Religione, Filosofia e Massoneria

di F. S.

Il tema di estremo interesse, è tuttavia di non facile trattazione in quanto richiede una conoscenza non superficiale di argomenti assai complessi che si prestano, per altro, a molteplici considerazioni, esami, interpretazioni, giudizi. Il presente lavoro vuol essere, pertanto, un primo approccio all'interessante tema, non solo per richiamare su di esso l'attenzione consapevole degli esperti, ma anche e soprattutto per stimolare l'interesse dei meno competenti e le loro attitudini al confronto ed alla discussione delle proprie convinzioni.

 

Il rapporto tra religione e filosofia

Considerando la storia del pensiero umano, grande rilievo ha avuto in passato - e naturalmente conserva tuttora, se pur in modo non eclatante - la considerazione dei rapporti tra religione e filosofia. Col trionfo della religione cristiana, monoteista, sul precedente politeismo pagano, inizia il confronto della religione con la filosofia. Questa, basandosi sulle facoltà razionali dell'uomo, si presenta subito in contrasto con la religione che si fonda invece sulla "fede" in una verità rivelata.

Sebbene Sant'Agostino, vescovo di Ippona, nel V secolo d.C. avesse posto sullo stesso piano religione e filosofia ed espresso per primo, con le parole: "Credo ut intelligam, intelligo ut credam", la necessità di credere ed avere una "fede", per capire con la "ragione", in quanto con la ragione si può consapevolmente convalidare la fede, successivamente la filosofia viene relegata in una posizione secondaria, si diceva di "ancella" rispetto alla religione. E questo perché, per alcuni grandi studiosi cristiani, come Alberto Magno, la mente razionale umana era incapace di comprendere le divine verità di fede.

Com'è noto, decisivo fu il contributo del filosofo arabo Averroè per il ritorno allo studio dei testi di Aristotele che -alcuni secoli prima - aveva dato una spiegazione razionale ai più diversi e molteplici fenomeni della natura, ponendo le basi non solo dell'astronomia, i cui principi vennero messi in crisi molti secoli dopo da Galileo Galilei, ma anche di tutte le altre scienze naturali. Ciò riabilitava le facoltà razionali dell'uomo, e la filosofia, liberata dalla sua posizione di "ancella" nei riguardi della religione, è chiamata di nuovo a confrontarsi con essa su un piano di parità.

Nel V secolo d.C., col famoso Concilio di Nicca, i vescovi sono chiamati a risolvere il problema dell'unità e trinità di Dio ed il problema cristologico.

Riemerge in tale occasione l'esigenza filosofica di spiegare razionalmente come conciliare il "monoteismo" - caratteristica peculiare della religione cristiana - con la pluralità dei soggetti divini rappresentati dal Dio-padre e dal Figlio; nonché conciliare la natura divina di Cristo con la sua materializzazione umana. Ben nota è la soluzione adottata dal Concilio: la divinità era Una e Trina, e Cristo era Uomo e Dio.

Nasce poi la "Filosofia Scolastica" e con essa le Università di Londra e di Parigi che hanno tra l'altro il compito di combattere le eresie e le deviazioni dalla religione basata sulla fede. In Italia, notevole è il contributo filosofico dato da San Tommaso d'Aquino le cui teorie sono tuttora valide in ambito cristiano. Ma, successivamente, si giunge - con i filosofi Oceani e Duns Scoto - ad una netta separazione tra "fede" e "ragione" dichiarate inconciliabili, ed alla chiara delimitazione dei loro rispettivi ambiti: il trascendente per la religione, l'immanente per la filosofia. L oggi superfluo chiedersi se tale netta distinzione tra religione e filosofia fu saggia e lungimirante o viceversa, determinata dal timore che il dubbio razionale potesse scalfire prima, e compromettere poi, l'esistenza stessa della "fede". E invece importante chiedersi ed osservare quali furono le conseguenze di tale netta distinzione tra religione e filosofia nella successiva storia dell'umanità.

