PITAGORA
di Luigi Aloisio
La presente tavola è unelaborazione di un mio precedente studio sul pitagorismo.
La tavola si compone di due parti: la prima, sulla palingenesi pitagorica, la seconda, sullexoterismo ed esoterismo pitagorico.
Nella prima parte, il termine "palingenesi" è stato inteso, in senso ampio, nel suo significato etimologico (PALIN - di nuovo, GENESIS - generazione), e cioè il pitagorismo è stato esaminato come concezione filosofica che ha favorito un rinnovamento ed una trasformazione dellindividuo, o meglio ancora, un rinnovamento ed una trasformazione radicale, distituti, concezioni politiche, sociali e morali (significato tratto dal Vocabolario della lingua italiana, III, Ist. Enc. It. Treccani, Roma). Nella seconda parte della tavola, viene esaminata più dettagliatamente la dottrina pitagorica.
La stesura della prima parte inizia con la raffigurazione del sole, presente in molti reperti archeologici rinvenuti, tanto da ritenersi esistente, allepoca, una città del sole, ipotizzata, successivamente, da Tommaso Campanella.
La stesura della seconda parte inizia, invece, con la raffigurazione del globo terrestre, intorno al quale vi sono persone che si tengono per mano formando una catena dunione, ciò simboleggiando la fratellanza, che univa i componenti delle comunità pitagoriche e che induce a confrontare il pitagorismo con il cristianesimo e con la massoneria.
Per esaminare, nellodierna tornata, lopera di trasformazione e di rinnovamento operata da Pitagora, non si può prescindere da uno studio storico dellepoca antecedente, contestuale e successiva alla presenza in Crotone del filosofo di Samo.
Non poche, però, sono le difficoltà.
Il libro che Aristotele avrebbe scritto su Pitagora e sui pitagorici andò perduto.
Sulla vita del filosofo abbiamo pochissime notizie, di parecchie generazioni posteriori alla sua morte. Le biografie, che ci hanno lasciato di lui gli scrittori neoplatonici, come Diogene Laerzio, Porfirio e Giamblico, sembrano più che altro delle leggende, con descrizione di miracoli straordinari.
In ogni modo, lesame dei racconti che ci provengono è fondamentale, perché, benché redatti in una forma sospetta, pur tuttavia essi rappresentano la tradizione pitagorica sulla vita e sui miracoli del maestro.
La vita di Pitagora è segnata da un destino incompatibile a quello degli altri uomini. Lanima di Pitagora, posta in cielo come tutte le altre al seguito di un dio, secondo quanto si legge nel Fedro, la si disse differente quanto a natura dalle anime degli altri mortali, poiché essa non cadde precipite nel mondo, ma fu inviata secondo la volontà di un disegno divino, come ben chiarisce Giamblico: a Pitagora fu, infatti, affidato il compito di recare agli uomini, quale dono degli dei, la filosofia (Vita II 8). E stato, al riguardo, sostenuto che una tale carismatica vicenda, seppure spiegabile secondo i dommi del platonismo, aveva somiglianze con i contenuti della storia sacra cristiana. Molti anni addietro, il Lévy ha, infatti, notato che il racconto della vita di Pitagora, tramandatoci dalle fonti più tarde, sembra consapevolmente ricalcare, in un periodo di riconoscenza dello spirito religioso della paganità, elementi desunti dalla vita di Gesù, quasi a volere opporre alle scritture cristiane lesemplarità della carismatica vita di Pitagora: ad esempio, si cita la rassomiglianza tra il racconto della natività, tra lannunciazione a Maria e l "annuncio" delfico a Mnesarco, lascensione corporea di Pitagora al cielo.
La filologia tedesca del XIX secolo dubitava, addirittura, dellesistenza di Pitagora: considerava il nome di Pitagora come una sorta di mitica astrazione, adatta a giustificare la nascita e lesistenza di una dottrina spirituale. Lo Zeller era scettico riguardo allenorme e scarsamente attendibile "dilazione della tradizione". Prova che più comunemente veniva invocata era il silenzio di Aristotele, il quale nella "Metafisica" parla sempre di pitagorici e mai di Pitagora.
Havelock parla addirittura di un "fantasma pitagorico": il pitagorismo più antico non sarebbe stato altro che un sistema etico-sacrale, una diathesis filosofica, interessata principalmente al destino della psyché ed al suo rapporto con la costituzione del Sé.
In questa mia tavola, comunque, traggo inizialmente spunto da lezioni tenute, a Parigi, ad alcuni ricercatori, nellanno 1983, dal Maestro Ekkirala Krishnamacharya, insegnante della Saggezza Antica.
Per il Maestro indiano, quando Pitagora aveva diciotto anni, perse il padre. Viveva, in quei giorni, Talete di Mileto. Talete, che significa Dio Sole, era una delle grandi luci del suo tempo e uno dei grandi Maestri dellAntica saggezza. Pitagora divenne discepolo di Talete, il quale, poi, gli consigliò di imbarcarsi per lEgitto e lì unirsi ai Maestri.
Allepoca, non cera alcuna istituzione distruzione commerciale e la saggezza era un privilegio di discepoli selezionati. Pitagora trascorse quasi ventidue anni in Egitto, e qui incontrò quasi tutti i Maestri, ricevendo il loro insegnamento. Fu iniziato ai segreti dei matematici, della geometria e della scienza delle stelle, del sistema solare e delle galassie. La scienza delle stelle, in quei giorni, includeva: lastronomia, lastrologia, lastro - biologia, lastrolatria, lastro - medicina, lastro - psicologia e la scienza delle corrispondenze. Pitagora era anche uno studente della scienza del simbolismo. Mentre era in Egitto, Pitagora fu fatto prigioniero dai soldati di Cambise e portato a Babilonia. Fu più tardi rilasciato in circostanze misteriose. Egli colse questopportunità per fare proprie ricerche sulla Scienza di Dio in Babilonia. Incontrò i capi spirituali dei Magi ed imparò la scienza dei numeri, laritmetica, il ramo Caldeo dellastronomia ed astrologia, come pure la musica.
Pitagora si recò anche in India, che, in quei giorni, era un centro dapprendimento quanto lEgitto. In India, Pitagora seguì molti Maestri di Saggezza. Fu studente in una scienza chiamata Brahma Vidya, che significa "la Saggezza della Coscienza Cosmica", un ramo della quale viene chiamato Atma Vidya, che significa "la Saggezza dell<<io sono>> in noi". Pitagora ricevette anche tutti i segreti vedici dei Maestri dei Veda. In India egli, finalmente, ricevette il titolo di Pytha Guru. Si può verificare dalla prima diapositiva che la parola Pitha, in Sanscrito, significa "centro internazionale di apprendimento", e Guru significa "Maestro Spirituale".
Così gli fu conferito il titolo di "Maestro Spirituale dellapprendimento internaziona-le".
"Pitagora", quindi, non sarebbe un nome, ma un titolo.
Esaminata la vita di Pitagora come insegnata dal citato Maestro, mi sono posto alcune domande.
La prima è la seguente: in quale momento storico, politico e culturale Pitagora è giunto a Crotone ?
Si era appena verificato un evento fra i più importanti nella storia delle colonie greche dellItalia meridionale: la battaglia del fiume Sagra, che arrestò lascendente prosperità di Crotone.
I crotoniati avevano un esercito, che tutte le testimonianze fanno oscillare tra 130.000 e 100.000 uomini. I Locresi non avevano potuto riunire che 15.000 uomini, secondo Trogo Pompeo, 10.000 secondo Strabone, il quale aggiunge, però, che i Locresi erano rinforzati da un corpo ausiliare fornito da Reggio. Nonostante il maggiore potenziale dei Crotoniati, i Locresi riportarono una completa vittoria.
La Sagra era un fiume che segnava il confine fra i territori di Caulonia e di Locri. La "Sagra", per il Lenormant, non può essere, come lo si ritiene, il fiume "Allaro" dei nostri giorni, ma il "Turbolo", fiume un pò più meridionale, che si precipita dalle montagne in gole selvagge ed in mezzo a rocce dirupate. Su questo terreno angusto e faticoso, scelto appositamente dallesercito Locrese, i Crotoniati non poterono spiegare il loro immenso esercito.
