Maestro di patriottismo e difensore dei diritti umani
di A.L.C.
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Garibaldi deputato al Parlamento
Garibaldi era stato eletto per la prima volta deputato al parlamento piemontese nel 1848 all'età di 41 anni nel collegio di Cicagna (Genova) totalizzando 18 voti, ciò che sottolinea l'estrema limitatezza del corpo elettorale. Il programma col quale si era presentato al giudizio degli elettori era indubbiamente all'altezza del personaggio:- "Io non ho che una spada e la mia coscienza: ve la consacro! Col grido e col braccio, o fratelli, io vi rappresenterò sempre?"..
Impegnato nella guerra contro l'Austria non sedette però nell'assemblea di Palazzo Carignano, alla quale venne comunque rieletto nel 1860, come rappresentante della sua Nizza, dimettendosi quasi subito per protesta contro la cessione della stessa alla Francia. Venne immediatamente rieletto nel collegio di Milano, ed il 12 aprile 1860 tenne il suo primo discorso parlamentare, polemizzando duramente col Cavour per la cessione territoriale citata.
Al primo Parlamento italiano, inaugurato a Torino il 18 aprile 1861, partecipò come rappresentante di Napoli e sedette all'estrema sinistra indossando la camicia rossa, onde sottolineare l'apporto dato alla causa nazionale dalle forze popólari e democratiche che si identificavano con Lui,
Venne rieletto in tutte le legislature successive, ad eccezione di quella dei 1870, dato che la campagna elettorale era coincisa con la sua spedizione militare in Francia, nei Vosgi. Si dimise dall'incarico parlamentare nel maggio 1876, per tornare definitivamente a Caprera, congedandosi dai suoi elettori, con una breve lettera nella quale denunciava il deterioramento delle sue condizioni fisiche e l'impossibilità di continuare ad impegnarsi nei lavori che già allora si svolgevano a Montecitorio. Complessivamente fu deputato per otto legislature, svolgendo essenzialmente in tre (la settima, l'ottava e la dodicesima) una impegnativa attività parlamentare. Le sue principali proposte riguardano: la sostituzione dell'esercito permanente con una milizia popolare, l'abolizione della pena di morte, l'eliminazione dal bilancio dello Stato dei fondi a favore del clero e la proposta di "far lavorare i preti", l'abolizione delle Prefetture, l'allargamento del suffrágio elettorale, il risanamento della Gallura in Sardegna, la bonifica dell'agro pontino, la sistemazione e la navigabilità del Tevere.
Il 18 maggio 1876 la seduta della Camera dei Deputati apri, dopo la lettura del processo verbale della seduta precedente, con la presentazione di un disegno di legge dell'On. Garibaldi. Eccone il testo:"Onorevoli colleghi, quando una fortezza assediata ed una nave in ritardo si trovano mancanti di viveri, i comandanti ordinano si passi dalla intiera alla mezza razione e meno. In Italia si fa l'opposto: più ci avviciniamo alla bolletta, e più si cerca di scialacquare le già miserissime sostanze del paese. Io sottopongo quindi alla sagace vostra considerazione ed approvazione la seguente proposta di legge: finchè l'Italia non sia rilevata dalla depressione finanziaria, in cui indebitamente è stata posta, nessuna pensione, assegno o stipendio, pagati dallo Stato, potranno oltrepassare le 5000 lire annue". Si tratta di una iniziativa che nella motivazione e finalità sottolinea la schiettezza e l'essenzialità dell'illustre personaggio, certamente più illustre per battaglie militari che per quelle parlamentari, nelle quali pure s'impegnò per periodi non brevi. Nella proposta si coglie anche una notevole acutezza nel giudicare il costume degli italiani, nonchè una attualità di giudizio, che è persino sconcertante, se si considera che sono trascorsi 105 anni.
Ma torniamo al drastico disegno di legge del 18 maggio 1876, il quale costituisce, fra l'altro, l'ultimo atto parlamentare del generale.
Garibaldi era notoriamente povero, ed in funzione di ciò molti cittadini gli inviavano, da ogni parte d'Italia, doni, contrapponendoli, spesso, a quelli che nello stesso periodo i cattolici inviavano al Pontefice, descritto come "il prigioniero del Vaticano".
Il Governo Minghetti, rendendosi interprete dei sentimenti di affettuosa gratitudine della stragrande maggioranza della popolazione nei confronti di uno dei principali artefici dell'unità nazionale, propose, in data 19 novembre 1874, a favore di Garibaldi una rendita annua di 50 mila lire. Il Generale rifiutò.
