Un benefattore dell'umanità

L'Eroe " che posa nel giusto, ed all'alto mira e si irradia nell'ideale"

 

di F.M.

 

I benefattori dell'umanità non nascono nei tempi felici, nè la loro infanzia è cullata sulle ginocchia dei grandi.

Cristo, il Redentore del mondo, nasce fra un popolo schiavo sulle tracce della Roma imperiale dei Cesari, oppresso dai falsi sacerdoti, scribi e farisei e la sua parola diventa promessa di redenzione a tutte le genti.

Per un cumulo di sventure che duravano da secoli, l'Italia era la nazione più avvilita e spregiata che vi fosse in Europa; il destino le invia in Garibaldi non soltanto il suo liberatore, ma la prima ideale figura come in un chiarore di visione al di sopra dei monti, al di là degli oceani, sino agli ultimi confini.

E nessuno eroe fu più moderno di lui perchè sapeva ubbidire quanto comandare contro se stesso, anche nel sogno più bello di gloria, nel momento più tragico della rivoluzione.

Servì re e repubbliche comandando in battaglie che erano quasi sempre un olocausto.

Le idee morali che negli altri uomini prendono talvolta posto in qualche lato del cervello, in Garibaldi si imprimevano anche nel cuore facendogli compiere gli atti più grandi della sua esistenza.

"Socrate, Gesù, Masaniello, i Gracchi Tribuni coraggiosi del popolo, sacrando ad esso la loro vita, sono rinnegati e crocifissi!

E la sorte dei Tribuni moderni sarà dessa più fortunata?

Che importa? Cos'è la vita?

Tanto sotto il sajo come sotto la camicia rossa può battere la coscienza del "giusto". (Dal suo testamento)

Eppure questo campione di tutte le cause giuste, fu più ammirato che compreso, più acclamato e festeggiato che aiutato nel compimento dei suoi grandi disegni.

La parte romanzesca ed eroica della sua esistenza, straordinaria sempre, per i tempi in cui egli visse, fu quella che attirò a sè tutta l'ammirazione delle moltitudini, e quindi meno si fissarono quei principi di universale emancipazione che furono la fede di tutta la sua vita".

" Semplice, bella sublime è la religione del vero, essa è la religione di Cristo poichè tutta la religione di Cristo poggia sulla eterna verità: "L'uomo nasce uguale all'uomo. Indi, 1° non fate ad altri ciò che non vorreste per voi. 2° Chi non ha fallito getti la prima pietra.

Simbolo di fratellanza il primo precetto, simbolo di perdono il 2°, simboli, precetti, dottrine che praticate dagli uomini costituirebbero quel grado di perfezione e di prosperità a cui sono suscettibili di giungere". (Dal suo testamento)

Fu vero massone, cioè interprete della coscienza dell'umanità, e della Massoneria Gran Maestro, infatti Massoneria ed Umanesimo erano una cosa sola, caratterizzando l'umanesimo le idee fondamentali della Massoneria il cui fine era la redenzione dell'uomo (come ragione, come esame, come interprete del suo passato, come artefice del suo avvenire); la Costituzione delle Nazioni Autonome entro i termini naturali, la Federazione Internazionale in un patto comune. "Tutte le Nazioni sono sorelle; la guerra pertanto è impossibile per loro; solamente gli schiavi hanno diritto di fare la guerra ai loro aggressori; tutte le questioni che possono sorgere fra le Nazioni devono essere giudicate da un congresso. Il Congresso presente, è il precursore dei Gran Congresso delle Nazioni.

Esso non rovescia il dispotismo e le menzogne in un solo giorno, ma anticipa da oggi la loro caduta e l'edificazione della Giustizia sui loro frantumi".

"Settembre1867"Garibaldi al Congresso della Lega della Pace e della Libertà in Ginevra".

