TEMPLARI
Assolti con formula piena
di Adriano Forgione
e Francesco Garufi
(da Hera - mensile, anno III n° 27 - Marzo 2002 - pagg. 32-37 - Ediz. Adriano Forgione - Guidonia Montecelio)
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Il documento del 1308 recuperato dagli Archivi Segreti Vaticani
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Marzo 1314. Il Gran Maestro dell'ordine dei Cavalieri del Tempio di Salomone, Jacques de Molay, e il suo più vicino subaltemo, il Precettore di Normandia Geoffroy de Chamy, vengono condotti sotto scorta al luogo della loro esecuzione. Un rogo il cui fuoco dovrà cancellare l'esistenza della Milizia del Tempio dalla tem d'Europa, decapitando la testa del suo Stato Maggiore. Una condanna che non era giunta al suo atto finale senza polemiche. Dall'alba del 13 ottobre 1307, quando i primi arresti vennero compiuti dalle forze del re di Francia Filippo IV, detto "il bello”, più nobili avevano sollevato la voce in difesa dei Templari. Voci inascoltate che non sortirono alcun effetto. Sette anni di torture e interrogatori si susseguirono ed ebbero il loro tragico epilogo in quel fuoco che spense definitivamente Jacques de Molay e simbolicamente con lui tutto l'ordine della Milizia del Tempio di Gerusalemme. Per l'ultima volta, prima di morire tra le fiamme, de Molay urlò ufficialmente la sua innocenza e quella dell'intero corpo, ma pare l'abbia fatto con cavalleresca fierezza rivolgendosi soprattutto a Filippo il Bello ed a Clemente V, responsabili di ciò che sarebbe divenuta un'infamia storica. Da quel momento, per settecento anni, il tragico epilogo dei Templari e l'ingiustizia eh cui furono oggetto, ebbero ripercussioni storiche, sociologiche e storiografiche. I numerosi punti oscuri dell'intera vicenda, irrisolti anche a causa della penuria di fonti documentali affidabili, sono a tutt'oggi oggetto di studio approfondito da parte degli storici che stanno lavorando per ricostruire e comprendere i fatti e il grado di coinvolgimento dei protagonisti di questo tragico evento storico. Sino ad oggi, in base agli studi ufficiali, sebbene fossero chiare le responsabilità del sovrano francese nell'eliminazione dell'ordine Templare, si ravvisava una responsabilità oggettiva nella stessa figura del Papa, quel Bertrand de Goth Arcivescovo di Bordeaux che prese il nome di Clemente V, eletto al seggio di Pietro grazie alla complicità della corona di Francia e delle sue alleanze romane. Fu Clemente V il responsabile dello spostamento della Sede Pontificia ad Avignone e fu lo stesso Clemente V ad abolire la Bolla “Clericis Laicos", emanata dal suo predecessore Bonifacio VIII e del tutto invisa al sovrano di Francia. Clemente V è apparso sino ad oggi come un personaggio debole, le cui responsabilità nella caduta del "Tempio” sembrano indiscutibili. Ma la stona spesso rimette m discussione ciò che sembra assodato e la scoperta di nuove fonti può ribaltare convinzioni accettate da secoli.
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Rogo dei Templari - tratto da una miniatura del XIV secolo dalla "Cronaca di Francia" |
E’ quanto accaduto di recente. Lo scorso 13 settembre lo storico Barbara Frale ha rinvenuto nei fondi dell'Archivio Segreto Vaticano un documento sul processo dei Templari che la comunità scientifica credeva perduto da secoli: subito contattati per un consulto, i maggiori storici del processo ai Templari hanno confermato che la pergamena, stando a quanto si sa attualmente, è del tutto inedita. Si tratta di un atto originale appartenente all'inchiesta condotta da Clemente V nell'estate 1308, l'unica inchiesta del papato sull'ordine templare, che era stato messo sotto processo da Filippo il Bello grazie alla complicità dell'Inquisitore di Francia, Guglielmo di Parigi, il quale aveva agito di sua iniziativa, tanto da meritare in seguito la punizione del pontefice. L’atto contiene l'unica confessione rilasciata dal Gran Maestro Jacques de Molay dinanzi all'autorità del papa. Sfuggito ai ricercatori, probabilmente perché lo credettero rubato insieme ad altri atti del processo quando Napoleone deportò a Parigi l'archivio dei papi, rimette in discussione la figura del pontefice francese, il suo ruolo nell'intero processo e, soprattutto, mette in luce ciò che nessuno poteva immaginare, restituendo a quasi 700 anni di distanza l'onore perduto all'ordine templare, ingiustamente condannato per eresia.
