L’INIZIAZIONE FEMMINILE E LA MASSONERIA

LA FISIOLOGIA SOTTILE

NELLA TRASMISSIONE INIZIATICA

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INDICE

 

  1. L’Iniziazione femminile in Massoneria
  2. La teoria dei corpi sottili.
  3. Anima e materia nella psiche primitiva
  4. Lo spirito e gli stati sottili del corpo nell’antichità classica
  5. Il Corpo-Universo degli gnostici
  6. La fisiologia dell’Albero Sephirotico
  7. La fisiologia sottile nella reintegrazione e nella trasmutazione alchimica.
  8. La fisiologia sottile nella trasmissione iniziatica.
  9. Possibilità iniziatiche, passive ed attive, nella massoneria femminile ed in quella mista.
  10. ALLEGATO - CICLI LUNARI E MASSONERIA FEMMINILE

  

1) L’INIZIAZIONE FEMMINILE E LA MASSONERIA

Le motivazioni dell’esclusione delle donne all’iniziazione massonica, nella Massoneria d’influenza anglosassone, sono sempre state espresse con sufficienza e superficialità, e mai ampiamente chiarite, soprattutto dall’interpretazione sociologica, morale, e "umanistica" del "Diritto Umano" di Marie Deraismes, che pur comprensibile ed adottabile sul piano etico e filosofico, rappresenta tuttavia il modello di tutto ciò che non ha alcuna relazione con l’iniziazione massonica. Se le istanze egualitarie espresse dalla Deraismes fanno pur parte, sul piano delle concezioni attinenti all’evoluzione sociale e civile, non si può ignorare le differenze naturali che esistono fra gli esseri, arrivando ad attribuire alle femmine un ruolo "mascolino", che del resto è alla base d’ogni malinteso femminismo.

Un’opera, recentemente apparsa, copre una lacuna che non era più sopportabile della storiografia massonica italiana. Gli autori, Francesca e Pier Domenico Vigni coprono l’intero arco temporale della massoneria moderna, esplicano le necessità ed i motivi dell’iniziazione femminile in Massoneria, ed evidenziano le difficoltà, le sconfitte e le vittorie di quest’importante movimento della nostra era,

In questo testo, essenzialmente esaustivo, appaiano ben chiare le finalizzazioni etico-sociali che animavano le Sorelle, ma anche la grave mancanza di una loro conoscenza approfondita delle motivazioni esoteriche sul tema della loro esclusione massonica.

Ogni comunità massonica ha il pieno diritto di osservare i propri limiti, e accettare i Landmark, ispirati (o presunti tali) a ciò che crede essere la sua essenzialità.

Non è pertanto necessario considerare i Landmark adottati dalla propria Comunione come dei dogmi; Guénon, il cui rigore tradizionale non può essere messo in discussione afferma:

"….la questione dei Landmark, che è, come si sa, soggetta d interminabili discussioni, appena chiarite riferendosi al significato originale della parola, applicata nella Massoneria operativa ai segni, mediante i quali era fissato il centro, e gli angoli di un edificio prima della sua costruzione, che può permettere d’interpretare i caratteri generalmente riconosciuti ai Landmarks nel senso di una verità immutabile, universale e atemporale in se stessa. e nello stesso tempo suscettibile, nei diversi domini d’esistenza e d’azione, di applicazioni che sono dei riflessi, a dei diversi gradi, d’un "Archetipo" puramente spirituale; e va da se che, in queste condizioni, i veri Landmarks non possono in alcuna maniera essere assimilati ad un insieme di regole scritte, che non saprebbero esprimere tutt’al più che il riflesso più indiretto e più lontano"

È necessario quindi che ogni generazione massonica riconsideri la sua intima essenza, restaurandone i danni e le sovrastrutture temporali, per poterla così riconfermare e ritrasmettere integralmente.

Su tale difficile tema, non è possibile ignorare le considerazioni d’opportunità, (la cosiddetta "ragion di stato") cui ogni comunità massonica è tenuta

Sarebbe però utile un dibattito e un confronto - che è sempre più impossibile ignorare - per un chiarimento, storico, ma soprattutto esoterico sull’iniziazione femminile in Massoneria.

Gli Old Charges, al III Capitolo (relativo alle Logge) dichiarano:

" Coloro che sono ammessi ad esser membri di una Loggia devono essere persone di buona reputazione, compresi d’onore e di ragione, nati liberi e d’età matura ed essere discreti. Essi non devono essere né schiavi né donne, né uomini che vivono senza morale od in modo scandaloso."

I Canoni fondamentali dell’Ordine Massonico sono chiamati "Landmarks" dal termine usato all’art. 39 del "Libro delle Costituzioni" dell’Anderson, ma non furono mai ufficialmente stabiliti fino alla proposta (1858) del Mackey, pubblicata nella "American Quarterly Rewiew of Freemasonry ".La particolare posizione del Mackey, Gran Segretario del Supreme Council Mother ecc., fece sì che i limiti da lui proposti fossero generalmente accettati; tuttavia, se non si condivide la quasi generale subordinazione Scozzese a tale Supremo Consiglio, non è certamente necessario attribuire a tali limiti un’esclusiva validità tradizionale, considerando fra l’altro che vi sono alcune stesure dei "Landmarks", altrettanto valide e tradizionali. Il Mackey, nel commentare il XVIII dei suoi Landmarks, afferma

" Fin dalla nostra entrata nell’Ordine abbiamo trovato certi decreti che stabiliscono che potessero entrarvi solo uomini capaci di affrontare fatiche o di adempire al dovere dei massoni speculativi. Noi abbiamo preso l’impegno solenne di non alterare questi regolamenti che non potrebbero esser cambiati senza una completa disorganizzazione del sistema intero della Massoneria speculativa ."

E’ evidente da tale affermazione che il Mackey, nel negare la possibilità d’iniziazione massonica alle donne, non poté trovare altre argomentazioni che il ricorrere ad un costume operativo precedente, che fra l’altro in alcuni casi lo smentisce. Non si può, in ogni caso affermare o negare la possibilità d’iniziazione massonica alle donne senza ricorrere all’unico parametro effettivo, quello della validità iniziatica e della tradizione esoterica.

A nostro giudizio, gli Antichi Doveri, e successivamente i Landmarks, hanno accolto, fra i limiti tradizionali che un’Ordine iniziatico ha il diritto di porsi, alcuni limiti d’ordine politico-amministrativo o di pura opportunità contingente.

Nel momento in cui si notano delle divergenze fra la pseudo-ortodossia anglosassone politicamente espressa dai Landmarks, e quella indotta della tradizione universale, da cui la tradizione massonica discende, un corretto orientamento non può che scegliere l’eterno ed immortale valore dei concetti iniziatici di contro a contingenze storiche ed ambientali.

È quindi senza alcun pregiudizio che esaminiamo, con tutti i dati che abbiamo potuto raccogliere, sia gli aspetti storici sia quelli esoterici dell’iniziazione femminile in Massoneria, pur nella consapevolezza che l’insufficiente bibliografia favorisce l’ambiguità dei pareri su un argomento spesso eluso od affrontato con imbarazzo.

Fra i pochi che hanno espresso con chiarezza la loro opinione in merito, e forse con pareri solo apparentemente opposti, citiamo:

" Ai nostri giorni, apprezziamo meglio l’eredità dei pensatori che ci hanno lasciato un profondo simbolismo e comprendiamo che è assurdo proporre alla donna un programma iniziatico che mira allo sviluppo della mascolinità. Se la donna dovesse essere iniziata, non potrebbe esserlo che ai Misteri della femminilità. " (O.Whirt)

" Con riserva di un adattamento di certi riti, non vediamo alcuna ragione di rifiutare l’iniziazione massonica alle donne. Diremo pure che le fondamenta del metodo iniziatico - in quanto mettono l’accento sulla via interiore, quella del cuore e dell’intuizione - ci sembrano, al contrario, mete adatte alla natura femminile. " (Paul Naudon)

Nella nebulosa storia della Massoneria corporativa si trovano tracce che attestano che le donne erano ammesse, in parità di diritti e doveri, nelle Gilde degli Artigiani. In Francia il "Livre des Métiers" di Etienne Boileau (1268) prevedeva l’accesso delle donne nelle Corporazioni artigiane, e la loro elevazione al grado di Maestro, anche in mestieri manuali tradizionalmente maschili. Gli Statuti della Gilda dei Carpentieri di Norwich (1375) sono indirizzati " ai Fratelli ed alle Sorelle ". La catena tradizionale di tali ammissioni femminili continua fino agli albori della Massoneria speculativa. Lo Statuto della Loggia di York (1693) riporta che: " Colui o Colei che deve esser fatto (sic) Massone pone le mani sul Libro [la Bibbia] ed allora le istruzioni sono date". È evidente che l'ammissione delle donne nella Massoneria Corporativa rispecchiava la necessità economica di trasmettere in linea familiare il patrimonio d’impresa. Il Maestro Muratore, non avendo figli maschi cui trasmettere l’eredità, assicurava alla vedova la "regolarità" necessaria a continuare la sua opera. L’accettazione di membri non operativi anche femminili si può quindi considerare d’uso comune nella Massoneria medioevale. Questa, logicamente, non ritenne necessario mettere in evidenza la non partecipazione diretta ai lavori dei suoi membri femminili, nel mentre stabiliva che gli Apprendisti dovevano essere in perfetta integrità fisica. A nostro parere non esistono, quindi, motivi storici o tradizionali che impediscano l’iniziazione massonica alle donne, quando siano osservate particolari norme rituali d’ordine esoterico: è solo all’origine "storica" della Massoneria che si viene a formare il termine che impedisce alle donne l’iniziazione. Ciò può forse esser stato determinato dal completo decadere della componente operativa o "d’impresa" nell’economia delle Logge o dall’influsso del puritanesimo, che incise sulla morale fino ad arrivare alle ridicole esasperazioni della società vittoriana, ben diversa da quella così libera e gioiosa espressa dai "Canterbury Tales" o, due secoli più tardi, dalle "Allegre Comari di Windsor".

Il ritorno delle donne nelle Logge avvenne nel continente, e, più precisamente, nella galante terra francese. Il Clavel, nella sua "Storia della Massoneria e delle Società segrete" (Napoli 1873, ppgg. 122/129) accenna che verso il 1730 si crearono delle società androgine, che usavano forme para-rituali imitanti quelle massoniche. Più tardi, si crearono ufficialmente delle Logge d’Adozione, d’effettiva origine massonica, "come un mezzo onesto di far partecipare le mogli e le figlie dei Massoni ai piaceri che essi provavano nelle loro feste misteriose". Il Findel nonostante la mole enciclopedica della sua opera, non accenna in alcun modo alle Logge d’Adozione" ed alla Massoneria Femminile. L’unica opera sull’argomento è quella del Le Forestier. Anche quest’autore si sofferma sulla nascita di società androgine imitanti la Massoneria, per fini di divertimento. Ma è evidente che è solo per una sorta di maliziosità, o per pignoleria erudita che lo storico sopracitato ha parlato di società quali l’Ordine dei Cavalieri e delle Ninfe, della Rosa, delle Mopses, ecc., come origine prima delle Logge d’Adozione.

Il Le Forestier riporta, in nome di questa maliziosità, alcune notizie su una "Confrérie de Figues" che voleva "far rivivere l’età dell’oro praticando la comunità dei beni ed estendendola a quella dei corpi". Le "Soeurs de la Figue Noire" dovevano accordare, con una docilità ed una compiacenza senza riserve, tutti i favori che avrebbero chiesto i "Frères du Chapeau Noir". Quest’imitazione sensualistica dei misteri framassonici, la cui riservatezza era cagione d’estrema curiosità nel mondo profano e soprattutto in quello femminile, non può aver preformato le "Logge d’Adozione", sottoposte d’altro canto ad un rigido codice, ove erano accolte soltanto le mogli e le figlie dei Massoni e dove si trasmetteva un simbolismo ultra-virtuoso e moralistico, certamente più strumentale ai Fratelli che seguito dalle "Sorelle".

Tuttavia, anche nel caos, più folcloristico che iniziatico, della Massoneria francese dell’Ancien Régime le Logge Simboliche propriamente dette non ammettevano ai propri lavori la presenza femminile.

