SULL'UNIVERSALITA'
DEL
PRINCIPIO ETICO
Solitamente,
si dice che un individuo è « morale » o « amorale » a seconda che il suo
comportamento entri o meno in determinate regole, a prescindere dal fatto che le
sue azioni siano illecite, delittuose o, comunque, maligne, per i qual casi ci
si serve degli aggettivi specifici.
Al
limite, vien detto « amorale » un individuo di comportamento riprovevole che
riesca a non incappare nelle sanzioni della legge, considerando - secondo una
accezione abbastanza corrente, anche se decisamente errata - la morale una
specie di codice di onore fra gruppi, ceti o raggruppamenti etnici.
La parte del leone nel
complesso di un tale codice, la fa il sesso, per cui gli immorali sono, in primo
luogo, i libertini, le etere, gli omosessuali anche se le loro trasgressioni non
sono punite dalle norme che reggono la società a cui appartengono.
Considerando tutti i casi
in cui si parla di moralità e immoralità e ciò, ovviamente, da parte
dell'uomo della strada, ci si convince che vi è molta elasticità nell'impiego
del termine, specie quando il mondo in cui si opera è dominato da convinzioni
ed autorità contradditorie.
Or non è molto che i
preti, non solo non condannavano, ma proteggevano le attività di contrabbando
dei valligiani delle zone alpine ed il loro comportamento, apertamente contrario
alla legge, non veniva considerato immorale perché non contradditorio con le
loro convinzioni.
Oggi non viene considerata
immorale la cosiddetta obiezione di coscienza.
I preti considerano «
immorale » la convivenza more uxorio di due coniugi legalmente uniti che non
abbiano fatto « benedire » la loro unione e celebrano « matrimoni di
coscienza » in dispetto a tutte le norme sulla bigarnia.
Immorale era colui che,
fino a qualche anno addietro, informava i minori di questioni sessuali e
immorale è colui che li informa ora con -
anche se inavvertita -compiacenza.
Si parlava di
immoralità - esiste ancora qualche residuo di manifesto di qualche sindaco -
persino in rapporto alla lunghezza delle gonne e di molte altre vaghe
considerazioni attinenti la castigatezza dei costumi e la modestia.
Ovvio che, ciò che attiene
al sesso ed alle sue implicazioni investe solo l'aspetto frivolo della morale, e
sempre che esista la possibilità teorica di dettare norme che possono
soddisfare un numero sufficiente di individui per un periodo di tempo
confacente.
Un illustre personaggio,
interrogato un giorno su che cosa intendesse per « morale », rispose: «La
gente ritiene morale solo ciò che è conforme alle proprie usanze ed abitudini.
1 missionari, ad esempio, considerano opera morale, lo strappare i selvaggi alle
loro convinzioni religiose per ridurli alle proprie. E non è detto che non lo
sia. Ovvio che, per i selvaggi, quella azione non può essere considerata moral
».
Dalla casistica ‑
solo esemplificativa e per certi aspetti spettacolare citata unicamente per
introdurre il discorso, discende un rifiuto circa la possibilità di emettere
giudizi morali secondo regole determinate e di elencare il bene ed il male
secondo schemi concettuali.
In un articolo pubblicato
nel 1767 ed intitolato «Morale », Voltaire così recitava: « Ho appena letto
queste parole in una declamazione in quattordici volumi, intitolata Storia
del Basso Impero: I Cristiani avevano una morale; ma i pagani non ne avevano. Ah!
Signor Le Beau, autore di questi quattordici volumi, dove avete pescato questa
sciocchezza? Eh! Che cosa è allora la morale di Socrate, di Zaleucus, di
Charandos, di Cicerone, d'Epitteto, di Marco Antonino?
« Non c'è che una morale,
signor Le Beau, come non c'è che una geometria. Ma, mi si dirà; la maggioranza
degli uomini ignora la geometria. Se ma appena vi si dedica un po', tutti sono
d'accordo. Gli agricoltori, i manovali, gli artisti non hanno seguito corsi di
morale; non hanno letto de Finibus di Cicerone, né le Etiche
di Aristotile; ma allorché essi riflettono, sono, senza saperlo, discepoli
di Cicerone; il tintore indiano, il pastore tartaro, il marinaio d'Inghilterra
conoscono il giusto e l'ingiusto.
« Confucio non ha
inventato un sistema di morale, come è stato costruito un sistema di fisica.
Egli l'ha trovato nel cuore degli uomini ».
