Garibaldi e l'Internazionale
di U.B.

Al tempo della spedizione dei Mille, Michele Bakunin si trovava confinato nella sperduta cittadina siberiana di Irkutsk, a oltre seimilaquattrocento chilometri da Pietroburgo, da dove riuscì a fuggire avventurosamente attraverso vari pellegrinaggi in Giappone, negli Stati Uniti e da lì, di nuovo in Europa. Il rivoluzionario russo raccontava che la misera gente del luogo manifestava la sua ammirazione per Giuseppe Garibaldi, considerandolo "il grande capo, l'amico della povera gente'', e diceva di attendere l'arrivo di "Garibaldov" quale suo prossimo liberatore dall'oppressione zarista.
Questo è più che sufficiente per dimostrare l'universale popolarità dell'Eroe, se si considera che perfino nel più sperduto angolo della terra s'invocava il suo nome e si sperava d'averlo partecipe nell'azione liberatoria di quelle lontanissime popolazioni.
Il 10 gennaio 1864 Bakunin si recò in Italia, proveniente da Londra, munito di valide credenziali rilasciategli da Mazzini e Aurelio Saffi. Il suo primo pensiero fu quello d'incontrarsi con Garibaldi, manifestando questo suo intendimento ad Agostino Bertani col quale s'era intrattenuto a Genova.
L'incontro di Bakunin con Garibaldi, a Caprera, avvenne il 20 gennaio successivo e si prolungò per tre giorni. Le fonti d'informazione sono piuttosto avare circa il contenuto dei colloqui tra l'agitatore russo e l'Eroe, certamente però i discorsi furono incentrati sulle vicende della Polonia che tanto premevano al Bakunin, come di sicuro non sarà sfuggita la questione romana tanto cara a Garibaldi. In ogni modo egli si espresse in termini di adesione alle argomentazioni di Bakunin relativamente alle vicende polacche, riconfermando la sua disponibilità a sacrificare finanche la vita "per la libertà di tutti i popoli".
Inutile seguire Bakunin nel suo itinerario successivo allorchè recatosi dapprima a Firenze ebbe rapporti con Giuseppe Mazzini e con esponenti della Massoneria quali Ludovico Frapolli, Luigi Castellazzo e altri; indi a Napoli dove in pratica s'adoperò per costituire la sezione partenopea dell'Internazionale.
Era sorta, l'Internazionale dei Lavoratori, il 28 settembre 1864 a Londra, per iniziativa di alcuni operai calzolai inglesi e del massone William Randal Cremer, segretario della "Mason's Union", durante un "public meeting" al quale parteciparono pure rappresentanze di operai italiani, francesi e tedeschi. Subito venne costituito il Consiglio Generale del quale, tra gli altri, fece parte Carlo Marx. L'Italia era rappresentata, nel Consiglio, dal garibaldino Luigi Wolf, stretto collaboratore di Giuseppe Mazzini.
Michele Bakunin aderì all'Internazíonale soltanto alcuni anni più tardi, ma ben presto la polemica con Marx raggiunse proporzioni talmente aspre, in ordine alla dottrina e alla tattica, da determinare una profonda scissione, sanzionata nel settembre 1872 a Saint Imier allorchè la componente libertaria costituì in pratica una nuova Internazionale alla quale, in definitiva, aderì quasi per intero la Federazione italiana.
L'atteggiamento di Garibaldi fu in pratica quello di un attento osservatore di tutte quante le vicende che interessarono l'infuocata polemica -triangolare-, tra Marx, Mazzini e Bakunin che, per il vero, non si manifestò in una autentica adesione, nè all'Internazionale d'intonazione marxista, nè a quella libertaria bakuniana, anche se le sue maggiori simpatie si riversarono per quest'ultima. E si può dar per certo che la celebre affermazione "l'Internazionale è il sole dell'avvenire" era riferita a quella d'ispirazione libertaria, tanto più che a quel tempo l'Internazionale marxista aveva trasferito il suo Consiglio Generale a New York e l'intera organizzazione non dava che labili segni di vita.
Abbiamo invece valide testimonianze circa l'adesione di Garibaldi a diverse manifestazioni, diciamo collaterali, dell'Internazionale, la più importante delle quali si riferisce al Congresso internazionale della Lega per la pace e la libertà dei popoli, convocato a Ginevra per metà settembre del 1867, dunque poco prima dell'infausta giornata di Mentana. Detto Congresso era organizzato dalla "Lega per la pace", organizzazione questa costituita dagli uomini più illuminati della sinistra borghese, come Louis Blanc, Alexander Herzen, Victor Hugo, Edgard Quinet ecc., ed ebbe luogo in concomitanza col secondo Congresso dell'Internazionale che si svolse a Losanna, così che quasi tutti i delegati, esauriti i lavori, si trasferirono a Ginevra per partecipare all'assise per la pace.