Ma in tempi in cui la forza prevaleva al diritto e del diritto era fonte, mancava il tipo armato dell'eroe nazionale e mancava non perchè in questa terra,"Magna parens virum" si fosse isterilita la zolla della virtù antica, ma perchè non esisteva ancora la Nazione.

Il concetto dell'Unità Italiana era stato sino ad allora una dolce e poetica astrazione di menti elette, in Dante, nel Petrarca, nel Machiavelli, ovvero uno slancio rettorico di verseggiatori arcadici, come nel Filicaja o nel Guidiccioni: ma coscienza di popolo non era mai divenuto, finchè la voce di Giuseppe Mazzini non l'ebbe fatto, quasi a viva forza, penetrare nelle moltitudini: eroismo di sacrificio per costruire la Giovane Italia, eroismo di sacrifici per costruire la Giovane Europa, sacrifici eroici per destare l'Italia prima e dopo le altre genti d'Europa compiendo i doveri del cittadino nei doveri dell'uomo.

Perciò gli uomini egregi, sia nel campo del pensiero che in quello dell'azione, ebbero tutti un'impronta più o meno spiccata di Municipalismo, Camillo, Fabbrizio, Cincinnato, furono romani non italiani, anzi guerreggiarono spesso per soggiogare ed opprimere genti italiane.

La Compagnia della morte, nel debellare i tedeschi a Legnano, si sentiva Lombarda non italiana, anzi bandiere di città italiane vedeva nell'esercito nemico.

Ferruccio difendeva Firenze, non l'Italia, e da braccio italiano fu spento.

Gli stessi Carbonari piemontesi dei '20 erano tanto ignari del movimento carbonaro di Napoli che la rivoluzione scoppiava in Torino alcuni giorni dopo la battaglia di Rieti, nella quale cadeva strozzata la rivoluzione delle due Sicilie, e Palermo insorgeva contro Napoli, e nel '31 Bologna considerava come stranieri i modenesi rifugiati nel suo territorio.

Da Giuseppe Garibaldi questa lacuna fu colmata!

Non appena il sentimento della solidarietà nazionale incomincia a diffondersi e divenire aspirazione concreta, non appena sull'orologio del fato scoccò l'ora della redenzione e non più di letterati e filosofi, ma di cittadini e guerrieri ha bisogno l'Italia, ecco dal seno della grande Madre balzare ad un tratto il generoso fra i cittadini, l'Eroe "che posa nel giusto, ed all'alto mira e si irradia nell'ideale".

Purtroppo sull'indole dei tempo nostro ancora acerba ed impulsiva, che sembra averci rubato anche il coraggio della speranza, maggiore impressione esercita la violenza bellicosa che non la modestia delle virtù domestiche e civili.

"Noi saremo coi sofferenti, diceva, sino alla fine, dovessimo per questo affrontare la sorte degli Arnaldo e dei Savonarola". (Garibaldi al Capitano Cerretti di Mirandola).

E qui la figura del soldato e del Massone si immedesima con tutta la vita italiana; e ci apparisce come uno di quegli esseri privilegiati nei quali si compendiano l'energie psichiche di tutta una gente, il carattere e le sorti di un intero popolo:"Difronte alle oligarchie congiurate a sfruttare il lavoro e la virtù dei popoli in lotte fratricide, il pensiero di riallacciare i legami d'amore e di fraternità fra i popoli, è non solo un pensiero generoso, ma un alto dovere.

Guai ai popoli che non l'intendono". (Garibaldi a Edoardo Pantano)

Le citazioni, qui sopra riportate testimoniano il suo grande amore per la Giustizia e per il bene della Umanità.

Le sue idee sul modo di governare, sono quelle per le quali tutti benefattori della umanità soffersero carcere e persecuzione!

"Credo stretto dovere del partito repubblicano di raccogliere le forze nel campo dell'agitazione legale per riuscire a un progressivo ordinamento che assicuri alla Italia la Libertà come un diritto inoppugnabile, mentre oggi dipende dagli umori di un Ministro o dal programma di un Ministero; e lo ponga in grado di promuovere tutte le sue attività, sviluppare tutte le sue ricchezze per guarire la triste piaga della miseria.

