei ricorrenti nella storia del pensiero filosofico e politico, a significare pensiamo, la necessità ineludibile di ricerca della propria realizzazione come individuo e come società, compiuta dall'uomo dotato di coscienza, soggetto ad una legge morale, in continua interazione con i suoi simili.

L'Utopia del Moore ci spiega quel modello etico-sociale che si poté derivare dalla fondamentale concezione platonica, a partire dalla sua base secondo la quale l'idea è la vera realtà. mentre ciò che noi consideriamo reale non è che un velo ascondente l'autentica natura razionale delle cose. Credo che partendo da questa necessaria premessa potremmo arrivare a definire "Utopia" anzitutto un puro esercizio di stile chiaramente irrealizzabile. Infatti dalla radice etimologica del suo nome, outòpos = in nessun luogo, è poi disceso quel significato attribuito alla parola, da tutti conosciuto, di qualcosa di impossibile da realizzarsi. Un esercizio letterario dunque, attraverso il quale non si pretendeva di creare una reale alternativa nella vita pratica, ma non fine a se stesso bensì, come la Repubblica platonica ideale, modello cui rifarsi per chi volesse intraprendere la costruzione, ben sapendo in realtà di non poter mai raggiungere la perfezione del modello proposto. Proprio per questa sua perfezione ideale, Utopia si pone al di sopra dei secoli, come il suo precedente platonico, mantenendo la sua inalterata validità nella storia del pensiero principalmente per lo sfuggire alla difficoltà di realizzarsi nel pratico, ciò che ha invece determinato il crollo di tante altre successive "realistiche" utopie.

Dalla "Repubblica" platonica in poi, l'allegoria della perfetta forma di società umana, espressa attraverso queste immaginarie tipologie di autogoverno, dalle quali sono bandite ogni forma di ineguaglianza sociale ed economica tanto da farne erroneamente, per qualcuno, dei sistemi precursori di quelli comunisti o socialisti, rappresenta l'anelito verso un progresso raggiunto dall'uomo, grazie alle sue intrinseche capacità di ragione, astraendo dall'influenza esercitata sull'organizzazione politica e sociale dell'elemento trascendente o dogmatico, rappresentato sempre in queste ideali società da una sorta di vaga religione naturalistica, di un deismo "sui generis" o nella forma mediata della struttura religiosa cooperante alla stabilità sociale di quei sistemi di governo come ogni altra parte del tutto, o è addirittura assente, e comunque sempre secondario rispetto al ben più importante elemento razionale espresso da quei sistemi. Ha certamente un suo preciso significato che di queste immaginarie forme di società perfette si sia sentito il bisogno anzitutto in quei momenti in cui più acuto è stato il contrasto tra strutture religiose e politiche e il resto della società, e quando nel rapporto tra queste parti per motivi storici opposti - ciò che è lo stesso come risultato, è arrivato a predominare una delle due componenti, religiosa o materialistica, che infallibilmente si spingono a pretendere, ognuna per il suo verso, la soppressione degli insopprimibili bisogni spirituali dell'uomo.

E il caso, per il primo aspetto, dell'Utopia del Moore, basti pensare all'epoca in cui fu scritta: quella della Riforma, o della "Città del Sole" di Campanella (anche qui basti considerare l'epoca, circa il 1602, per comprendere i motivi della sua comparsa), o ancora della "Nuova Atlantide" di Bacone. per la quale valgono le medesime considerazioni generali. Tutti classici della letteratura utopistica ed allo stesso tempo elementi identificatori di precise esigenze della società in cui nascevano, avvertite per primi dagli autori di queste opere, che anche per questo sono passati alla storia. Per il secondo aspetto basta rileggere quegli scrittori, da Montesquieu a Rousseau, da Diderot fino a Orwell, che hanno teorizzato nelle loro opere, in tempi più moderni, tipologie di società perfette, e i metodi - talvolta ragionevoli ed altre volte meno - per raggiungerle.

Questa ricerca di Utopia, che è anzitutto ricerca di "un'altra società", diversa da quella vissuta in ognuno dei rispettivi momenti storici dagli autori, scorre visibile per mezzo anche di questi testi in tutta la storia dell'uomo. Essa riaffiora periodicamente, perché l'idea filosofica e politica simboleggiata da Utopia, come il bisogno di progresso connaturato ad ogni organizzazione sociale, anche conservatrice, di ogni epoca e di ogni società, che non sono sempre e solo quelle di Moore, crescono con il crescere dell'uomo e della sua esperienza storica. in un susseguirsi sul piano pratico di sistemi sociali e religiosi che si rinnovano attraverso il rinnovarsi della coscienza dell'uomo che è essere sempre in divenire, in formazione, e come tale bisognoso di utopie in ogni epoca, in ognuno dei sistemi politici e sociali attraverso cui si è temporaneamente organizzato, che non possono e non potranno mai essere perfetti.