Recatomi sui luoghi descritti, ho rinvenuto il fiume "Allaro", riportato nelle successive diapositive(diap. 1 - diap. 2)
Non ho trovato il fiume "Turbolo". Esiste, ora, il fiume "Torbido", che, anche se sito in posizione più meridionale rispetto alla "Sagra", non corrisponde alla descrizione del Lenormant. In effetti, si può condividere che la conformazione del territorio, almeno attuale, ove scorre la parte finale del fiume "Allaro", non spiegherebbe come lesercito attrezzato di Crotone abbia potuto riportare una sconfitta così netta.
Riportando quanto scritto da Giustino: <<Dopo il disastro della Sagra, i Crotoniati cessarono di esercitarsi nei ludi militari e nel maneggio delle armi, perché, avendo loro così poco giovato, li presero in disgusto. E sarebbero certo caduti nel lusso e nelle mollezze di Sibari, se non fosse giunto a rialzarne le sorti Pitagora>>.
Quindi, dalle notizie rinvenute e sopra riportate, la prima risposta che ho ricavato è la seguente: Pitagora arrivò a Crotone in un momento di declino morale e politico. Questa circostanza è importante, perché ingrandisce, certamente, lopera di rinnovamento socio - culturale del filosofo di Samo, il quale si stabilì in Crotone verso il 532. La propagazione della sua dottrina in Crotone fu contemporanea del regno di Policrate a Samo e di Tarquinio Prisco a Roma.
Mi sono posto, a questo punto, una seconda domanda: perché Pitagora scelse la Calabria e più precisamente Crotone, per stabilizzarsi e per diffondere i suoi principi ?
Tempo addietro ho letto un libro sulla "Massoneria e tradizioni massoniche in Calabria". Mi colpì quanto scritto da Domenico Raso, il quale riteneva che a Crotone il Pitagorismo attecchì in modo particolarissimo, perché, proprio sul territorio calabrese e su quello prossimo a Crotone, vi era un naturale terreno idoneo ad apprenderlo. Per Raso, infatti, lesistenza di un popolo, di una civiltà già atteggiata da lungo tempo a culti e miti e ad unelevata disposizione di pensiero (ivi compresa probabilmente la disposizione al monoteismo), avevano favorito il pitagorismo stesso.
Quindi, Pitagora avrebbe ritenuto la Calabria un terreno idoneo per percorrere un cammino intenso e pregnato di stretto esoterismo.
Ed allora mi sono chiesto perché la nostra Terra era un terreno così fertile.
Approfondendo lo studio, ho potuto verificare, in primo luogo, che vi sono opinioni diverse di studiosi della materia. Per il Lenormant, Pitagora, essendo in politica essenzialmente un aristocratico, credeva che lideale del governo e del buon ordine sociale risiedesse in una vasta oligarchia basata insieme sulla nascita e sulla fortuna. Una dottrina, che si comunicava nella sua forma completa solo ad un piccolo numero di persone e che considerava la maggioranza degli uomini come incapace di sopportare la pienezza della verità, doveva fatalmente condurre, nellordine funzionale della costituzione e del governo, a respingere leguaglianza e laccessibilità per tutti agli stessi diritti politici. Questidea politica sarebbe stata il motivo dellattrazione di Pitagora verso Crotone. Detto studioso ritiene, infatti, che: "quantunque la marea montante della democrazia cominciasse a scuoterla, la costituzione di Crotone era rimasta aristocratica; e laccesso alle magistrature non era aperto che a certe classi di eupatridi e di tumuchi, vale a dire a cittadini di nobile nascita e possessori di un determinato grado di fortuna. Condizioni dello stesso genere, ma a base più larga, erano imposte per godere dei diritti attivi di cittadino."
Il Grote ritiene, invece, che, ad attrarre Pitagora verso Crotone, sia stata la fama della scuola di medicina di questa città.
Nellarticolo di Domenico Raso, venivano esaminati alcuni reperti posseduti dal fratello Mario Tolone e fatti risalire ad unepoca rientrante tra il primo ed il terzo millennio a.C., quindi ad epoca precedente allarrivo di Pitagora in Crotone. Da un approfondimento, ho riscontrato molte analogie con reperti catalogati ed esistenti in Musei. Nella prossima diapositiva, potete notare la testa di un uomo con un elmo. Su un lato appare unincisione raffigurante il sole.
Vi sono molte analogie con altri reperti, tra cui una lastra a forma di sole, che si può esaminare nella prossima diapositiva
ed un peso da telaio in cui è inciso il sole, che si vede nella diapositiva qui di seguito riprodotta.
Il sole, è da ricordare, rivestiva unimportanza notevole nella ritualità pitagorica. Infatti, uno dei riti dellOrdine istituito da Pitagora era il saluto al Sol levante. Giamblico racconta che, alzatisi molto presto, i discepoli indossavano una veste bianca, prendevano la lira e si recavano incontro al sole, intonando canti sacri. Detta usanza aveva unorigine egiziana. Sembrerebbe, quindi, un rito portato da Pitagora dallEgitto. La ripetuta presenza nei reperti della raffigurazione del sole, può, però, consentire di ritenere che il sole fosse già, nel territorio, oggetto di culto. Possiamo, pertanto, tentare un collegamento tra lEgitto e la Calabria, già in epoca precedente a Pitagora, se è vero come è vero che sono presenti ad Amendolara alcuni scarabei egizi o egittizzanti derivanti da produzioni non indigene, la cui cronologia assoluta non è definibile in modo certo. Invece, certamente risalenti alla prima metà del VII secolo sono gli scarabei egittizzanti di Simeri Crichi, presenti nel museo provinciale di Catanzaro. Simili scarabei sono anche noti a Francavilla ed a Canale, in tombe, precedenti lultimo quarto dellVIII secolo. Ricordo a me stesso che, presso gli egizi, lo scarabeo era un animale sacro, simbolo solare e di resurrezione. Dal terzo millennio a.C., fu riprodotto in pietre dure ed in terracotta invetriata ed usato come ornamento e sigillo e, a scopo magico, veniva messo al posto del cuore nei cadaveri mummificati. Lipotesi di contatti con gli egiziani e con i loro misteri, già prima di Pitagora, non è azzardata se si ricorda che si ritengono ormai certi e risalenti ad epoca arcaica i rapporti commerciali tra la Calabria e tutti i paesi del bacino mediterraneo e, quindi, anche con la Grecia e le coste africane. Il commercio era fiorente anche attraverso lallora navigabile fiume Corace, che si riversa nello Jonio, ed attraverso il vicino fiume Amato, anchesso allora navigabile, che si riversa nel Tirreno. Nellistmo di Catanzaro, lo Jonio ed il Tirreno distavano soltanto circa quaranta chilometri.
Nella successiva diapositiva, possiamo osservare un altro peso da telaio, con incisione di due spighe.
La spiga é certamente riferita ad un popolo dagricoltori. E pacifico che, a seguito di ritrovamenti archeologici, custoditi ora in musei e riferiti ad epoca arcaica, quali, ad esempio, i phitoi, adatti alla conservazione, e i falcetti in ferro, sono state ritenute fiorenti, nella Calabria arcaica, le attività agricole ed in particolare le colture cerealicole. Anche testimonianze letterarie attestano lesistenza di tali attività in epoca arcaica.
A conferma, ho verificato che, nelle prime emissioni delle monete metapontine, era presente una spiga dorzo. E significativa la raffigurazione della spiga nelle monete esistenti nel Museo archeologico Nazionale in Reggio Calabria. Quindi, vi è piena analogia, tra le spighe nel reperto di Mario Tolone e gli altri reperti della Calabria depoca arcaica, catalogati in musei.
Nella successiva diapositiva, si può esaminare un reperto a forma conica, in creta, che potrebbe rappresentare una montagna simbolica, ove vi è un percorso, intorno al quale vi sono delle scritte o dei simboli, che porta al vertice in cui vi é impresso un segno che appare palesemente un delta sacro.