Che cosa esattamente
Confucio vi abbia trovato, Voltaire non ce lo dice, chè anzi prosegue il
discorso confondendo intenzionalmente la morale con la giustizia, meglio se
codificata ed imposta da un sistema come quello vigente a Roma dopo Augusto,
sistema per il quale dimostra una esagerata predilezione.
Certo che dire
di morale con parole sì semplici e sincere, per quanto polemiche, è come
esaltare la virtù senza dire
esattamente che cosa si
intenda per virtù.
Non è difficile d'altronde
rilevare come le norme di morale che troviamo in Confucio siano per lo meno
contradditorie con quelle che impariamo leggendo Seneca o Cicerone. Oggi è
convenzionalmente accettato come morale ciò che si ritiene possa essere assunto a norma universale
ma, come abbiamo fugacemente intravvisto, una tale impostazione utilitaristica
dell'etica non può soddisfare tutte le convinzioni ed entrare in qualunque
discorso.
Le
condizioni di universalità a cui deve rispondere un precetto morale, o meglio,
un sistema di precetti morali, non possono ovviamente essere determinati dalla
volontà concordata di un assieme di individui, più o meno influenzati da un
complesso di abitudini contratte in secoli, se non in millenni, di soggezioni a
leggi di tiranni, o prescrizioni di religioni terrificanti e - perché no? - a
fenomeni naturali a cui l'ignoranza ha attribuito valori trascendentali.
Nascono giocoforza le
differenziazioni fra morale materiale e morale formale, morale essenziale e
morale esistenziale e -
purtroppo, anche, forse a dimostrare con qual poco senno - si usino a
volte le parole fra morale e morale iniziatica.
Non son pochi infatti gli
autori che annotano fra le caratteristiche delle società iniziatiche, quella di
obbedire a norme definite di carattere morale avulse dal contesto sociale in cui
queste società operano ma più rispondenti ai fini che queste si propongono.
Solitamente, quanto ad
esempi, si finisce col citare il Klus Klus Klan, la Setta degli Assassini o
seguaci del Vecchio della Montagna, i Thug, la Mafia ed i gruppi anarchici,
società tutte che di iniziatico hanno solo il nome che esse stesse si hanno
dato. A parte le discriminazioni politiche che possono offrire attenuanti a
questi od a quelli, si tratta, anche secondo la accezione corrente di morale,
di società a delinquere. Considerarle società iniziatiche, anche se usano
istrumenti rituali che possono dar la parvenza di un qualche Processo iniziatico,
è perlomeno
erroneo per non dire ridicolo.
Il discorso, semmai,
diviene possibile quando le prescrizioni della setta o della conventicola
‑ senza voler dare significato spregiativo al termine ‑ non minacciano direttamente
le libertà altrui ma si limitano a l'orme inibitorie
nei confronti di atti che gli altri, cioè i profani,
ritengono
utile o
necessario come l'alimenta razionalmente, il soddisfare gli stimoli
sessuali, il Procreare, il coltivare i campi, il produrre beni di consumo o
anche solo il fare o non fare questo o quello in determinati periodi od in
determinate occasioni.
Ecco che è conveniente
Precisare anche a tal riguardo che cosa si intende per morale; se quel complesso
di norme utilitaristiche
cui si è innanzi accennato, oppure l'applicabilità
obiettiva di tali norme a singoli individui simili.
Ovvio che nel primo caso
non si Può parlare di morale formale, ma di morale utilitaristica.
Nel secondo caso, l'esistenza di tali norme potrebbe
implicare la rinuncia a quel volontarismo
che si vuole essenziale per una società libera.
Inoltre, quando si parla di
singoli individui simili
si presuppone che
questi simili siano identici a chi fa
la presunzione, disponibili magari a qualche eccezione marginale e di nessun
rilevante impegno, imputabile
a fattori incidentali di ambiente,
Si giunge ad affermare ciò
persino parlando di razze, mentre tale validità non è stata ancora provata -
per non dire che è avvenuto proprio l'opposto -
nemmeno per i consanguinei.
Anche quando si parla di
integrazione, ci si riferisce sempre alla disponibilità di integrare se stessi
negli altri e, a prescindere anche da quella che può esser definita malafede
inconscia, si reputano sempre questi altri altrettanto disponibili, Ma chi sono
gli altri? Le femmine per i maschi, ad esempio! Gli uomini di altre razze. Gli
uomini di altri tempi, quelli passati e quelli che verranno. Sono questi gli
altri.