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D. de Clemount - Opera che ricostruisce la disfatta di Acri del 1291 |
Un documento che è destinato a rivoluzionare la dimensione storica del processo all'ordine e che è definitivamente il diverso peso che i due protagonisti, Filippo il Bello e Clemente V, ebbero nell'intera trama degli eventi. Ma andiamo con ordine. I Templari, ormai non più impegnati in Terra Santa dopo la disfatta di Acri del 1291, avevano fatto ritorno m Europa accumulando in quasi due secoli molte ricchezze e possedimenti: specialmente m Francia, i beni dell'ordine formavano un vasto patrimonio che faceva gola alla corona. A ciò si aggiungeva l'enorme indebitamento che lo stesso sovrano Filippo IV aveva contratto con il Tempio, almeno a quanto si evince dai "Commentarii de Cipro" redatti nel 1340 da Bustron Florio. I Templari rappresentavano, quindi, un potere trasversale che avrebbe impedito la realizzazione del progetto assolutistico che Filippo ordiva da tempo. Già al tempo di Bonifacio VIII il dispotico sovrano aveva palesato la sua voglia di "centralità" mostrando irriverenza nei confronti delle gerarchie ecclesiastiche, una politica che era sfociata nel famoso "schiaffo di Anagni" del 1303.
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Filippo IV detto "Il Bello" con i suoi quattro figli ed il fratello Carlo di Valois (codice miniato del XIV secolo) |
L'arresto
immediato dei Templari avvenuto nell'ottobre 1307, aveva colto di sorpresa lo stesso
pontefice, che subì
l'imbarazzo di dover rispondere al sovrano cui doveva l'elezione: "(
... ) Mentre eravamo assenti
avete steso la mano sulle persone e i beni dei Templari.
Siete arrivato persino a metterli
in carcere, e ciò che è il colmo del nostro dolore, non li avete rilasciati Anzi, a quel che si dice, siete andato
oltre infliggendo oltre alla prigionia un'altra
afflizione che per pudore verso la Chiesa, noi chiediamo di
dover passare, per ora, sotto silenzio( …)”, una protesta
che diverrà ufficiale con la bolla "Subit
Assidue" del 5 luglio 1308 in cui Clemente accusa l'Inquisitore
di Francia Guglielmo
di Parigi di non aver avvisato l'autorità pontificia dell'imminente
arresto. Una tale rimostranza ufficiale richiedeva una risposta
perentoria che avrebbe dovuto confermare
le accuse (false) che il re muoveva all'ordine
del Tempio. Tali prove vennero raccolte attraverso le torture più
disparate, miranti a "produrre'
un insieme di confessioni in grado di sorpassare l'imbarazzo e porre il
papa nella condizione di ratificare l'arresto
e la prigionia dell'intero ordine. Filippo IV riuscì ad ottenere quanto
desiderava ed accusò i Templari
di eresia, bestemmia, sodomia, idolatria. Lo strumento
della diffamazione venne usato in maniera massiccia per gettare lo
scandalo sull'ordine e per indurre il papa ad emettere contro di esso una
sentenza di immediata
condanna. Un piano perverso che funzionò alla perfezione. Le confessioni ebbero l'effetto
di portare Clemente V ad emanare la bolla "Pastoralis
Praeminentiae”
nella quale si ordinava alle monarchie occidentali di procedere contro i Templari
con arresto e confisca di beni e proprietà. Clemente V sottolineava però
che era solo il potere
ecclesiastico a poter controllare quanto sequestrato, confermando l'autorità del papa quale unico e
solo giudice dei Templari e condannando, anche se solo in, indirettamente,
l'abuso del re di Francia.
Nella
bolla si dichiarava anche: "...
se verrà provato che le premesse (su cui si fondarono le accuse N.d.R) non sono vere, allora il
turbamento cesserà e secondo la volontà di
Dio si diffonderà la gioia,
per questo motivo proponiamo di
cercare la verità senza indugio ( ... )”.
Una verità
che, purtroppo, era stata ben coperta dalle manovre studiate
di Filippo e dei suoi consiglieri,
abili a tenere il controllo della situazione e ad impedire al seggio pontificio,
con strategie sottili, di difendere i diritti dell'Ordine
Templare.
