SOCIOLOGIA
DELLE FRATELLANZE
|
Forse
perché la « sociologia delle fratellanze » non fa notizia quanto i
comportamenti della Chiesa verso i cattolici che siano o che vogliano essere
Massoni, sul Settimanale è
addirittura sparita ogni traccia del tema della conferenza (indetta e svoltasi
in ambito del tutto estraneo sia alla Massoneria che al Cattolicesimo)
pronunciata dal Fr. Gamberini. Tutta
la pagina il predetto settimanale la dedica esclusivamente alla interpretazione
che P. Caprile ha dedicato, prendendo poi la parola, alla nota lettera dell'ex
S. Offizio ed ai precedenti storici di tale documento. Solo
perché i lettori non possano serbare cognizione inesatta di quanto fu detto,
invece, dal Fr. Gamberini, pubblichiamo il testo integrale della sua conferenza.
Non ha reputato di dover aggiungere verbo neppure dopo la trattazione di P.
Caprile, per il noto motivo che la Massoneria non ha il problema di dover
revocare scomuniche né di fornire le motivazioni di tali revoche.
|
Fratellanza
è, nel medioevo, un nome generico dato alle corporazioni artigianali o
professionali.
Fratelli
si chiamarono anche fra di loro, nei loro messaggi, i sovrani. A significare,
prima di tutto, che si riconoscevano uguali.
Ed
è forse il solo segno di uguaglianza rinvenibile in quel tempo.
Se,
allargando gli orizzonti allo scopo di inquadrare rettamente l'oggetto specifico
delle mie ricerche e della mia, ammettiamolo pure, passione, ho menzionato -
nel tema - la sociologia, vi devo una spiegazione.
Sta
a cuore anche a me di prendere le distanze da quel che non penso e non voglio.
E'
difficile evocare la sociologia senza correlare questo nome con la figura di Augusto
Compte, cui la sociologia doveva molto ma cui ha finito per tributare ancora
più del dovuto.
Desidero
dunque scrollarmi di dosso ogni ipoteca positivista.
Sono,
tanto non riuscireste a dimenticarlo, l'uomo dei tre puntini. Non l'uomo dei tre
stadi. Per Compte, la conoscenza passa dalla riflessione teologica a‑
quella metafisica e a quella scientifica o positiva.
Lo
stadio della mia conoscenza è invece lungi dal rifiutare ogni problematica
legata alla speculazione circa l'origine, la natura e il destino dello universo.
La
sperimentazione e l'osservazione diretta dei fenomeni non mi ha affrancato
affatto - come invece sperava Compte - dall'oscurità del grande mistero.
Nel
1938 Gauthier Villard ristampò, a cento anni di distanza, un corso del chimico
Dumas: Leçons de philosophie chimique. Erano
teorie sulla costituzione della materia, fondate sui fatti di cui disponeva
Dumas appunto nel 1838. Per Dumas esse erano l'evidenza.
Mi
sconcertò l'immensità del contrasto che ne risultava, con le idee che avevamo,
nel 1938, sulla base dei fatti a noi noti. E che erano, per noi, anche più «
evidenti ».
Fu
per me un insegnamento salutare. E guardai alle « evidenze positive », anche a
quelle del mio tempo, con occhio più smaliziato.
Feci
bene poiché, a un terzo di secolo di distanza, le evidenze positive del 1938
risultano più contrastanti ancora da quelle del 1975 che non da quelle del
1838.
Per
sociologia mi limito dunque ad intendere un metodo rigoroso per lo studio delle
collettività.
Non
finalizzato, come per i Compte e per i Durkheim, a distruggere utopie
illuministiche e romantiche e neppure finalizzato ad opporre al Marx una
ideologia « borghese » organica.
Reputo
semplicemente che il metodo sociologico sia idoneo ad offrire una più ampia
intelligenza del fenomeno delle fratellanze.
Beninteso,
qui non si riferiscono dei risultati di indagini quanto delle ipotesi di lavoro.
In
opposizione al trionfalismo di Compte, sono incline alla opinione del
Runciman
e del Giner, che la sociologia non sia neppure una scienza autonoma., Essa
dipende dai metodi, dagli strumenti, dall'esperienza, dalle acquisizioni di
altre discipline: la storia, l'economia, la politologia, l'antropologia e molte
altre ancora.
L'unità
della scienza sociologica si riassume tutta nell'obiettivo del comportamento
sociale e delle caratteristiche basilari di esso. La chiave di tutto rimane la immaginazione
sociologica, l'attenzione a identificare la interdipendenza dei fenomeni
sociali.
Il
primo, importante esempio di immaginazione sociologica lo troviamo, mi sembra,
in quel grandissimo sociologo che dalle sue opere si rivela essere stato il
Montesquieu. Egli fu - inoltre - il personaggio chiave della immissione,
nell'Europa continentale, di una fratellanza destinata a svolgere nella nostra
dispensazione occidentale una influenza considerevole: la Massoneria.
