GRANDE AQUILA BIANCA
di
Guglielmo MarzianoDedicato ad un POPOLO DI UOMINI LIBERI che ha avuto come padre il sole, come madre la Terra, come compagni gli animali.
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Il mio corpo si sta raffreddando.........
Nella tenda il fuoco è sempre acceso ma lo sfavillio della fiamma o il calore della coperta non riescono a dare vigore alle mie membra; il gelo della morte mi sta assalendo; sono arrivato alla fine della mia vita ormai.............
Solo la vista di Piccolo Alce, figlio di mio figlio riesce, col suo sorriso, a rischiarare il mio cuore; in lui mi rivedo...........
Corri! Corri! Corri...... non ti fermare! Non ti fermare, corri!
La voce di Colui Che Parla Con Gli Spiriti mi incitava, monotona, con un suono che si innestava nelle voci della foresta, del ruscello. Corri! Corri! Ed io correvo, affondando i piedi nella soffice neve, saltando come un coniglio selvatico, ora in salita ora in discesa.....
Buttati in acqua!
Mi immergevo nel gelido ruscello per riprendere poi la corsa e quando, spossato, mi gettavo nella neve, il mio corpo veniva attraversato da un flusso di energia vivificante; armonizza il tuo respiro con quello della natura che ti circonda, mi diceva; ascolta la voce di tuo fratello vento; esso viene da lontano; ha varcato i monti, attraversato deserti e praterie ricche di bisonti per portarti un messaggio: "tu sei come me cucciolo di uomo, sei libero! La terra su cui riposi è il grembo di tua madre, il cielo il grande padre, tutto quello che ti circonda è frutto del loro amore, rispetta la tua famiglia - guarda la grande Aquila: essa è la manifestazione del divino, domina il cielo ma è sulla terra che genera i suoi figli".
Non riesco ad esprimere il tempo che ho passato con Colui Che Parla Con Gli Spiriti; ero poco più alto di un giovane puma quando venni affidato a lui; quando lo lasciai per entrare nella foresta, alla ricerca della mia esistenza, credevo di essere un guerriero; alto, con un torace molto sviluppato ed i lunghi capelli che, appena fermati da una fascia, mi ricoprivano gran parte delle spalle; il mio fisico non temeva più il caldo od il freddo, la mia vista si era fatta acuta come quella del falco, i muscoli tesi come la corda dell'arco. Esprimevo quella che i Visi Pallidi chiamano forza e noi Uomini pienezza.
Non è solo nella forza fisica che si manifesta l'uomo, mi diceva Colui Che Parla Con Gli Spiriti; non nella capacità di cacciare il grande bisonte o l'agile cervo, non nell'uso dell'arco o della lancia in guerra; anche nella comprensione della natura, nella conoscenza delle erbe, nel rispetto degli animali e della terra.
A tutti - aggiungeva - viene data uguale opportunità di diventare Uomo di Medicina; non tutti hanno la capacità però di sentire la sottile energia della terra, inserirsi nella corrente ascensionale dove la mente ha visione del Grande Spirito ed acquisisce la comprensione della vita.
Fu con tali insegnamenti, ormai pronto a metterli in pratica, che lasciai Colui Che Parla Con Gli Spiriti, armato di un coltello e di un arco con una sola freccia.
Non avevo timore ad entrare nella foresta; provavo un senso di rispetto per il luogo, ma non timore, non paura, avevo visto a quale livello superiore può tendere l'uomo; avevo spesso osservato Colui Che Parla Con Gli Spiriti, con le gambe incrociate e le palme rivolte verso il sole calante, quasi addormentarsi, diventare un albero, un ramo; avevo con stupore notato la sua espressione cambiare, il suo volto rilassarsi, quasi diventare luminoso come la luna; avevo visto i suoi capelli mossi dal vento, sempre impassibile, anche quando la voce del coyote era risuonata, rompendo l'incanto del silenzio, molto vicina; ed ancora avevo visto il piccolo fuoco, fermato da alcune pietre, ravvivarsi ed acquistare vigore mentre sembrava essere sul punto di spegnersi.
Tutto questo non era un caso ed io non avevo bevuto acqua di fuoco!