Ma il 9 aprile 1876 scrisse a Depretis dichiarando di accettare, affermando anche che avrebbe utilizzato la cifra per concorrere a finanziare i lavori di risanamento del Tevere. Fatto si è che appena ebbe accettato ciò che gli destinava una legge votata unanimemente dal Parlamento, i mazziniani si scatenarono, accusandolo di essersi trasformato in "un pensionato della monarchia'', accusa certamente ingenerosa che non poteva non addolorarlo. Se, in tali condizioni, fosse passata la sua proposta di ridurre tutti i trattamenti statali a 5000 lire annui, anche la sua posizione si sarebbe automaticamente modificata, ridimensionata pure per gli aspetti polemici.
Qualunque sia stata, in ogni caso, la reale motivazione dell'iniziativa parlamentare in questione, è fuori di dubbio che si trattò di una proposta coraggiosa e coerente coi sentimenti patriottici ed egualitari, come coraggiose e coerenti furono le sue sferzate al costume nazionale ("più ci si avvicina alla bolletta, più si cerca di scialacquare le già miserissime sostanze del Paese").
Garibaldi e Cavour
... Non sappiamo a che sarebbe riuscito Cavour senza Garibaldi! E' noto: fra Garibaldi e Cavour non corse mai buon sangue. Lo scontro fu in sostanza quello fra le anime, moderata e rivoluzionaria, del risorgimento nazionale e si manifestò in diversi modi. Assunse, però, una particolare drammaticità nelle sedute del 18 e 20 aprile 1861 della Camera dei Deputati.
Il testo stenografico dei dibattito è un documento prezioso che merita adeguata conoscenza e rinnovata meditazione. Oltre ad evidenziare il temperamento dei protagonisti esso, infatti, evidenzia l'inizio (a meno di un anno dall'impresa dei Mille) di un processo di "normalizzazione", irreversibile in termini di gestione moderata ed antipopolare dell'appena nato regno d'Italia.
Il dibattito fu provocato dalla lettera, in data 13 aprile 1861, di Garibaldi al Presidente della Camera ori. Rattazzi. Con la stessa, il Generale deplorava lo stato di crisi in cui si teneva l'Italia del sud e la condizione di abbandono della "armata meridionale", costituita dai "valorosi miei compagni d'armi". Garibaldi accludeva anche il testo di una proposta di legge per l'organizzazione della Guardia Nazionale, da affiancare all'esercito regolare, onde essere pronti al completamento dell'unità della Patria (mancavano ancora il Veneto, Roma e Mantova).
Prendendo la parola dopo Bettino Ricasoli, il Generale lo ringraziava per aver sollevato anche Lui il problema del meridione e della relativa armata (che ne aveva consentito la liberazione e che in quel momento stava sfasciandosi, nonostante tutti ne riconoscessero il valore e fossero convinti che l'Italia dovesse essere militarmente pronta). Respingeva però il concetto di "dualismo" introdotto dal Ricasoli, precisando che non si sentiva parte dello stesso, anche se non poteva "porgere la mano a chi ci ha fatto straniero in Patria" con evidente riferimento alla recente cessione di Nizza alla Francia ad opera di Cavour. Ed aggiungeva: "l'Italia non è dimezzata, è intera, perchè Garibaldi ed i suoi amici saranno sempre con chi propugna la causa d'Italia e ne combatte i nemici in qualunque circostanza". Passava poi a rispondere al Ministro della guerra gen. Fanti il quale, in altro dibattito, aveva affermato di "essere andato nell'Italia centrale a sedare l'anarchia" dichiarando che ciò suonava insulto alla sua dignità di comandante delle forze dell'Italia centrale, dove non esisteva alcuna manifestazione anarchica. E giungeva così al tema dell'esercito meridionale, esaltando i "prodigi da esso operati" ed osservando che gli stessi "furono offuscati soltanto quando la fredda e nemica mano di questo Ministero faceva sentire i suoi malefici effetti. Quando, per l'amore della concordia, l'orrore di una guerra fratricida veniva provocata da questo stesso Ministero..." (evidentemente Garibaldi si riferiva ai tentativi dei cavourriani di sollevare Napoli prima del suo arrivo con l'esercito siciliano, nonchè alle iniziali motivazioni dell'invio dell'esercito piemontese nel meridione, nella ultima parte della sua impresa).