Questo reperto simboleggia certamente il percorso iniziatico che, attraverso i vari gradi di conoscenza, porta alla perfezione, rappresentata dal delta sacro, e cioè la divinità creatrice. Le analogie sono evidenti: i discepoli di Pitagora, infatti, dovevano percorrere fasi diverse e progressive dapprendimento per raggiungere la perfezione. Analogia vi è, anche, con il triangolo pitagorico e con la trinità presente in Egitto: la triade menfitica composta da Phtah, dalla sua sposa Sechmet e dal loro figlio Nefertum; la triade osiridea, composta da Osiride, Iside, Oro; la Triade Tebana, composta da Ammone, Mut e Chonsu.
Il Delta sacro lo possiamo riconoscere nelle successive diapositive. In una di esse in particolare, si evidenzia il Delta tra i due occhi della figura zoomorfa.
Nel successivo reperto, come si può rilevare nella diapositiva, riappare una struttura ed una raffigurazione piramidale ed ascensionale, simile a quella esaminata in precedenza.
Nella successiva diapositiva, si può vedere un reperto che, sicuramente, è un astrolabio in creta, dotato di gnomone.
E visibile la semicirconferenza incisa da nove tacche per parte, tipica di questo strumento noto probabilmente anche ai greci. Lastrolabio era utilizzato per la navigazione, atto a rilevare la rotta notturna mediante il riferimento o il puntamento su qualche stella. Orbene, lo gnomone era uno dei segni di riconoscimento dei pitagorici.
Lesistenza di diversi reperti similari, ha fatto ritenere che esistesse, in Calabria, una scuola dastronomia.
Ritorniamo, per il momento, allevento del fiume Sagra.
Pitagora trovò i Crotoniati scoraggiati per il recente disastro bellico e dediti ai godimenti ed ai piaceri.
Quale fu, allora, lopera di trasformazione e rinnovamento socio - politico - culturale di Pitagora ?
Si riconosce al filosofo di Samo il merito di avere risvegliato nei Crotoniati il sentimento di venerazione verso gli Dei, quello della virtù e del patriottismo; fece rispettare le leggi, strappò la gioventù alle abitudini di dissipazione e di piaceri, acquietò le discordie intestine.
Sono significative alcune lettere di donne pitagoriche, in primo luogo per verificare limportanza dellelemento femminile nella scuola pitagorica, ed in secondo luogo, per confermare lalto valore morale diffuso da Pitagora in Crotone.
Secondo la tradizione, molte donne ebbero una posizione di grande rilevanza allinterno della scuola pitagorica: Giamblico ricorda i nomi di Theanò, conosciuta come moglie o figlia di Pitagora, e a sua volta madre di filosofi; della misteriosa Perictione, omonima della madre di Platone; di Phintys, figlia di Callicrate, illustre pitagorico; di Myia, ricordata come figlia di Pitagora e di Theanò e andata in sposa a Milone di Crotone; infine, di Melissa.
A queste donne vennero attribuite delle lettere e dei trattati filosofici di carattere essoterico, frammenti dei quali ci sono stati trasmessi da Stobeo.
Nella "Lettera di Melissa che saluta Cleareta", riferita alla figura della donna, Melissa scrive: "Deve poi prestare più credito alla bellezza e alla ricchezza dellanima, che allaspetto e ai beni materiali. Questi ultimi, infatti, li rapiscono la malevolenza e la malattia, mentre quelle doti rimangono intatte fino alla morte".
In altra lettera, viene scritto: "Vengo a sapere che tu stai allevando i tuoi bambini nel lusso. La cura di una buona madre per i suoi figli non sta nellindirizzarli al piacere, quanto nelleducarli alla saggezza".
Theanò scrive a Callisto: "Devi, infine, meditare su questo: ottima in ogni cosa la misura".
Inoltre, Perictione scrive sullarmonia della donna: "Una donna dotata di saggezza e di discernimento deve conoscere larmonia; bisogna infatti che la sua anima sia informata alla virtù, così da essere giusta, forte, saggia, rinomata per la sua indipendenza e nemica della vanagloria".
Come si può notare, é alto il valore morale dei pitagorici, ma, soprattutto, appare innovativa la valorizzazione della figura della donna, che, pure in un contesto di predominanza delluomo, riesce a maturare unautonomia intellettiva e culturale totale rispetto alla figura paterna o maritale.
Pitagora conduceva le donne di Crotone nel Tempio di Hera Lacinia per offrire i fiori e le loro cinture. Infatti, Hera, poi Giunone per i latini, è madre e regina degli dei, sposa di Zeus, è la protettrice della famiglia, sovrintende alla pace domestica, tutela la madre in tutti i momenti fondamentali della vita. Di questo maestoso Tempio resta oggi solo una delle sue quarantotto colonne, come potete verificare dalle prossime diapositive(diap. 3 - diap. 4).
Vorrei, però, a questo punto fare vedere alcune diapositive di reperti rinvenuti nella casa del fratello Tolone.
Nelle prossime diapositive, metto in evidenza tre statuette raffiguranti, la prima, una donna piangente, devota, composta e curata;
le altre, la graziosità della maternità, in cui la donna appoggia, in modo delicato, la sua mano sul grembo.
Nella successiva diapositiva, si nota un triangolo che pende dalla collana, come un gioiello in possesso della figura femminile.
In altra diapositiva, si può ammirare una figura femminile, che Raso chiama Dama di Fiori.
Sembra, proprio, la raffigurazione di una donna che porta i fiori in un tempio sacro.
Questi reperti hanno analogie con la statuetta femminile in bronzo custodita nel Museo Archeologico Nazionale di Reggio Calabria e con le statuette fittili femminili custodite presso il Museo Civico di Cosenza e con altre provenienti da Castrovillari, tutte riconosciute, catalogate e risalenti al periodo arcaico della Calabria. Si può affermare che, comunque, la figura femminile, allepoca, era già valorizzata, anche se Pitagora ne riconobbe certamente unimportanza tale da ritenerla capace di ricevere la sua dottrina.
Pitagora acquistò una vera dittatura morale su Crotone, dirigendo la città e facendo penetrare nella pratica dalle leggi e in tutti gli organi del governo lo spirito della sua dottrina. Il Senato dei mille era dominato dalla sua autorità; i suoi seguaci più fidi occupavano le magistrature. Pitagora, però, non volle mai sedere nel Senato, né accettare alcuna magistratura, ma solo lufficio di Sacro legislatore. In virtù di questo incarico egli riorganizzò il pubblico culto a Crotone, le sue feste, le sue cerimonie, la sua liturgia e la gerarchia degli onori che vi si rendevano agli Dei ed agli eroi, precipuamente ad Apollo Pizio, a Hera Lacinia, alle Muse e ad Eracle, eroi fondatori i quali costituivano i patroni speciali della città.
La filosofia di Pitagora si diffuse immediatamente. Fu allora che tutte le città della Magna Grecia, fuorché Locri, che aveva chiuso le porte al pitagorismo, adottarono, quale segno materiale della loro unione, un sistema uniforme di moneta, varia per tipi in ciascuna città, ma simile per il peso, per il valore intrinseco, per la composizione del metallo e per il rovescio incuso, vale a dire coniato in incavo.
Il principale strumento di governo di Pitagora era il famoso synèdrion di trecento membri, legati da un reciproco giuramento. Il synèdrion era lorganizzazione della classe di adepti che nella ripartizione dei membri della scuola pitagorica, per lo scopo a cui consacravano i loro sforzi, per la sfera di azione verso cui essi si dirigevano, venivano chiamati i politikòi, in opposizione ai sebastikòi, che erano i puri asceti dedicati alla meditazione ed allo studio. Per il Muller, il synèdrion dei trecento era unistituzione ufficiale e legalmente definita, un Senato più ristretto istituito al disopra di quello dei mille. Il Lenormant ritiene, invece, che il synèdrion era unassociazione extracostituzionale, che esercitava una direzione decisiva sul governo. Costituiva una riunione senza mandato legale, reclutata tra le famiglie dirigenti, i membri del Senato dei mille, e legata dal giuramento di una stretta fraternità e di una complicità costante, che nelle deliberazioni del Senato presentava una falange compatta ed indissolubile. Contro tale organizzazione e contro il predominio pitagorico si levò il malcontento e una forte opposizione.