Il Le Forestier, nell’opera citata, afferma che:

"Lo stesso termine "Logge d’adozione" è, in realtà, improprio, in quanto si equivoca sul triplo significato di "Loggia", che può designare un gruppo massonico portante un nome distintivo, come anche una riunione di tale gruppo ed infine il locale (altrimenti chiamato tempio) dove questo si raduna. Le Logge mascoline adottanti avevano creato un particolare rituale per tornate straordinarie in cui erano ricevute od iniziate le sorelle adottate".

Sarebbe quindi più preciso adottare la dizione "Tornata d’Adozione femminile" anziché quella di "Loggia d’Adozione", così come si dice "Tornata" funebre, d’agape, matrimoniale o d’adozione d’Ulivelli. Il giudizio di René Guénon, a riguardo del rituale del Rito Femminile Egiziano di Cagliostro, molto simile a quello delle Logge d’Adozione, è molto deciso:

" Un altro punto da notarsi è il carattere dei gradi femminili: questi conservano in gran parte il simbolismo abituale nella Massoneria d’Adozione, ma questa non rappresenta in vero che un semplice simulacro d’iniziazione, destinato a dare un’illusoria soddisfazione alle donne che rimproveravano alla Massoneria di trascurarle."

Il Grande Oriente di Francia, più per rimediare ad uno stato di fatto che per reale convinzione, autorizzò, in forma ufficiale, (il 10 Giugno 1774) le Logge d’Adozione, ponendole tuttavia sotto la guida e la protezione dei Fratelli. È interessante notare che nelle cerimonie connesse ai quattro gradi femminili, i cui quaderni furono compilati e pubblicati da Guilleman de Saint Victor, la principale disposizione imponeva:

"Le Logge d’adozione non sono mai convocate se non da Grandi Maestri Liberi Muratori".

L’iniziazione delle Sorelle era affidata al Maestro Venerabile, alla cui destra sedeva, senza mai intervenire, la Gran Maestra, le cui funzioni erano solo onorarie e cerimoniali. Ugualmente, le Dignitarie della Loggia avevano la sola mansione di accompagnare i Fratelli rivestiti della stessa dignità durante il rito.

E’ quindi evidente che la nascita delle Logge d’adozione era considerata una necessità più sociale e familiare (compiuta "obtorto collo") che derivante da una convinzione iniziatica. Questa preclusione massonica all’operatività femminile è basata su un’affermazione del rituale: (versione del G.O.I.):

"Essendo la nostra iniziazione solare, le donne non possono essere ammesse ai nostri misteri."

.È da quest’affermazione che è necessario partire per esaminare la questione non più nei suoi aspetti storici, ma in quelli più propriamente iniziatici. La proposizione "essendo la nostra iniziazione solare", al contrario di quanto si crede comunemente, è un inserimento recente, nell’ambito del Grande Oriente d’Italia, effettuato nella revisione del Rituale Massonico del 1969. Abbiamo a suo tempo interpellato, su questa modifica, alcuni membri della Commissione Rituale dell’epoca, i F.lli Drake e Renato Caporali. Questi risposero che nei Rituali G.O.I. del 1949 e 1955 vi era stata un’omissione della parte relativa alla consegna dei guanti da donna, giustamente reintegrata, e che la frase "iniziazione solare" era stata "inserita" per dare una motivazione plausibile all’esclusione.

A nostro giudizio, non può esistere un’iniziazione esclusivamente "solare" o "lunare", essendo questi termini riferibili soltanto alle due fasi progressive dell’operatività esoterica, chiamate anche Piccoli o Grandi Misteri, o Isiaca ed Osiridea, indipendentemente dal sesso fisico dell’operatore.

Da almeno cinquemila anni il simbolismo esoterico raffigura questa caratteristica con il Sole e la Luna affiancanti la Stella, che è la sintesi androgenetica dell’uno e dell’altra. Da sempre i calendari iniziatici sono luni-solari, in quanto le correnti magnetiche micro-macrocosmiche s’interpolano ed interagiscono fra di loro.

Proclo, la cui opera si può considerare esprimente gli assiomi fondamentali dell’esoterismo, che è una visione arcaica e futuristica assieme del mondo, afferma, parlando dell’affinità micro-macrocosmica del simbolismo del Sole e della Luna, che:

"…non è forse questo il motivo per cui il girasole si muove in sintonia con il sole e il seletrópion [pianta a segnatura lunare non identificata] in sintonia con la luna, compiendo la propria rivoluzione, nei limiti delle proprie possibilità, insieme con le lampade del mondo?…"

Giamblico, ci ha trasmesso quella sapienzialità attribuita agli egiziani e che, attraverso varie confluenze, la Massoneria ha in parte ereditato, parlando delle analogie universe che reggono il Tutto, ritiene che:

"C’è presso gli Egiziani ancora un’altra egemonia sugli elementi universali del divenire e sulle loro potenze, quattro maschili e quattro femminili, egemonia che attribuiscono al sole; e c’è un’altra autorità su tutta la natura del divenire che attribuiscono alla Luna."

Per Giamblico, quindi, così come nelle analogie universe l’incenso, per la sua segnatura solare, rappresenta e sostituisce ogni altra resina aromatica con diversa segnatura, nell’influenza del Sole sui mondi materiali è implicita quella della Luna, che ha, inoltre una sua funzione specializzata, quella della formazione e della conservazione delle forme.

Su un piano spirituale superno l’iniziazione effettiva forma un essere androgeno, in cui vi è la capacità totale di generare, formare e conservare. In ciò non vi è l’annullamento delle due diverse forme di sessualità, ma al contrario la loro massima unificazione ed espressione, mentre nel piano materiale, nello stesso tempo, la diversificazione tuttavia sussiste, o, meglio, sussiste la specializzazione differenziata in cui non vi è differenza di grado, ma di qualità.

.Guénon afferma che:

" si può essere adatti a ricevere un’influenza spirituale senza per questo esser capaci di trasmetterla e bisogna aggiungere che vi sono impedimenti speciali non concernenti che alcune forme d’iniziazione. Su quest’ultimo punto è sufficiente insomma ricordare che la diversità dei modi d’iniziazione, sia da una forma tradizionale all’altra, e sia all’interno di una stessa forma tradizionale, ha precisamente lo scopo di rispondere alle diversità d’attitudine individuale e non avrebbe evidentemente alcuna ragione d’essere se in un unico modo potesse convenire ugualmente a tutti coloro che sono in modo generale qualificati per ricevere l’iniziazione".

In un’organizzazione sociale tradizionale, essendo ognuno là dove la sua natura individuale lo pone, il problema dell’iniziazione femminile in Massoneria sarebbe improponibile ed impensabile. In un’iniziazione cavalleresca, ad esempio, essendo questa speculativamente rivolta sull’operatività dell’arte bellica, la coesistenza rituale androgina sarebbe assurda, anche se non si può negare che qualificazioni di tipo "eroico" possono esistere in una donna.

D’altra parte, in un contesto rituale esclusivamente femminile, nel Compagnonaggio delle ricamatrici, ad esempio, o di tipo religioso-misterico, come il Collegio delle Vestali o la Sororeria della Bona Dea, l’uomo che avesse preteso l’iniziazione, anche se in nome di una malintesa o provocatoria parità sessuale, sarebbe stato considerato matto o inviato fra le Galle, i sacerdoti omosessuali e castrati di Cibele.

La richiesta dell’iniziazione femminile in Massoneria, e l’affermazione di tale possibilità nell’era attuale, deriva dalla constatazione che l’attuale civiltà ha perduto gran una parte del tradizionale ordinamento originale, nell’evoluzione-involuzione della società, realtà che non si può ignorare in un corretto orientamento iniziatico.

Nel tempo si è prodotta una frattura fra l’atto operativo ed exoterico del costruire e quello speculativo ed esoterico della costruzione metafisica, e questa separazione, non potendosi risolversi sul piano fisico, si può ristabilire solo nel piano metafisico, in cui la "specializzazione" sessuale puramente fisica non ha più senso.

Già con l’inserimento di membri "accettati" la Massoneria ha abbandonato la tradizione "compagnonica" d’origine, venendo così meno al primo principio dell’iniziazione artigianale, quello, come si è già detto, dell’affinità fra mestiere fisico e l’operatività metafisica.

Con questa perdita, si è prodotto così il decadere di alcune delle qualificazioni particolari per l’iniziazione: ma anche l’elevazione della Massoneria, che era una volta la semplice spiritualità del terzo stato (minoritario nella società tradizionale) al rango d’unico "Mistero" della nostra epoca.

Se quindi non è più necessario essere dei costruttori di mestiere per essere Massoni, potrebbe non essere più opportuno riferirsi a consuetudini legate ad un periodo storico particolare per negare l’iniziazione alle donne. Stabilito ciò, se così si volesse, il nodo centrale del problema non è più quello della qualificazione maschile ma quello, più universale, delle qualificazioni necessarie alla trasmissione iniziatica:

René Guénon riafferma l’indispensabilità della qualificazione maschile, quando afferma:

"Sappiamo bene che certi contemporanei hanno pensato che, essendo scomparso l’effettivo esercizio del mestiere, l’esclusione delle donne dall’iniziazione avrebbe ugualmente perduto la sua ragione d’essere: ma questo è un reale non-senso, poiché la base di una tale iniziazione non è assolutamente cambiata per questo, e come abbiamo già detto [Aperçus sur l’initiation, ch.XIV] quest’errore rivela una completa ignoranza della portata e del valore reale delle qualificazioni iniziatiche"

Ma, proseguendo, nello stesso tempo afferma anche che vi sarebbe comunque, anche se con estrema difficoltà, la possibilità di un’iniziazione femminile in Massoneria:

" È facile comprendere che potrebbe esserci, d’altra parte, perlomeno come principio, delle possibilità d’iniziazione femminile che non sarebbero per niente da scartarsi: ma diciamo in principio perché, disgraziatamente, nelle attuali condizioni, non esiste di fatto alcuna trasmissione iniziatica che possa permettere di realizzare queste possibilità: e noi non lo ripeteremo mai abbastanza, perché questa è una cosa che molti sembrano sempre perdere di vista; al di fuori di una tale trasmissione, non ci sarebbe alcuna valida iniziazione, non potendo esser costituita da delle iniziative individuali, che, comunque fossero, non potrebbero per se stesse che produrre una pseudo.iniziazione, in quanto l’elemento sovrumano, cioè l'influenza spirituale, farebbe forzatamente difetto.

Pertanto si potrebbe intravedere una soluzione se ci si collega a questo: i mestieri appartenenti al Compagnonaggio hanno sempre la facoltà, tenendo conto delle loro affinità più speciali, d’affiliare questo o quel mestiere e di conferire a questo un’iniziazione che non possedeva prima, e che è regolare per il motivo che non è se non un’adattamento di un’iniziazione preesistente: non potrebbe trovarsi qualche mestiere che sia suscettibile d’effettuare una tale trasmissione al riguardo di certi mestieri femminili? La cosa non sembra assolutamente impossibile e forse anch’essa non è senza esempio nel passato: ma non possiamo nasconderci che si troverebbero numerose difficoltà in ciò che concerne il necessario adattamento, essendo questo più difficile che fra due mestieri maschili: si troverebbe oggi degli uomini che siano sufficientemente competenti per realizzare quest’adattamento in uno spirito rigidamente tradizionale, e capaci di guardarsi d’introdurvi la minima fantasia che rischierebbe di compromettere la validità dell’iniziazione trasmessa?"

Nelle glosse varie del " Gruppo di Ur " (Invito alla magia- Edizioni Mediterranee Roma 1973) troviamo che:

"Se per iniziazione si intende semplicemente il procedimento nel quale può esser raggiunto il contatto con il sovrasensibile, devesi dire che, in linea di principio, l’iniziazione è aperta anche alla donna. Resta, nel riguardo, il problema della via. Normalmente, la via propria dell’uomo è quella " secca " ed attiva di un metodo in cui la presenza a sè non è mai perduta ed il rito è controllato in tutte le sue parti da un principio che si mantiene in tutti i cambiamenti di stato, fino alle fasi realizzatrici. Invece, per una donna, la via naturale sarebbe quella "umida".