Nel gennaio 1308, a quattro mesi dalla "notte dell’infamia", quanto stava accadendo ai Templari nelle prigioni francesi riceveva vasta eco in tutti gli ambienti. Lo stesso Gran Maestro Jacques de Molay, imprigionato a Parigi con altri membri dello Stato Maggiore, non aveva potuto parlare con il papa per chiarire la sua posizione; quella dell'ordine che rappresentava. I soprusi continuarono e le proteste ufficiali della nobiltà e dello stesso popolo preoccupavano il pontefice che ordinò la fine delle inchieste. Guglielmo de Nogaret, fedele esecutore e consigliere del sovrano, riuscì nuovamente a coalizzare nobili e prelati fedeli a Filippo, con il risultato di dare nuova vita alle accuse infamanti sui Templari. Si arrivò così ai primi di giugno del 1308, quando si rese necessario un incontro tra Clemente V e Filippo il Bello, che ebbe il risultato di fermare l'inchiesta. Dopo aver intimato al re di rimettere i prigionieri alla custodia della Chiesa e non aver ottenuto alcun risultato, il pontefice sospese i poteri dell'Inquizione in quanto aveva riscontrato gravi irregolarità ed abusi nella conduzione degli interrogatori in corso e, conseguentemente, inaffidabilità delle confessioni rilasciate. Venne concordato l'inizio di una nuova inchiesta in cui, questa volta, sarebbe stata esclusivamente la Santa Sede a giudicare la colpevolezza o l'innocenza dell'ordine, attraverso una Commissione pontificia.
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Un primo piano del documento in esame |
Clemente
V, che possedeva un'eccellente preparazione giuridica ed era stato un abile
diplomatico per molti anni, comprese le intenzioni fraudolente dell'intera
manovra di Filippo il Bello. Proclamò che la Chiesa non avrebbe preso alcuna
posizione sulla questione dei Templari finché il re non avesse consentito al
papa di vedere personalmente i prigionieri. Questa determinazione indusse
Filippo il Bello a permettere che una selezionata minoranza di frati fosse
condotta in catene a Portiers, presso la Curia, per essere interrogata; però il
re volle impedire al papa di incontrare il Gran Maestro e i maggiori dignitari dell'ordine,
che teneva separati dai confratelli
e relegati nelle segrete del castello di Chinon. Così
avanzò il pretesto che, in quanto malati, erano impossibilitati a
viaggiare e pertanto non li lasciò partire.
Clemente
V aggirò l'ostacolo con una soluzione brillante: conferì una delega speciale
ai suoi tre cardinali
più fidati,
fra i quali il proprio nipote Berengano Frédol,
espertissimo
canonista che aveva conosciuto di persona gli abusi dell'Inquisizione, e li inviò
dai Templari a Chinon per interrogarli in sua vece.
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"Il Ritorno dalle Crociate" - opera di K.F.Lessing (XIX secolo) |
INNOCENTI
E’ qui che il documento, recentemente ritrovato il 13 settembre 2001 negli Archivi Segreti del Vaticano, inizia a fare luce su particolari nuovi e risolutivi. Il documento restituisce proprio la testimonianza. di quell'interrogatorio, un nodo cruciale nella strategia del papa per portare la Chiesa fuori dall'imbarazzo e dai problemi in cui la manovra regia, con la complicità dell'Inquisitore francese, l'aveva gettata. Oltre ad essere inedito e ignoto fino ad oggi, esso permette di seguire passo dopo passo una mossa fondamentale nella strategia di Clemente V riguardo alla questione dei Templari. Già interrogando di persona i Templari a Poitiers il papa aveva capito che quel gesto indecente specialmente il rinnegamento a parole di Cristo e lo sputo in direzione della croce non esprimevano la volontà dei frati ma erano imposti da una specie di rituale d'ingresso, una consuetudine obbligatoria che doveva essere accettata per forza, in omaggio alla tradizione militare dell'ordine. Il pontefice indagò addirittura se vi fossero dei libri che descrivevano questa tradizione obbligatoria e scoprì che i testi delle consuetudini templari erano segreti ed accessibili solo ai dignitari maggiori: "( …) aveva sentito dire che questi punti del rinnegamento di Cristo e tutto il resto erano scritti nella regola che è in mano ai Visitatori. E i grandi dignitari custodiscono la regola e la tengono segreta, non la rivelano ai giovani, come aveva sentito dire comunemente (…) (dal Registro Avignonese 48, deposizione n. XLV).
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Papa Clemente V |
Clemente
V comprese che alla base del cerimoniale c'era l'esigenza di mettere alla prova
il novellino per verificare
se era capace di sopportare la disciplina durissima, e l'obbedienza
assoluta che il Tempio esigeva. I precettori davano un ordine assurdo, e i nuovi
Frati
dovevano comunque obbedire: “E’
obbligatorio per te rinnegare tre volte quel Cristo che quest'immagine
rappresenta, e tre volte sputare sull'immagine
e sulla croce". Lui rispose
che non lo avrebbe mai
fatto, allora il
precettore lo rimprooverò
in maniera durissima, dicendogli. "Osi mostrarti disobbediente
ad un comando che ti è stato dato ? "
e lo minacciò di farlo mettere entro pochi giorni nella fossa del
carcere di Merlanc,
se non avesse rinnegato”.