Rovesciato a Crotone il pitagorismo, come partito politico, lo stesso era ormai, di conseguenza, sdradicato dalle diverse città. Solo Metaponto resistette ed accolse il maestro ed i suoi discepoli, quando vi si rifugiarono. Ma la reazione antipitagorica finì per giungere anche in questultima città.
Il pitagorismo, però, fu proscritto come fazione politica, ma non come dottrina filosofica. Come il duca di Luynes riconobbe, anche durante la proscrizione del partito politico pitagorico, lopera religiosa e liturgica di Pitagora si mantenne viva.
Pitagora, come detto, aveva riorganizzato la religione pubblica in Crotone, tanto che questa sussistette fino a che Crotone rimase autonoma.
La prova viene fornita dai tipi della numismatica crotoniate in tutte le epoche: questi tipi sono tra le maggiori fonti per la conoscenza del culto della città. Tutti i tipi, senza eccezione, hanno stretto e diretto rapporto col sistema religioso di Pitagora e con gli elementi del suo simbolismo.
E bene esaminare le ultime diapositive relative alla prima parte della tavola.
Il tipo monetario principale e costante di Crotone, quello che costituisce quasi lo stemma della città, è il tripode, emblema ufficiale costante della città, che, combinato con altri tipi, serviva dimpronta tanto al pubblico sigillo, quanto alla moneta. Proprio sotto il regime dei pitagorici fu adottato nella monetazione. Il Tripode è uno degli emblemi dApollo Pizio, che con Pitagora divenne il Dio principale di Crotone. Per il filosofo di Samo e per la sua scuola, il tripode, trono profetico su cui la Pizia riceveva le ispirazioni dApollo, era lemblema della profezia ispirata, divina e veridica; esso rappresentava il numero tre, il numero che racchiude il principio, il mezzo e la fine; i tre elementi fisici: terra, fuoco ed acqua; i tre tempi: il passato, il presente e lavvenire.
Sulle più antiche monete incuse di Crotone, il tripode è solo. Un pò più tardi, il tripode, impresso in rilievo, continua ad occupare una delle facce della moneta: sullaltra compare, in incavo, unaquila volante.
Laquila é luccello di Zeus, il Dio supremo e primordiale nel sistema di Pitagora, il padre di cui Apollo é il primo nato; ma é nello stesso tempo, come ha dimostrato il Duca di Luynes, laquila familiare di Pitagora, luccello che Zeus medesimo inviava presso lispirato maestro per attestare agli occhi degli uomini il carattere divino della sua missione.
Tra il 475 ed il 450 circa, sulle monete, il tripode é accompagnato da una gru. Vi é proprio sulle gru un episodio della storia leggendaria di Pitagora. Parecchi fanciulli, si racconta, erano stati annegati in alto mare, senza lasciare alcun indizio, ma uno stormo di gru traversò il cielo al disopra del luogo dovera avvenuto il delitto. Dopo qualche tempo due degli assassini si trovavano insieme seduti sugli scalini del teatro di Crotone, quando delle gru passarono sul loro capo. <<Guarda i testimoni>>, disse luno allaltro complice, Pitagora comprese la frase, citò i due uomini dinanzi al Senato dei mille, e strappò loro la confessione del misfatto. In questo racconto, le gru fanno la parte di testimoni spinti da una potenza sovrannaturale, per decidere la condanna dei colpevoli e rivelare il loro delitto.
Sulle monete del più bello stile (si veda la prossima diapositiva), su una faccia, emergono, ai due lati del tripode, le figure dApollo e del serpente Pitone, che il Dio trafigge con le sue frecce, mentre sullaltra faccia si vede Eracle che espia luccisione di Croton e fa sulla tomba di costui le funebri libagioni.
<<Queste monete>>, dice il Duca di Luynes, <<offrono un segno tangibile della religione pitagorica, eminentemente espiatrice, e tale da rendere i suoi omaggi ai sepolcri così degli eroi, come a quelli degli Dei>>.
Tutto quanto menzionato dimostra che la pubblica religione di Crotone rimase invariata, come laveva istituita Pitagora, anche dopo la proscrizione dei pitagorici.
Per concludere questa prima parte della tavola, si può affermare che limpronta di Pitagora è stata evidente nella vita politica e culturale di Crotone e delle città vicine, tanto da rimanere inalterata anche successivamente alla proscrizione dei pitagorici. La sua opera di rinnovamento e di moralizzazione della vita locale è evidenziata dallo stato in cui Pitagora ha trovato Crotone al suo arrivo. A mio avviso, vi è, però, da dire che il filosofo venne ed operò a Crotone, perché vi erano le basi culturali per diffondere la propria dottrina. La Calabria era già aperta ai Misteri e vi era, in essa, un substrato culturale, esoterico e morale, che ha consentito a Pitagora di perfezionarsi e di perfezionare la vita di Crotone e delle città vicine.
Non si può, certamente, in questa sede, esporre tutta la dottrina pitagorica, ma si vuole offrire una base di riflessione e di ricerca. La tavola non può che essere lacunosa per il lungo tempo di trattazione che richiederebbe il pitagorismo.
Comè stato scritto nella prima parte, vi sono difficoltà nell'elaborare la biografia di Pitagora. Le stesse difficoltà, vi sono per la sua dottrina.
In ogni modo, si può affermare che elemento importantissimo del pitagorismo fu la morale.
Nei Versi Aurei, che costituiscono un compendio del pitagorismo, si legge: (versetto 40) "Non accogliere negli occhi languidi il sonno prima di avere tre volte esaminato ciascuno degli atti lungo il giorno compiuti: Dove ho mancato ? Che ho fatto ? Quale dovere non ho compiuto ? Iniziando dalla prima domanda, passa in rassegna le tue azioni, quindi se hai compiuto di che vergognarti, rimproverati, se invece nobili azioni, rallegrati."
L'uomo, diceva Pitagora, deve venerare la divinità come i suoi genitori ed i suoi amici. <<Qual tempio, qual simulacro>> - scrive Pampelos, conformemente agli insegnamenti di Pitagora - <<può essere più santo, più prezioso di un avo e di un'ava, venerabili e carichi di anni ? Dio colma di grazie colui che rispetta ed onora gli autori dei propri giorni>>. E la pitagorica Perictione aggiunge che non vi è maggior delitto dell'ingratitudine verso i propri genitori.
Ho, nella precedente tornata, evidenziato come il rispetto della figura femminile era rimarchevole. Ne consegue che anche la castità ed il matrimonio rivestivano un'importanza notevole.
Pitagora proibiva fra i due sessi ogni rapporto illegittimo e di semplice voluttà; minacciava castighi infernali ai mariti che non volevano vivere con le loro mogli, ed alle donne che si rifiutavano di sopportare i doveri della maternità; attribuiva la stessa gravità morale all'infedeltà dei due coniugi; prescriveva che il marito trattasse bene la compagna che egli aveva prescelto innanzi agli Dei, e che, a sua volta, la moglie amasse più il marito che se stessa.
Era tanto importante la figura femminile che la scuola pitagorica è la sola dell'antichità che abbia ammesso le donne nelle sue file.
Anche la giustizia aveva una notevole importanza. La giustizia veniva ritenuta la madre ed il principio dogni virtù. Manteneva la pace e l'equilibrio nell'anima; generava il buon ordine delle città, la concordia degli sposi, l'amore dei servi verso il padrone, e la benevolenza del padrone verso i suoi servi.
La stessa importanza rivestiva la verità. Per Pitagora la parola dell'uomo era sacra, e lo spergiuro meritava il Tartaro.
Espressive sono alcune <<LETTERE>>.