Di utopie l'uomo ha sempre bisogno, anche se talvolta destinate al fallimento più completo, non solo sul piano puramente pratico, aspetto che potrebbe in qualche modo trovare una sua giustificazione storica, ma anche e soprattutto spirituale, stravolgendo principi ideali in nome di una superiore visione della storia e per questo errore non possono esistere invece attenuanti e giustificazioni di sorta. La naturale conseguenza del fallimento dell'utopia è allora quella di privare l'uomo di ciò che è sempre stato e sempre sarà il sostegno principale della sua esistenza, ossia la fede in un ideale che gli illumini la vita, che gli dia un significato, un fine per cui lottare.

Poco monta che esistano naturalmente differenze genetiche tra le varie utopie, unitarie nel bisogno spirituale di esprimersi, ma naturale conseguenza come abbiamo detto, di aspirazioni ed esigenze pratiche di epoche diverse. Basterebbe pensare alle differenze tra la "Repubblica" di Platone e la "Utopia" del neoplatonico Moore, così distanti nel tempo e in fondo così uguali - nella loro natura di puri e semplici modelli ideali - e la "Città del Sole" campanelliana, ad esempio, non altrettanto pura e semplice "teoria" bensì già divenuta proposta, incoerente sì ma concreta, di istituzioni politico-sociali completamente razionali e le differenze ancora di queste tre nei confronti di altre utopie, volte magari agli stessi fini ma, in epoche diverse, con mezzi e principi radicalmente diversi.

Differenze o contraddizioni talvolta inavvertite nella loro formulazione concettuale, ma gravide di conseguenze imprevedibili nel loro autonomo sviluppo, giungenti a vivere di vita propria e non più controllabili. Chi non si avvede infatti di quanto valide fossero e. giuste idealmente. quelle istanze egualitarie che portarono milioni di esseri umani a credere realizzabili aspirazioni utopistiche, poi divenute realtà? Basti pensare a come la Rivoluzione Francese poté originare il Terrore, a come le teorie marxiste originarono quel mostruoso prodotto politico passato alla storia come "socialismo reale" e perfino -sebbene con principi, fini e risultati diversi - l'esperimento per molti versi incredibile, se non fosse parte della storia, della settecentesca repubblica gesuitica nel Paraguay. A questi tre esempi molti altri se ne potrebbero aggiungere, a dimostrazione di come l'utopia sempre positiva nei suoi presupposti ideali, da qualsiasi pensiero e parte provenga, non sempre lo sia nella sua pratica attuazione storica.

Eppure nonostante questo inevitabile rischio, il destino dell'uomo è quello di costruire continue utopie e dare la vita per esse, affinché sia testimoniata questa progressione infinita di ricerca, di desiderio di miglioramento che con lui procede di pari passo e con lui si estinguerà, dopo aver tentato di costruire in ogni modo quella mitica, irrealizzabile città di Utopia. Città ideale alla quale, come sempre è stato nella storia per tutte le utopie, lavorano tanti progettisti e assai meno veri costruttori. Ma questo in fondo è il normale destino di ogni utopia, che dopo essere irresistibilmente emersa alla luce del sole ha poi bisogno di crescere, di essere curata, di venire condivisa e infine talora, di essere resa realtà.

Vorrei concludere citando una di quelle frasi che, riportandoci alle origini del pensiero occidentale, dà la sensazione di come sia unitaria nei secoli la umana visione del mondo e forse la ragione di questa sensazione è che l'espressione individuale della coscienza dell'uomo è allo stesso tempo espressione individuale della coscienza di un uomo, è allo stesso tempo espressione della coscienza collettiva dell'intera umanità e non è meno valida in ogni tempo e in ogni luogo. Detto questo, credo che non possiamo non ammirare il senso d'introspezione che, aiutandoci a localizzare finalmente quella mitica città di Utopia, emerge dalla conclusione platonica:

"di questa nostra città l'esemplare sta forse nel cielo, e non è molto importante che esista di fatto in qualche luogo o che debba mai esistere; a quell'esemplare deve mirare chiunque voglia in primo luogo fondarla entro di sé".

(da Il Laboratorio, n. 24 marzo-aprile 1996 – Turri copisteria, Scandicci)

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