Il motivo di ciò non è puramente teorico e quindi soggetto alle varie opinioni, ma deriva da quell’assioma lapalissiano che dalle querce non nascono limoni. Il rapporto micrococosmo-macrocosmo si fonda su perfette analogie che non si possono ignorare da parte di chi segue una via iniziatica tradizionale. In questa il principio solare è sempre collegato alla forza virile. Aristotele disse:

"l’uomo ed il sole generano l’uomo".

Nell’Jaminiaupanishad bramâna è detto:

"Quando il padre (umano) l’emette così, come semenza nel grembo della donna, è in realtà il sole che là lo emette; là, in verità, lo regge e lo conduce di là da questa morte; in seguito nasce, conformemente al seme ed al soffio".

Nei Misteri di Mithra, dai quali le donne erano escluse, si affermava che il potere delle iniziazioni solari era "taurino" ed " ammonio" e che "questo potere nessuna donna può conoscere senza morire".

Ma anche in un corpo fisico ed una psicologia prettamente maschile, vi è comunque, nella fisiologia sottile, una polarità lunare sub-dominante, così come nella donna vi è una polarità solare, sempre sub-dominante. Purtuttavia la trasmissione di un’influenza spirituale, che è l’essenzialità di un’iniziazione, non può, nel quaternario, che esser trasmessa per canali quaternari e quindi fisici.

La generazione spirituale segue quindi gli stessi canali di quella fisica ed il potere di trasmettere l’iniziazione è prerogativa esclusivamente maschile o androgena. Se si voglia comunque affermare il cosiddetto carattere "solare" dell’iniziazione Massonica, questo non può che riferirsi ai poteri attivi di trasmissione, in quanto è assiomatico che in ogni via iniziatica vi è, nello stesso tempo, la lunarità isiaca dei Piccoli Misteri e quella solare ed osiridea dei Grandi Misteri.

La fase lunare ed isiaca comporta il concetto della reintegrazione, il ricupero di quella parte istintiva ed intuitiva che l’uomo, nel suo evolversi ciclico verso la razionalità ha perduto, e che deve ritrovare, senza perdere quest’indispensabile conquista. La fase solare ed osiridea comporta il concetto della trasmutazione, o il proseguire dell’evoluzione ciclica dell’uomo verso gli stati superiori dell’essere, nel superamento di ciò che è in lui terrestre e materico.

Nella ritualità Massonica si possano trovare tracce dei Piccoli Misteri quando il recipiendario è messo nello stato ricettivo ed il Compagno vede nella Stella Fiammeggiante l’esistenza di un piano sovrasensibile. Il simbolismo Massonico, che vede nei suoi Templi sia la Luna sia il Sole, è chiaramente e completamente improntato alla dualità dell’essere nelle sue manifestazioni visibili.

Si può quindi ipotizzare la regolarità dell’iniziazione femminile in Massoneria, quando questa poi non pretenda autonomamente i poteri di trasmissione, che sono solari e maschili (o luni-solari androgeni). In nome di questo principio è necessario che durante l’iniziazione da parte di una Maestra Venerabile vi sia il contatto fisico di un Fratello (mano destra sulla spalla sinistra) su una Sorella, o che sia seguita passo per passo da un Fratello con la spada puntata.

È comunque da rimarcare, se ve ne fosse bisogno, che questa specializzazione maschile o androgena per la trasmissione iniziatica si limita a questa particolarità tutto sommato tecnica, e non incide per niente sul concetto che sia la reintegrazione sia la trasmutazione siano prerogative individuali sia femminili sia maschili, in quanto negli stati superiori dell’essere la fisicità (caratteristica del quaternario) è superata, o meglio integrata in un principio di unicità o universalità. Ancor più non incide sulle qualificazioni alle cariche politico-amministrative che, non essendo di carattere rituale iniziatico, sono aperte indistintamente a tutti coloro che abbiano la capacità ed il carisma necessario, uomini o donne che siano.

Comunque, anche sul piano della fisicità, o meglio della tradizionale fisiologia sottile, i termini di polarizzazione si possono invertire attraverso l’operatività esoterica: in altri contesti metafisici, come nel tantrismo shivaita ad esempio, in cui l’unione di Shiva e Sakthi forma un androgeno che, proprio dal congiungimento delle sue due componenti sessuali sottili opposte, provoca nel frattempo la discesa di un’influenza spirituale ed un’integrazione di queste sul piano uni-verso.

Nella tradizione massonica, dal XVII secolo ai nostri giorni, vi è la stessa operatività rituale di formazione androgenetica. Nei rituali del Rito Egiziano Femminile di Cagliostro, oggi usato dalle Logge Androgene d’Adozione dipendenti dai Riti Uniti di Misraim e Memphis – Gran Santuario Adriatico, è previsto il Ricevimento di una Maestra Egizia, (chiamato anche rito simbolico o d’Osiris). In questo rituale, la Gran Maestra, accompagnata da un Maestro IV° grado con la spada in pugno, riceve così la nuova Maestra:

(Con la spada tocca il capo della Neofita. Depone la spada e slaccia il cordone dalla sua vita e la invita a spogliarsi della veste di lutto e ad indossare il grembiule di Maestra, la sciarpa di Sibilla e i guanti bianchi della purezza, Poi toglie il collare bianco con la scritta E.S.H. e lo cinge al collo della Neofita.)

Poi recita:

EGO SUM HOMO. Sono uomo. Questo è scritto sul collare che vi ho cinto. E, in effetti,. la parte spirituale, quella che rappresenta la vostra propria essenza, è maschia e non femmina. O, meglio, non ha sesso. Un giorno mi comprenderete meglio. Allora non sarete più caratterizzata per il vostro sesso, ma per il vostro spirito che si deve elevare senza tregua per adattarsi alla vostra nuova condizione"

È forse da queste cognizioni esoteriche che il Fratello Gustaf Jung, membro della Loggia "Modestia cum Libertate" di Rito Scozzese Rettificato all’Oriente di Zurigo, trasse le sua teoria psicoanalitica dell’Anima. maschile e dell’Animus femminile.

Tale antichissimo concetto fu ritrasmesso anche dalla Gnosi. Nella prima Apocalisse di Giacomo, Gesù, rispondendo a Giacomo, così insegnava:

"Perché tu hai domandato a proposito della femminilità: la femminilità esisteva, ma la femminilità (prima) non c’era. Essa si preparò forze e dei. Ma quando io venni essa non esisteva"

Gesù non vuole affermare che prima erano tutti maschi, ma che non c’era la distinzione dei sessi, in accordo con il mito dell’androgeno in Platone e anche con l’antichissima Upanisad, quando afferma:

" Ma egli [il Sé] non provava gioia. Perché chi è solo non prova gioia. Desiderò la presenza di un altro da sé. Egli aveva le dimensioni di un uomo ed una donna strettamente allacciati. Si divise in due e da ciò sorsero un marito ed una moglie. Perciò, come disse Yajnavalkya, "ciascuno è simile alla metà di un intero". Ora il vuoto era riempito da una donna…"

La frase più illuminante della Gnosi su questa tematica è espressa nel Vangelo di Tommaso:

" Simon Pietro disse loro: [agli Apostoli] Maria se ne vada da noi, perché le donne non sono degne della Vita. Gesù disse: Ecco, io la attrarrò in modo da farne un maschio, affinché anche lei diventi uno spirito vivente simile a voi maschi. Perché ogni donna che si farà maschio entrerà nel Regno dei Cieli."

Le porte d’alcuni Templi Massonici sono oggi chiuse alle donne per motivi d’ordine contingente, non per motivazioni d’ordine esoterico, ben poco conosciute ed ancor meno comprese. La situazione è ancor resa più complessa dal disorientamento della nostra epoca, che ha portato molte donne ad assumere atteggiamenti (o necessità) di concorrenza e conflittualità con l’uomo, in nome di una pretesa parità, inferiorità o superiorità di uno dei due sessi, che può esser motivo di contrasto soltanto da un punto di vista sociale o etico, non certamente da quello esoterico.

Inoltre la mancanza di un’orientamento tradizionale e di una conoscenza esoterico-rituale, poco diffuse anche in ambito Massonico, potrebbe portare le Sorelle in Loggia alla pretesa di iniziare autonomamente dai Fratelli ed assumersi così qualificazioni che non possono essere di loro esclusiva competenza.

Questa pretesa preclusione, puramente logica ed oggettiva sul piano iniziatico, può esser risolta anche dialetticamente: ma solo attraverso la conoscenza delle basi teoriche e pratiche della ritualità esoterica, spesso ignorate, che affermano quella complementarità, sia materica sia sottile, che è adombrata nel mito dell’Androgeno. Sia fisicamente sia spiritualmente, l’uomo ha la capacità seminale di concentrare e dirigere l’energia, (che è fisica e spirituale assieme) ma è la donna che può conservarla e farla fruttificare.

Queste qualità femminili sono state definite, in termini tradizionalmente corretti, da un’autrice, Edy Minguzzi nella sua opera Femminilità e Femminismo-Saggio sulla donna nel mondo della tradizione Ed.Alkaest, di cui citiamo questo interessante brano

" La Donna, per essere tale, deve incarnare tutte le valenze dell’archetipo: ricettiva, passiva, duttile come l’Acqua, custode dei ritmi della vita come la Luna, conservatrice delle forme, come la Terra, e depositaria della "potenza" che sul piano umano si può identificare nel magnetismo erotico, ciò che volgarmente si chiama "fascino" In questo consiste la forza della donna. Essa è come un polo elettricamente carico, che va isolato per preservarlo dalla desaturazione. La tradizione imponeva alla donna un comportamento oggi ritenuto anacronistico: in ciò consiste invece il desiderio di realizzarsi secondo la propria natura, nel modo più conforme possibile all’archetipo che s’incarna, per trascendersi. La donna della tradizione è la materia fluida che aspetta il sigillo del maschio, è la Terra che solidifica le forme, conservando nei discendenti lo spirito familiare della casa. Ma, soprattutto, è custode della sua potenza, del suo magnetismo, attraverso il pudore, considerato non come una gretta virtù, ma come un mezzo per conservare intatta una forza che non si deve disperdere nei contatti della promiscuità. In questo, secondo le dottrine tradizionali, si realizza la magia della donna."

Nell’imminente prossimo secolo e millennio, piaccia o non piaccia, la richiesta d’iniziazione femminile in ogni Massoneria, sarà sempre più pressante Se questa richiesta dovrà essere considerata, così come auspicabile, sarà indispensabile che ciò avvenga secondo gli assiomi esoterici e non per delle motivazioni etico-sociali, che sarebbero un’ulteriore forma degenerativa della Tradizione Massonica.

 

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  1. Francesca e Pierdomenico Vigni, Donne e Massoneria in Italia dalle origini ad oggi, Bastogi,,Foggia, 1997,

  2. Ètudes sur la Franc-Maçonnerie et le Compagnonnage, Èditions Traditionelles, Paris. 1986, Tomo I pg.304.

  3. Findel Histoire de la Franc-Maçonnerie, Paris, 1866

  4. Le Forestier Maçonnerie feminines et Loges Academiques, Arché, Milano 1978

  5. Guénon Renè, Op.cit. Tomo II pg108.

  6. Proclo I Manuali- Testi Magico teurgici, Rusconi, Milano 1985

  7. Giamblico I Misteri Egiziani, Rusconi, Milano, 1984

  8. René Guénon Op.Cit. Tome II, pg.20

  9. René Guénon, Op.cit. tome II pg. 23

  10. a cura di Leone Braschi L’Iniziazione della donna secondo il Rito Egizio di Cagliostro, Convivio, Firenze.1989

  11. Le Apocalissi Gnostiche, Adelphi, Milano,1987

  12. Upanisad, Demetra, Bussolengo, 1997.

  13. Charles Henry Puech, Sulle orme della Gnosi, Adelphi, Milano 1985.

 

 2 ) LA TEORIA DEI CORPI SOTTILI

L’attuale sviluppo delle medicine alternative ha prodotto una riscoperta di una fisiologia diversa, ma in qualche modo complementare, a quella medico-scientifica. Se la medicina alternativa ha ampiamente sviluppato le applicazioni diagnostiche e terapeutiche, non ha parallelamente esplorato le radici teoretiche e culturali da cui queste derivano, se non, e solo parzialmente, quelle derivanti da tradizioni extraeuropee.