A quel punto scoppiò il pandemonio: al centro ed a destra si gridava "all'ordine! ". Cavour, dal posto di Presidente del Consiglio dei Ministri, affermava ( ... il verbale dice "con impeto")" non è permesso insultarci in questo modo!" Garibaldi imperterrito continuava dicendo: "Credevo di avere ottenuto in trent'anni di servizi resi alla mia Patria, il diritto di dire la verità davanti ai rappresentanti del popolo" e, continuando i tumulti e le proteste, ripeteva: "Si,una guerra fratricida!"
Alla ripresa della seduta, Garibaldi, dopo aver dichiarato che non avrebbe continuato a parlare dell'azione ministeriale nell'Italia meridionale, chiedeva:"che cosa ne ha fatto di quelle schiere il Ministro della guerra? Poteva fonderle con l'esercito regolare, come aveva fatto con quelle dell'Italia centrale. Poteva anche scioglierle ma non umiliarle!". Ed a questo punto leggeva una serie di disposizioni ministeriali, con le quali documentava queste sue pesanti affermazioni. Infine, concludeva amaramente: "La mia dittatura promosse il plebiscito, quindi la riunione delle provincie meridionali alla grande famiglia italiana. E, perchè, quando si accettano quelle provincie, non si accetta pure l'esercito che tanto aveva concorso ad emanciparle?" La domanda non era evidentemente retorica. Essa toccava il cuore del problema. Infatti gli eserciti dell'Italia centrale andavano bene al governo, perchè erano in qualche misura opera dei cavourriani Farini e Ricasoli. L'esercito meridionale aveva invece la grave colpa di essere figlio dell'iniziativa garibaldina.
La risposta di Cavour fu degna del personaggio. Egli esordì dichiarando:"So che esiste un fatto che stabilisce fra l'On. Garibaldi e me un abisso... Ho creduto di compiere un dovere doloroso consigliando recentemente al re e proponendo al Parlamento di approvare la cessione di Nizza e della Savoia alla Francia. Se Egli non mi perdona questo fatto, io non gliene faccio appunto".
Nella replica del 20 aprile, Garibaldi mantenne la spada totalmente sguainata e così parlò: "Ringrazio il Presidente dei Consiglio degli schiarimenti che si è compiaciuto darmi. Sono però totalmente insoddisfatto di quello che ha detto, e ne dirò il motivo. Tutti gli armamenti, di cui si è parlato, è naturale che si facciano; della questione, che mi interessa molto, quella dell'esercito meridionale, il Presidente del Consiglio dei Ministri non mi ha soddisfatto per nulla. Io mi sottometterò al giudizio della maggioranza della Camera, come è naturale, ma non mancherò di dire - a chi mi vorrà intendere -che questo è contrario all'interesse dell'Italia. Non è degno della Nazione". E concluse:"Se l'On. Presidente del Consiglio dei Ministri vuole veramente, in buona fede, entrare in una via di riconciliazione, sa benissimo che cosa deve fare, dando vita ad un armamento e ad una utilizzazione di energie che non provochino alcuno".
Inutile dire che il dibattito si concluse secondo i disegni di Cavour, anche se questi si dichiarò, poi, molto addolorato del violento scontro con Garibaldi. La seduta del 18-20 aprile 1861 della Camera dei Deputati rappresenta una delle più significative pagine della storia parlamentare del nostro risorgimento, in quanto vede in campo "l'un contro l'altro armati" due protagonisti, portatori di idealità ed interessi ormai in piena rotta di collisione. Da un lato Garibaldi decisamente all'attacco, più applaudito dalle tribune del pubblico (e per questo, fatte sgombrare, più di una volta, dal Presidente Rattazzi) che dall'Assemblea; deferente, comunque, verso le scontate decisioni della maggioranza, anche se profondamente convinto delle sue buone ragioni e della ingiustizia umana e storica che si stava ufficializzando. Un Cavour, dall'altro, nel quale la sincerità fa premio sulle finezze diplomatiche, impegnato a portare avanti il suo disegno di costruire le strutture del nuovo stato, in maniera estranea alla partecipazione popolare.
E senza ombra di dubbio che questa è anche una bella pagina della vita dell'Eroe dei due Mondi, il quale, nella circostanza, utilizza il Parlamento, in una battaglia nella quale crede profondamente, accettandone contestualmente le regole, e non contrapponendo allo stesso il popolo, come avrebbe potuto fare, se il suo concetto di dittatura fosse stato simile a quello di tanti altri personaggi, venuti prima e dopo di Lui. La rivincita, semmai, la creò con altre strade, egualmente democratiche, anche se riferite a tempi lunghi, come quella espressa nella sua proposta di legge per il "suffragio universale". Una istanza che in Italia è stata accolta soltanto nel 1912, per gli uomini, e nel 1945, per le donne.