Influenza,
specialmente inerente una particolare categoria sociologica: il conflitto (e le
sue possibilità di composizione).
L'umanità,
all'epoca di Montesquieu, ha esperimentato - da un secolo e mezzo - le guerre di
religione e sta esperimentando i cesarismi che esse hanno esaltato. Sta
scoprendo che l'avvenuta frantumazione dell'unità religiosa ha compromesso pure
l'unità etica che su quella, bene o male, reggeva.
E’
soltanto questo bisogno di ricostruire una piattaforma morale valida per tutti,
di riavvicinare fra loro gli uomini, fatti più che mai estranei l'uno
all'altro, che può spiegare la velocissima proliferazione della Massoneria
detta speculativa, sotto i panni di una antica Fratellanza professionale.
Incidentalmente, nel nascente mondo capitalista rimarrà - con la morfologia
della Massoneria - il solo modello noto della antecedente struttura corporativa.
Che era una struttura socioeconomica di tipo fraterno.
La Corporazione fu, in origine e
per lungo tempo, una società naturale, cosi come lo saranno, parecchio tempo
dopo, gli stati territoriali.
Vista
dalla prospettiva cui siamo assuefatti, diamo in genere un tono sinistro - anche
e soprattutto gli storici del diritto - alla appartenenza coatta a quelle
fratellanze che erano i collegia romani e i somata bizantini.
Ma
se proviamo a rovesciare questo cono prospettico, pensiamo che apparirebbe
addirittura ributtante per gli uomini delle antiche fratellanze l'idea
dell'appartenenza coatta ad uno stato, composto non da fratelli ma da estranei.
Oppenheimer
considera infatti lo stato come la conquista e la creazione di una casta.
Alla
base dello stato troviamo, come si ricava da R. H. Lovie nei suoi studi sugli
Cheyenne, le fratellanze militari.
Nel
mondo primitivo si incontrano spesso delle fratellanze di guerrieri.
Della
fratellanza di tipo militare abbiamo forse le più suggestive manifestazioni
nella cavalleria e nel templarismo.
L'una
e l'altro profondamente immersi in un terreno religioso, che del resto permea
tutti i generi di fratellanza.
Gli uomini possono fondatamente
riconoscersi fratelli se hanno acquisito il concetto della paternità di Dio.
Una
sociologia delle fratellanze può partire dai risultati di analisi
comportamentali affondantisi in tutti i sodalizi umani, coatti o volontari, i
cui membri si considerano vicendevolmente fratelli.
Il
modello dei fondatori di tali sodalizi resta con ogni evidenza, sempre e
dovunque, la famiglia.
L'avvenuta
adozione di tale modello si può supporre dovuta alla riscontrata necessità o
convenienza di garantire, fra i membri dei sodalizi medesimi, rapporti
irrevocabili di fiducia e di confidenza.
E,
siccome la famiglia presa a modello era evidentemente la famiglia patriarcale o
matriarcale, interessata ad un determinato genere di attività quale la caccia,
la pastorizia o l'agricoltura, fratellanza significava anche collaborazione
solidale nell'attività comune e nella difesa dai nemici e dagli eventi.
Elemento
essenziale della difesa dai nemici essendo, in primo luogo, il riserbo, come
nella famiglia patriarcale o matriarcale anche nelle fratellanze vediamo
generalmente attribuito valore essenziale al segreto.
E
vi troviamo, come nella famiglia patriarcale, realizzata anche la previdenza il
lavoro razionalmente distribuito fra gli individui validi, il riposo e le cure
per i soggetti non o non più validi.
Valori
essenziali comuni a tutte le fratellanze si rivelano dunque la fiducia, il
segreto e la solidarietà.
Della
fratellanza per scopo di religione non parrebbe quasi necessario approfondire
nulla, poiché il suo instinguibile rigoglio si mostra ancor oggi agli occhi di
tutti: gli ordini religiosi sono frequenti nella cristianità e presenti in
pressoché tutte le grandi religioni, anzi in tutte quelle religioni che non si
identificano in un ceppo etnico ben determinato. Le fratellanze sembrano quasi
voler rimpiazzare l'unità etnica assente.
Questa
ipotesi, della famiglia quale cristallo tipo delle fratellanze, comporta, la
necessità di compiere - a monte della indagine sociologica una ricerca
antropologica per accertare se nelle società primitive si sono manifestate
tracce di aggregazione volontaria di tipo fraterno.
Accertata
che ne sia la validità della ipotesi sul piano antropologico ci si può
proporre una verifica sull'andamento del fenomeno nei vari teatri e nelle varie
fasi della storia universale. Fra le attività verso le quali si dirige il tipo
di aggregazione fraterna, vediamo, oltre quella guerriera, quella religiosa,
quella giudiziaria, quella economica.