Ed è positivo, in certo
qua] modo: le norme, quali che esse siano, Purché ritenute valide da chi le
applica, possono sempre apparire applicabili
agli altri. Come fa il missionario
con i suoi «selvaggi».
Ma quando si dice noi,
si
presuppone quasi una unità di tipi che esiste solo come ipotesi.
Come
s'è visto, vi è un modo di intendere la morale e definire morali le azioni e
gli uomini e cioè confrontando queste azioni a delle norme di carattere utilitaristico
che si sono fissate o che si vanno via via fissando, nella illusione che
possano soddisfare il maggior numero di persone possibili e le
loro convenienze.
Questo concetto democratico
e contrattualistico
infirma
in modo evidente il principio di libertà, come hanno dimostrato
Stirner e Nietzsche ed i romantici che li hanno preceduti. Per il
verso opposto si son mossi gli esistenzialisti
ed i criticisti
che, sia pur promuovendo soluzioni differenti, o
non promuovendone affatto, hanno lavorato sulla stessa falla del sistema. Ciò
vale specie per Adorno ed ancor più per Marcuse che ha rav
visato nella reazione a Freud
il fatto, se non più importante, certo più appariscente della contestazione
globale.
Certo
è che, solo dopo aver coperto di tabù - l'attuale licenziosità non dimostra
minimamente l'intenzione di rimuoverli ma piuttosto, con pretesti speciosi,
di rafforzarli - tutta la sfera delle attività sessuali degli che non
sono individui, si è Potuto parlare di egualitarismo
e di democrazia. Ma, per contro, essendo coperte di tabù, sono proprio
queste attività che non sono state ancora normalizzate
tranne che dal lato esteriore e più grossolano.
L'individuo
è originario, cioè non alterato
dalle altrui volontà, non conformizzato,
più o meno coscientemente, dal sindacato della morale, solo per quanto attiene
al sesso ed è limitatamente al sesso, che gli individui appaiono talmente
differenti gli uni dagli altri da far apparire assurda la definizione di uomo normale, salvo che non la si voglia far coincidere con quella
di individuo represso con la
giustificazione giustificata che rePressi lo sono un pò
tutti.
Si Può facilmente
obiettare che, rimossi i tabù, ed educati sessualmente gli individui,
scompariranno facilmente anche le differenziazioni e molte delle cosiddette perversioni
-
più o meno coscienti - che
hanno determinate le differenziazioni. Tutto sta a dimostrare che questa educazione
non sia una nuova forma di repressione, come appare evidente. Ma vi è un
aspetto più sottile di differenziazione sessuale che né Adorno né Marcuse
‑ ma nemmeno Freud e solo per certi versi Jung – hanno considerato,
limitando le loro analisi alla psiche di soli individui occidentali nei quali il
più sottile è più nascosto e apparentemente deformato dai miti del razionalismo,
se non addirittura della ragione deificata.
Vi
sono inoltre, anche a voler tenere il discorso su un piano più superficiale,
altri aspetti che, anche se non originari, si sono da tempo imposti come tali.
Per Engels è con la
istituzione del concetto di proprietà che gli uomini hanno incominciato a
dividersi in servi e padroni escludendo la possibilità di una morale comune a
tutti.
E’ questo un aspetto non
trascurabile del problema in quanto notevolmente differenzia, ed in maniera
molto appariscente, la morale formale da quella utilitaristica.
La coesistenza del concetto
etico nel sistema economico, o meglio, l'esistenza, in ogni azione economica, di
una individuale volontà morale determinata ci sembra essenziale per un
individuo che intenda conquistare l'immanenza senza rinunciare alla
trascendenza, intesa, in questo caso, come salvazione.
Anche a voler negare un
valore economico alle azioni degli uomini, dovremo limitarci a chiamarle
contingenti, cambiando solo le parole ma senza variarne il significato. L'uomo
può agire in ogni campo intenda affermarsi compiendo solo azioni economiche,
che altri magari potrà chiamare materiali o contingenti, come il conquistare
fama, sapere, ricchezza, affetto e riconoscenza altrui.
E
tutto ciò senza compiere azioni morali.
Ove però egli, muovendosi
in un sistema ordinato ed entro quei limiti che sono imposti dalle vigenti leggi
- sia pur religiose o civili - si dedichi esclusivamente all'altrui benessere o
abbia solo preoccupazione di onorare la divinità o comunque abbia a cuore solo
la sua trascendenza, noi diciamo che compie azioni morali.