Non vi è dubbio che in ambito religioso, l'affermarsi di un dogmatismo intransigente contrassegnò in modo negativo il Medio Evo; l'oscurantismo nella conoscenza da un lato, la corruzione, l'inquisizione, il potere temporale e teocratico, con le guerre di religione, condizionarono le sorti dell'umanità. In ambito filosofico, se pur notevoli furono i progressi della conoscenza attraverso l'Empirismo baconiano, il Razionalismo di Cartesio, la Critica di Kant, l'idealismo di Hegel e l'Illuminismo, si giunse poi al dogmatismo della ragione che, con la Rivoluzione Francese, si contrappose al precedente regime teocratico con le ben note conseguenze.

Se pur non è lecito usare i "se" ed i "ma" quando si considera la storia, tuttavia non si può fare a meno di constatare che la netta divisione tra "fede" e "ragione" ha certamente determinato - nei rispettivi campi - quel dogmatismo intransigente responsabile dell'Oscurantismo e sue varie conseguenze da un lato e, sul lato opposto, delle differenti reazioni ad esso: dall'Umanesimo e Rinascimento, attraverso l'Illuminismo ed il Romanticismo, si giunge all'estremo del Materialismo storico.

 

L'io, il super-io e l'inconscio della psicanalisi

Lo studio della psiche umana, come attuata da Freud, può consentire - da un differente angolo visuale - l'esame degli argomenti precedenti e conoscere quali sono e come operano le differenti capacità intellettuali dell'individuo quando sono poste a confronto con la realtà del mondo fenomenico. Nella trilogia di Freud si considera l'io, dotato essenzialmente di qualità razionali; l'inconscio, che invece è permeato di pura sensibilità istintiva e passionale; ed infine il super-io, l'ambiente circostante, che condiziona il sorgere ed il manifestarsi delle due qualità precedenti. L'operare concreto dell'uomo, anche per la psicanalisi, dipende pertanto dalle qualità razionali - l'io - e dalla sensibilità istintiva e passionale - l'inconscio - entrambe condizionate dall'ambiente circostante che funziona sia come stimolo sia come freno.

L'istinto passionale e la ragione sono accomunate dalla medesima radice, la sensibilità individuale, ma si manifestano in modo del tutto differente. t l'istinto passionale, sensibilità immediata che origina nell'ambito della conoscenza l'Intuizione, ma è la religione che - attraverso analogie, confronti, relazioni, interdipendenze - fa l'esame critico di tale intuizione per concludere con un giudizio di verità o di falsità. Qualità intuitive e razionali sono perciò qualità che si integrano vicendevolmente e solo con tale integrazione possono dispiegare tutta la loro validità nei confronti della conoscenza in generale e dell'ambiente in particolare.

La riprova si ha negli scarsi risultati conseguibili nell'impiego isolato di ciascuna delle predette facoltà. Infatti l'intuizione, anche la più brillante, senza la critica razionale appare subito arbitraria, perciò discutibile ed inconsistente sul piano della validità oggettiva. D'altra parte, alla ragione, senza l'intuizione, viene a mancare la materia prima alla quale applicare la propria caratteristica attività critica. Si aggiunga che l'impiego isolato delle due facoltà non solo rende impossibile una valida attività conoscitiva ma può essere causa di gravi distorsioni di tale attività.

Nell'ambito intuitivo passionale, mancando la critica, si è portati ad una visione esagerata delle proprie convinzioni soggettive, che vengono ad assumere una validità dogmatica indiscutibile. Nell'ambito razionale, si giunge ad una posizione ugualmente estrema, come ad esempio quella assunta dal filosofo Poincaré che, per reagire al precedente "positivismo", definisce la filosofia un insieme di "raports sans support", cioè insieme di pure relazioni senza sostegno reale. Quanto rilevato, trova conferma anche sul piano della ricerca scientifico-sperimentale per la quale, secondo una visione moderna, l'attività cerebrale si manifesta attraverso l'integrazione funzionale della predetta attività istintivo-passionale che troverebbe il proprio substrato anatomico nel centro ipotalamico, e dell'attività razionale, il cui substrato sarebbe invece riconducibile ai superiori centri corticali.