Esisteva una dimensione al di là della quale l'uomo poteva giungere!! Una dimensione non a tutti accessibile; solo colui che avesse rinunciato alla propria individualità e si fosse fuso con la natura avrebbe potuto raggiungerla; rinunciare all'impulso, serrare i denti anche , ma guardare la realtà per quello che era, ribaltarla ove possibile, scrutarla nei minimi particolari, non soggiacere al primo impatto, calarsi o ergersi nella realtà di chi è superiore, di chi è capace di guardare aldilà dei monti, dei grandi laghi, di vedere con gli occhi dell'aquila.
Entrato nella foresta, quasi guidato da un ricordo ancestrale, cominciai a seguire un percorso, alberi e rami mi erano già noti; mi fermai ai margini di una radura a riposare.....Presi l'arco e guardai la freccia; con essa avrei dovuto, secondo la tradizione della mia gente, uccidere l'animale da cui trarre il mio nome e non volevo che fosse un piccolo puma o addirittura un coyote; cercavo ben altro io, un giovane orso, il grande alce, lo scalpitante cervo.
Da lontano vidi arrivare, col suo passo saltellante, un leprotto; un ottimo pasto pensai, ma lo stesso pensiero lo aveva fatto, forse prima, un altro....................
Maestosa, rapida, la Grande Aquila Bianca piombò sul mio pasto; il silenzio venne rotto dal tenuo rumore delle ossa che si fracassavano fra i forti artigli; fu un attimo! Il grande animale stava per riprendere il volo ad ali spiegate quando la mia unica freccia, con un breve ronzio, lo colpì in pieno petto; quel petto che l'apertura delle ali aveva reso vulnerabile; fu un tonfo! Balzai dal mio posto con il coltello in mano, un grido feroce di gioia proruppe dalla mia gola; era mia la più ambita delle prede!
Quando le fui vicino l'aquila lanciò quello che pensai fosse il suo ultimo grido; un grido lacerante............. Addio cieli azzurri, addio prede appetitose, addio rapide picchiate, addio dolce vento che mi sostieni e trasporti, addio.....
Fu in quel momento che compresi di avere sbagliato! Certo ricoprirsi con le piume di un aquila è un grande onore; fare sfoggio di un ornato copricapo, fregiarsi di una giubba e di pantaloni così guarniti mi avrebbe permesso di essere guardato con desiderio da tutte le giovani squaws che avessi incontrato, ma la vanità di un attimo non ha acun valore se guadagnata spegnendo con un atto di caccia, ma anche di violenza, la vita di un animale così superbo.
Spesso avevo guardato la grande aquila Bianca nei suoi voli solitari, invidiando la possibilità che aveva di vedere dall'alto; invano avevo cercato il suo nido inviolabile, ed ora era ai miei piedi, il capo reclinato ed una rivolo di sangue che bagnandole il petto fecondava la terra a lei prossima; la toccai quando estrassi la freccia; notai con stupore che, malgrado scoccata con violenza, solo una piccola parte della punta le si era conficcata nel petto; forse non era morta, forse ancora una traccia di vita circolava in quel corpo superbo; si! Era così; passai in un attimo dallo scoramento totale alla felicità più grande.
Presi la freccia fra le mani e la spezzai.
Con delle erbe feci un impacco per fermare il sangue; con la corda dell'arco bloccai il suo becco; la vegliai per tre lune e due soli; il terzo giorno spezzò con il becco i lacci che la serravano ma era troppo debole per volare; la cibai con il leprotto che era sua preda e che io non avevo toccato.
Prendeva con delicatezza il cibo che le porgevo; un solo colpo del suo potente becco avrebbe potuto spezzarmi la mano ma lei non lo fece.
Quando dopo qualche giorno riprese le forze spiegò le ali e si innalzò; aveva già preso la scia del vento quando lanciò un grido; era il suo saluto! Descrisse tre cerchi concentrici prima di scomparire nell'azzurro.
La Grande Aquila Bianca era volata via; speravo di rivederla, sapevo che non aveva ancora la forza di cacciare.