Delle
fratellanze di tipo giudiziario, che fioriscono non tanto a scopo di perfezione,
quanto di risposta approssimata e sbrigativa ad una carenza dei pubblici poteri,
l'esempio più vistoso è quello della Sacra Velime, ma anche quello dei Beati
Paoli.
Le
fratellanze di apprendimento, di lavoro e di impresa meritano una considerazione
approfondita poiché nelle loro multiformi incarnazioni non hanno costituito
soltanto dei sodalizi volontari ma, dai somata di Bisanzio alla Firenze delle
Arti, dalle Schole romane alle gilde medievali, delle società naturali. Né più
né meno degli stati di oggi. Di uno stato si può acquisire o perdere la
cittadinanza ma, per lo più, cittadini di uno stato si nasce.
Nel
mondo primitivo, i fratelli sono spesso i fratelli di clan ed alla base di ciò
si rivela la dimensione istituzionale delle fratellanze.
L'esogamia
si esercita - mai per motivi religiosi e tanto meno eugenetici ma a scopo
pacificatore nei confronti degli altri clan -escludendo le nozze non dei
fratelli soltanto ma dei fratelli di tutto il clan: Incestuosi sono considerati
i rapporti sessuali con le sorelle del clan.
Strutture
fraterne di carattere istituzionale sono, invece, le fratrie. Presso gli antichi
greci la fratria rappresentava una specie di confraternita, i componenti della
quale assumevano di discendere - per sentirsi legati da vincoli fraterni - da un
capostipite comune. Esse conferivano agli appartenenti la garanzia di un
reciproco appoggio, per la sicurezza della persona e dei beni. Imponevano, in
corrispettivo, dei doveri il più noto dei quali era la vendetta del sangue.
Fratrie
sono note in tutto il mondo greco ma più particolarmente nell'Attica.
Anche
nella storia delle fratrie greche si distingue una fase più propriamente
istituzionale (fino alle riforme democratiche di Clistene, nel 508 a. C.,
l'appartenenza alla fratria era il fondamento del diritto di cittadinanza) da
una successiva di cui il carattere istituzionale rimane solo complementare, di
garante della legittima nascita del cittadino.
Le
fratrie greche avevano proprio ordinamento, proprie divinità (Zeus fratrio e
Atena fratria), proprie festività (quella delle Apaturie, che si protraeva per
tre giorni). Ogni individuo doveva essere presentato alla fratria appena nato, a
cinque anni e a diciassette. Con questa definitiva presentazíone veniva
solennemente inscritto.
Fra
gli obblighi conferiti dalla appartenenza, il più noto resta quello esogamico,
di scegliere il coniuge fuori della fratria.
Ma
la fratria si riscontra anche in civiltà completamente estranee: nell'Australia
e nel Nord America.
Durkheim
descrive, di entrambi i continenti, la tribù divisa in due fratrie, ciascuna
delle quali consta di alcuni clan. La fratria è il genere, il clan la specie *.
Ma
anche senza possedere neppure un rudimento di struttura sociale, senza avere
lignaggi, senza avere clan, senza essere una tribù, uniti soltanto in famiglie
costituite sia dai parenti paterni che materni fino alla terza generazione, gli
Ifugao - popolazione filippina di circa 70.000 individui un termine per
comprendere i membri della stessa generazione ce l'hanno: tulang, ossia
fratelli.
Amplissimo
è dunque il campo di ricerca aperto a chi voglia verificare l'ipotesi che il
sentimento fraterno sia uno dei fattori fondamentali della impostazione di
strutture sociali.
Anche
limitata al confronto di fasi di civiltà egualmente storiche e pressoché
altrettanto documentate, la ricerca si prospetta allettante.
Si
può, proponiamo, concentrare l'attenzione su di una fratellanza ben nota, di
cui rimangono documenti pi che bastevoli: le Corporazioni dei Liberi
Muratori.
Vi
si è sempre distinta una fase operativa, quella
insomma dell'effettivo esercizio dell'arte muratoria allorché l'intera Europa
è percorsa dai suo maestri, allorché si innalzano ovunque le cattedrali
gotiche,
Una
seconda fase coincide coi secoli XVI
e XVII, ossia con la decadenza dell'arte gotica. Le corporazioni languono e
manifestano la tendenza ad ammettere nei propri ruoli delle persone che non
esercitano l'Arte. So no detti i Massoni Accettati.
Nella
terza fase, che si apre intorno alla fine del secolo XVII ed al principio di
quello seguente, i Massoni esercenti l'arte sono tutti scomparsi dai ruoli e le
Logge adempiono alle antiche norme
solo in quanto riguarda la organizzazione ed i precetti etici Gli antichi
strumenti di mestiere sono elevati a simboli di valori etici.