Garibaldi: "Sublime Maestro di Patriottismo"
Nella storia dell'Umanità a quando a quando incontriamo degli uomini straordinari, autentici Maestri di vita vissuta, detti geni od eroi, i quali raccolgono la eredità di un'epoca, che muore, e danno principio a un nuovo periodo storico; compiono imprese meravigliose e lasciano orme profonde nella vita dei popoli. Essi sono la personificazione e la sublimazione del genio di un popolo, che pensa ed opera per mezzo di questi "uomini rappresentativi".
Fra i grandi uomini, pei quali tutti sentono ammirazione, vi sono quelli che sono anche amati e venerati. Fra questi ultimi è Garibaldi. Perchè?... Perchè Egli, oltre la virtù eroica, ebbe un carattere nobilissimo, educato alla scuola del libero pensiero. Come si potrebbe non amare Garibaldi, così ricco d'amor patrio e di ideali universali, il quale fece della virtù un apostolato?
Ecco il vero motivo per cui nel primo centenario della sua morte è celebrato dovunque con unanime fervore di ammirazione e anche di riverenza; ecco perchè oggi noi, rievocando la memoria gloriosa di Lui, rendiamo omaggio all'Italia, madre di geni e maestra di civiltà... "Chi segue sua stella non può fallire a glorioso porto! "
Le stelle, per fortuna, a noi non mancano, e son tali, anzi, che alla loro luce puntano gli sguardi popoli vecchi e nuovi, tutti compresi da questa mirabile verità: ... che quando il genio è insieme splendore di bellezza e di virtù, l'umanità traviata deve per forza sceglierlo a "Maestro e guida", se vuole tornare alla diritta via.
Oggi l'umanità assetata di pace si sente più intimamente vicina alla memoria di Garibaldi che, se fu costretto a combattere per amor di giustizia, non esitò a firmare il Manifesto della Pace.
Oggi noi rendiamo omaggio alla memoria ed allo spirito immortale dell'Eroe come si va ad un rito sacro, tutti compresi del pensiero che, fra le troppe sventure della Patria, v'è una fortuna che la assiste nei momenti più gravi, nelle prove più difficili, attraverso i secoli, ... sempre: il genio, la fede incrollabile, la virtù eroica. Il Generale Garibaldi, padrone assoluto di queste meravigliose virtù, possedeva la virtù somma, che pochi uomini possono vantare di avere: "l'Umiltà", patrimonio vero dei Grandi Uomini,
Ma veniamo alla storia!
La Repubblica Romana, caduta nel 1849, dopo eroica difesa, nella lotta impari contro le armi francesi, aveva lasciato nel cuore degli italiani profondamente inciso il motto: Roma o morte!
Dopo la proclamazione del regno d'Italia, fatta a Torino il 14 marzo 1861, si sentì che era necessaria un'altra proclamazione: quella di Roma Capitale. E il Parlamento italiano, il 27 marzo 1861, votò, per acclamazione, il proposito di dare questo glorioso coronamento all'unità della Patria, ma deturpando il voto con le seguenti condizioni: "che si doveva andare a Roma, d'accordo con la Francia e con l'acquiescenza del Papa". Filippo Mellana dichiarò disonorevole quel voto; Francesco Crispi lo definì un equivoco; a Saffi parve una parola non di liberi ma di liberti; lo stesso Cavour, nove giorni dopo, al Senato confessava che le difficoltà per lo scioglimento della questione romana erano aumentate, anzichè diminuite.
Ma Garibaldi vegliava; e nel 1862 lascia Caprera per riprendere l'agitazione in mezzo al popolo, provocare un grande movimento nazionale, che potesse imporsi al Governo rinunciatario per trascinarlo verso la Città Eterna. E va a Palermo, accolto con indicibile entusiasmo; durante una rivista della Guardia Nazionale, arringa soldati e cittadini e risolleva con la consueta audacia la questione romana, esclamando: "Popolo del Vespro, Popolo del 1860, bisogna che Napoleone sgombri Roma. Se è necessario, si faccia un nuovo Vespro".