Apollonio di Tiana, grande eroe e taumaturgo, vissuto nel I sec. d.C., filosofo di chiara ispirazione neopitagorica, scrivendo ad Eufrate (probabilmente Eufrate di Tiro, filosofo stoico, vissuto a Roma ed in Siria), dice: "Qualora tu incontrassi un filosofo pitagorico, ti dirò cosa e quanto otterrai: la scienza delle leggi, la geometria, l'astronomia, l'aritmetica, l'armonica, la musica, la medicina, tutta la divina arte della divinazione, ogni cosa bella, la sublimità dell'animo, la gravità, la magnificenza, la costanza, lo spirito religioso, la conoscenza non l'opinione riguardo agli dei, la cognizione dei dèmoni, non una conoscenza approssimativa, l'amore di entrambi (dei e dèmoni), la tranquillità dell'animo, la tenacia, la semplicità, la moderazione nei beni necessari, nel sentire e nel fare, la facilità del respiro, un buon colorito, la salute, la felicità e l'immortalità." Allo stesso modo, è importante quanto scrive Clinia di Taranto: "L'uomo è condotto ad agire ingiustamente per l'operare di tre cause che arrecano squilibrio; l'amore del piacere provocato dal soddisfacimento dei desideri del corpo, l'avidità nell'accumulare ricchezze, e l'ambizione di superare amici e compagni".
Sono famosi i precetti, che Pitagora formulava nell'insegnamento della morale. Vengono esaminati ora alcuni di essi, altri verranno menzionati in seguito:
-- "Non bisogna sfogliare la corona", cioè bisogna rispettare le leggi, che sono la corona dello Stato.
-- "Fai attenzione. Non prendere a calci una pietra". Se prendi a calci una pietra ne avrai dolore tu, non la pietra. La critica, la maldicenza, lo scandalo, la disonestà nelle quali noi indigiamo, sono tutti calci che ritornano.
-- "E' proficuo comprare cose di valore con poco denaro". Per Pitagora bisogna usare meno parole possibili per esprimere pensieri.
-- "Salva il paese dall'aggressione, la mente dai pensieri impuri ed il corpo da abitudini irregolari".
-- "Non trascorrete molto tempo nel percorrere le strade principali. Cerca sentieri non frequentati". Vuol dire che anche la gente zoppa può camminare su sentieri preparati come aiuto. Pitagora voleva che i suoi discepoli seguissero percorsi innovativi e creativi.
-- "Venerate il suono del vento che soffia". Gli animali vivono dei segni della Natura, mentre l'uomo, che dice di essere più saggio degli animali, ha perduto questa saggezza a causa della sua preoccupazione per le altre cose.
-- "Assisti colui che sta portando il peso". Aiuta le persone che sono decise ad assumersi responsabilità.
-- "Non permettere ai passeri di entrare ed uscire dalla tua casa". Il passero è un uccello che si muove a zigzag, e simboleggia i movimenti irregolari dei pensieri. Una mente incostante è paragonata ai movimenti del passero. Pitagora consigliava di essere continui nei pensieri e nelle azioni.
-- "Non scavare fuoco con una spada". Simbolicamente, in questo caso, il fuoco rappresenta lo stato d'animo adirato e la spada si riferisce al disturbarlo con parole inopportune. Il significato che si può cogliere è il seguente: non si deve incrementare la collera con parole offensive.
Altri precetti manifestano univocamente limportanza che rivestiva il fuoco nei riti e nella concezione delluniverso dei pitagorici. Se ne citano alcuni:
-- "Non cancellare il luogo della fiaccola"; "Non guardarti il volto alla luce della fiamma"; "Non mettere nella fiamma la fascina tutta intera". Il fuoco, cioè, non bisogna mai spegnerlo nelle circostanze rituali e sacre per leffetto magico che esso diffonde. Quindi, non bisogna usare la fiamma in occasioni profane e non bisogna consumare il fuoco velocemente, perché, se si spegne la fiamma, si perde leffetto magico descritto.
Luso del fuoco è stato messo in evidenza, maggiormente, con la scoperta del tempio pitagorico costituito dalla Basilica pitagorica di Porta Maggiore, in cui furono rinvenute, sospese in diversi luoghi, numerose lampade ad olio, necessarie per laccensione del fuoco per le cerimonie dei membri dellordine.
Non si può che collegare luso del fuoco, come mezzo di diffusione di energia e di sacralità nel tempio pitagorico, con la credenza che, nel cosmo, vi è un fuoco centrale intorno al quale, per Pitagora, ruotano 10 corpi celesti.
Nei Versi Aurei si legge: (versetto 15) "non ti avvezzare ad agire irragionevolmente in nulla ma sappi che a tutti destino è la morte". Questo monito ha due significati: 1) ogni ambizione umana si scontra con una fine imprescindibile che è la morte; 2) la morte è il momento della giustizia divina.
A questo punto, il passaggio è obbligato. Mi chiedo, per Pitagora, che cos'è la morte, ed anche cos'è la vita ? Perché tenere un comportamento morale ?
La risposta può essere data sempre traendo spunto dai Versi Aurei: (versetto 65) "Se tu osserverai parte di questi insegnamenti, otterrai quanto ti insegno, riceverai la guarigione, e l'anima porrai in salvo da queste sventure"; (Versetto 70) "Che se, abbandonato il corpo, giungerai al libero etere, sarai un dio immune da morte e corruzione, non più un mortale".
La filosofia antica lega il concetto di anima, in quanto connesso al principio della vita, allidea del soffio vitale. Anassimene identificava lanima con laria. La dottrina filosofico-religiosa dellimmortalità dellanima, però, fu affermata dai pitagorici e dagli orfici. Per Pitagora, il corpo è la tomba dell'anima e l'anima è immortale. La vita terrena è un viaggio difficile in cui l'uomo deve esaminare se stesso, deve chiedersi se ha fatto bene prima e programmare ciò che farà dopo. Questa è la psicostasia pitagorica, che, come la morale, non è fine a se stessa, ma è rivolta a quel futuro che è la morte, quando, soltanto superando il giudizio definitivo, l'anima potrà conquistare l'isola dei Beati ed evitare il supplizio della reincarnazione. La rigenerazione dell'anima attraverso le diverse esistenze, detta palingenesi, termine che ora adopero in senso stretto, accosta Pitagora agli Orfici, i quali credevano alla caduta delle anime nella materia e nella necessità della loro salvezza. Pitagora, peraltro, come si ritiene, era stato discepolo di Ferecide di Siro, grande propagandista dell'Orfismo. E' pur vero che sia per gli orfici che per i pitagorici, il fine della vita è quello di liberare l'anima dal corpo, ma l'Orfismo proponeva, come mezzo di purificazione dell'anima, le celebrazioni misteriche e le pratiche religiose, mentre i pitagorici seguivano, come mezzo di salvezza dell'anima, precetti morali e regole di comportamento, nonché s'intrattenevano nell'esame del sé e del cosmo. Difatti, uno dei precetti morali di Pitagora era: "Non bisogna mangiarsi il proprio cuore", cioè occorre schermirsi dall'invidia e dai turbamenti dell'anima; questo precetto è stato, da Pitagora, recepito dall'Egitto. Nel "Libro dei morti" dell'antico Egitto, quando il defunto si presenta al giudizio del Tribunale di Osiride e dichiara di non avere commesso peccati, pronuncia queste parole: <<io non ho mangiato il mio cuore>>.
Analogia, quindi, non può che esserci con la tradizione egizia sulla barca di Iside, la pesa delle anime ad opera del cancelliere Thot, il rifugio finale nei beati campi di Ialu.
Ai pitagorici fece riferimento Platone per la sua concezione spiritualistica dellanima, intesa come sostanza immateriale ed immortale, distinta dal corpo. Aristotele, poi, partendo dalle tesi di Platone, si pose il problema del rapporto tra anima e corpo, ritenendo che lanima è la forma dellessere vivente, ciò che realizza la vita di un corpo.
Il principio generale della metempsicosi, come ciclo delle rinascite, è uno dei punti in cui Pitagora aveva precisato meno nettamente il suo sistema, perché si è compreso il concetto della metempsicosi in due modi differenti.
Per alcuni, l'anima umana, svincolandosi dal corpo, passa immediatamente in quello di un animale, di un essere vivente più o meno perfetto, più o meno vile, secondo le virtù o i vizi di cui ha dato prova in vita: e questo è il sistema esposto nel Timeo di Platone; per altri, l'anima, più o meno impura e colpevole, deve, durante un tempo determinato, andare ad abitare un altro mondo, fino a che non ritorni ad animare un nuovo corpo sulla terra. Hermes guida le anime pure in cielo, e le colpevoli nel Tartaro, ove sono tormentate dalle Erinni; poi, a capo di mille o milleduecento anni, tutte sono ricondotte a riprendere la vita terrestre. Ad ogni modo, nel sistema di metempsicosi del filosofo, inteso o nell'una o nell'altra maniera, l'unione che si formava fra un'anima ed un corpo aveva sempre per base un giudizio divino. Pitagora, comunque, escludeva i minerali ed anche i vegetali, che, secondo lui, non erano animati.