Può
conferire maggior luce la possibilità del confronto delle due prime fasi di
questa dinamica con quelle - che si riveleranno analoghe - di una antica
fratellanza corporativa, quella della Casa Matha.
Come
informano i dizionari storici, la Casa Matha è una antica corporazione
ravennate di pescatori e di pescivendoli, discesa presumibilmente dai Collegia
romani e dai alpiaca bizantini. Se ne rivengono documenti remoti di oltre un
millennio, sotto la denominazione di Scola
Piscatorum.
Negli
ultimi sette secoli 'compare il nome di Casa
Matha, che si alterna nell'uso a quello primitivo fino a soppiantarlo del
tutto.
Notevole interesse ha suscitato,
da parte degli studiosi della storia del diritto, una singolare figura giuridica
ampiamente praticata dalla Casa Matha: l'enfiteusi sulle acque.
Non
altrettanto diffuso è l'interesse sui lineamenti peculiari, strutturali di
questa Fratellanza, la quale ha attraversato una lunga fase di floridezza
quindi, a causa del prosciugamento delle valli e del ritirarsi delle acque
marine, si trova da secoli nella fase che - nella storia delle corporazioni
muratorie - è chiamata dei Massoni accettati.
Eppure,
la storia della Casa Matha di questi ultimi tre secoli rappresenta un termine di
confronto forse unico per valutare la fondatezza dell'ipotesi che nella
storiografia massonica, si può chiamare dei gusci vuoti.
Dei
soci attuali della Casa Matha, circa un decimo soltanto esercitano l'arte della
pesca o la rivendita del pesce. E lo Statuto li distingue col titolo di «
Fratelli del grembiule ».
La
stragrande maggioranza dei soci è oggi costituita da persone scelte da ogni
condizione sociale e professionale.
E
tutti coltivano la virtù della fratellanza.
E
tutti hanno presente l'art. 1 dello Statuto in vigore che stabilisce:
«
L'Ordine della Casa Matha, o Amata, conserva immutabilmente le antiche storiche
sue denominazioni di Società, di Università, di Scola dei Pescatori; o degli
Uomini, della Casa Matha o Amata.
«
Esso è una corporazione di pescatori e di pescivendoli, cui possono ammettersi
persone non esercenti tali arti, che si impegnino a considerare perpetuo questo
Sodalizio e respingano la nozione per cui lo stato (o qualunque altro istituto
sia per ereditare attributi e compiti presentemente assunti dagli stati) è il
solo produttore di norme.
«
Fino a quando la sua attività istituzionale di corporazione resti impedita,
l'Ordine della Casa Matha si limita a sostenere e a diffondere studi che
interessino l'industria della pesca nonché l'abitabilità e la salubrità della
plaga dove per tempo immemorabile esso operò nel suo essere di corporazione dei
pescatori e dei pescivendoli, plaga nella quale è compresa la città di
Ravenna.
«
A questi fini, l'Ordine della Casa Matha vigila alla integrità e conservazione
dei propri beni e promuove la solidale assistenza fra i suoi Soci ».
Certo,
gli Statuti più antichi erano assai più circostanziati. In quelli, ad esempio,
del 1304, troviamo il testo del solenne giuramento di ogni fratello, degli
ufficiali e dei Massari, la disposizione delle messe da far celebrare in
suffragio dei fratelli defunti, il canone di cera da tributare ogni anno alla
chiesa di San Michele in Africisco.
Ma
una sorpresa importante ci è riservata ancora dallo Statuto del 1975: Quella
che la Casa Matha vive tuttora. E vive perché, pur mutato intorno ad essa
l'ambiente naturale, mutato quasi di più l'ambiente socioeconomico, le restano
il suo modesto patrimonio e l'intendimento di impiegarlo con saggezza nella
testimonianza del suo essere. Le resta lo spirito fraterno, quel fluido
misterioso di cui la natura umana è inesauribile depositaria e dispensiera.
Mi
sembra illuminante il ruolo di pietra di paragone che abbiamo attribuito a
questa fratellanza rimasta nella fase in cui si trovavano le fratellanze
muratorie tre secoli or sono.
Testimonia
che queste ultime la loro essenza peculiare non l'hanno ricevuta dai tanti
supposti donatori che abbiamo prima ricordati: il sentimento fraterno, il
riserbo, la solidarietà, la fierezza del proprio essere non provengono dai
Rosacroce, dai Cabbalisti o dai Templaristi.
Erano
e sono i fattori essenziali di ogni fratellanza.
*
Monumento vivente di un tipo di fratria istituzionale potrebbe considerarsi,
come ci suggerisce il G. M. Agg. Giovanni Bricchi, la « contrada » senese.