Garibaldi aderì con entusiasmo all'invito di presenziare al Congresso della pace, partecipandovi col suo pittoresco seguito costituito da Fra Pantaleo, Alberto Mario, Benedetto Cairoli e Mauro Macchi. Ivi s'incontrarono con numerosi altri italiani come i campioni della democrazia Giuseppe Ceneri e Quirico Filopanti, oltre ai numerosi internazionalisti reduci dal Congresso di Losanna, Tullio Martello,
Giuseppe Dolfi (l'operaio fiorentino massone), Gaspare Stampa e altri ancora. Ma l'aspetto più significativo fu il lungo abbraccio tra l'Eroe in camicia rossa e Michele Bakunin, avvenuto sul palco della sala, mentre tutta la platea applaudiva freneticamente.
I temi in discussione erano soltanto tre, ma assai significativi, questi:
"1° - Se il regno della pace, termine ultimo dell'incivilimento umano, fosse compatibile con il permanere delle grandi monarchie militari, espansioniste e centralizzatrici, e se fosse piuttosto essenziale alla sua realizzazione lo stabilire una confederazione di libere democrazie, costituenti gli Stati Uniti d'Europa.
2° - Quali fossero i mezzi per preparare ed affrettare questa grande confederazione di popoli liberi; dal ritorno al principi della rivoluzione alla rivendicazione di tutte le libertà individuali e politiche, dalla diffusione dell'istruzione popolare alla distruzione dei pregiudizi di razza, di nazionalità e di setta.
3° - Quali fossero infine i mezzi migliori per rendere efficace e permanente l'azione del Congresso internazionale della pace".
Garibaldi, accolto con interminabili dimostrazioni di simpatia, intervenne nel dibattito sottoponendo all'attenzione una serie di quesiti, approvando i quali il Congresso avrebbe contribuito "alla distruzione del dispotismo e alla fratellanza dei popoli".
Eccoli:
"Tutte le nazioni sono sorelle.
La guerra tra di loro è
impossibile.
Tutte le querele che sorgeranno
tra le nazioni dovranno essere
giudicate da un Congresso.
I membri del Congresso saranno
nominati dalle società
democratiche dei popoli.
Ciascun popolo avrà diritto di
voto al Congresso, qualunque sia
il numero dei suoi membri.
Il papato, essendo la più nociva
delle sette, è dichiarato
decaduto.
La religione di Dio è adottata
dal Congresso e ciascuno dè suoi
membri si obbliga di propagarla.
Intendo per la religione di Dio
la religione della verità e della
ragione.
Supplire al sacerdozio delle
rivelazioni e della ignoranza col
sacerdozio della scienza e della
intelligenza.
La democrazia sola può
rimediare al flagello della
guerra. Lo schiavo solo
ha il diritto di far la guerra al
tiranno: è il solo caso in cui
la guerra è permessa".
Narra James Guillaume (presente al Congresso della pace) che l'accenno dell'Eroe in ordine alla decadenza del papato suscitò una grande ovazione, e che lo stesso Garibaldi aveva confidato ad un delegato internazionalista italiano la sua certezza in merito alla questione romana, così esprimendosi:"Allaf ine del mese noi saremo a Roma". Seguirono vari incontri fra Garíbaldi e le numerose delegazioni di internazionalisti, nel corso dei quali egli si dichiarò solidale con l'Internazionale " nella guerra da condurre alle tre tirannie che opprimevano l'uomo: la politica, la religiosa e la sociale".
Altra significativa attestazione di simpatia per l'Internazionale, Garibaldi la manifestò, dice Pier Carlo Masini nella sua "Storia degli anarchici italiani", con la "spregiudicata difesa della Comune di Parigi". Infatti, l'Eroe in una lettera scritta il 21 ottobre 1871 a Giuseppe Petroni (futuro Gran Maestro della Massoneria italiana) polemizzava assai vivacemente con Mazzini che invece aveva assunto un atteggiamento piuttosto critico nei confronti dei comunardi.
Si potrebbero citare altri episodi, altre testimonianze da annoverare nella costante relazione di Garibaldi con l'Internazionale, nel periodo compreso tra il 1872 e il 1880 (il periodo anarchico dell'Internazionale in Italia).
Vogliamo, per concludere, riportare una lettera scritta il 23 aprile 1876 ai redattori del giornale degli internazionalisti umbri, "Patatrac!", e pubblicata sul primo numero del medesimo uscito il 6 maggio successivo. La riportiamo soprattutto perchè tale giornale è praticamente introvabile. L'eroe l'aveva spedita da Roma, e così diceva:
"Miei cari amici
lo mi associo volentieri al vostro
Patatrac, che spero, ora, sarà
quello dei pagliacci che si
chiamano Ministri di Dio. Di
coloro che sono amici nostri al
timone dello stato, oggi,
aspetteremo gli atti. Se faranno bene
li loderemo; e li
consacreremo al Patatrac
se faranno male.
Vostro aff.mo Giuseppe Garibaldi".
Ovviamente, il riferimento agli "amici nostri al timone dello stato" era indirizzato al rappresentanti della Sinistra parlamentare che, proprio sotto quei giorni, aveva conquistato la maggioranza parlamentare e quindi assunto le responsabilità di governo. Se quella lettera, Garibaldi l'avesse scritta soltanto qualche mese più tardi, il Patatrac l'avrebbe di certo invocato anche per i suoi amici.