Chi ha l'obbligo di militare alla difesa della Patria ha anche il diritto di eleggere il Sindaco e i deputati - Questa è la base della giustizia sociale". - (lettera di Garibaldi a Bovio, 12 aprile 1879).

Voleva che i forti dessero aiuto ai deboli e che i più istruiti si facessero amorevoli consiglieri di libertà presso il popolo.

"Sia missione di questa, di combattere l'ignoranza, svegliare il libero pensiero e fra le plebi della città e della campagna sostituire alla menzogna la religione del vero". (Alla Associazione Emancipatrice dell'IntelligenzaUmana).

Voleva che lo Stato cessasse di essere la cuccagna dei parassiti e dei grossi faccendieri per diventare il difensore degli oppressi, il promotore del bene comune.

"Ricordatevi che la libertà politica deve essere il mezzo per risolvere la questione sociale. Cura di governo dovrebbe essere quella di migliorare le condizioni del povero. Quando si pensa essere sì pochi coloro che godono o, per dir meglio, monopolizzano i benefici della società incivilita, e che tanti sono i sofferenti, non si può fare a meno di dubitare se veramente la classe povera ritrae molto profitto dalla civiltà presente".

Voleva che l'Italia, senza cessare di essere custode del suo onore e dei suoi diritti, innalzasse in faccia al mondo la bandiera della fratellanza di tutte le genti.

«Invece di alimentare gli odi fra i popoli, diceva, e spingere gli uni contro gli altri per vantaggi di pochi individui, si uniscano e formino tutti la Santa Alleanza dei Popoli.

Non vi sia ormai altra gara che quella del lavoro e della scienza per il benessere di tutti.

Il ferro dei fucili e dei cannoni sia convertito in macchine agrarie.

I milioni e i miliardi che si spendono annualmente nel mantenere gli eserciti permanenti, siano invece adoperati a beneficio delle arti, della industria e soprattutto dell'agricoltura, che l'Italia è tanto trascurata, mentre dovrebbero richiedere le maggiori cure dello Stato».

Queste le idee di libertà, di giustizia, di senno civile che formano il sacro legato che egli ha lasciato all'Italia.

E perchè nulla mancasse alla ghirlanda della immortalità, sulla fronte, al lauro della gloria, si intreccia il cardo spinoso del martirio.

Nelle sue memorie abbondano le prove di privazioni e fatiche da lui sopportate che avrebbero ucciso qualunque uomo non dotato di eccezionale vigoria e di cui le più gravi e le più dolorose sono quelle sofferte nella America Meridionale.

Quando nel capitolo 11° descrive lo stato in cui fu trascinato davanti a Millan Comandante di Gualeguaj, esclama: "Sentomi raccapricciare ogni volta mi rammento la sventuratissima circostanza della mia vita".

Fu per due ore sospeso in aria per le mani.

"Il mio corpo ardeva come una fornace, quando mi sciolsero ero svenuto, diventato un cadavere".

Più tardi la fortuna fece cadere nelle sue mani tutti i capi militari della provincia di Gualeguaj e tutti furono posti in libertà; confondendo il suo persecutore con la generosità del perdono:

"Mandatelo libero"

Esclamò Garibaldi.

«Non voglio neppure vederlo. Avrei paura che la sua presenza, ricordandomi quanto ho sofferto, non mi facesse commettere un azione, indegna di me e dei nome italiano».

Garibaldi, ed è questa una delle più splendide doti umane, alla ferrea robustezza del corpo univa una mitezza ed una gentilezza espansiva di sentimento, una tale bontà di cuore, tanta ricchezza di affetti delicati, che non sappiamo se l'ammirazione debba essere maggiore per il suo genio intellettuale o piuttosto per questa prevalenza in lui delle energie sentimentali.