L’uso pragmatistico, ad esempio, dell’agopuntura cinese, anche in ospedali pubblici, non comporta, contraddittoriamente, un’analisi delle teorie da cui quest’applicazione discende.

Anche la medicina dei popoli primitivi è stata sottoposta, ed in alcuni casi con successo, a ricerca ed analisi scientifica. Al contrario, la ricerca storica sulla tradizione medica e paramedica occidentale, che si espresse fino al tardo rinascimento e nelle epoche immediatamente successive con una terminologia astrologica ed ermetico-magica, trova limitato posto in brevi cenni sui testi di storia della medicina.

Questo disinteresse verso un importante ramo della cultura antica deriva forse da una sorta di mistica positivistica, insofferente verso un preteso irrazionale, che si pone piuttosto su un piano intuitivo, arazionale e metarazionale piuttosto che in opposizione alla razionalità.

Le iniziali difficoltà d’affermazione della mentalità scientifica attuale ad esprimersi e ad affermarsi portarono per reazione al rifiuto quasi assoluto e certamente superstizioso delle concezioni metafisiche tradizionali, da cui la medicina antica traeva origine.

Vi è sostanzialmente un’unità universale di fondo fra le antiche concezioni metafisiche, occidentali od orientali che siano. Essendo espresse in forma analogica, cambia certamente la fraseologia in cui erano espresse, ma gli assiomi fondamentali sono certamente assimilabili fra di loro.

Questi, in forme, fraseologie ed acculturazioni affermano l’unità fondamentale del tutto, la corrispondenza micro-macrocosmica, l’esistenza di una fenomenologia energetica non osservabile sensorialmente, ma solo intuitivamente, o, meglio, attraverso una sensorialità non riconducibile a quella trasmessa attraverso i sensi materiali.

In questo paradigma filosofico e culturale, la conquista della razionalità, irrinunciabile meta dell’umanità, avrebbe prodotto in questa la perdita d’alcune qualità di visione sottile o non-sensoriale. Si affermava inoltre che era possibile reintegrare questo tipo di conoscenza con i soli mezzi che la natura concedeva all’uomo, l’unità inscindibile del corpo e della mente, l’acutezza del suo pensiero, la sua raggiunta logica razionale.

Con questi mezzi era possibile risvegliare la superiore sensibilità latente dell’essenzialità umana, attraverso delle metodiche tradizionali.

L’applicazione nel campo medico terapeutico di tali concetti si esplicava nella formulazione della teoria dei corpi sottili, con cui si suddivideva l’unità psicofisica dell’uomo, corpi sfumanti dal materico allo spirituale in vario ordine e grado.

Per quanto la scienza medica abbia respinto questa teoria, dalla metà del XVIII secolo in poi, nel campo delle lontane e superate superstizioni, si può affermare che questa è stata ininterrottamente tramandata ed applicata fino ai nostri tempi e che, in altri ambiti e forme, si riaffaccia alla soglia della mentalità scientifica attuale.

La scissione psico-analitica dell’unità pensante in varie entità coscienti o meno, ma interangenti fra di loro ha una stretta affinità con la teoria dei corpi sottili.

L’effettiva realtà e dimostrabilità scientifica dell’esistenza o meno di vari piani di sensibilità psico-fisica può essere motivo d’analisi dialettica rivolta alla negazione o all’affermazione di tale teoria., ma il suo influsso profondo, conscio od inconscio, sul comportamento interiore ed esteriore dell’umanità è tutt’oggi più attuale che ieri.

 

3) Materia dell’anima e materia del corpo nella mentalità primitiva

Alla base delle precedenti teorizzazioni dei corpi parafisici vi è la credenza antichissima dell’esistenza dell’anima, quell’ombra vaga eppur quasi materica che i popoli primitivi già concepirono prima dell’avvento della scrittura.

Prima che si producesse lo iato fra Io pensante ed Io pensato, l’uomo ebbe la percezione dell’esistenza speculare della sua immagine attraverso il sogno.

Gli studi antropologici hanno dimostrato che la psiche primitiva non aveva ben chiaro la distinzione fra coscienza di veglia e quell’onirica e le immagini della psichica luce notturna, d’esseri viventi o defunti, oggetti animati od inanimati, erano considerati come parte integrale della realtà. L’ombra era quindi un’entità realmente esistente, una materia "sui generis". Pur essendo simile a quella della coscienza di veglia, soddisfaceva solo la vista ed a volte anche l’udito, anche se un genere particolare, ma non gli altri sensi.

Sfuggendo quindi parzialmente alla classificazione fisico-materica, non per questo l’entità onirica non era sottoposta agli stimoli emotivi, psicologici e fisiologici dello stato di veglia.

Nello stato intermedio fra il sonno e la veglia questi stimoli sono quasi tangibili. Più evanescenti ed insensibili in uno stadio successivo, scompaiono del tutto nel periodo di sonno profondo e senza sogni.

Tale gradualità di sensazioni era solo vagamente avvertita dalla psiche primitiva, ma in modo tale che eseguì una prima rozza separazione fra corpo fisico e la sua ombra, l’anima, che essendo oniricamente percepibile fra i viventi anche dopo la morte assumeva così un carattere autonomo dall’esistenza fisica nel mondo che le era specifico, ma mantenendo stretti legami d’interdipendenza con il mondo materico dei viventi.

Infatti, nel mondo primitivo, come del resto nell’attuale, l’ombra dei defunti, pur essendo di una materia più sottile ed evanescente, e forse proprio per questo, poteva influire sull’esistenza dei viventi, producendo benefici o malefici.

Il rapporto del primitivo con tali entità che non poteva ignorare, essendo parte del suo contenuto psichico era fondato sulla paura e dell’egoismo. L’atteggiamento delle ombre verso il mondo dei viventi, non dissimile del resto da quello di questi verso i propri simili, era considerato malevolo, aggressivo, teso alla soddisfazione brutale dei propri bisogni. La difesa dei viventi di fronte a quest’attacco non poteva basarsi sugli usi e sulle leggi della società tribale che regolavano e limitavano gli egoismi ed i desideri dei singoli con la repressione fisica, ma solo con la supina accettazione dell’autocrazia eterica, scongiurandone la malizia e la brama, placandone i supposti stimoli fisiologici e psicologici con l’offerta di cibo, bevande, oggetti materiali. Solo in un secondo tempo l’uomo superò parte della propria paura, risparmiando così anche i suoi beni, ingannando i defunti con offerte simboliche o combattendoli con mezzi magici.

Particolari attitudini ad estrinsecare ed esorcizzare i propri contenuti psichici formarono nel tempo una classe di specialisti, la cui speculazione ed elaborazione del tema dell’anima e le conseguenti applicazioni taumaturgiche crearono le basi del tentativo umano di sconfiggere il dolore, le malattie, la morte.

Lo sciamano fu così il primo rappresentante della volontà di conoscenza dell’uomo. Immerso in un mondo panvitalistico, occultamente animato da presenze invisibili, il suo tentativo d’organizzazione gneoseologica e di controllo culturale dell’universo si rivolse all’esteriorità psichica e spirituale, i cui simbolismi espresse e tradusse con una drammatizzazione dell’esteriorità materica in cui viveva e la cui universalità spaziale e temporale è stata ampiamente dimostrata dall’analisi psichica degli archetipi onirici.

Attraverso pratiche ascetiche e spesso dolorose e l’altissima tensione psicosomatica che ne derivava, lo sciamano otteneva un’apertura ad una visione diretta delle estrinsecazioni oniriche dell’inconscio nella coscienza di veglia, ottenendovi responsi mantici e taumaturgi, in cui i procedimenti psicosomatici e suggestivi si alternavano ad intuizioni sulla farmacopea naturale, in cui l’istinto animale sa spesso rivolgersi.

L’esperienza pratica e l’irrazionalità del sogno e dell’illusione si sedimentarono nei secoli, formano una scienza i cui presupposti sono prelogici e magici, ma proprio per questo radicati nell’essenza più arcaica del pensiero dell’uomo, e tuttora persistenti. Nel progressivo formarsi dell’antico concetto dei corpi sottili si rintracciano già, all’inizio della storia, i seguenti principi fondamentali, rimasti pressoché inalterati fino ad oggi:

  1. L’esistenza dell’anima o doppio eterico dell’uomo (esteriorizzazione onirica del corpo fisico)
  2. Ulteriori suddivisioni o sottilizzazioni dell’anima (gradualità delle sensazioni fisiche nei vari stadi del sogno)
  3. Motilità e plasticità dei corpi sottili in uno spazio tempo eterico e spirituale non sottoposto alle leggi fisiche (aspazialità e atemporalità delle dimensioni psichiche subconsce)

 

 4 ) GLI STATI SOTTILI DEL CORPO NELL’ANTICHITA’ CLASSICA

Nel pensiero della classicità la teoria dei corpi sottili non è dissimile da quella più arcaica dei poemi omerici. In questi vediamo che è ancora presente la convinzione che gli avvenimento onirici, e le ombre che gli animano, sono fatti reali e non vuote fantasticherie.

Sono gli Dei stessi, o il demone loro messaggero, o un’effimera immagine di vivente o defunto da essi suscitato a comunicare nel sonno con gli uomini. In Omero la "psiché" sfugge, nell’attimo della morte, dalla bocca del moribondo, con l’ultimo respiro, od anche dalle labbra atroci di una ferita.

Quest’aerea e diafana farfalla sprofonda poi nell’abisso dell’Erebo, la ctonia dimora di Ade e Proserpina. L’entità animica era considerata di consistenza aerea, evanescente, come le forme della visione onirica. Una credenza popolare affermava che un forte vento potesse addirittura dissolvere quell’esile fil di fumo che era materia della "psiché". Questa, pur nella sua inconsistenza, ripete fedelmente i tratti fisici del defunto, così come del vivente, in cui si sovrappone, invisibilmente, ai tratti fisici visibili. Ulisse riconosce immediatamente, durante la sua discesa nell’Ade, le anime evocate, attratte e rafforzate con l’effusione di sangue, anche se, per la loro intangibilità, non può abbracciarle. L’ombra, in Omero, non è più, come nella psiche primitiva, malevola e potente per la sua attività egoica disciolta dagli impacci della moralità imposta dalla società. L’ombra è dolente, confusa, inane, destinata inevitabilmente ad un dissolvimento ormai prossimo, la seconda e definitiva morte di cui la teologia cristiana dei primi secoli accennò.

Solo l’offerta sacrificale del sangue (per la vitalità fluidica in esso contenuta) rivitalizza per un attimo l’ombra, ridandogli una parvenza di maggiore fisicità. La concezione omerica di anima non corrisponde a ciò che in tempi moderni si definì corpo eterico ed astrale, componenti ancora fisiche ma sempre gradualmente meno materiche, ed invisibili. Queste componenti furono considerate come effettiva sede delle facoltà sensitive, dei desideri, degli impulsi e degli istinti, delle emozioni che animavano il corpo fisico. Tutto ciò che nell’uomo è facoltà conoscitiva, volontà, coscienza, non appartenevano alla "psiché" omerica, debole sede di desideri, rimpianti ed angosce destinati all’annichilimento, incapace di vita volitiva ed autonoma, ma ad un’entità metafisica sconosciuta agli omerici - ma non agli orfici - lo spirito, ulteriore esteriorizzazione trascendente.

L’immortalità e l’origine celeste e divina dello spirito era il culmine, sublimato e raffinato, dell’antichissima credenza – o conoscenza – sciamanica della possibilità di esteriorizzazione dello psico-soma in uno stato dell’essere parallelo, ma alieno, della realtà fisica conosciuta. Orfeo, il bardo delle steppe della Tracia, con degli spiccati caratteri sciamanici, diffuse nella civiltà del mediterraneo la credenza dell’immortalità dello spirito e delle sue potenzialità sovrumane.