(dal Registro Avignonese
48, deposizione a XLVI).
Quando
i cardinali che aveva mandato a Chinon per interrogare
Maestro in sua vece gli riportarono il resoconto dell'inchiesta,
il papa poté confermare i suoi sospetti. Questo risultava
dall'interrogatorio di Jacques de Molay: "il precettore gli impose
al momento del suo ingresso di negare quel Dio del quale vedeva l'immagine
sulla croce,
e di sputare
sopra la croce. Lui obbedì,
però non sputò sulla croce
ma
solo per terra, di lato Anche il rinnegamento
lo fece solo con le parole, non con il cuore: dopo averlo interrogato
con molta diligenza, appurarono che sulla sodomia,
sulla venerazione di un idolo, sui baci illeciti
e le altre cose non sapeva proprio niente.”
Anche
gli altri dignitari confermarono: "quel
ri nnegamento
e le altre cose che avvenivano durante la cerimonia
d'ingresso si facevano solo con i gesti, non con il cuore. Chiestogli i
Commissari perché venivano compiute, visto che spiacevano
a tutti
rispose che erano obbligatorie perché
fàcevano patle delle tradizioni dell'ordine.
Però si sperava sempre che quelle indecenze venissero abolite, prima
o poi”
(dall'inchiesta di Chinon, A.A. Arm. D 217). Dall'interrogatorio di Jacques de Molay
il papa maturò,
quindi, una convinzione inedita per gli storici di oggi e assolutamente
inattesa. Clemente, sebbene indignato perché lo Stato Maggiore dell'ordine
aveva tollerato volgari tradizioni da caserma, era convinto che i
Templari non fossero affatto eretici. Non intendeva condannare un ordine che
aveva servito la Chiesa secondo la propria finalità specifica e che, se
opportunamente riformato e corretto nei suoi costumi, avrebbe potuto ancora
essere molto utile agli obiettivi della politica cristiana m Oriente ed m
Europa. Come si può evincere
dal documento appena scoperto dalla dottoressa Barbara Frale, il papa
dichiara che il Gran Maestro Jacques de Molay e con lui l'intero Stato Maggiore
del Tempio, avendo fatto ammenda
solenne per le loro colpe secondo quanto imposto dal pontefice, erano
assolti: "(
..
)
e poiché avevano chiesto umilmente
il perdono della Chiesa per quelle colpe implorando il beneficio del’assoluzione,
decretiamo che siano assolti dalla Chiesa, che siano riabilitati
nella comunione cattolica e che possano ricevere i sacramenti
cristiani." Una
conclusione rivoluzionana
ed inaspettata. A 700 anni da quel giorno, possiamo annunciare che il
Tempio era innocente d'eresia. Un fatto storicamente riconosciuto ma che oggi
possiamo annunciare
“per sentenza
emessa", addirittura con la restituzione dei sacramenti: il papa non
l'avrebbe mai permesso, se non fosse stato sicuro che i Templari non erano
eretici.
Sebbene dal 1308, quando quest'inequivocabile giudizio prese corpo, al 1314, quando il Gran Maestro ed il Precettore di Normandia vennero vennero consegnati alle fiamme, fossero passati sei anni, esso non venne mai pubblicamente dichiarato e l'ordine non poté godere di tale piena assoluzione. Il documento ritrovato dimostra comunque che nella sua inchiesta dell'estate 1308, l'unica vera inchiesta legittima sui Templari sino a quel momento, Clemente V aspetta di vedere se i dignitari del Tempio si piegheranno alla sua strategia difensiva e chiederanno il perdono della Chiesa, il solo modo per poterli assolvere dalla scomunica in cui erano incorsi ipso facto per aver rinnegato Cristo, anche se in forma puramente verbale, e per il rituale dello sputo sulla croce emerso durante gli interrogatori. Solo dopo averli assolti e ricongiunti alla Chiesa, riservando inoltre esclusivamente alla sua persona il giudizio sui massimi dignitari del Tempio, il papa ordina l'apertura delle inchieste in tutta la cristianità e restituisce i poteri all'Inquisizione.