Le sue memorie cominciano già con un capitolo dedicato ai genitori che commuove per la delicatezza squisita del sentimento.

"Alla pietà di mia madre verso il prossimo".

"All'indole sua benefica e caritatevole, alla compassione sua, gentile per il tapino, per il sofferente, non devo io forse la carità patria, che mi volse la simpatia e l'affetto dei miei infelici, ma buoni concittadini?

Oh! Benchè non superstizioso certamente, non di rado, nel più arduo della strepitosa mia esistenza, sorto illeso dai frangenti dell'oceano, dalle grandini del tempo e delle battaglie, mi si presentava genuflessa, curva al cospetto dell'infinito, l'amorevole mia genitrice.

Ed io benchè poco credente all'efficacia della preghiera n'ero commosso, felice o meno sventurato

A parte le indagini psicologiche che si potrebbero fare su questo indizio di fenomeni allucinativi così frequente nei geni, è solo nelle opere predilette della natura che si riscontrano simili armonie.

Consideriamo che quella pagina fu scritta da uno dei più grandi guerrieri del mondo!

E non è solo per la madre che il suo cuore ha i palpiti più generosi, benchè egli non ami parlare di sè come uomo pure nelle sue memorie sono frequenti le prove.

Fanciullo ancora, si getta in un fosso e salva una donna che vi era miseramente caduta.

Giovanetto assiste dalla sua nave ad un tremendo naufragio la cui memoria gli rimane incancellabile.

Nel porto di Marsiglia si getta in mare tutto vestito di gala per salvare un fanciullo.

Prodiga poi, giorno e notte, le sue cure ai colpiti dal colera.

"Nel fanciullo lampeggia l'uomo", disse il poeta, con felice intuizione psicologica.

E questa generosità di sentimenti, questo cuore di angelo e di leone, come egli dice dell'americano Juan De La Cruz, questa innata prevalenza dell'altruismo sull'egoismo, che irradiano l'alba della vita di Garibaldi, quella precocità non patologica che è propria dei geni, risplendono poi per tutto il ciclo delle sue vicende e fra gli orrori delle battaglie, come fra le ebbrezze della vittoria, sotto la magica camicia rossa, come sotto il poncho leggendario, palpita sempre un cuore umano, che abbraccia la terra.

Ed è questa sublime altezza di sentimento che fa dire a Garibaldi di un Tenente di Montevideo, suo compagno:

"Codesto nostro Ufficiale era di un valore brillante ma sventuratamente troppo sanguinario".

Il carattere di ogni uomo fu giustamente paragonato ad una successiva stratificazione, in cui per ogni fase della vita individuale e per ogni generazione della vita sociale, si aggiungono gli strati più recenti e più alti della nostra moralità e si elidono via via gli strati più bassi e più profondi, rispondenti alla vita preistorica della nostra specie, che sono il plasma originario ed inconscio di ogni coscienza.

Nelle circostanze ordinarie dell'esistenza di ogni uomo la sua condotta si determina secondo queste più recenti energie morali che perciò sono le prime a spegnersi, quando, per esempio, una malattia mentale determini nel carattere personale un processo di degenerazione.

Nelle circostanze eccezionali poi, come lo scoppio di passione violenta o di una battaglia tra il rombo delle armi e le grida di vittoria o di dolore e le reciproche suggestioni, è soltanto nelle tempre eccezionali di più alta moralità, che gli strati più profondi o meno umani non erompono, ma resistono nel fondo, repressi dalla energia dei sentimenti altruistici più recenti.

A Varese nel 1859, fa raccogliere i prigionieri austriaci e questi: (sono le parole di Garibaldi) "Che potevano pagare con loro sangue quello dei nostri preziosi compagni assassinati dall'Austria, Ciceruacchio, Ugo Bassi, e tanti altri, furono invece trattati con cure, forse più gentili, ancora di quello che si ebbero i nostri".

Ciò non monta!

L'Italia ben fa di essere umana coi suoi carnefici.