Il mito Orfico e la sua cosmologia erano predicati da magi erranti, che percorrevano la Grecia e le sue colonie promettendo salvezza e vita futura, iniziando ai misteri dello spirito attraverso pratiche purificatorie, mantiche e taumaturgiche. Platone e Teofrasto, a cui dobbiamo le uniche informazioni sui primitivi Orfeoteleuti, disprezzavano le pratiche arcaiche dei Traci, ma, purtuttavia, anche il sofisticato, intellettuale ed aristocratico, concetto animico di Platone non di discosta troppo da quello Orfico.

I Traci importarono nella Grecia anche il culto Dionisiaco, di cui conosciamo, dalla letteratura classica, le difficoltà di penetrazione nelle élites culturali e politiche, poco disposte ad accettare il disordine etico-religioso che da tale culto derivava. Il culto di Dioniso è identico, nella forma e nella sostanza, alle pratiche sciamaniche di estasi psichica ancor oggi usate in alcune zone marginali del globo. Gli invasati da dio si vestivano di pelli animali e si ornavano con palchi di corna bovine e cervine, come gli stregoni delle antiche raffigurazioni preistoriche. Movimenti reiterati ed ossessivi di danza, la respirazione "a mantice", erano tesi alla massima ossigenazione del tessuto cerebrale ed ai suoi conseguenti fenomeni, favoriti dalla preventiva assunzione di bevande alcoliche e dall’inspirazione dei fumi di semi di canapa bruciati. L’estasi parafisica susseguente distaccava la mente dalle sensazioni periferiche del corpo, in una situazione molto simile a quella prodotta dall’ipnosi o negli stati più profondi del sonno.

L’anima, liberata dai lacci della materia, poteva così riconoscere piani che l’entità cosciente ignorava e si identificava con il dio stesso. Questo supposto connubio trascendente poteva far acquisire all’anima le qualità e le potenzialità infinite della divinità, divenendo essa stessa spirito immortale. Le pratiche estatiche degli orfico-dionisiaci, più vicini all’anima orientale che a quella mediterranea, ispirarono teoreticamente il più evoluto pitagorismo e poi la spiritualità platonica e neo-platonica.

Furono i pitagorici a redigere gli pseudo-scritti orfici in cui la dottrina dello spirito, figlio di Urano e del cielo stellato, era già formata. La successiva elaborazione di una filosofia più raffinata, di una mistica più astratta, portarono a considerare lo spirito come una scintilla proveniente dal fuoco numinoso dei cieli superni, discendente in entità gradienti dall’eterico al materico. Questa teoria non poteva che comportare tale gradualità anche nella componenti fisiche, animiche e spirituali dell’uomo, e quindi la teorizzazione esoterica dei corpi sottili. Giamblico, nella Vita Pitagorica afferma che:

"nella sua cura per gli uomini egli (Pitagora) cominciò da quel principio ottimo che deve essere preliminarmente conosciuto da quanti intendono scoprire la verità negli altri campi dello scibile. Nel modo più chiaro ed esplicito, a molti di quelli che con lui si intratteneva, richiamava alla memoria la precedente vita che ciascuno di loro aveva una volta vissuto, molto prima che fosse legato al corpo"

L’ombra onirica dei primitivi assume così, nell’elaborazione filosofica ed esoterica di Pitagora, una caratteristica rimasta poi inalterata nel tempo. Lo spirito diviene un’entità preesistente al corpo, immortale, trascendente e trasmigrante nella generazione: è quell’entità spirituale immortale che impronta ed informa un’anima che, essendo soltanto una componente più sottile della materia, è caduca e mortale. Lo spirito nell’uomo assume la funzione demonica di vitalità e di intelletto che è facoltà conoscitiva e seme generativo assieme. Abbiamo così una prima e netta divisione dell’entità umana in tre parti, che il cristianesimo fece sua fino al Concilio di Nicea.

L’incomprensione popolare attribuì ai Pitagorici la superstizione della metempsicosi, metafora usata solo come mezzo di spiegazione analogica della sopravvivenza e trascendenza spirituale.

Presso di loro, l’anima era considerata solo un’entità psichica individuale, proveniente dall’ereditarietà genetica - producente inclinazioni e carattere - dalle esperienze di vita familiare, sociale ed intellettuale del singolo, e dal loro interagire con gli avvenimenti fatali della vita.

Essendo quindi l’anima un prodotto delle sensazioni fisiche e psichiche di natura materica, permaneva poco tempo dopo la morte fisica, e poteva esser rivitalizzata effimericamente con un potente catalizzatore materico come il sangue. Si scioglieva poi nel suo particolare stato della materia, così come il corpo si annullava nel suo.

Solo l’iniziazione poteva imprimere in qualche modo, sull’energia indifferenziata dello spirito, alcune tracce dell’esperienza animica tratta dalla vita materiale. Lo spirito, liberatosi dal suo involucro materiale dopo la morte del corpo e dell’anima conservava, in vari gradi e modi, un’individualizzazione che poteva, ritornando nel ciclo della vita fisica, influire sulla nuova anima che si formava.

I Pitagorici e, dopo di loro, i Neoplatonici, insegnavano un’ascesi che prescindeva dal misticismo religioso, essendo di tutt’altra natura. La purificazione non era considerata come un’offerta sacrificale alla divinità, o come una forma d’austerità morale rivolta verso l’autocostruzione di una personalità filosofica. Anche l’etica sociale e comunitaria era considerata necessaria a quest’ascesi, in quanto corrispondente all’ordine cosmico sempre minacciato dal caos, ma appartenente comunque ad un ordine inferiore. La purificazione era vista come una profilassi spirituale, un adeguamento del microcosmo-uomo al macrocosmo universo. Quest’allineamento dell’entità umana alle cose superne era necessario all’imprinting dello spirito sull’anima, che ribaltava quod inferior nel quod superior, così come aveva affermato l’ermetica Tabula Smeragdina.

Anche la medicina era rivolta verso questo scopo, e le prime cognizioni terapeutiche erano nate dall’osservazione della natura, attraverso il concetto dell’analogia micro-macrocosmica, vale a dire il rapporto simbolico, e nello stesso tempo effettivo, fra natura ed universo. Si elaborò in quest’epoca i primi concetti dietetici, formulando norme per la qualità, la quantità e la preparazione degli alimenti. I Pitagorici escludevano dalla dieta comune cuore e cervello animali, in quanto centri fisiologici massimi della circolazione del sangue, quel succo molto peculiare che aveva il compito di materializzare le correnti animico-spirituali e, nello stesso tempo, di spiritualizzare le componenti sensoriali della materia. Assumere questo cibo era, analogicamente, assumere qualità fisico-animiche indesiderate. Ai membri dell’Ordine era interdetto, per le stese motivazioni, qualunque cibo animale. In caso di malattia erano molto restii ad assumere farmaci per via interna, ed usavano piuttosto unguenti e cataplasmi. Usavano la musicoterapia, soprattutto nel caso di disturbi psichici.

I Pitagorici non si limitarono ad esplorare il campo della metafisica, ma le loro concezioni esoteriche ed iniziatiche abbracciavano ogni attività civile e sociale, con un originale spirito di sincretismo di concetti diversi, integrati in una teoria globale, come la persistenza animica della remota preistoria, la liberazione sciamanica dei corpi sottili in una realtà parallela ed il naturalismo prescientifico degli Joni. Le speculazioni orfiche e pitagoriche, come sempre è successo, non rimasero limitate all’ambiente esoterico che le espresse. La concettualità della Grecia classica, improntata ad un equilibrato naturalismo, trovava, purtuttavia, paradossale il concetto dell’immortalità spirituale, che riservava agli Dei, non agli uomini. Caratteristica di questa mentalità, tesa più alla facoltà del conoscere che a quella del divenire, è l’atteggiamento di Socrate di fronte alla morte, così come lo presenta Platone nell’Apologia. In Socrate vi è la serena conoscenza che tutto ciò che è essenziale all’entità umana fluisce nella morte al nulla, sia che questa si dissolva nel più totale oblio come nel sonno profondo, sia che passi ad un’altra vita crepuscolare nell’Ade, fino a che la memoria e la fama non cessino nei viventi., fino alla scomparsa totale della albula animula blandula. Fu Platone che inserì per sempre nella filosofia il concetto metafisico e teologico dell’immortalità individuale dell’anima umana. Nell’ascenso intellettuale all’Essere immutabile, senza inizio né fine, in cui le Idee riposano come gli astri sospesi al firmamento, Platone vide che tutti i fenomeni sensibili del mondo inferiore traggono, dal superno, causa, essenza e modalità. Questa prima causa non poteva essere ricercata nella percezione sensoriale o nell’elaborazione psichica conseguente, com’espressione di sensazioni e vibrazioni materiche e quindi alienanti dallo spirituale e dal divino. L’Essere, eternamente uguale a sé stesso non si rivela nel pensiero dell’uomo, espressione materiale, ma nell’energia spirituale che questo forma ed anima

Quest’energia macrocosmica nel microcosmo ha luogo d’intermediazione nell’anima, che imprime nella materia fisiologica la forma torbida ed impura del suo divenire. Quest’energia indifferenziata, emanazione dell’Essere, pur animando la materia dandogli forma e vita, in essa cade inevitabilmente, rimanendovi greve ed ottusa. Non è facile per Platone armonizzare questa caduta dello spirito nel materico e nel fisiologico con quella della sua origine universa, proveniente dall’astratto e divino piano delle Idee. In Platone, come nei presocratici stessi, lo spirito produce nell’anima forze contrastanti, in eterna opposizione. Il mito della caduta, presente negli archetipi dell’umanità, deriva forse da questo iato ed opposizione di due essenze, ambedue presenti nell’entità umana: l’energia spirituale indifferenziata che vuol informare di se un’anima, che a sua volta vuole prevalere, individualizzandosi e materializzandosi sempre di più.

La tradizione delle metodiche pratiche dell’ascesi e della purificazione iniziatica tende a riportare ordine nel caos materico, ma essendo comunque espressione filosofica di ciò che umano, troppo umano, rimane tuttavia ai margini dell’astratta filosofia platonica. Subito dopo la morte di Platone, la speculazione Accademica si applicò particolarmente a queste metodiche, elaborandone la parte teorica e sistemando in un corpus i vari gradi e stati della materializzazione dello spirito e della possibilità di spiritualizzazione della materia attraverso la conoscenza e l’iniziazione.

In questa scuola la teoria dei corpi sottili trovò la sua più sofisticata sistemazione filosofica ed assurse a dottrina teologica attraverso la teorizzazione di una miriade d’entità spirituali gradienti dal divino all’umano, e per analogia, della gradualità dal materico allo spirituale nella composizione fisiologica dell’uomo.

Nel crogiolo sincretistico dell’Egitto Alessandrino si assommarono e di confusero le teorie neoplatoniche, le conoscenze esoteriche egiziane, l’angiologia ebraica e la Gnosi, formando quell’ermetismo magico che avrebbe impregnato di sé la scienza e la filosofia esoterica ben oltre il Rinascimento, per riemergere all’improvviso, come un fiume sotterraneo, nella coscienza intuitiva dei popoli d’ogni epoca.

 

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Il Cippo di Horus 

 

 

5) IL CORPO-UNIVERSO DEGLI GNOSTICI

 

Lo gnosticismo è un mondo teologico, mistico e filosofico estremamente complesso che raggruppò credenze dottrinali di svariate sette fra di loro spesso eterogenee. Pur assimilando tutte la figura del Cristo, si potrebbe tentare la suddivisione delle varie strutture gnostiche in cristiane, acristiane ed addirittura anticristiane, intendendo il cristianesimo come religione già ufficializzata.

La predicazione evangelica, così come risulta dai Vangeli stessi, non ha niente d’originale, e rappresenta soltanto una nuova interpretazione, meno formalistica e più umanistica, dei concetti Essenici. Questi, nel campo delle sette ebraiche, rappresentavano già una caratteristica tendenza alla "Misericordia" rispetto al "Rigore" delle componenti più ortodosse ed ufficiali dell’ebraismo. Ma già i Misteri della Grecia avevano un aspetto che oggi definiremmo "democratico" rispetto all’esoterismo classico.

L’apertura delle cerimonie Misteriche Delfiche alle donne ed agli schiavi, allora elementi non "liberi" della società, lo dimostra ampiamente.