Porfirio afferma: "A molti che lo avvicinavano egli fece rammemorare la vita precedente, che la loro anima aveva anticamente vissuto, prima di essere di nuovo imprigionata nel loro corpo. Anch'egli, in base a prove inconfutabili, dimostrò di essere la reincarnazione di Euforbo, figlio di Panto".
Senofane tratteggia il quadro scherzoso di un Pitagora che, <<trovandosi una volta a passare mentre percuotevano un cagnolino, se ne impietosì e proferì queste parole: "smettila di battere, perché sentendone la voce ho riconosciuto l'anima di un mio amico">>.
Esaminando ora la comunità pitagorica, essa aveva caratteristiche particolari per le regole rigide che in essa vigevano. Sembra che Pitagora abbia tratto direttamente dall'Oriente, dalla Siria o dall'Egitto, l'idea di una regola di vita ascetica, che prima di lui era stata completamente sconosciuta dai Greci. Per il Maury: <<Ammesso in queste comunità, ciascun neofito vi apportava i suoi beni, che poteva riprendere, uscendone, non essendo i voti perpetui. Tutti gli asceti pitagorici eran vestiti presso a poco ugualmente: indossavano una tunica bianca stretta alla vita da un cordone di lino, ed evitavano nell'abbigliamento l'uso del cuoio. Si percorrevano tre gradi per giungere alla piena conoscenza della legge; per due anni il novizio doveva solo ascoltare e non parlare ed esercitare la sua memoria a ritenere ciò che gli veniva insegnato; si chiamava allora uditore (akustikòs), passava dopo nella categoria dei mathematikòi, e si dedicava allo studio dell'aritmetica, della geometria, della gnomonica e della musica; infine, egli era ammesso nell'ultima e più alta classe, quella dei physikòi, in cui s'insegnavano la scienza della natura intima delle cose, la cosmogonia e la metafisica. A costoro soltanto, veri asceti, Pitagora comunicava la totalità della sua dottrina, mentre al volgo non insegnava che i precetti essoterici in rapporto ad una vita meno perfetta>>.
Invero, le fonti attestano in modo diverso la suddivisione dei discepoli di Pitagora. Per Fozio, quelli tra i discepoli di Pitagora, che si dedicavano alla vita contemplativa, venivano chiamati "sebastici" (pii), mentre coloro che si dedicavano agli affari degli uomini ricevevano l'appellativo di "politici"; coloro, infine, che si applicavano alle scienze matematiche o geometriche, erano denominati "matematici". Porfirio, nella "Vita di Pitagora" (n. 37), asserisce che "duplice era l'aspetto del suo insegnamento. Dei suoi discepoli, alcuni venivano chiamati matematici, altri acusmatici. E, mentre i matematici, avevano appreso gli insegnamenti più difficoltosi con grande sforzo, gli acusmatici avevano imparato in maniera sommaria i fondamenti della dottrina, desunti dagli scritti, senza una trattazione più precisa". Si può, comunque, affermare che la dottrina non era trasmessa a tutti e vi erano dei gradi progressivi di conoscenza. L'accesso era molto selettivo. Cilone, che non era stato accettato nella comunità, perché ambizioso, divenne uno dei maggiori nemici di Pitagora.
Ai pitagorici era prescritto di evitare i luoghi frequentati ed i bagni pubblici; di non conversare al buio; di calzarsi prima il piede destro; di entrare nei templi a piedi nudi; di astenersi, come faceva il maestro, da ogni pubblica manifestazione di dolore o di gioia; di evitare, rispetto agli uomini, le calde preghiere e le suppliche.
Pitagora ebbe il merito di avere delineato l'analogia fra cura dell'anima (attraverso la musica) e del corpo (attraverso la medicina). Questo è un esempio ulteriore dell'intreccio fra ideale ascetico e ricerca scientifica che caratterizzava la scuola pitagorica. Alla domanda: "quale la più sapiente fra le cose umane ?" troviamo fra gli akousmata la risposta: "la medicina"; e poco dopo vi leggiamo consigli igienici alternati a prescrizioni rituali, o ci viene detto che parte della giornata dei Pitagorici era dedicata alla corsa e alla lotta, che unitamente alla sobrietà dei pasti dovevano contribuire a mantenere in salute il corpo.
Porfirio, nella "Vita di Pitagora", afferma (versetto n. 43): "egli consigliava di astenersi dal mangiare, degli animali offerti in sacrificio, i reni, i testicoli, le parti genitali, il midollo, le zampe e la testa. Chiamava fondamento i reni, poiché su di essi, come su di una fondazione, si sostengono gli animali; generazione chiamava i testicoli e le parti genitali, perché senza la loro azione non nascono gli animali; chiamano il midollo sviluppo, causa di formazione per tutti gli animali; inizio i piedi, fine la testa: in essi infatti risiede la principale guida del corpo. Inoltre egli esortava di astenersi dalle fave non meno che della carne umana". La suprema perfezione, comunque, consisteva nel non nutrirsi di alcun essere che avesse avuto vita, raccomandazione ispirata dalla dottrina della metempsicosi.
Naturalmente, vi erano i detrattori, che ridicolizzavano, le regole rigide di Pitagora. Ci sono state trasmesse le testimonianze dei cc.dd. "COMICI". I poeti comici greci miravano alla parodia del modo di vivere, delle teorie o dottrine, dello stile letterario dei filosofi. La cosiddetta Commedia Media dipingeva i pitagorici come cenciosi mendicanti, miseri e loschi, costretti dal rigore della loro morale a parchi cibi e, nel contempo, al desiderio sempre disilluso di un buon pranzo e di una buona bevuta.
Alessi nei "TARANTINI", dice: "I Pitagorizzanti, come udiamo, non mangiano pesce né alcuna vivanda composta di un essere vivente, ed essi soli non bevono vino, Epicaride però si mangia i cani egli, uno dei Pitagorici, sì dopo che li ha uccisi così che non c'è più niente di animato."
Altra regola importantissima era il segreto sino alla morte. Per questo motivo, la dottrina si trasmetteva "da bocca ad orecchio". Uno dei precetti di Pitagora era: "La Segretezza è il Segreto". Per il filosofo di Samo la segretezza era il più elevato costume che si potesse apprendere. Significativa è anche la lettera di Liside ad Ipparco, attraverso cui emerge l'ordine di non diffondere indiscriminatamente la filosofia pitagorica: "Ma dicono molti che tu professi pubblicamente la nostra filosofia, atto che Pitagora ha proibito: egli infatti, lasciati alla figlia Damo i suoi commentari, vietò di consegnarli ad alcuno al di fuori della famiglia. Quella, pur potendo vendere quei discorsi a gran prezzo, non volle, e giudicò le indicazioni del padre più preziose dell'oro. Dicono inoltre che Damo, al momento della sua morte, abbia raccomandato alla figlia Bistela un simile ordine. Ma noi, che pur siamo uomini, teniamo un contegno ingiusto verso di lui, e siamo divenuti dei trasgressori dei suoi insegnamenti. Se muterai il tuo animo, ne sarò lieto, altrimenti, sarai per me come morto".
Il pitagorico, quindi, che violava il segreto, era ritenuto morto.