Il perdono è l'appannaggio dei grandi".

A Palermo che egli definì la città delle grandi iniziative, ricordando il più grande eroismo di popolo che registri la storia del mondo, così scrive con affetto paterno dei suoi volontari: "Allora cominciò un periodo di riposo e tutti ne avevano bisogno, massimo i Mille poveri giovani! ".

"Laparte eletta di tutte le popolazioni italiane, non avvezza ai disagi, alle privazioni gran parte studenti e laureati". E in Garibaldi non è solo questa magnanimità che dava alla leggenda popolare l'idea del Cristo nuovo ma la gentilezza quasi verginale dei sentimenti più delicati, che più fanno contrasto con la sua tempra di acciaio.

L'intima costituzione psicologica di un uomo è come un brillante sfaccettato che non si può ben conoscere se non osservandolo prima da ogni lato singolarmente, per raccogliere poi nella nostra mente l'immagine complessa.

Un altro dei lati importanti di Garibaldi è una specie di misticismo naturale, ed una tendenza alla meditazione continua, che, pur senza le forme esterne di questo o quel culto religioso si espande libero per tutta la natura vivente e circonda uomini e cose di una dolce

aureola di poesia e di idealismo, feconda di morali energie.

"La Religione di Dio per me non significa altro che la Religione del pensiero, della ragione, del vero.

Adottai la formula Religione e Dio perchè è la più comprensibile alle masse. I veri sacerdoti per me sono i Copernico, i Leibnitz e i Newton, i Franklin, i Galileo, poichè i veri preti dell'umanità sono gli uomini di genio e di intelligenza.

Sì, io credo alla immortalità dell'anima e mi compiaccio che mia madre al mio capezzale, mio padre ed i miei cari martiri di una causa santa corrispondono ancora all'affetto mio".

Nel capitolo 5° parlando della terribile sconfitta toccata ai repubblicani di Montevideo sulle sponde dello Arrojo Grande, mentre egli mandava intorno esploratori, a battere il campo, così scrive: "Vi è qualcosa, oltre la intelligenza, nell'essere nostro che non si discerne, non si può spiegare, ma esiste ed i suoi effetti, benchè confusi, sono un vaticinio da intendersi come si vuole questa parola".

E' per questa indefinita ed inconscia poesia della vita, effetto in massima parte di speciali condizioni fisiologiche (perciò ottimismo e pessimismo non sono che questione di temperamento), è per questa gioia della vita che Garibaldi sentiva potente nell'anima anche la poesia della natura, in lui certo rafforzata nei primi anni della gioventù dai lunghi viaggi del mare, così favorevoli, per chi è congenitamente disposto, alle dolci fantasie ed ai sogni delle anime delicate.

Ed è commovente nelle sue "Mernorie" il contrasto che egli pone spesso nell'artificio, fra il terrore delle gesta guerresche e l'armonia degli spettacoli della natura, tra la rabbia degli uomini e la quiete solenne delle cose; il silenzio che nella infinita solitudine della montagna ricordava l'oceanico delirio della piazza. Lo stesso silenzio dell'isola di Caprera che parlava tra lo scroscio delle onde tempestose ed il murmure di una preghiera mentre si stagliava una vecchia mano benedicente.

C'è un'ora in cui anche colui che passa nella gloria del trionfo, nella consuetudine della vittoria, aspirava al silenzio, un silenzio di cui si insaporano le note della vita e dal quale non si esce che alla chiamata della Gloria.

Concludendo gli uomini possono, nella psicologia sociale essere classificati in due tipi ben distinti, per prevalenza evidente delle loro energie, che raramente si congiungono in grado elevatissimo nella stessa persona: l'uomo di pensiero e l'uomo di azione.

Nella storia del risorgimento italiano Mazzini e Garibaldi personificano questi due tipi.

Garibaldi è essenzialmente un uomo di azione e presenta tutti i caratteri salienti, organici e psichici di questo tipo antropologico.