La filosofia esoterica egizio-ellenica assimilò il cristianesimo, inserendolo in categorie specifiche di sincretismo magico-religioso.

Caratteristica comune delle sette gnostiche, sia nei confronti dell’ortodossia cristiana sia di quell’ebraica, fu il rifiuto dell’Antico Testamento e del suo terribile Javè. Inoltre, affermavano la negazione della semplice fede come basamento del patto fra uomo e Dio e strumento di salvezza.

Per quanto la conoscenza, la Pistis Sophia, sia, come nell’esoterismo tradizionale, l’Intelletto che unifica la Psiché umana a Dio ed all’Universo, per lo gnostico questa conoscenza è in qualche modo collegata alla rivelazione illuminante del Christòs Soter, che è più un’entità metafisica che il Cristo storico dei Vangeli, che rimane un’anagogia dell’uomo. Come lui, figlio della divinità, mortale ed immortale, e come risorgente in potenza sul piano della Vera Luce.

Gli Gnostici avevano una cosmogonia seminale ed orgonica, in cui la vita non era un dono, ma una condanna dell’uomo ad una vita materica, un inganno del Demiurgo, identificato con Javè.

Questo mondo era una prigione orribile, in cui il principio materiale demiurgico, Jaldabaoth, principe di questo mondo, si arrogava carattere di divino creatore ed imponeva la generazione agli uomini, perché eterna fosse l’offerta, a lui gradita, del loro sangue e della loro sofferenza.

L’astensione dal coito per alcuni, per altri della sola generazione, era la prima via di riscatto dal crudele ciclo delle rinascite.

L’analisi e la comparazione delle dottrine gnostiche sono rese difficili dalle poche testimonianze rimaste, per lo più rese da avversari e quindi relativamente attendibili. La scoperta moderna di testi originali degli gnostici, opere anche di grande bellezza letteraria, a testimonianza della tensione metafisica degli intelletti dell’epoca, non favorisce la comprensione profonda di tale contesto filosofico. Interminabili generazioni Sigiziali e Pleromatiche, simbolismi di una complessità arcaica e decadente nel contempo, rendano la lettura dei testi gnostici poco accessibile al grande pubblico. Nei limiti insuperabili di questa ricerca è già sufficiente esaminare le affinità presenti nelle emanazioni Sigiziali con la teoria dei corpi sottili. A tale scopo è particolarmente indicata la cosmogonia di Marcos, i cui è da notarsi la prima "segnatura" storica in Occidente delle parti fisiche del corpo umano in relazione ai segni zodiacali e la prima esplicazione ermetica degli elementi rapportati alle loro segnatura umorale. Ecco come, in Marcos, il Demiurgo effettua la creazione delle cose visibili secondo il Pleroma, che è causa ed immagine celeste delle cose invisibili:

" In principio furono creati, ad immagine della Tetrade dell’alto, i quattro elementi, Fuoco, Aria, Acqua e Terra, completati dalle loro rispettive proprietà di Caldo, Freddo, Umido e Secco, ciò che rappresenta l’immagine esatta dell’Ogdoade. Poi furono enumerate come segue le altre dieci potenze. Sette copri circolari detti Cieli; poi il cerchio che li circonda, detto l’Ottavo Cielo; poi il Sole e la Luna. Queste dieci potenze sono l’immagine della Decade spirituale invisibile, che procede da Logos-Zoè. Quanto alla Decade essa è prefigurata dal cerchio chiamato zodiaco perché i Dodici segni dello Zodiaco rappresentano la Dodecade, l’ombra dei figli d’Antropos ed Ekklesia…"

Per quanto si riferisce all’uomo, Marcos afferma che nella sua entità esiste una sorgente di viva potenza situata nel cervello. Da questa potenza ne procedano altre quattro secondo l’immagine della Tetrade dall’alto e cioè la Vista, l’Odorato, il Gusto. L’Ogdoade si ritrova nell’uomo, nel modo seguente: due orecchie, due occhi, due narici ed il doppio gusto per il dolce e l’amaro. L’uomo ha in se l’immagine del Trenta, o Pleroma, nel seguente modo: la Decade nelle dita delle mani, la Dedecade nelle dodici membra del corpo (Testa, collo, spalle e mani, petto, diaframma, ventre, sesso, cosce, ginocchia, gambe, caviglie, piedi. In tale esempio si mostra evidente che da una simile dottrina si possono indurre le più vertiginose speculazioni ed in realtà l’intricata filosofia gnostica non ha in questo rivali. Non vi sono testimonianze chiare o documenti che possano certificare le concezioni di taumaturgia gnostica, se non le migliaia di talismani, chiamati Abrasax, o gemme gnostiche, che riempiono le vetrine dei musei e che furono usati non soltanto per scopi apotropaici, ma anche terapeutici. La grande affinità delle concezioni gnostiche con quelle della qabbalà, che è ebraismo ellenizzato come la gnosi cristianesimo ellenizzato, possiamo supporre che usassero gli stessi procedimenti magici di guarigione.

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6 ) LA FISIOLOGIA SOTTILE NELL’ALBERO SEPHIROTICO

 

Il sistema simbolico di rappresentazione universale che c’è stato tramandato sotto il nome d’Albero Sephirotico esprime, in modo diagrammatico, ogni forma, qualità e potenza della divinità, dell’universo e dell’uomo. Così come le dieci sephirot esprimono le qualità divine nel loro piano, e l’universo come macrocosmo, macroantropo, L’Adam Kadmon dei cabalisti, così possono definire le infime particolarità dello psicosoma dell’uomo.

Nella raffigurazione mantrica dell’Albero non vi è atomo o cellula dell’essere umano che non possa essere catalogata, esaminata, comparata, nelle sue relazioni analogiche ed anagogiche con l’intero organismo.

La metodologia cabbalista analizza concetti astratti e generalizzati, lasciando alla sua applicazione magica, talismanica ed evocativa le finalità pratiche, operando in modo diverso dello studioso di scienze naturali, che costruisce concetti teorici e ne sperimenta gli effetti attraverso l’applicazione empirica alla realtà contingente.

La qabbalà propriamente detta è unicamente rivolta al raggiungimento dei piani superiori di coscienza, che, d’altro canto, non possano non influenzare gli analoghi piani psicologici o fisiologici.

Nella tradizione cabbalistica vi sono accenni di parificazione analogica d’organi fisiologici del corpo umano con le dieci sephirot dell’Albero della Vita.

Da quanto estratto dai testi fondamentali, ma ancor più dal principio che la nella tradizione universale varia solo la fraseologia, non la teoretica fondamentale, si può ricavare un quadro analogico relativamente completo delle analogie psicosomatiche dell’esoterismo ebraico.

Le inevitabili limitazioni, in questo campo, come nelle divergenze interpretative fra i vari autori derivano dalla metodologia esoterica, che è oggettiva su di un piano astratto, soggettiva nell’esplicazione discorsiva.

D’altro canto, anche nella costruzione più rigorosa della matematica pura, in cui il pensiero non può che muoversi che sul piano dell’oggettività e della dimostrabilità, la soggettività del ricercatore può muoversi su vie non usuali e contraddittorie. Qualcuno ha affermato che il fatto si possa pensare che due più due faccia quattro, e non tre o cinque, dipende dall’ignoranza del calcolatore.

Il pensiero ed il pensato, per quanto in relazione fra di loro, sono in realtà due entità indipendenti e separate, così come l’intuito e la ragione. In genere la realtà astratta è schematizzata in un simbolo visibile e quindi concreto, che ha un valore oggettivo sul piano sensoriale, ma che psichicamente acquista peculiarità e soggettività nel momento stesso che il simbolo è soggettivamente pensato. Nello stesso istante la mente produce una serie infinita, cosciente ed inconscia, di correlazioni analogiche derivante da un complesso individuale ed irripetibile di psichismi, emotività, acquisizioni culturali od archetipiche, esperienze reali od oniriche, stati e piani di coscienza diversi per ogni osservatore del pensato. Il metodo esoterico soggettivo rende l’entità pensante e quella pensata un’entità inscindibile, unisce l’intuito e la ragione in una cosa sola nel superamento della dissociazione psichica fra i due termini. Nell’osservazione di un cavallo in corsa, ad esempio, non vi è separazione fra osservatore ed osservato. La mente non correlaziona più il cavallo reale con le infinite relazioni simboliche della mente con il tipo "cavallo". La mente osservante è semplicemente il cavallo osservato.

Nella qabbalà la decade sephitorica mette ordine nel caos psichico dell’operatore attraverso l’introspezione nella Sephira Malkut, radicale della profondità della coscienza oggettiva, l’entità comune dell’umanità che i moderni hanno voluto definire inconscio collettivo.

Afferrare e riportare ai piani di coscienza la radicalità oscura dell’essere significa ritrovare l’oggettivo attraverso il soggettivo, il macrocosmo attraverso il microcosmo, la conoscenza dell’interiore attraverso l’esteriore, per il principio dell’unità di trascendenza fra uomo ed universo.

La visione cabbalistica dell’universo-uomo concepiva il manifestato come un fiume traboccante da dieci cataratte, la cui prima formava la seconda e così via. La prima cateratta era la Sephira Kether, le cui acque primigenie si velavano nell’invisibile e nel non manifestato.

Nel Non-Essere, al di fuori del tempo e dello spazio, al fuori del pensiero stesso, vi sono tre piani di non-manifestazione o esistenza negativa.

Ain – il Nulla, Ain Soph – l’Infinito, Ain Soph Aur – Luce Infinita.

Il Non-Essere si vela quindi nella sua essenza qualitativa negativa, al di fuori di qualsiasi quantitatività positiva. Paracelso definiva quest’affermazione negativa Luce Astrale, da a-stron, senza luce.

Nella qabbalà tutto ciò che è possibile interloquire sul concetto di divinità è l’affermazione che esso è al di fuori del manifestato, del concepibile e del comprensibile, se non ad un’illuminazione che sposta i lumi, rendendo l’intuito ragione e la ragione intuito, restituendo alla mem-oria del cuore il ri-cordo della mente.

Ciò che invece non è ineffabile è il piano delle manifestazioni del divino della materia, con l’ausilio dell’Albero della Vita e le conseguenti analogizzazioni delle sue energie, che formano il corpus teorico della fisiologia sottile e l’angelologia dell’ebraismo.

Il Non-Essere, potenzialità assoluta del Divino, s’immanifesta in quattro piani archetipici.

Olam atziluth, principio o radice delle cose, rappresentato da un triangolo equilatero con la punta rivolta in alto, come nel simbolo ermetico del Fuoco, in cui si pongono le prime tre Sephirot.

 

  1. Kether – La Corona, emanazione prima dell’Antico dei giorni.
  2. Piano dell’illuminazione

    La testa, la ghiandola pituitaria e la pineale

  3. Kokmah – Saggezza.
  4. Piano dell’intuizione

    Ghiandola dell’ipofisi- pene.

    Forza virile attiva

  5. Binah – Comprensione
  6. Piano della razionalità

    Tiroide e paratiroide -matrice

    Forza femminile passiva

    Poco sotto la base del triangolo superno vi è Daath, la misteriosa 11a Sephira (ma anche senza numero) che non appare in genere nelle antiche raffigurazione dell’Albero.

    Nella simbologia cabalistica rappresenta l’Abisso insondabile che gli gnostici definirebbero il Kenoma, il vuoto, ma anche, fisiologicamente, la gola, l’organo generatore del Verbo, il Logos, nella copula eterna fra Kokmah, principio attivo, con Binah principio passivo di cui Daath è il frutto ed insieme il seme della generazione nella materia.

    Il secondo triangolo superno rappresenta il piano della creazione. Il vertice è qui rivolto in basso, come nella raffigurazione ermetica dell’Acqua ed è composto da tre Sephirot:

  7. Chesed – Grazia, Misericordia, Amore.
  8. Polmone destro, fianco e braccio destro.

  9. Geburah – Forza, Rigore, Severità.
  10. Polmone sinistro, fianco e braccio sinistro

  11. Tipharet – Bellezza
  12. Il cuore, il plesso cardiaco, il plesso solare.

    I quattro Sephirot inferiori appartengono al piano della forma manifestate sono composti da un triangolo dalla punta rivolta verso il basso con una Sephira isolata sotto il vertice del triangolo.