 

Il superamento del dualismo religione-filosofia: il contributo della Massoneria

Da quanto detto sorgono spontanee alcune domande alle quali, se si vuol dare un contributo di scienza ed esperienza per "il bene dell'umanità", è giocoforza tentare di dare una risposta. La prima domanda riguarda la possibilità di conciliare, ovvero di superare il dualismo religione-filosofia. La risposta pare insita nella stessa natura e contenuto semantico delle due parole. La religione è basata sulla "fede" in una verità dogmatica rivelata che tutto spiega e che perciò nulla chiede; la filosofia con metodo critico, è alla ricerca di una verità, via via più complessa, più difficile da afferrare, anche se più entusiasmante per il crescente potere dell'uomo sulla enigmatica natura. Perciò, in base al contenuto, ai metodi di conoscenza ed alle finalità diametralmente opposte, non sembra possibile conciliare religione e filosofia. Appare riconfermabile, dopo tanti secoli, la separazione tra religione e filosofia attuata dai filosofi Occam e Duns Scoto.

Ma, con tale separazione, non riappare la pericolosità di un risorgente possibile dogmatismo ed integralismo religioso e filosofico? Si può rispondere che, se oggi più attenuate possono essere, rispetto al passato, le conseguenze negative del dogmatismo sull'umanità, ogni sforzo deve essere compiuto onde ridurre al minimo e possibilmente annullare tali nefaste conseguenze. Ciò appare certamente possibile se si prendono in considerazione, in forma ottimale, le esigenze fondamentali della specie umana, esigenze di sopravvivenza, autoconservazione ed evoluzione che, nel loro insieme, configurano l'economia dell'umanità. Non può esservi dubbio che dette esigenze fondamentali sono considerate soddisfatte, secondo la propria caratteristica natura, dalla religione e dalla filosofia, che in tale occasione si integrano e vicendevolmente si completano. Infatti, l'esigenza concreta di sopravvivenza, autoconservazione ed evoluzione, pone l'uomo di fronte a problemi immanenti e trascendenti che non può risolvere solo con la fede o solo con la ragione.

L'infinito del tempo e dello spazio, e l'infinito mistero della natura, si rispecchiano nell'animo umano determinando, da un lato l'intuizione, dall'altro l'idea dell'infinito trascendente, per cui l'uomo avverte nel proprio spirito l'esistenza di una natura divina. Contemporaneamente però egli sente, rivelando i propri limiti, la necessità di difendere prima, contrastare e combattere poi, essenzialmente con la conoscenza, gli effetti negativi che su di lui può riversare il mistero incommensurabile dell'infinito. Ed è, ancora una volta, proprio sul terreno della conoscenza che la religione, con la fede che acquieta, e la filosofia, con la ragione che tormenta, manifestano la propria fondamentale, inconciliabile differenza. Ma di fronte all'immane mistero della natura e dell'infinito, sono giustificabili, in base alla predetta differenza di fondo, le separazioni conflittuali tra religione e filosofia? Si può rispondere che, nonostante tutto, la precisata, pur fondamentale differenza non dovrebbe incidere su un sostanziale rapporto di collaborazione, avendo, religione e filosofia un fine comune, altamente morale: il bene dell'umanità.

E per conseguire questo nobile scopo, la nostra Istituzione deve saggiamente operare per dare il suo prezioso contributo al superamento delle su indicate diversità di princìpi e di metodi di conoscenza che - tra l'altro - possono presentare, proprio nella loro diversità, quale base di partenza, l'aspetto positivo più adeguato per il conseguimento, in forma ottimale, del prezioso, imprescindibile e pur comune fine del bene supremo dell'umanità.

 

(tratto da IL LABORATORIO, n. 16 gennaio-febbraio 1995, Coll.Circ. Toscana- Ed. Turri Copisteria, Scandicci -FI-)