L'Eroe, così, iniziava l'impresa. Da Palermo, a Marsala, a Castrogiovanni, a Catania, passa in Calabria; ad Aspromonte trova contro il piccolo gruppo dei suoi volontari i soldati dell'Esercito italiano, che il Governo d'Italia aveva mandato per impedire a Garibaldi la marcia verso Roma, con l'ordine preciso di aprire il fuoco contro il manipolo glorioso e di non risparmiare l'Eroe dei due Mondi e Garibaldi fu ferito gravemente; ma Aspromonte rimane nella storia come una tappa della marcia fatale verso Roma.
Di Garibaldi e della marcia verso Roma, il Governo del tempo e i politicastri parlarono con parole volgarmente odiose.
Garibaldi fu proclamato "nemico della Patria". Un generale dell'Esercito italiano (Malla era il suo nome) lo indicò ai suoi soldati come il "nemico- da combattere; il tentativo fu definito un atto di ribellione, una ragazzata ad opera di scavezzacolli, il programma, compendiato nelle parole -Roma o Morte!-, parve a qualcuno "insegna da osteria per un partito politico" ... e non mancò la proposta di processare Garibaldi dinanzi al Senato del regno, costituito in Alta Corte di Giustizia.
Chi legge la cronistoria di quel tempo deve per forza domandarsi: ma quei pretesi savi erano fuori di senno o erano incanagliti fino all'inconcepibile? Garibaldi, Mazzini, una falange di patrioti illustri e una massa di popolo fremente, erano da meritare giudizi tanto severi ed espressi perfino con insolita volgarità?
Così è: le anime timorate hanno paura di tutto ciò che non sembra strettamente legale.... perchè non comprendono che molte volte l'atto violento, sia guerra o rivoluzione, è il solo modo possibile di affermare il diritto, specie quando gli uomini d'ordine lo lasciano calpestare per amore di pace, per rispetto a quella legalità formale, che è intimamente, supremamente illegale!
A spiegare la generosa impazienza di Garibaldi, giova ricordare che Roma non appariva agli occhi dell'Eroe solo come la Capitale naturale della nuova Italia, ma era un simbolo, era una mèta, verso cui volgevano gli occhi, da tutte le parti del mondo, tutti i generosi, che aspiravano alla Libertà Politica, come alla Libertà di Pensiero e di Coscienza.
La marcia verso Roma era, dunque, fatale; e Garibaldi era l'Eroe degno di riprenderla, per ricordare al Governo che la coscienza dei popolo italiano, avido di Libertà, voleva quella marcia a cui nessun trattato politico e nessun intervento straniero poteva opporsi.
Il 20 settembre 1870, con la caduta del potere temporale dei Papi, finalmente si iniziava il nuovo periodo storico della "Terza Roma" vaticinata dai nostri sommi, da Dante a Mazzini e resa possibile dal Genio dell'Incorrotto ed incorruttibile Generale Garibaldi: Roma laica, restituita al mondo come tempio dell'Arte, Madre del Diritto, Altare della Libertà.
Dalla liberazione di Roma balzano fuori due elementi, che debbono ancora esercitare una influenza grandissima sui destini dell'Umanità: Cristo e la Patria. Ma Cristo deve essere ancora compreso e sentito; ma la Patria deve liberarsi da coloro che la sfruttano e la umiliano e da quegli altri che la negano e, ritrovandola più che mai viva e vitale, tentano di assassinarla.
A Roma entrò il libero pensiero, quello che demolisce, non quello che edifica Templi alla Virtù; quello che nega, non quello che afferma!
Al potere temporale dei Papi si sostituì lo Stato laico, il quale avrebbe dovuto assumere un altissima funzione moralizzatrice, nei metodi di governo, nei costumi, nei rapporti sociali ed economici. Un programma ancora tutto da svolgere, che sarà la salvezza della Patria e la gloria di quel governo che saprà attuarlo concretamente, nel nome della Verità, della Libertà e della Giustizia e cioè: Libertà per tutti e Giustizia per tutti! Questa è prosa sincera e durevole; vera ieri, vera oggi e vera domani.
Quando gli italiani saranno capaci di capire e sentire l'immenso significato del messaggio garibaldino, pieno di umanità e ricco di ideali sempre più attuali, tramandatoci da Garibaldi, solo allora capiranno l'importanza, l'essenza vera ed autentica racchiusa nelle parole: Patria, Libertà, Giustizia.
La celebrazione del centenario della morte di Garibaldi è una data di importanza patriottica universale, data di ispirazioni e di propositi costruttivi per chi desidera sinceramente l'avvento di un mondo migliore basato sul trinomio: Libertà, Uguaglianza, Fratellanza.