Così infatti Benedetto
Croce: « L'impossibilità di sopprimere nella nostra coscienza la forma
economica o la forma morale nell'operosità pratica; il richiamo continuo che
ciascuna di esse fa all'altra; l'aggirarsi il nostro giudizio pratico intorno ai
due aspetti, entrambi necessari, dell'utile e
dell'onesto, dell'energia e della bontà, del gradevole e del doveroso,
spiegano perché la psicologia e la descrittiva della vita pratica siano portate
a formare gli ordini e le classi degli uomini utilitari e degli uomini morali,
delle istituzioni economiche e delle istituzioni etiche. Queste distinzioni
intellettualistiche hanno nel fondo loro, in questo come in altri casi, una
distinzione reale, che ciascuno troverà in sé evidente nel ripiegarsi su se
stesso per discernere le forme universali onde lo Spirito opera in lui ».
Una azione morale utilitaristica, legata a fatti ed interessi
contingenti, può essere quindi - anzi è auspicabile che sempre lo sia - anche
azione morale vera e propria, cioè morale formale.
Il problema che si pone, a
un tal punto, è quello di ammettere o meno se può, in un tal contesto, trovare
distinzione, cioè avere una figura a se stante, un comportamento morale iniziatico,
tenendo, ovviamente, presenti le considerazioni già fatte a tal
riguardo.
Se cioè quella che abbiamo
definita azione morale formale quando chiaramente, senza sconvenire a tutti gli
altri presupposti, si propone anche un fine soteriologico, può assumere un
valore diverso, cioè di morale iniziatica.
Bisogna innanzitutto vedere
però se gli imperativi cui obbedisce questa azione sono categorici od ipotetici
e quando questi o quelli siano effetto e conseguenza di mitizzazioni.
Ovvio che, se a distinguere
l'imperativo
categorico è l'atto volontaristico, non basterà tale atto a dare realtà
alle mitizzazioni.
Fra le mitizzazioni più,
diciamo, in uso Benedetto Croce elenca:
l° L'altruismo «cieco e
irrazionale attaccamento ad altri è, in fondo, attaccamento a noi stessi, ai
nostri nervi, alle nostre fantasie, ai nostri comodi, alle nostre abitudini»;
2°
L'organismo sociale (stato, chiesa, ecc.);
3° I principi religiosi
poiché attraverso ad essi « si introduce l'ombra del trascendente, si fa buio;
e nel buio si può introdurre tutto », arbitri, capricci, contraddizioni;
4°
I principi tautologici, come il sommo bene, il
dovere, il diritto, il piacere, l'armonia che vengono spesso usati come simboli
e metafore delle verità etiche da determinare.
Dal chè,
si dovrebbe desumere che, in nessun caso, si potrebbe parlare, non solo
di morale iniziatica, ma di alcuna « morale » comunque aggettivata.
Partendo da differenti posizioni, ed impiegando altro metodo che la porta,
semplicisticamente diremmo ‑ a chiamare morale solo quella utilitaristica,
Jean
Baylot, quasi a conclusione del suo saggio su « La Massoneria
tradizionale nel nostro tempo », giunge a conclusioni pressocché simili.
Per
lui la « morale » ... « è nata da esigenze della vita in comune, si è
elaborata con quelle, per correzioni successive ... è quindi mobile, ma di
applicazione generale e aderente alla totalità delle attività quotidiane...
Non vi potrebbe essere morale che si definisca massonica ».
Ma parlando poi delle
regole morali a cui si conforma il massone, cioè l'iniziato, egli le definisce
« un insieme di valori, essenzialmente moralizzatori, ma presentati non con
formulazioni imperative, di natura in qualche modo manichea, ma manifestantesi
piuttosto come dei comandamenti, come dei punti di grande chiarezza scoprenti
meglio il vero, nei suoi complessi, nelle sue confusioni e nelle sue certezze ».
Il che è anche un modo -
un pò poetico se vogliamo - per distinguere gli imperativi (formulazioni)
ipotetici da quelli categorici.
Il principio etico formale
è, secondo l'accezione crociana, volizione dell'universale intendendo per universale lo Spirito, la
Realtà, la Vita, la Libertà, realtà concepita come perpetuo svolgimento,
creazione, progresso.
Il chè non esclude, per
l'iniziato, nemmeno la salvezza.
ALFIERO A. I. CAMPAGNOL
(da Rivista
Massonica - n. 5 Maggio 1974, Vol. LXV - Ed. Soc. Erasmo - Roma)