Tra i pitagorici era forte il sentimento di fraternità. Le comunità, anche in città diverse, si aiutavano a vicenda nei bisogni; qualsiasi controversia che potesse nascere tra loro doveva cessare prima del tramonto. Si racconta che, una volta, un pitagorico stava viaggiando quando improvvisamente cadde ammalato. Un uomo di buon cuore che era un locandiere si prese cura di lui. Lo assistette, provvide al trattamento medico, lo nutrì con buon cibo, ma il pitagorico non si ristabiliva. Prima di lasciare il corpo scarabocchiò degli strani geroglifici su uno dei muri della locanda. Cinque anni dopo, un altro pitagorico visitò la locanda e notò i segni sul muro. Immediatamente chiese al locandiere del primo pitagorico, tirò fuori una borsa di dracme e sorridendo la consegnò al locandiere, con grande sorpresa dello stesso. Il locandiere era sbalordito nel constatare l'esatto pagamento che aveva ricevuto. Egli incominciò a fare molte domande al secondo pitagorico, ma gli fu data come risposta un sorriso che comunicava molto amore. L'uomo chiese una tazza di caffè che bevve tranquillamente e pagò, poi uscì in allegria.
A questo punto, mi chiedo: il Pitagorismo ha affinità con il Cristianesimo ?
L'affinità tra la dottrina pitagorica ed il Cristianesimo è stata affrontata da un autore inglese, richiamato da Norman Douglas, nel suo libro "Vecchia Calabria", scrittore quest'ultimo che ha esaminato molto criticamente la figura di Pitagora. Vi può essere, davvero, un accostamento tra pitagorismo e cristianesimo ?
A mio avviso, ogni dottrina ha una sua originalità, pur conservando possibili affinità con altre filosofie. Possiamo, indubbiamente, cogliere molte analogie con il cristianesimo, in particolare con riferimento alla fratellanza ed all'etica, ma sussistono anche differenze di non minore importanza.
Papa Giovanni Paolo II, all'assemblea plenaria di "Cor Unum", in data 17 novembre 1984, spiegava che "la ragion d'essere della nostra carità è la dignità inalienabile che noi riconosciamo a ogni essere umano, creato a immagine e somiglianza di Dio, amato da Dio, salvato da Dio, adottato da Dio come un figlio, e identificato a Cristo stesso." La fratellanza, quindi, non è l'effetto di un'appartenenza ad una comunità, come nel pitagorismo, ma è la conseguenza della nascita di ogni uomo per opera di Dio. Il soccorso ed il senso di fratellanza, nel cristianesimo, è rivolto all'uomo in quanto creato a immagine e somiglianza di Dio, di qualunque credo, sesso, nazionalità. Sempre Giovanni Paolo II, nell'"Evangelium Vitae", 67, afferma che "la certezza dell'immortalità futura e la speranza nella risurrezione promessa proiettano una luce nuova sul mistero del soffrire e del morire e infondono nel credente una forza straordinaria per affidarsi al disegno di Dio". E' pur vero che, anche per il cristianesimo, la vita non è altro che un passaggio necessario verso l'immortalità dell'anima e la sua purificazione, ma i mezzi per conseguire tale fine sono il credere nel Dio cristiano, il soffrire, il pregare, oltre che il seguire i precetti etici. Il cristiano chiede a Dio il "Pane Celeste", l'"epiousion" indicato nel Padre Nostro e tradotto erroneamente in "Pane quotidiano". "Io sono la resurrezione e la vita: chiunque vive e crede in me non morrà in eterno", dice Cristo in occasione della resurrezione di Lazzaro.
Si può, pertanto, dire che ogni confronto, che alcuni autori hanno tentato, è molto tortuoso. Sono, però, convinto che, come ho potuto affermare nella prima parte, vi sono, nel pitagorismo, dei precetti etici, che sorprendono per l'epoca in cui è vissuto Pitagora e che possono essere ritenuti un preludio del Cristianesimo.
Per Pitagora, il linguaggio era solo una delle chiavi per trasmettere la saggezza. Ci sono altre chiavi: la chiave del suono, del colore, della forma e del numero. Queste sono le quattro chiavi principali attraverso cui la Divina Natura esprime se stessa negli esseri viventi. L'insetto e la bestia, gli animali e l'essere umano reagiscono al colore, al suono ed alla forma. Allo stesso modo, ogni essere vivente risponde ai numeri. Anche un bambino, che non conosce nulla dei numeri, ha una conoscenza istintiva di essi, e ciò perché i numeri esistono nella natura, esistevano prima che fossero creati gli esseri viventi e continuano ad esistere dopo che essi sono stati creati. I numeri, il suono, il colore e la forma non sono creazione dell'uomo. Pitagora diceva: "I numeri sono tra le proprietà dello Spazio e del Tempo. Essi esistono nello Spazio e germinano nel Tempo"; "I numeri sono intelligenze che lavorano nella natura". L'esempio, che viene espresso nelle sue lezioni, dal citato maestro indiano, è il seguente: si esaminino due bambini ai quali i numeri non sono stati ancora insegnati: dai due cioccolate ad un bambino e sei all'altro. Il primo si arrabbia, getta le cioccolate e grida. Questa è una prova diretta che i numeri esistono nella mente umana molto prima di quando vengono insegnati.
Come i filosofi ionici, Pitagora cercò l'entità generatrice primordiale, il principio di tutte le cose, che trovò proprio nei numeri, entità ritenute ontologiche e non pure astrazioni mentali. Se il numero è ordine, come accordo delementi illimitati e limitanti, e se tutto è determinato dal numero, tutto è ordine, e cioè Kosmos.
Pitagora ha valorizzato, in particolare, la decade come quintessenza del numero, perché, risultando dalla somma dei primi quattro numeri interi (1+2+3+4=10), riunisce in sé le proprietà della realtà tutta. L'unità o monade genera la diade, unendosi alla monade, genera la triade, nella quale tutto è contenuto, perché in essa si comprendono il principio, il mezzo e la fine. Si elevava così fino alla decade, che diveniva il simbolo del principio universale. La decade è anche simbolo duguaglianza, perché sono uguali i numeri pari (quattro pari: 2,4,6,8) ed i numeri dispari (quattro dispari: 3,5,7,9); sono uguali i numeri primi e non composti (2,3,5,7) ed i numeri secondi e composti (4,6,8,9); sono uguali i multipli e i sottomultipli (tre sottomultipli fino al cinque e, cioè, 2,3,5 e tre multipli di questi, da sei a dieci e, cioè, 6,8,9).
Si osservi la prima diapositiva.
Il triangolo equilatero che visualizza questa costruzione era chiamato tetrade (tetraktys), perché il quattro che ne misura il lato ha in se stesso un valore particolare.
Nei "Versi Aurei", al n. 45, la Tetraktys è definita "fonte dell'eterna natura". I pitagorici prestavano giuramento <<per la santa Tetraktys>> e <<per il quadrato di quattro>>. In entrambe le formule il numero quattro è la base comune. E' stato da ciò dedotto che la dottrina pitagorica doveva presentarsi con un carattere più "cosmologico" che puramente metafisico, perché il quaternario è sempre stato considerato il numero della manifestazione universale.
Il numero ha due forme o elementi, il pari ed il dispari; ed una terza, risultante dalla mescolanza delle due prime, il par-impari (artiopè - risson). Quest'ultimo vocabolo serve a designare l'uno, che è nel tempo medesimo impari in rapporto agli altri numeri che derivano da esso, e pari in rapporto alle sue due metà. L'uno è, dunque, l'essenza stessa del numero, il numero assoluto, che riunisce in sé le due forme o i due elementi degli altri.
Osservando la seconda diapositiva, se si dispongono i numeri dispari in forma di squadra attorno all'unità, formano una figura geometrica uniforme, sempre quadrata, definita e limitata, mentre i numeri pari producono una serie di rettangoli i cui lati stanno fra loro in un rapporto via via variabile e in quanto tale indefinito e imperfetto.
Ad analoga conclusione si può arrivare per altra via. Si esamini la successiva diapositiva. Ogni numero pari non pone limiti ad una bipartizione, che si trova, invece, bloccata nel dispari dalla presenza di ununità in più.
Limite ed Illimitato sono i due principi contrastanti sulla cui interazione poggia il divenire cosmico. Il primo è principio d'ordine, e in quanto tale buono, mentre il secondo è imperfetto e cattivo. Non a caso essi formano la prima delle dieci coppie di termini di valore opposto in cui alcuni pitagorici riassumevano gli elementi fondamentali della realtà: limite - illimitato, dispari - pari, uno - molteplice, destro - sinistro, maschio - femmina, quieto - mosso, retto - curvo, luce - tenebra, buono - cattivo, quadrato - rettangolo.