Era un guerriero che non amava la guerra e ricorreva alle armi come un chirurgo incide le membra per salvare la vita.

Non era entrato in nessuna scuola, non si chiuse mai in una sola politica: sapeva che la guerra è necessità della morte, quindi vi ser viva per gli altri, e ne usciva senza aver odiato il nemico, non chiedendo al vincitore che la libertà del vinto.

Aveva la divisa di Rama, l'antichissimo eroe indiano: "Vincere e perdonare, attendere che il nemico ferito si rialzi, dare e mai ricevere".

E poi nessuna imprecazione di vedove o di orfani saliva fino a lui, perchè volontari accorrevano i suoi compagni alla morte, quasi nella soffocata fretta di un dramma, affidando al miracolo della sua incolumità il ricordo della loro gloria, ed alla virtù della sua vita l'incantesimo confuso della redenzione del loro nome.

"Venite, egli diceva, o generosi cui dà noia il ribrezzo della servitù, Venite non posso offrirvi nè caserme, nè munizioni, vi offro fame, freddo, sole, battaglie e morte: Chi ama la Patria mi segua".

E se queste parole squillavano formidabili ai nemici, se sconvolgevano l'Italia come una tempesta, se mettevano fiamme nelle arterie dei prodi; ciò accadeva perchè brillava in esse la più santa luce dell'altruismo, perchè l'uomo che così parlava era l'incarnazione di un'epoca, di un intero popolo, spezzante i ceppi e risorgente nella sublime Pasqua della Libertà.

Realizzata l'utopia dello Stato volse l'animo a fare la Patria libera, preparandola all'unione delle Nazioni Sorelle, che scorgeva nella vasta sua mente profetica che si appuntava nell'avvenire.

"Gli italiani Cittadini delle altre patrie, diceva, gli uomini delle altre Nazioni, cittadini in Italia, ecco lo scopo che dobbiamo raggiungere, non più confini!

Non più barriere! ". (Garibaldi al Congresso della Libertà e della Pace in Ginevra 1867)

Il suo ideale era nettamente delineato.

Subordinare gli interessi individuali a quelli di gruppo, non falsare la lotta umana con inutili espedienti di legge, lasciare libero l'individuo per imporgli tutte le responsabilità; volere nell'uomo tutto l'uomo colle angosce della sua fede, con l'eroismo della sua carità, col calcolo della sua ragione, col suo istinto e col suo genio, che fanno di tutte le generazioni un uomo solo; proclamare che la verità è soltanto nell'ideale, ma dentro un mistero, nel quale il dolore mette una voce e il pensiero un lampo: amore nella speranza del bene; amore nella pietà del male; salire a tutte le bellezze; credere a tutte le virtù; consentire tutti i sacrifici offrendosi intero alla vita e accettando la morte come un premio, era per Garibaldi un ideale che dava un disegno alla natura ed una missione alla storia.

Certo anche gli uomini di alta statura morale si inchinano qualche volta a raccattar qualcosa. Ma lo scenario di questo grande si è per così dire oramai pietrificato nella eternità.

Le vette maggiori le conosciamo già, sono là scintillanti al sole, la loro solitudine assoluta e relativa è stabilita in modo definitivo.

Ombre e penombre celano le cime minori, ma non ci sono resurrezioni annunciate con la prosopopea in buona fede di una rivelazione che possano togliere un raggio alla aureola permanentemente splendente; fu vera gloria

Le idee di Libertà, di Giustizia, di senno civile che sono sparse nei suoi ricordi erano vere cento anni fa come oggi.

Far cessare odi e tutte le ingiustizie sociali, inaugurare in Italia il Regno dell'Amore e della Giustizia, per estenderlo poi alle altre Nazioni, era il programma del Gran Maestro e la fede lo farà rivivere dentro di noi, perchè: "Fede e sustanzia di cose sperate ed argomento delle non parventi". (Paradiso - Dante - XXIV - 64)

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