Ritornò infatti, ancora, a prendere il cibo dalle mie mani fino a quando un giorno non si presentò serrando fra gli artigli un cucciolo di cervo. Lo fece cadere lievemente ai miei piedi e riprese il volo; era venuta a rendermi ciò che da me aveva ricevuto.
Affondai la lama nel corpo dell'animale; ne trassi il fegato ancora palpitante e lo levai al cielo. La grande aquila bianca mi osservava, volando concentricamente, ma non si avvicinava ed allora con un morso strappai un pezzo di fegato e lo mangiai, invitando la mia amica a fare lo stesso; lei, a volo radente, le ali fruscianti, senza toccare il suolo, prese il fegato dalle mie mani e volò via; avevo banchettato con un'aquila ma nessuno mi avrebbe creduto!
Non avevo voluto recidere un ciclo di vita; ero fiero di questo; di converso avrei dovuto completare il mio di ciclo.
Ritornai fra la mia gente semplicemente Uomo, senza un nome che, per l'entità della preda, potesse incutere timore o rispetto; ritornai con la freccia inutilizzabile e venni chiamato FRECCIA SPEZZATA.
Ripresi continuamente la via della foresta; a cercare erbe medicamentose, a dialogare con l'acqua ed il vento, ad avere visioni; spesso un grido nel cielo mi faceva alzare il capo; era lei, la Grande Aquila Bianca, che mi salutava.
Molti soli e molte lune si succedettero e con esse le stagioni; ho avuto dei figli e l'onore di essere considerato Uomo di Medicina.
Un pomeriggio, al calar del sole, risentii il grido della mia vecchia amica; era un grido diverso dal solito, era debole, quasi a richiedermi aiuto!
Planò lentamente ai miei piedi, mi fissò negli occhi; porsi la mano, vi appoggiò il capo e morì; era venuta a rendermi quel corpo che anni prima non avevo voluto accettare e questa volta col suo corpo avrei preso anche il suo spirito.
La mia gente mi vide ritornare tutto coperto di piume, portante sul mio copricapo la testa dell'aquila......
Diventai così per tutti GRANDE AQUILA BIANCA ed il vecchio nome di Freccia Spezzata venne ben presto dimenticato.
Ora sono qui, privo di energie ormai, ora non sono più utile.........Proprio nel momento in cui la conoscenza acquisita potrebbe servire alla mia gente!
La pioggia tarda ad arrivare e senza essa non ci sarà la tenera erba nella prateria..............Senza erba non arriveranno i bisonti di cui la mia gente ha bisogno.
Il sole splende implacabile e nessuna nuvola solca il cielo!
Il sole! Il cielo! Risento con l'udito della mente il grido della Grande Aquila Bianca e guardo con rabbia il mio abito di cerimonia; la testa dell'aquila è ancora sul mio copricapo; sarà la spossatezza ma mi sembra che i suoi occhi siano ancora vivi; mi guardano, mi mandano un messaggio...... Mi rendo conto che sto morendo ma non posso spegnermi così senza fare nulla per la mia gente.
Chiamo i miei figli e gli ordino di vestirmi con l'abito di cerimonia e di portarmi fuori, anche solo per poco. Pur ignorando il motivo della mia richiesta mi sorreggono e mi trasportano nello spazio sacro inondato dalla luce solare.
<< Reggetemi dritto e mettetemi il mio copricapo>>.
Non appena eseguono i miei ordini sento un flusso di energia che dal plesso solare alla schiena pervade il mio corpo e si trasmette agli arti; le gambe incominciano a muoversi da sole, assecondate da tutto il mio corpo, intorno all'albero sacro; incomincio a danzare girando intorno ad esso inizialmente lentamente, poi, aiutato dal suono di alcuni tamburi, sempre più velocemente; apro le braccia, quasi fossero ali, e...... comincio a volare, a descrivere cerchi concentrici in chiave ascensionale. Volo come la Grande Aquila Bianca nel vento, nell'azzurro.......
<< Guardate io volo!!!>>
Guardo in basso e vedo il mio corpo nella polvere, piegato, rattrappito, circondato dalla mia gente che guarda attonita.
Un lampo accecante, il rombo di un tuono......Piove !
Ho chiuso il mio ciclo, posso volgere le ali al cielo, fondermi con il sole.