  13. Netzah – Vittoria
  14. Lombi, reni, la milza

  15. Hod – Gloria
  16. Le gambe, il fegato.

  17. Yesod – Fondamento

Gli organi genitali, la zona pubica.

La Sephira n.° 10, isolata sotto Yesod, è Malkuth, inizio del piano del mondo dell’azione e della materia, Olam Assiah, che non è ancora la materia sensibile, ma quell’eterica ed astrale.

Un cabbalista affermerebbe che Malkuth è Kether in Assiah, cioè che è la fonte primigenia da cui deriva la sensorialità fisica. La fisiologia dell’Albero Sephirotico prevede, nell’organismo eterico come in quello fisico dell’umanità, l’esistenza di due correnti fondamentali. La corrente della forma, femminile e passiva, sulla Colonna di sinistra, formata dall’allineamento di Binah, Geburah, Netzah.

L’equilibrio di queste due forme è rappresentato dalla Colonna centrale, quella della Conoscenza, neutra od androgina, formata dall’allineamento di Kether, Tipharet, Yesod, Malkuth.

Lo squilibrio delle correnti produce uno stato patologico, fisico o psichico che sia, e non dipende da cause naturali ma metafisiche, come l’allontanarsi dell’uomo o dei sui ascendenti dagli impulsi archetipici originari, codificati dal patto con YHVH. La diagnosi era quindi semplice.

Al malato era comunicato che la causa della malattia era quindi il peccato e la trasgressione. La Sephira corrispondente all’organo malato si era ritirata nel non-manifestato, lasciando affiorare (horror vacui) una quliphot o Sephira negativa. Come i Sephirot erano considerati sede d’entità angeliche od arcangeliche, così i quliphot erano sedi demoniache.

La corrente o vibrazione del male era indotta da due forme d’eccessi. L’eccesso nell’energia ammalava la forma. L’eccesso nella forma ammalava l’energia. È qui evidente l’affinità con i concetti orientali di Yin e Yang. Sia il simbolismo Sephirotico che quello ermetico-magico, figli della stessa madre alessandrina, conoscevano, per la prognosi degli stati patologici, solo il procedimento allopatico, anche se quest’allopatia era, naturalmente, eterica ed analogica.

Uno squilibrio patologico dei componenti fisiologici sottili, che si rifletteva sulle parti del corpo corrispondenti, poteva venir corretto attraverso la componente analogicamente contraria

L’ermetismo magico rinascimentale assimilò le Sephirot alle valenze astrologiche e planetarie. Questa corrispondenza, accettata anche dai cabalisti, aveva per loro valore solo per l’applicazione magica, non in quella iatrica, anche se, naturalmente, le influenze reciproche producevano delle contaminazioni teoretiche. L’ermetista ricercava la segnatura macrocosmica nella natura e nella materia microcosmica, in particolare negli elementi metallici, chimici, minerali, vegetali, ma anche in quella animale. I cabalisti pensavano invece di poter riequilibrare le correnti vitali attraverso elementi immateriali, sottili, attraverso la magia cerimoniale ed evocativa. Per quanto i mezzi gneoseologici della qabbalà esulino dal tema trattato, si può comunque accennare brevemente ai suoi fondamenti, cioè ad alcune metodiche d’ermeneutica suddivise in trentadue leggi e tredici canoni d’interpretazione della Torah, i cui principali sono la Gematria o atte di scoprire il senso recondito dei testi sacri per mezzo dell’equivalenza numerica di lettere e numeri di una parola, Altro canone è il Notarikon, che si usa quando ogni lettera di una parola è presa come un’iniziale o abbreviazione: un acrostico quindi, alla rovescia. La Temurah prevede la sostituzione di una lettera, secondo regole prefissate, con una che la precede o la segue nell’alfabeto. Dai loro procedimenti canonici i cabbalisti derivarono 72 nomi divini o di divina potenza e qualità, e quelli di 72 angeli che circondavano il Trono dell’Altissimo. Ognuno di questi angeli sovrintendeva ed aveva potenza su una zona particolare del corpo umano. L’arte della cabbala fonetica (o pronuncia esoterica dei nomi divini ed angelici), quella talismanica, la magia cerimoniale potevano produrre, se perfettamente eseguite la guarigione voluta, sempre che l’operatore fosse in uno stato di purificazione o, meglio, d’equilibrio psicofisico.

Così come il Verbo, primigenia vibrazione divina, aveva creato la materia, il verbo involuto (la voce umana) ricreava nella materia sottile le condizioni d’equilibrio necessarie alla materia fisica. Nei talismani la vibrazione veniva fissata e cristallizzata attraverso la sapienza numerologica, l’uso di versetti analogici alla potenza invocata, tratti in modo particolare dai Salmi Davidici, accompagnati dalla cifra o glifo dell’influenza angelica evocata.

Solo nell’elaborazione emetico-alchimica il principio astratto dell’emanazione micro-macrocosmica si materializza nella segnatura e negli influssi planetario-astrologici che le corrispondono.

Il principio analogico che informa la fisiologia sottile cabbalistica è nel complesso simile in ogni contesto esoterico, orientale od occidentale che sia e si basa su una conoscenza, sui generis, dell’esistenza di corpi sottili nell’uomo, pur nell’assioma fondamentale che questi è un’entità unica assoluta e che la sua scissione e la separazione sui vari piani fisici, psichici e metafisici e solo un mezzo di conoscenza e non un’effettiva realtà.

 

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La disposizione dei Sephiroth nell’Albero secondo il cabbalista rinascimentale Furio Camillo

 

 

 

7) LA FISIOLOGIA SOTTILE NELLA REINTEGRAZIONE E NELLA TRASMUTAZIONE ALCHEMICA

 

L’origine storica dell’alchimia è certamente orientale, ma nel limitato ambito di questa ricerca indicheremo nell’Egitto la fonte occidentale. L’ermetismo, che è la teoria metafisica su cui si basano le applicazioni alchimiche di trasmutazione animico-materica, fu diffusa nell’occidente europeo dagli arabi. La stessa parola Alchimia deriva dall’arabo el-kimia, dizione che, secondo la tradizione, indicava l’Egitto o "terra nera", per la fertilità che il limo nilotico portava alla grande nazione faraonica. Ermete Trismegisto, sotto il nome egizio di Thot, diffuse in epoca remotissima ogni arte e scienza e fu il padre dell’alchimia. Se niente si oppone ad indicare nell’alchimia un’arte sacra e sacerdotale praticata nei templi egizi, ed in particolare a Heliopolis, i primi manoscritti ermetici si possano datare in un periodo che va dal II al V secolo d.C. Autori ne furono gli adepti d’Alessandria d’Egitto, crogiolo unificante e sincretistico di razze, popoli, religioni, credenze misteriche ed esoteriche. D’altro canto, in tutta l’area mediterranea, e soprattutto in Grecia, è documentata l’esistenza di culti misterici del fuoco e della lavorazione dei metalli in un’età indefinitamente arcaica. Se l’alchimia ha avuto anche carattere di paleo-chimica, è un errore la sua identificazione in questi stretti termini. Gli ermetisti chiamarono con disprezzo "soffiatori" (dall’azione del mantice sul fuoco), coloro che praticarono l’alchimia in senso protochimico, applicandola alla trasmutazione dei metalli. Così come nei Misteri venivano rappresentati accadimenti drammatici del mondo materiale o naturale, che esprimevano analogicamente ed anagogicamente le vie da ascesa al divino, così l’alchimia occultava, nel simbolismo della lavorazione dei metalli, un processo iniziatico. L’alchimia è una chiave interpretativa dell’universo, nella conoscenza sottile e progressiva delle leggi che lo regolano attraverso l’impronta macrocosmica sul microcosmo della natura e dell’uomo. In questo senso l’alchimia, paradigma di leggi spirituali, può essere usata, attraverso l’applicazione analogica alle leggi fisiche, può essere usata anche con finalizzazioni materiali. C.G.Jung ha ipotizzato che l’iconografia ermetica derivi dal più profondo del subconscio, quello collettivo, universalmente simile in ogni tempo ed in ogni luogo. Il codice dei simbolismi alchemici non poteva pertanto essere stato diverso da quello che innumerevoli affluenti esoterici hanno immesso nell’immenso alveo ermetico. La tradizione ermetica deriva un lontanissimo passato e si rivolge ad un lontanissimo futuro, perché risponde ad esigenze profonde e spesso inconsce all’entità umana. Dalla arcaica visione di un soma onirico ed intangibile il pensiero umano costruì un’immenso complesso di teorie fisico-spirituali che in occidente sfociarono, come del resto ovunque, nell’ipotesi dei corpi sottili. Sono questi che gli ermetisti compararono analogicamente al simbolismo dei misteri del fuoco, a quello planetario e zodiacale dell’astrologia, alle visioni angeliche e sephirotiche della qabbalà.

Il punto fondamentale della teoria dei corpi sottili consiste nella visione che l’uomo è un conglomerato, prima confuso ed inestricabile, di più componenti. La speculazione filosofica cercò di portare ordine nel caos, suddividendo ed analizzando questi elementi. La primitiva analisi giudaico-cristiana definì queste parti trinitariamente: corpo-anima-spirito. L’implicazione teologica di questo concetto, fissato da Paolo, che comportava difficoltà interpretative nella definizione della sopravvivenza post-mortem, fu variata dal Concilio di Nicea, che le restrinse a: corpo-anima. Le concezioni ermetiche preferirono una divisione quaternaria o quinaria, secondo che rapportassero analogicamente ai quattro elementi o che si considerasse anche la Quintessentia, elemento immateriale e spirituale senza il quale la materia stessa non potrebbe sussistere. L’ermetismo alessandrino, portato all’estrema sofisticazione dei concetti, privilegiò il settenario, in concordanza con le concezioni induiste. I sette veli, che l’anima acquisisce attraverso la sua discesa attraverso le sfere planetarie verso la Terra e la materia, costituiscono i corpi sottili dell’uomo. Tutte queste classificazioni sono pertanto da considerarsi puramente simboliche, in quanto gli antichi conoscevano perfettamente che l’entità umana è una ed indivisibile. Ma la conoscenza dell’uomo si rivolge inevitabilmente verso la comprensione del molteplice, nel suo avvicinamento progressivo verso l’unitarietà del tutto. L’albero sephirotico ed i cieli planetari sono strumenti di conoscenza interiori, non mappe esatte dell’universo e del pensiero. Purtuttavia la conoscenza sottile, che estrae dalla conoscenza sensibile succhi, secreti ed estratti superiori a quelli raggiunti da un’analisi puramente logica e razionale riuscì, senza il supporto della tecnologia, a raggiungere una conoscenza materiale del cosmo che soltanto oggi riusciamo a recuperare e riapprezzare. Comparare gli stati dell’essere all’ipotesi elementare dell’ermetismo comporta la riunificazione della razionalità cosciente con gli archetipi eterni ed universali cui l’umanità è spiritualmente e geneticamente legata per l’eternità. Gli stati di coscienza, dal più greve ed oscuro a quello più luminoso, portano ad identificare negli elementi un’esplicazione simbolica illuminante: la densa terra è il corpo materiale, il fuoco luminoso ed etereo il corpo spirituale. Immaginare i quattro corpi ermetici come l’uno rinchiuso nell’altro, come in una matrioska, è deviante. Si tratta, infatti, di quattro diversi stati della coscienza che hanno necessità di un’esperienza individuale, e non possono esser sottoposti ad analisi empirico-scientifica. Quando l’ermetista si accinge alla trasmutazione ha in sé tutti gli elementi e strumenti necessari. La nera Terra, così come il nero piombo saturnio è il suo corpo denso da cui deve, comunque, partire, perché i limiti dell’uomo iniziano dalla sua epidermide. La conoscenza sensibile e sottile del corpo può portare a quella della Luna e dell’Acqua, materia fluida ed adattabile, ma incostante come l’astro minore e le sue diverse fasi. Il rosso Mercurio, invisibile ma presente come l’aria ma fissabile, è la materia più vicina ad uno spirito che, inafferrabile dalla mente, può esser congelato ed afferrato dall’Intelletto. Il Fuoco ed il Sole rappresentano uno stato che difficilmente può esser raggiunto in uno stato dell’essere terrestre, ma che era vagheggiato come il culmine dell’esperienza ermetica, quella della Pietra Filosofale. Questi brevi cenni d’ermetismo non sono però che propedeutici alla definizione delle implicazioni dei corpi sottili nella trasmissione iniziatica. In un contesto trasmutativo la questione non si pone, in quanto l’alchimia non è un contesto iniziatico. La trasmissione da adepto a discepolo dell’Arte è esclusivamente tecnica e gneoseologica e non ha carattere di trasmissione di un’influenza spirituale, come nel caso dell’iniziazione. Nella tecnica ad un "Vaso" la solitudine dell’operatore è totale e supera di gran lunga quella attribuita a motivazioni psicologiche o sociali. Nella tecnica a due "Vasi" la trasmissione è paritetica fra i sessi e non ha alcun carattere psico-fisico, o, ancor meno, sentimentale. Possiamo invece trovare nell’applicazione secondaria dell’alchimia, la spagiria, elementi di riflessione e giudizio sulle differenze fisiologiche sottili nella trasmissione dell’iniziazione. La spagiria, applicazione terapeutica dell’operatività alchimica, si fonda sulla visione ermetico-magica delle analogie omeopatiche-allopatiche. Spagiria deriva dal greco spao-separare, disciogliersi e da "ageiro", riunire, ricoagulare. Ha quindi lo stesso significato del motto ermetico "Solve et coagula" (dissolvi la fissità materiale e coagula l’etericità spirituale). È la tecnica iniziatica universale, Questa afferma che un’entità individuale può dissolversi nel piano materico-animico che la racchiude per ricostituire la sua entità individuale su un piano materico-animico superiore e più sottile, acquisendone qualità applicabili anche sul piano di partenza. La pratica spagirica consiste nell’affinamento sottile progressivo delle facoltà intuitive, colte a riconoscere l’essenza invisibile degli elementi nell’essenzialità fisiologica, animica e spirituale del cosmo, della natura e nell’uomo. Ma quest’essenza non è solo conosciuta, ma assunta, interiormente ed esteriormente, in una sostanza purificata e tramutata, in un potere intellettuale e spirituale che Paracelso chiamò Paramirum. Nessuno non ha mai descritto quest’essenza meglio d’Agrippa:

" L’anima umana è una luce divina, l’immagine del verbo, causa delle cause, creazione esemplare preesistente a tutte le cose. È creata dalla sostanza di Dio, porta il suo sigillo ed il verbo eterno è il carattere sacro che porta impresso. L’anima umana ha una sostanza divina, indivisibile, presente nella sua pienezza in ogni parte del corpo. È stata fatta da un creatore incorporeo e deriva le sue proprietà dalle virtù del suo creatore, non dalla materia…Dalla sua discesa dai cieli, riveste un corpo d’Aria che si chiama il veicolo etereo dell’anima o carne dell’anima. Quest’intermediario, secondo l’ordine di Dio che è il centro del mondo, si trova nel mezzo del corpo, al centro del cuore umano. Là discende, ed a partire da questo punto si spande in tutto il corpo umano, in ogni sua parte, in tutte le sue membra. Allorché si aggiunge al calore naturale, ella compie questa funzione con l’intermediazione dello spirito venuto da cuore. Circola in tutti gli umori, si comunica alle membra e benché sia essa vicina a queste, passa dall’una all’altra spandendosi da prossima a prossima. Nello stesso modo, [si comporta] il calore del fuoco approssimandosi all’aria, e dall’acqua si comunica all’acqua per l’intermediazione dell’aria. Noi vediamo come l’anima immortale è imprigionata in un corpo materiale per l’intermediazione di un piccolo involucro immortale: il veicolo eterico."

 

8) LA FISIOLOGIA SOTTILE NELLA TRASMISSIONE INIZIATICA

 

In René Guénon il termine iniziazione è definito come trasmissione di un’influenza spirituale, indotta dal "basso" attraverso l’energia prodotta dalla formazione eggregorica dei partecipanti e prodotta dall’energia proveniente dall’alto", attratta od invocata attraverso il rito.

Il rito è considerato quindi come un canale di discesa di quest’influenza spirituale, che non può discendere che attraverso i canali materiali stessi dei partecipanti.

La natura di quest’influenza è indifferenziata di per sé, ma per essere colta deve avere una forma, quella archetipica che l’umanità ha in sé innata, ma che è stata tradotta in vario modo nelle varie forme tradizionali, ma che nella sua sintesi è universale ed ha le stesse caratteristiche in ogni tempo ed in ogni luogo.

Si può tentare di definire la ritualità, peraltro imperfettamente, data la sua natura di collegamento fra mondo fisico e mondo iperfisico, come un insieme codificato di parole, atti e oggetti analogizzati simbolicamente all’invocazione ed evocazione d’esseri sovrannaturali. Le religioni exoteriche usano la ritualità in questi termini, inducendo atteggiamenti affettivi ed emozionali, mentre gli assiomi esoterici ritengono l’universo stesso (macrocosmo) un’entità energetica indifferenziata. L’uomo, (microcosmo) è l’immagine individualizzata e differenziata di quest’energia, e attraverso la teurgia 1 può attrarla e usarla, dandogli a sua volta forma antropica differenziata e quindi evocabile e invocabile. È nota l’importanza magico-rituale del Nome: per gli antichi possedere il Nome di un dio, (dando quindi all’energia universa una sua specificità individuale) significava possederne la potenza. Vi è nella comparazione fra ritualità religiosa e ritualità iniziatica una differenza di grado, se non di qualità, che rende la seconda incomparabilmente superiore. Il secondo criterio rituale che Fraser 2 codificò all’inizio degli studi antropologici, riportato poi dal Mauss nei suoi studi magico-antropologici, 3 enuncia che "il rito magico ordinariamente, agisce di per se‚ costringe, mentre il rito religioso adora e concilia; il primo ha un’azione meccanica immediata, il secondo agisce indirettamente e attraverso una specie di rispettosa persuasione" Un esempio tipico di questo procedimento è stato studiato da un punto di vista antropologico dal De Martino, 4 che ha esaminato l’iniziazione sciamanica d’Aua: "Fu nel mezzo di un tale accesso di misterioso e sommergente gaudio che io diventai sciamano; il misterioso, l’inqualificabile, il senza orizzonte, l’irrelativo, l’insorgente, il caotico diventa ora il piccolo Aua, una forma definita, un’esistenza qualificata, uno "spirito" che verrà quando sarà chiamato, e che fornisce il potere paragnomico". Se è vero che i rituali massonici, come notò già Leone XIII nella sua più interessante enciclica antimassonica, 5 assomigliano a quelli legati ai sacramenti, ciò deriva dal fatto che la liturgia cattolica non è una creazione specifica e originale del cattolicesimo, ma è un’interessante imitazione della ritualità antica, in piccola parte ebraica, ma soprattutto indotta da quella misterica, sia mediterranea che mediorientale. Il calendario liturgico, l’uso dei colori, gli strumenti rituali, ecc., sono stati completamenti indotti da ciò che i cristiani chiamarono sprezzantemente il "paganesimo", mentre ne tramandavano sia le speculazioni teurgico-metafisiche del neoplatonismo (Cfr. Porfirio, Giamblico, Plotino) che le connotazioni popolari (festività, venerazione dei santi, processioni, esorcismi ecc.). Uno dei grandi meriti della civiltà cattolica consiste proprio nell’aver tramandato fino ad epoche recenti, o quanto meno al periodo pre-riformistico, la grandiosità liturgica e simbolica del mondo antico. La Chiesa Romana in tempi recenti ha rinunciato all’uso del latino come lingua sacra nelle sue cerimonie; ha espurgato le grandi e universali tradizioni rituali dai suoi schemi liturgici, ha rinunciato al simbolismo architettonico nelle chiese e cattedrali moderne. Solo un simbolista e ritualista può oggi apprezzare e rimpiangere con cognizione di causa ciò che la Chiesa Romana ha volontariamente perduto. La fretta - a nostro giudizio errata - di adeguarsi al presente non considera che solo in un ipotetico e lontano futuro l’umanità potrà evolversi tanto da poter intuire, comprendere, vedere, la bellezza infinita dei frattali delle linee di forza dell’energia universale, il suono silente dell’armonia delle sfere che il rito tradizionale induce, la gioia infinita e l’illuminazione che la teofania 6 produce nell’uomo.
La caratteristica fondamentale della ritualità è la sua universalità. Gli ultimi cento anni di studi etnologici, antropologici e psicoanalitici affermano che gli assiomi fondamentali della ritualità, la sua stessa applicazione formale sono stati e sono fondamentalmente gli stessi. I Sumeri e i Babilonesi di quattromila anni fa, i bramani ayur-vedici ancora più antichi, le tribù amerindiane del XIX secolo, le stirpi oceaniche e gli aborigeni australiani del XVII secolo, i misteriosofici mediterranei dell’era precristiana hanno avuto e hanno la stessa forma e sostanza rituale. I semplici assiomi delle modalità rituali si possano così sintetizzare:

 

Lo spazio

 

Il tempo

    1. rituali solari: solstiziali ed equinoziali legati all’aumento o alla diminuzione della luce e all’inizio delle stagioni
    2. rituali lunari delle quattro fasi
    3. rituali lunari delle domificazioni della luna
    4. rituali orario-planetari
    1. riti astrologico-decanali
    2. riti astrologico-zodiacali

Negli ultimi tre secoli, ma soprattutto dalla metà del ’700 in poi, il calcolo, ma soprattutto la percezione del tempo è completamente cambiata e negli studi rituali, come nell’operatività magico-rituale, vi è la necessità di percepire la successione temporale così come la concepivano gli antichi, una struttura scandita in senso verticale (il tempo - i tempi-, i tempi del tempo) ritmata dai cicli inesorabili del sole, della luna, delle stelle, delle stagioni e del lavoro che era a loro sinergicamente connesso. In questo modo vi era allora un tempo per ogni cosa, mentre adesso non vi è più niente che abbia il senso del tempo reale. L’attuale struttura del tempo, strumentale, meccanica, artificiosa, schiaccia e appiattisce l’uomo, che soffre nella morsa dei ritmi innaturali imposti dall’attuale inciviltà e fra la pulsione di quelli naturali che la sua natura biologica, psichica, intellettuale, spirituale, abbisognerebbe. La scansione cronologica non è più indotta dal rapporto micro-macrocosmico, dall’allineamento fra umanità ed universo, ma da valori, necessità, desideri, interessi, bisogni tecnico-sociologici che, in astratto legittimi, si rivelano poi disumanizzanti.
Le problematiche legate all’uso del tempo rituale non si risolvono unicamente con la conoscenza del tempo tradizionale, che sarebbe relativamente semplice ritrovare. Negli ultimi secoli sono avvenute profonde modificazioni biologiche e biopsichiche dell’organismo umano (prodotte dalle implicazioni psicosomatiche della variazione del tempo individuale). La prima e più importante perdita è stata quella del tempo memoriale o sociale, in seguito alla scomparsa dei mores che facevano sì che la tradizione orale fosse nel frattempo storia e mito, identità individuale e sociale assieme. La mente, strumento dell’intelletto, ha necessità di definire, di limitare la realtà fisica, di concentrarne l’essenza in uno spazio mentale più puntiforme possibile, proprio perché l’intelletto possa metaforizzarne e simboleggiarne l’esperienza materiale, ritrovando l’indefinito e l’infinito nell’astrazione metafisica. La memoria individuale è resa quasi inutile dalla quantità e dalla rapidità delle informazioni, spesso effimere e transeunti, e quindi labili, deboli, evanescenti. Le incidenze interiori di questo processo sono di difficile verifica logica, ma producono comunque una deconcentrazione e un’alienazione sia dalla realtà esterna sia dall’interiore. Questa modifica biopsichica dell’entità fisiologica può produrre nel frattempo una modifica all’entità animica a lei corrispondente, con conseguente perdita d’alcune facoltà intuitive sui piani sottili che già l’umanità del medioevo conservava in parte.

 

Il modo