Con la raffigurazione riportata nella prossima diapositiva, Pitagora ci dà la saggezza del "Padre, della Madre e del Bambino".
All'inizio, il Padre, Causa Prima, o Dio, e la Madre - Natura, sono uno e sono rappresentati da un punto. La Madre si differenzia dal Padre, e questo è descritto da una linea orrizzontale che procede dal punto. La nascita del Bambino è rappresentata come un punto dincontro dei due centri separati.
Pitagora spiega, pertanto, l'intera Creazione come un triangolo di forze.
Prima della manifestazione del punto, però, c'è l'Esistenza, che viene chiamata Spazio. Pitagora dà un numero allo Spazio e quel numero è 0, chiamato "Purnam" in Sanscrito che significa "Perfezione o stato compiuto" e, nel mondo occidentale, che significa "nulla (nothing)", cioè "nessuna - cosa (no-thing)". E' uno stato di pienezza in cui non c'è cosa o pensiero. Così, egli dice che lo "Spazio è geometricamente un globo o una sfera, e numericamente è uno zero".
Ciò che mi preme in questa tavola, è precisare che tutti i teoremi di Pitagora, alcuni di essi tratti probabilmente da Egizi, Assiri, Babilonesi e Indiani, hanno un significato che va al di là dell'aspetto matematico e geometrico. Ecco perché ho ritenuto di esaminarne alcuni:
1) Osservando la prossima diapositiva, si comprende un primo teorema: "Dati due numeri consecutivi, la somma del quadrato dei numeri moltiplicati per due e il quadrato del totale dei due numeri fa sempre una differenza di uno".
Utilizziamo i numeri due e tre:
A) 2x2=4
B) 3x3=9
C) 2+3=5
Sviluppiamo:
A) 2x2=4
B) 3x3=9
se noi sommiamo 4 e 9 il risultato è 13. Utilizzando il 13 per indicare il Padre e per indicare la Madre, gli stessi messi insieme (13 x 2) danno come risultato 26;
C) se addizioniamo i due numeri utilizzati 2+3 il risultato è 5, che, al quadrato, dà 25;
la differenza dei due risultati esaminati è 1;
ne deriva un'unità addizionale chiamata il Bambino o la Creazione.
Questa formula può essere usata con qualsiasi numero consecutivo e il resto è sempre 1, chiamato da Pitagora Creazione.
2) Osservando la prossima diapositiva, possiamo verificare come Pitagora rappresentava la Creazione con un altro triangolo.
La natura triplice della Creazione è il "soggetto, l'oggetto e il predicato della frase".
Il soggetto è Dio, l'oggetto è la Creazione e il predicato è il Potere nella Natura, e cioè l'azione.
Il soggetto viene chiamato il Padre, l'oggetto viene chiamato il Figlio e l'azione viene chiamata la Madre.
Così l'intera Creazione è l'articolazione di una frase. Noi esistiamo in un triplice modo, ovvero, noi stessi, il mondo oggettivo ed il nostro rapporto con il mondo. Senza queste tre cose la nostra mente non potrebbe mai esistere. Dalle lezioni del più volte citato Maestro indiano, apprendiamo un esempio: se stiamo leggendo, dobbiamo avere un libro da leggere con noi stessi come lettori e il processo del leggere come l'azione. Nulla esiste senza queste tre cose, che Pitagora chiamava "il triangolo dell'Esistenza". L'adepto ungherese Conte di St. Germain lo chiamava "La Santa trinosofia", cioé la saggezza dei tre elementi.
3) Esaminando la successiva diapositiva, comprendiamo un altro teorema: "In un triangolo dove c'è un angolo retto, non ci può essere un angolo ottuso. Ci possono essere solo angoli acuti, perché il loro totale è uguale ad un angolo retto".
Pitagora voleva intendere che un angolo retto simboleggia un uomo di vera saggezza, una persona che è maestra del suo comportamento. Nessuno può essere più grande di un maestro, vi possono essere solo persone meno elevate. Un precetto di Pitagora era: "Non discutere le affermazioni di Pitagora". Infatti, le affermazioni dei Maestri devono essere seguite e non discusse.
Pitagora definì, poi, il triangolo Isoscele come "l'equa distribuzione" e il triangolo Equilatero come "uguaglianza".
Per Pitagora il triangolo Isoscele è un simbolo di equa distribuzione, poiché una perpendicolare biseca il triangolo in due triangoli uguali (si veda la prossima diapositiva).
Il triangolo Equilatero, invece, non ha solo l'equa distribuzione, ma anche l'eguaglianza di esistenza, perché tutti i lati sono di ugual misura (si veda la prossima diapositiva).
Questo triangolo è il simbolo di una persona che vive una vita perfetta.
Per concludere, mi chiedo: si può accostare il pitagorismo alla massoneria? La massoneria eredita dalla dottrina di Pitagora molti simboli. Identica è la progressività di conoscenza degli iniziati, a cui consegue un'elevazione di grado; la concezione dell'immortalità dell'anima; la stretta fratellanza tra gli appartenenti alla comunione. Invero, come ho affermato nell'intera tavola, a mio avviso, tra massoneria e pitagorismo vi sono affinità e divergenze che sussistono in tutti i raffronti tra dottrine. Il connubio tra misticismo, religiosità e morale, nonché, a mio avviso, politica, nei pitagorici, crea una netta separazione con la massoneria. E' vero anche che noi massoni crediamo nell'immortalità dell'anima, ma, per noi, la vita ha il solo fine di purificare l'anima ? La vita del massone, all'insegna del trinomio fratellanza, uguaglianza e libertà, è il mezzo di purificazione dell'anima ? In massoneria, ad ogni elevazione di grado, corrisponde l'apprendimento di conoscenze su verità predefinite, oppure si acquisisce una maggiore saggezza nella ricerca di una verità che ha fondamenta di cera, usando l'espressione di Voltair ?
Queste e tante domande devono essere la giusta fine di una tavola che non ha inteso offrire delle conclusioni, ma elementi di ricerca e danalisi, nel rispetto delle verità, a cui ogni massone ha diritto di credere.
RELATIVA ALLA PRIMA PARTE
Opera di autori
Lenormant F., La Magna Grecia, Vol. II, Frama Sud, 1976 Chiaravalle Centrale.
Pitagora, Versi Aurei seguiti dalle Vite di Pitagora di Porfirio e Fozio, da testi pitagorici e da lettere di donne pitagoriche, Associazione Culturale Mimesis, 1996 Milano.
Krishnamacharya E., La saggezza di Pitagora, Bastogi, 1999 Foggia.
AA.VV., Massoneria e tradizioni massoniche in Calabria, Grande Oriente d'Italia Palazzo Giustiniani, Rispettabile Loggia "Giovanni Bovio" n. 275 Oriente di Reggio Calabria, 1992 Reggio Calabria.
Boucher J., La simbologia massonica, Atanor, Roma 1990.
Guénon R., Simboli della scienza sacra, Adelphi, 1997 Milano.
Crotone e Capo Colonna - Isola C. Rizzuto - Le Castella - Occhialì, Guida storica, C.B.C., 1996 Catanzaro Lido.
AA.VV., Storia della Calabria antica, Gangemi, 1988 Roma - Reggio Calabria.
RELATIVA ALLA SECONDA PARTE
Opera di autori
Lenormant F., La Magna Grecia, Vol. II, Frama Sud, 1976 Chiaravalle Centrale.
Mallinger J., Pitagora ed i misteri, Atanor, 1995 Roma.
Krishnamacharya E., La saggezza di Pitagora, Bastogi, 1999 Foggia.
Giovanni Paolo II, Strade d'Amore, Rusconi, 1994 Milano.
Boucher J., La simbologia massonica, Atanor, Roma 1990.
Guénon R., Simboli della scienza sacra, Adelphi, 1997 Milano.
Pitagora, Versi Aurei seguiti dalle Vite di Pitagora di Porfirio e Fozio, da testi pitagorici e da lettere di donne pitagoriche, Associazione Culturale Mimesis, 1996 Milano.
Software per la I e per la II parte
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