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Jacques de Molay prigioniero |
Un momento del Concilio di Vienne del 1312 |
Il
destino dei beni templari
situati in territorio francese era già segnato da tempo, ma mettere al
sicuro lo Stato Maggiore del Tempio sottraendolo alla condanna significava per
il papa la possibilità di riformare
l'ordine, dopo aver riformato la regola epurando tradizioni degradate emerse dai
processi, e di ridargli una nuova funzione nell'ambito della Chiesa. Ironia
della sorte, nonostante la precisa volontà di Clemente V di sottrarre
dalle mani del re di Francia i prigionieri,
detenuti illegalmente nelle prigioni d'Europa, annullando la bolla "Pastoralis
Praeminentiae”,
sarà lo stesso pontefice a decretare la loro fine due anni dopo,
nell'assise di Vienne
del 1312, quando scioglierà l'ordine del Tempio sebbene non per condanna
giudiziaria ma esclusivamente per le colpe di molti suoi membri.
Un
giudizio che non intaccava
la sfera religiosa dell'operato templare,
in sintonia con quanto dichiarato nella prima
sentenza appena scoperta, ma che fu ratificato con la bolla "
Vox
in Excelso"
e la successiva "Ad Providam” del maggio 1312 in cui si ordinò
il passaggio dei beni dei Templari all'ordine Giovannita.
L’importante
scoperta di questa "assoluzione
piena”
e i nuovi dati storici emersi dal ritrovamento del 13 settembre impongono di
ricalibrare
notevolmente per alcuni aspetti il bilancio storiografico sul processo dei
Templari; i risultati saranno discussi in un saggio storico di
prossima pubblicazione a cura della stessa dottoressa Frale, che fornirà
anche il facsimile identico della pergamena di Chinon. Sebbene piuttosto controcorrente
rispetto ad una parte della storiografa sul Tempio, la figura di Clemente
V che emerge dalla recente scoperta trova importanti riscontri negli studi di
autorevoli esperti
della storia pontificia
come Edith Pázstor e Agostino
Paravicini Bagliani,
i quali hanno dimostrato come la vecchia immagine di "papa
debole e succube del sovrano francese”
sia da rigettare per lasciar posto a quella di un diplomatico e canonista
molto esperto, che sa muoversi con grande prudenza e intelligenza in uno dei
periodi storici più difficili per la Chiesa di Roma.
Nonostante
ciò, i nuovi dati se da una parte rendono la figura storica di Clemente V
certamente più solida e anche "umana”, lasciando in esclusiva al re di Francia Filippo il Bello la
qualifica di infame
carnefice, dall'altra rafforzano la debolezza dell'intero corpo canonico
di quel
tempo, che di fronte ad un sovrano
dispotico e alla sua strutturata organizzazione politica
(e spionistica:
due valenti avvocati difensori dei Templari
sparirono
misteriosamente durante il processo) non seppe rispondere con adeguati
mezzi per affermare la sovranità
di giudizio in ambito ecclesiastico.
Ciò
fu anche dovuto alla situazione politica in cui la Chiesa si trovava allora,
stretta tra l'imbarazzante processo per eresia alla memoria di Bonifacio VIII
e la minaccia di uno scisma, di cui il re di Francia si faceva portavoce.
Clemente
operò una scelta quasi obbligata. Probabilmente rinunciò
a dichiarare ufficialmente innocente l'ordine Templare e a riformarlo,
per evitare lo scisma e mettere fine allo scomodo processo su Bonifacio.
Con lo scioglimento dell'ordine Templare
Clemente sperava nella consegna del Gran Maestro e degli altri nobili
membri, al fine di porli sotto custodia della Curia pontificia con dei "comodi”
arresti domiciliari. Richiese pertanto che i prigionieri non fossero giudicati
da alcuno se non dalla sua autorità. Il 18 marzo 1314 fu convocato a Parigi un
concilio straordinario sotto la guida dei cardinali
De Freariville, D'Auch e Nouvelle, in cui Jacques
de Molay e Geoffroy de Charny ritrattarono a sorpresa le confessioni
dichiarandosi innocenti. Ciò comportò un notevole imbarazzo tra i prelati che
richiesero di esaminare all'indomani
la questione. Era troppo per Filippo il Bello.
A
sorpresa così
come li aveva arrestati, li fece prelevare dalle carceri senza
autorizzazione del pontefice, e li fece condurre su un'isoletta
della Senna dove vennero ingiustamente
bruciati, cancellando del tutto l'ultima possibilità di riabilitazione
dell'ordine Templare.
Perì così, nell'ingiustizia di una sentenza di assoluzione inapplicata
(e sino ad oggi sconosciuta) e per l'infamia di un re senza scrupoli, un ordine
che aveva fatto del Cristo il suo nome e la sua missione,
lasciando all'Europa i semi di un'evoluzione
sociale che germoglierà solo secoli dopo.